venerdì 19 luglio 2019

QUELLA LETTERATURA UNIVERSALE CHE SI NUTRE DI PROVINCIA...

Se Macondo sta a García Márquez come Girifalco sta a Domenico Dara, vien da pensare che Dara abbia avuto gioco facile a delineare magistralmente i personaggi e le vicende di questo suo magnifico “Breve trattato sulle coincidenze”; lo rivela a un certo punto del libro un pensiero dello stesso protagonista (il postino Ulisse Stranieri, il cui nome sintomatico scopriremo solo nell’ultima riga del libro): “Il postino pensò che il morbo della paccìa che dal manicomio si propagava nel resto del paese avesse mietuto una nuova vittima”.
La vicenda si svolge alla fine degli anni ’60, quando le brame dei movimenti antimanicomiali faticano a giungere dalle parti di Girifalco, il cui sviluppo socio antropologico ha tratto invece enormi benefici dalla presenza del più importante manicomio calabrese. L’espediente narrativo di Dara è geniale e certamente originale e costituisce un brillante esempio di quel nuovo corso della letteratura calabrese che riesce finalmente a scrollarsi di dosso il marchio della calabresità e si sprovincializza, pur attingendo a mani basse a quell’inesauribile scrigno letterario custodito dal “piccolo mondo” (Fogazzaro docet) della provincia italiana. Pasquino Crupi diceva che non è necessario vivere in provincia per essere provinciali, Domenico Dara dimostra che non è indispensabile essere provinciali per narrare di provincia.
Il postino è un uomo solo al mondo, la madre è morta e il padre non l’ha mai conosciuto: “Suo padre era un’immensa lavagna nera di fronte alla quale se ne stava col gesso in mano, aspettando che qualcuno gli suggerisse cosa scrivere”. Il borsone del postino è l’equivalente della lampada di Aladino, aprendo le lettere di tutti i paesani scopre “un mondo straordinario in cui tutti sembravano avere una vita parallela fatta di confessioni, segreti, amori, dolori clandestini”. Questa attività, inoltre, gli consente di riempire la sua vita con quelle degli altri e di dare un senso alla propria esistenza; la natura, infatti, “lo aveva fornito della dote unica e straordinaria di imitare le scritture degli uomini” “il postino trovò lo sbocco pratico e utilitario della propria arte, perché avere una dote e non poterla usare è come non averla”; con questa attività non solo scopre “le vite degli altri” ma ne determina il corso dell’esistenza, recapitando lettere scritte ad arte per intrecciare relazioni sentimentali, consolare genitori disperati per il silenzio dei figli lontani, arrivando addirittura in un caso a nasconderne la morte, far dialogare un militante comunista con Berlinguer in persona o intralciare i loschi traffici di un sindaco corrotto e senza scrupoli. “La certezza di aver trovato il bandolo della matassa d’una vita fino ad allora ingarbugliata lo aiutò a interpretare e disciplinare le ferite del passato, rendendolo meglio disposto verso gli uomini e il mondo”. Ma il bandolo della matassa, secondo il postino, risiede anche e soprattutto nella dinamica delle coincidenze e nella funzione dei sogni. L’abitudine di annotare scrupolosamente tutte le coincidenze alle quali assisteva lo aveva portato a elaborare una specifica teoria: “La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere… La coincidenza è come una piccola lente d’ingrandimento che chiarisce il groviglio e riporta ordine e significato là dove sembra non ci sia altro che confusione e accidentalità. È come una finestra che si apre all’improvviso e ci fa vedere un paesaggio del quale non ci eravamo mai accorti, ci mostra una vita parallela che scorre intorno a noi e della quale non ci accorgiamo ma che attraverso le coincidenze ci manda i segnali della sua esistenza”. Per quanto riguarda i sogni, poi, la sua certezza è granitica: “i sogni condizionano e indirizzano le giornate dell’òmini, e noi viviamo in base a ciò che sognàmu”. Questo romanzo d’esordio rivela uno scrittore di straordinario livello che ha tutti i numeri per affiancare i grandi autori internazionali, la sua scrittura è così ricca di colori e sfumature dal rischiare la ridondanza; la sua vis narrativa è a volte talmente debordante dal condurlo alla ripetizione di concetti e suggestioni (vedi la metafora del cesellatore, quella del prof. Viapiana e della natura che tende sempre a livellare le misure o quella del marinaio che rifugge la tempesta). Parlavo prima di Marquez, ma i richiami conducono anche alla narrativa di casa nostra con personaggi e situazioni che sembrano usciti dalla penna di un Ercole Patti, di un Vitaliano Brancati o di un Corrado Alvaro. Altra straordinaria peculiarità di Dara è costituita dall’intrigante miscela di italiano e dialetto che produce una lingua neologica comprensibile a ogni latitudine, pensate quanta assonanza c’è tra le “comari che chiatàvanu da una parte all’altra della strada” e le comari di oggi che “chattano” davanti a una tastiera. Per finire voglio sottolineare lo scoppiettante e immaginifico carosello di nomi e cognomi degli innumerevoli personaggi che popolano il romanzo, una per tutte la marqueziana “Carmela Buonodorosa” che “stendeva i panni sul balcone senza mutande e nel protendersi verso le corde le pieghe della gonna si infilavano tra le ferriate del balcone e là rimanevano, svelando visioni che facevano mancare il respiro. Quand’era ragazzo Carmela abitava di fronte a casa sua, e fu allora che s’innamorò delle sue carni abbronzate, degli scamiciati trasparenti, delle mutande di pizzo stese ad asciugare, il suo segreto oggetto del desiderio, che quando ancora sgocciolavano passava sotto in modo che l’acqua gli cadesse sulla bocca, gustandola e fantasticando sulla natura del rivolo”.
Emozionante, infine, l’omaggio al nostro grande poeta Lorenzo Calogero, anch’egli appassionato scrittore di lettere d’amore (Mandai lettere d’amore/ai cieli, ai venti, ai mari/a tutte le dilagate/forme dell’universo); Dara fa incontrare il postino con il poeta che si trova rifugiato, a seguito di una delle frequenti sortite da Villa Nuccia, nel vicino paese di San Floro e lo inserisce nella narrazione con una delle sue trovate funamboliche, bevono un caffè assieme “Calogero cuoremigrante versò il caffè nelle tazzine…” e il postino ne scopre la vera identità quando gli chiede il documento per recapitargli una lettera. Un universo fantastico ma tremendamente reale; un mix geniale di fantasia, sogno e vita vissuta che coinvolge e strania il lettore ad ogni capoverso.
L’altro grande merito della narrativa di Dara è di essere “’ndrangheta free”, non vi aspettate pertanto lodi sperticate da parte della corrente mainstream di critici, giornalisti e politici pronti e proni nei confronti dei frequenti parti letterari di magistar e professori-cultori-della-materia di ogni ordine e grado.
Franco Arcidiaco
Domenico Dara, Breve trattato sulle coincidenze, Nutrimenti. Roma, 2014, pagg. 368 € 19,00



In morte di Enrico Costa 29 giugno 2019

Ciao Enrico, sei voluto partire alla ricerca di Selim e Isabella e nulla poteva più trattenerti; le tue particelle saranno già lì, miscelate in quelle acque mitiche del “mare tuum”. Il Mediterraneo, per te modo di essere, contenitore e cornice barocca di una civiltà unica e straordinaria, magica culla di estro e fantasia, stupore e invenzione, incanto stravagante e bizzarro, irregolare e accogliente. Da oggi le onde del Mediterraneo avranno una musica in più da suonare.
Franco Arcidiaco

lunedì 22 aprile 2019

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di LUCIANO CANFORA

Questo agile libello è un compendio straordinariamente utile a decodificare gli, altrimenti incomprensibili, meccanismi che hanno condotto l’umanità alla situazione attuale. Uno stadio generalizzato di caos politico, governato strumentalmente dal potere finanziario utilizzando le suggestioni populiste di governanti improvvisati. Un potere incurante delle sorti delle future generazioni, che pensa solo ad accumulare il massimo della ricchezza accompagnandoci presso il baratro. Ma per Luciano Canfora la lezione che ci viene dalla Storia è che, dopo l’esaurirsi di una fase storica (in questo caso la “rivoluzione” della democrazia), “maturano immancabilmente le condizioni per una nuova scossa: di quelle che a don Abbondio apparivano salutari colpi di scopa”. Il titolo del libro deriva infatti da un passo de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, capitolo XXXVIII: “È stata un gran flagello questa peste, ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti che, figlioli miei, non ce ne liberavamo più”.
Canfora, tra l'altro, opera nel testo una interessante rilettura di "Guerra e Pace" definendolo una sorta di strumento creativo lanciato come sfida di Tolstoj agli storici; è un approccio ai classici che trovo molto stimolante poiché conferma la mia convinzione che un ritorno alla lettura dei grandi capolavori della letteratura universale, che probabilmente non prendiamo in mano da decenni, è senz'altro utile poiché tra quelle pagine sono custodite delle rivelazioni che colpevolmente abbiamo dimenticato o, all'epoca della prima lettura, non avevamo colto. Ma Canfora si rivela comunque impietoso nei confronti di Tolstoj che alla fine "perde la sfida con se stesso e si concentra sui destini e le volontà dei singoli"; come impietoso è con i giornalisti nostrani che dovrebbero aiutarci a decodificare la realtà e ne sono incapaci, poichè si ritrovano sempre in balia del "celebre, diuturno, eroico conflitto tra spina dorsale e pagnotta". Canfora analizza il trionfo del populismo sovranista che è "agevolato dal baratro che si è venuto aprendo tra 'sinistra e popolo'". La sua convinzione è che le cause di questo trionfo risiedano nella abdicazione della sinistra ai compiti e ai fini per cui sorse, processo questo che consente ai nuovi "movimenti fascistici"di lucrare su un disagio vero; l'istanza di maggiore giustizia sociale è stata regalata alla destra: "il parafascismo leghista e lepenista si propone come paladino del popolo, mescolando torti e ragioni". E chissà comunque che, per quanto riguarda il nostro Paese, i mali non risalgano addirittura al Principe di Machiavelli e a quel terribile capitolo 18, per dirla con Norberto Bobbio, che invoca la separazione tra etica e politica. Per quanto riguarda poi il problema delle migrazioni, Canfora non esita a farne risalire le cause al colonialismo, controbattendo alla teoria di Goffredo Buccini che dalle pagine del Corriere della Sera aveva auspicato l'avvento di una fase di colonialismo solidale: "Per secoli l'Europa ha messo alla croce il resto del mondo, ora però è diventata buona, dunque è matura per un nuovo esperimento di colonialismo, questa volta buono. Immemore, forse, l'autore di tale pensiero, che la teoria del colonialismo civilizzatore fu già del fascismo e della Chiesa, in opposizione (strumentale) al colonialismo sfruttatore di stampo anglo-ispano-francese. È sappiamo come è andata a finire". Il vero padrone delle esistenze individuali oggi è l'onnipotente macchina del credito e nessun potere politico appare in grado di arginare o spezzare questa nuova catena. Ma dove veramente Canfora risulta impietoso è nell'analisi dei sessantottini: "Pensavano di reagire a un declino, e di 'fare la rivoluzione', ma erano in sostanza dei liberali effervescenti, che rinnovarono il costume, non la politica: spesso fervidi amministratori, una volta raggiunta l'età adulta, delle proprie fortune". L'analisi conclusiva a questo punto scaturisce quasi naturale: "Ad una sinistra sempre più 'civile', 'elegante', 'innocua', si è posta di fronte la faccia più dura, criminale e vincente, del capitale: quello parassitario-grandecriminale-finanziario, fuori controllo rispetto ad ogni entità o autorità (statale o sovranazionale) e capace di comprare tutto. Non ha patria, ha solo tentacoli". A suffragare le sue tesi, Luciano Canfora chiama all'appello nientedimeno che Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Thomas Mann, ponendo in appendice dei brevi testi tratti dalle loro principali opere, le cui argomentazioni si rivelano straordinariamente attuali ed efficaci.
Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio,
Editori Laterza, pagg. 98, € 12,00
Franco Arcidiaco

mercoledì 13 marzo 2019

STOP AL “FISCHIETTO DEI CANI”

È innegabile che ancora oggi esistano sacche di mentalità etnocentrica e limitata che si ostinano a ignorare la presenza di realtà culturali “diverse”; immaginare che gli attuali livelli di progresso nel campo della tecnica, dei costumi e delle istituzioni, si sarebbero potuti raggiungere senza la messa in campo di una rete di relazioni e di scambi interculturali è una vera follia. Ignorare la presenza di altre culture equivale a precludere la possibilità che preziosi patrimoni di saggezza e conoscenza, si mettano a confronto generando un reciproco arricchimento del rispettivo bagaglio culturale; il tutto indipendentemente dal tipo o livello di progresso singolarmente raggiunto. Le parole chiave del processo interculturale sono: contatto, conoscenza e scambio; è evidente che la fase più delicata è proprio quella del contatto poiché produce fenomeni di reciprocità, di compromesso, di trasformazione, di recepimento dei modelli altrui che conducono a forme di revisione sincretica del proprio apparato ideologico. È necessario pertanto un alto livello di maturità, innescato in un modello culturale consolidato sia dal punto di vista storico che istituzionale.
L’antichità fornisce innumerevoli esempi di virtuosi scambi interculturali, fin dai tempi dell’impero romano e dei viaggi esplorativi di Marco Polo, dalle aperture della dinastia Ming in Cina e dell’epoca d’oro dell’Islam in Spagna e in Sicilia, per arrivare ai grandi flussi migratori, uno per tutti quello verso l’America, che hanno fatto degli Stati Uniti d’America la prima potenza mondiale. Purtroppo il terreno sul quale si registrano i più grossi ostacoli nel processo di amalgamazione culturale è quello religioso e le cause, secondo me, risalgono alla frattura antropologica determinata nei paesi del terzo mondo dai processi di evangelizzazione operati dai missionari cristiani. Il colonialismo cristiano ha travolto usi, costumi e tradizioni di intere nazioni e continenti, provocando un collasso identitario che è alla base dei gravi problemi di sottosviluppo che affliggono soprattutto i paesi africani. Le religioni dovrebbero una volta per tutte liberarsi dalle varie forme di spocchioso dogmatismo che le connota, abbandonare ogni tentazione di intrusione nel potere temporale e dedicarsi solo ed esclusivamente alla sfera etica e spirituale. Oggi a farne le spese, per una sorta di bizzarra legge del contrappasso, sono soprattutto i fedeli come dimostrano i recenti episodi che hanno portato alle stragi di ebrei a Pittsburgh e di cristiani copti in Egitto. I politici dal canto loro devono sfuggire alla tentazione di utilizzare il “fischietto dei cani” (“the dog whistle”); se ne parla molto in questi giorni dopo la strage degli ebrei in America per indicare la cattiva abitudine di alcuni politici di camuffare messaggi che istigano all’odio razziale o religioso all’interno di un discorso apparentemente normale. Per esempio quando un politico, prendiamone uno a caso…, dice che i globalisti vogliono aprire le frontiere consentendo ai migranti di invadere il paese e minacciare lo stile di vita dei cittadini, è facile che succeda che in una nazione armata come l’America o in una che tende ad armarsi come l’Italia sognata dall’attuale governo, un fanatico prenda il fucile e vada in sinagoga a sparare. Rispetto degli altri, tolleranza e amore per il prossimo, regole semplici che non fanno più parte del dizionario del vivere quotidiano.
N.B. Articolo rifiutato da “L’Avvenire di Calabria”
Franco Arcidiaco

martedì 11 settembre 2018

FESTIMARONNA

Quando il direttore mi ha chiesto un punto di vista “da non credente” su “Festaimaronna”, ho un po’ esitato poiché vivo con fastidio l’atteggiamento intollerante e gli sguardi compatitori, che amici e conoscenti cattolici mi riservano ogni qualvolta non esito a manifestare il mio ateismo. Alla fine, però, ha prevalso l’approccio di don Davide Imeneo, certamente diverso, fondato com’è su reciproca stima e forte vena dialettica. Il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto de Martino ci ha insegnato che “le religioni, se sono davvero religioni e non soltanto vita morale o conoscenza o poesia dispiegate e fatte autonome nella coscienza, racchiudono sempre un nucleo mitico-rituale, una ‘esteriorità’ o ‘vistosità’ pubbliche, una tecnica magica in atto, per quanto affinata e sublimata”. Ed è pertanto di questo aspetto che desidero parlare, sperando di evitare gli strali dei Torquemada di turno. La festa patronale è un momento topico che riguarda strettamente la sfera identitaria di una comunità, ma deve essere anche lo strumento che consente alle autorità religiose di riaffermare un nucleo di valori elevati, che trascende gli egoismi individuali e al quale il cittadino, “homo civicus”, deve sottomettersi; è il momento del riconoscimento che il negativo può, sì, essere riassorbito dal piano metastorico mitico-rituale, ma non senza una condotta umana moralmente orientata. Il corpus di questa magia cerimoniale diventa fattore aggregante e identitario e produce un elevatissimo livello di condivisione di sentimenti e valori. Inevitabile il ricorso ai ricordi più personali: mia madre non voleva seguire la processione, aveva un carattere pigro, con la sua bonaria e sorniona indolenza chiedeva a turno a uno di noi figli di essere accompagnata al Duomo “mi salutu a Maronna”, diceva; quando ero ancora in età scolare l’occasione era ghiotta, poiché all’uscita dalla chiesa mi spettavano le bancarelle di giocattoli e dolciumi. Sette anni fa, alla vigilia del suo trasferimento al Nord, sono andato con mio figlio a “salutare la Madonna”, mia madre non usciva più e questo rituale in qualche modo mi mancava. Ho trovato anche opportuno che mio figlio, nel momento del distacco dalla sua città e del passaggio della “linea d’ombra”, andasse a salutare, oltre a parenti e amici, il simbolo indiscusso della nostra comunità. Sono anni ormai che con mia moglie non manchiamo alla festa di Sant’Agata a Catania; pulsioni strane, le nostre, forse riconducibili a una forma di metareligione che riguarda da vicino il trascendentalismo di Ralph Waldo Emerson e la setta americana UU (Unitariani Universalisti) da lui ispirata, che professa una libera e responsabile ricerca della verità e del significato e mira a creare una fede umanistica universale. Sarà, ma a me di Sant’Agata piace il sorridente visino arguto e lo spirito coraggioso e ribelle e della sua festa mi piace il calore della gente con indosso il pigiama tradizionale, l’odore dei ceri e della segatura, il sapore ineguagliabile delle olivette e delle “minnuzze” e il profumo del cibo di strada, mentre di “Festimaronna” mi piace il piglio e lo sguardo dei portatori, la vetusta sobrietà del quadro, la tarantelle e il panino “cu satizzu”.

domenica 20 maggio 2018

SISINIO ZITO, UN POLITICO VISIONARIO

Raffaele Malito con lo stile incalzante del giornalista di razza, ha ricostruito magistralmente l’intensa biografia di Sisinio Zito, dirigente politico socialista e meridionalista, parlamentare, uomo di governo e sindaco la cui figura non può essere scissa dal concetto di “buona politica”. Uomo di vasta e poliedrica cultura, Zito ha incarnato il concetto stesso di politica intesa come attività di interesse collettivo. La “buona politica” è tale non solo quando è volta allo sviluppo civile e sociale dei territori, ma anche quando è permeata da fattori di creatività economica e culturale. Nel titolo del libro, Zito viene definito “un politico visionario”. Nel corso della prima presentazione del volume presso la Fiera “San Giorgio una Rosa un Libro” svoltasi di recente a Palazzo Alvaro, sede della Città Metropolitana di Reggio Calabria, questa definizione ha fatto storcere il naso a qualcuno. Gli incauti contestatori del termine, non hanno tenuto in conto che il termine “visionario” è un Giano bifronte e che essere visionari e sganciati dalla realtà, può comportare anche risvolti positivi. Il visionario è colui che non subisce la realtà, ma continua a sognare un mondo che risulta inesistente solo ai poveri di spirito, lui fa parte di una categoria che riesce a vedere oltre, che riesce a pensare in 3D e non si ferma davanti alle prime difficoltà. La sua visione non è illusione chimerica, ma sostanza che si trasforma in materia tramite l’energia positiva. D’altra parte Sisinio Zito si trova in buona compagnia se è vero come è vero che tra i visionari si possono annoverare personaggi del calibro di Nelson Mandela, Mahatma Gandhi, Galileo Galilei o Steve Jobs.
Lo scrittore rwandese Bangambiki Habyarimana diceva che i visionari incontreranno sempre l’opposizione delle menti deboli ma i semi che piantano salvano il mondo. Sisinio Zito non avrà avuto certo la velleità di salvare il mondo, ma nessuno potrà mai negare che l’azione da lui svolta nella nostra provincia abbia prodotto degli innegabili e concreti benefici. Gli importanti risultati del suo instancabile lavoro politico e amministrativo hanno consentito alla sua terra di raggiungere obiettivi impensabili; il festival Jazz senza confini “Rumori Mediterranei”, da lui creato, ha reso celebre Roccella Ionica in tutto il mondo. Tanti sono stati i risultati conseguiti, ma “Roccella Jazz” e il “Porto delle Grazie” rimangono emblematici per la caparbietà e l’abnegazione con cui Zito li ha realizzati, arrivando a mettere in gioco, per sostenerli, il suo stesso patrimonio personale.
L’opera si legge come un romanzo e Malito si è calato nel personaggio, scrive Pasquale Amato nella prefazione, “sino a coglierne e a descriverne le varie fasi dei suoi densi ottant’anni come se li avesse vissuti in prima persona”.
Franco Arcidiaco
Raffaele Malito, Sisinio Zito un politico visionario, Città del Sole edizioni 2018, pagg. 304, € 16,00

martedì 8 maggio 2018

DONNA TARTT E I SUOI TRE CAPOLAVORI. Parte I

“Suppongo che a un certo punto, nella mia vita, avrei potuto narrare un gran numero di storie, ma ora non ve ne sono altre. Questa è l’unica storia che riuscirò mai a raccontare”.
Già dal prologo si intuisce la potenza dell’inquieto io narrante di Dio di illusioni (titolo originale The secret history), il primo romanzo della strabiliante e imprevedibile scrittrice Donna Tartt. Donna Tartt è nata e cresciuta nel Mississippi e non è affatto un caso che io stia scrivendo queste note mentre nel piatto del mio Thorens gira un album di Robert Johnson, suo illustre corregionale.
Il romanzo, a cui Tartt lavorava dal 1986 (quando, ancora ventiduenne, studiava all’università di Bennington ed era amica di Bret Easton Ellis, famosissimo autore di American Psycho), venne pubblicato nel 1992 e in pochi mesi divenne un bestseller internazionale, un grande caso editoriale che rese la sua giovanissima autrice una celebrità assoluta della letteratura americana contemporanea; all’epoca, come ha scritto Newsweek, “i critici gareggiavano per trovare il maggior numero di superlativi”.
Il romanzo uscì in Italia nello stesso anno ad opera della mia beneamata Rizzoli che, però, inciampò nell’italico male che vuole l’assegnazione di titoli italiani idioti a capolavori della letteratura stranieri. Una storia segreta sarebbe stato un titolo impeccabile, ma per i cervelloni di via Rizzoli la traduzione letterale risultava troppo agevole e si inventarono questo ampolloso e fuorviante Dio di illusioni.
Il protagonista del romanzo è Richard Papen, un ragazzo povero e complicato, cresciuto in una polverosa cittadina della provincia californiana, il cui unico eldorado sono gli sfavillanti centri commerciali. Richard, desideroso di lasciare la sua incasinata famiglia al più presto, si iscrive nell’appartato Hampden College del Vermont dove, per puro caso, si ritrova a far parte della classe più esclusiva dell’università, quella di greco antico, insieme ad un gruppo di soli cinque studenti ricchi, viziati, decadenti, dediti tanto agli studi quanto agli eccessi e devoti al loro ammaliante professore, Julian Morrow (“…avevo a volte la sensazione che la sua principale preoccupazione fosse più l’eleganza del gesto che il sentimento in sé”). La caduta di Richard nella rete del prof è inevitabile, “perché, se la mente moderna è capricciosa e digressiva, la mente classica è mirata, risoluta, inesorabile”. Ha ansia di entrare a far parte del gruppo di studiosi classici: “In quello sciame di sigarette e cupa sofisticazione, apparivano qua e là come figure di un’allegoria, o gli invitati, morti da tempo, di una festa in giardino di epoche passate”. Più indifferenti che diffidenti, i giovani accolgono Richard nel gruppo con snobistica indolenza: “Quella improvvisa attenzione mi confondeva; come se i personaggi di un quadro molto ammirato, assorti nelle loro occupazioni, si fossero voltati a guardare fuori della tela per parlarmi”.
Gli studenti di Morrow “se incarnavano in parte l’esito delle sue cure, spiccavano abbastanza e, pur diversi tra loro com’erano, condividevano una certa freddezza, un crudele, manierato fascino non del mondo moderno, spirante bensì uno strano, gelido fiato proveniente da quello antico: erano creature magnifiche; quegli occhi, quelle mani, il loro aspetto… sic oculos, sic ille manus, sic ora ferebat”. Julian li esorta “a lasciare il mondo fenomenico per entrare in quello sublime” a liberarsi, come insegnava Platone, dal peso dell’io. Richard ci mette poco a integrarsi e a condividere la vita di questo gruppo che procede immersa nella fascinazione dei miti classici in una fase di costante stupore alcolico, alla ricerca della follia iniziatica, sempre di platoniana memoria, e dell’estasi dionisiaca; ma la loro dimensione costituisce solo una realtà parallela, l’incantesimo nel quale placidamente fluttuano verrà presto spezzato dall’esplosione della tragedia. La potenza narrativa della Tartt è tale dal rendere tremendamente plausibile la scelta di sopprimere Bunny, l’unico tra gli allievi di Julian che non esitava a manifestare insofferenza per i progressivi gradi di trasformazione metafisica del team; l’assassinio a sangue freddo di Bunny viene ridotto da Henry, leader del gruppo, a “una ridistribuzione di materia”. Scrittrice versatile, la Tartt infarcisce le oltre seicento pagine del romanzo di mirabili descrizioni naturalistiche, di acute digressioni psicologiche e di opportune incursioni nei testi classici. “Mentre tornavamo verso la macchina aveva cominciato a nevicare, ma già da prima il bosco, come contratto sotto il cielo, pareva attendere in silenzio tutto il gelo che avrebbe dovuto sopportare durante la nottata”.
Il romanzo, capace come un thriller di lasciare con il fiato sospeso, nonostante che i nomi di vittima e assassino si trovino in bella mostra nelle prime righe del prologo, ha venduto un milione di copie solo in America ed è stato tradotto in 23 lingue. Un simile successo avrebbe indotto chiunque a darsi da fare per cavalcare l’onda e produrre al più presto un nuovo lavoro, anche a costo di lasciare un po’ di qualità per strada, non è stato così per Donna Tartt. L’autrice è rimasta silenziosa per ben dieci anni, fino alla pubblicazione del suo secondo atteso romanzo: The little friend, che, per fortuna, ha mantenuto in Italia il titolo originale Il piccolo amico, appunto. Ma di questo parleremo nella seconda parte.
Franco Arcidiaco
Donna Tartt, Dio di illusioni, Rizzoli 1992, pagg. 630, € 15,00