mercoledì 8 febbraio 2017

SE NON SI CAMBIA NON SI CRESCE

Rileggere un libro, che per te è stato importante, dopo 38 anni è già di per sé un’esperienza, se si tratta di roba come “Passaggi” di Gail Sheehy, può diventare anche una faccenda rischiosa. Dico subito che ho superato la prova indenne e ne sono uscito sereno e soddisfatto; da laico disincantato mi riservo dubbiosamente di stabilire se il mio stato derivi dalla presa d’atto di una basilare inconsistenza delle sue tesi o, se invece, dall’appagante constatazione di aver, nel mio percorso di vita, sostanzialmente centrato le sue analisi previsionali. Quando uscì (in America era il 1974), il libro ebbe un successo clamoroso e naturalmente in Italia (dove apparve tradotto solo quattro anni dopo) assurse immediatamente al ruolo di status symbol per la mia generazione di reduci sessantottini “ottimisti e di sinistra”. La Sheehy aveva avuto l’intuizione di affrontare, con una certa leggerezza, argomenti che fino ad allora erano rimasti lontani dal grande pubblico, vale a dire i meccanismi inesplorati che regolano i “Passaggi” tra le tre fasi della vita umana: la prima, la seconda e la terza età. Per dirla con la scrittrice Willa Carter: “Vi sono in tutto due o tre storie umane, e si ripetono sempre, con tanta passione, come se non si fossero mai verificate prima”. Il significato essenziale del saggio tende proprio a questo, ricondurre i “frammenti delle vite” di innumerevoli persone (frutto della ricerca condotta sul campo dall’autrice) a una composizione unitaria e coerente, al fine di codificare i processi che regolano le fasi dello sviluppo nell’età adulta. Il periodo della vita compreso tra i venti e i sessant’anni era stato ignorato dagli analisti più in voga, che avevano preferito indagare le fasi dell’infanzia, dell’adolescenza e della vecchiaia. È veramente strano constatare come si sia potuta, fino ad allora, trascurare l’analisi di una fase centrale della vita che comprende elementi di primaria importanza quali la problematica sessuale, le dinamiche della vita di coppia, i rapporti genitori-figli, i complessi condizionamenti della vita professionale, la risposta del corpo all’avanzare dell’età. L’autrice, consapevole della complessità del compito, ammonisce sin dalle prime pagine che la necessità di prendere coscienza del sopraggiungere di un “passaggio” è svelata dall’irrompere di una crisi, “le crisi si susseguono, a intervalli, e di svolte ce ne sono parecchie, nella vita”. Il metodo per affrontare le crisi è semplice: basta rendersi conto che nella vita degli adulti le svolte sono del tutto prevedibili. Spiega ancora la Sheehy: “Fatto sta che noi diamo alla parola greca krísis (che all’origine vale “scelta”, “decisione”) un significato peggiorativo, che implica spesso tormento, insoddisfazione, fallimento, incapacità a misurarsi con gli eventi esteriori. Quindi ho preferito chiamare passaggi questi periodi di “transizione critica” da una fase all’altra”.
Ci sono risposte nel libro? L’abilità dell’autrice, che non è un’analista ma una giornalista, oggi settantottenne in piena attività, consiste proprio nella leggerezza con la quale ci porta a darcele da soli; vi assicuro che si tratta del genere di risposte più appaganti che esistono.
Sono naturalmente frequenti nel volume citazioni di psicologi o professionisti famosi ma le chiose della Sheehy sono geniali e illuminanti; sentite la chiusura del primo “passaggio”: “L’esame delle forze interiori che agiscono in noi riprenderà dopo la trentina, allorché saremo più stabili esternamente. E fin oltre i quarant’anni seguiteremo a disseppellire quelle parti di noi che, a vent’anni, abbiamo fatto di tutto per ignorare”.
Sulle dinamiche della vita di coppia, fermo restando che dopo "Scene da un matrimonio" di Ingmar Bergman tutte le altre considerazioni sembrano banali, la Sheehy ha gioco facile sia pur essendo di parte…
E avanti, quindi, con tutto il campionario di Felliniana memoria (il grande maestro è anche citato a pag. 122) che vuole gli uomini alla perenne ricerca della mamma o della musa che si trasfigurano nella moglie, nella puttana, nella vicina o nella zia compiacente, nella monaca o nell’infermiera. Il tutto con l’inevitabile, ma ormai troppo scontata, immagine dell’uomo impegnato nel tentativo di appiccicare nel volto della donna una maschera (e dalli col subconscio…) che rappresenta la parte sconosciuta di se stesso.
A metà circa del libro l’autrice è colta dal dubbio che i lettori non si riconoscano in nessuno dei casi descritti e siano propensi a considerare il loro caso più unico che raro. In realtà il libro si legge benissimo e i casi sono illustrati con sapiente estro narrativo. È evidente che siamo al cospetto di un lavoro divulgativo, di stampo sessantottino, ed alcune conclusioni appaiono decisamente scontate, al limite del banale, come la considerazione che quelli che affrontano coraggiosamente le crisi periodiche ne escono rafforzati, e anche quelli che le superano mi verrebbe da dire…
I capitoli che riguardano la mezz’età sono, da un certo punto di vista, i più tranquillizzanti. La paura della morte è ormai stabilizzata nella categoria “inevitabili” ma non rappresenta più lo spauracchio di prima. L’autrice ci incita a gridare: “Riprendetevi le vostre sciocche regole! Nessuno può prescrivermi ciò che è giusto per me. Ho visto il peggio e ora posso permettermi di conoscere quel che c’è da conoscere. L’unico protettore di me stesso sono io. Perché il fatto è che questo è il mio unico viaggio attraverso la vita.”
È il momento giusto per uscire dal “ruolo” e entrare nel “sé”, viaggiando leggeri e fidando esclusivamente sulle proprie forze, è il momento in cui bisogna “detronizzare il custode interiore” che nel corso dei “passaggi” precedenti avevamo installato secondo le circostanze della vita. La mezz’età è anche la fase giusta per donarsi agli altri, una volta, infatti, che abbiamo accettato la nostra solitudine e la nostra unicità, siamo finalmente certi che la nostra individualità non è più a rischio e quindi ci possiamo permettere di essere più magnanimi.
Un’altra fase che mette a dura a prova la stabilità emotiva dei maschi e delle femmine, quindi della coppia, è il distacco dei figli dal nido. Per l’autrice, e in questo son d’accordo con lei, in questa fase i padri sono meno attrezzati psicologicamente delle madri; il padre è costretto con dolore e smarrimento a vedere i figli (che prima lo consideravano un mito) “seguire altri messia, abbracciare altre fedi, adorare altri eroi.” La donna invece ne può trarre motivi rigeneranti, “perdendo il suo potere di procreazione è costretta a ridirigere le sue energie”.
Attenzione, però, che i tempi di elaborazione e sviluppo non coincidono quasi mai nei due coniugi.
Una cosa è certa, quando si invecchia è importante stabilire un contatto con le poche persone che “hanno fatto parte di noi” in passato, costituiranno “nessi preziosi per la nostra continuità”.
Nel campo della sessualità tra gli anziani, ho trovato la Sheehy meritevole di citazione integrale (ognuno tragga le deduzioni che vuole): “Il lato positivo è questo: un uomo in buona salute non è mai condannato a perdere la capacità d’erezione. L’uomo anziano, sessualmente addestrato ed esperto, può essere un amante assai soddisfacente. Una volta superata l’angoscia di non essere più un ragazzo, egli può cominciare ad apprezzare i suoi maturi poteri nel dare e ricevere amore con tenerezza, nel prolungare il proprio stato di eccitazione, trattenendosi dall’eiaculare, finché non avrà portato la sua compagna all’estasi suprema. Questa è potenza. Ma tenga presente questo: alle donne non va di sentirsi tenute a venire ripetutamente in omaggio alla virilità di un uomo. Come per l’erezione, qualsiasi pretesa di rendimento standardizzato è incompatibile con il buon sesso.”
D’altra parte la cultura orientale in tema ha fatto scuola, inquadrando l’orgasmo maschile alla stregua di un esercizio di squisito rinvio.
Veniamo ora alla quarta e ultima fase della vita che presenta il rassicurante aspetto del sorprendente miglioramento della capacità di giudizio. La vita di coppia di due coniugi, che ormai si conoscono molto bene, offre l’opportunità di una vera amicizia. “Ci si può fare veramente compagnia, una volta appreso a condividere certi interessi e a rispettare l’intimità altrui, lasciandosi a vicenda spazio per un po’ di vita privata. Si scopre che è bello avere qualcuno insieme a cui invecchiare, con cui condividere amici e memorie, con cui chiacchierare nella casa divenuta silenziosa dopo la partenza dei figli.”
La chiosa finale del saggio da parte dell’autrice è veramente magistrale: “È inevitabile una certa sofferenza quando si esce da una fase adulta ormai nota e familiare per entrare nello stadio successivo, ignoto e incerto. Ma se si vuole vivere ‘abbondantemente’ bisogna passare attraverso queste prove. Se non si cambia, non si cresce. Se non si cresce, non si vive veramente”.
Franco Arcidiaco
Gail Sheey, Passaggi. Prevedere le crisi dell’età adulta, Rizzoli, 1978, pagg. 336, Lire 5.500







Nessun commento:

Posta un commento