lunedì 12 giugno 2017

LA NARRATIVA DI LERNET-HOLENIA TRA COLTE DIGRESSIONI, GROVIGLI NARRATIVI E VETTE DI LIRISMO ESISTENZIALE

Un romanzo incredibile, per certi versi straordinario. D’altra parte ci sarà pure un motivo se Leonardo Sciascia ebbe a definirlo, in un’appassionata recensione, un libro che ha “un che di labirintico, affascinante e insieme vertiginoso”, che contiene “una diabolica essenza” e sa calarsi “dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza”. Diciamo subito che ci troviamo al cospetto di un grande narratore anche se, come al solito quando si tratta di opere in lingue di ceppo germanico, non sappiamo fino a che punto la traduzione gli abbia reso onore; francamente trovo a dir poco disinvolto l’utilizzo dei tempi dei verbi e la resa di alcuni neologismi da parte di Cesare De Marchi, autore di questa traduzione, ma si sa che dalle parti dell’Adelphi questo argomento è tabu. A proposito di questo monumento dell’editoria italiana, sarei proprio curioso di sapere per quale motivo il testo tradotto non viene sottoposto a editing, i refusi sono troppi e imperdonabili a certi livelli…
Ma torniamo al testo e sentite la musicale bellezza di queste mirabili descrizioni d’ambiente: “I muri dei campanili prendevano già la tinta della sera, alcuni strati di nuvole d’un grigio tenue e orlate di colore lampone, come le avrebbe dipinte Watteau, salivano impercettibilmente nel cielo. La piazza era già in ombra, ma il nimbo tra i campanili della chiesa dei gesuiti fiammava ancora come un’esplosione d’oro. Di tanto in tanto qualcuno attraversava la piazza. Faceva freddo, le giornate di tarda primavera emergevano appena –come lo scintillio di una polena dalla prua sommersa di una nave- dal fiotto d’ebano della lunga tenebra invernale. I colombi tubavano sui loro cornicioni”.
Non manca un omaggio, classico per un narratore nordico, ai paesi del Sud: “Anche il tempo era bello, di quella bellezza perfetta che a volte ci spinge a credere per ore, a volte per un giorno intero, di vivere nella felicità dei paesi meridionali”.
Lernet-Holenia, è questa la sua cifra distintiva, ama infarcire la narrazione di numerose digressioni di carattere filosofico-esistenziale che diffonde con leggerezza e nonchalance. Molte descrizioni di scene, apparentemente avulse dal contesto, sono di impareggiabile bellezza, la sublimazione dell’inutile come arte narrativa. Lo stesso intreccio giallo di questo romanzo diviene un semplice ma efficacissimo espediente narrativo. A volte, però, a furia di dilatare le congetture, finisce col produrre chiose prive di senso, sentite questa: “Ma se si lasciano gli oggetti nelle loro camere senza cambiarne di continuo la collocazione, essi acquisiscono per certo, nelle loro relazioni reciproche, un’importanza inspiegabile, e in quelle stanze, giacché non vi accade nulla, accade qualcosa che pare di rilievo incomparabilmente superiore a tutti gli atti compiuti nelle stanze invece abitate da qualcuno”; sfido qualcuno a spiegarmi che vuol dire!
A parte queste piccole sbavature, alle quali probabilmente si sarebbe potuto porre rimedio con un buon lavoro di editing, bisogna dire che siamo al cospetto di un libro da centellinare, su ogni parola bisogna soffermarsi con la massima attenzione, insomma è da gustare come un vino da meditazione ultradecennale, diciamo uno sherry Pedro Ximénez giusto per capirci.
La descrizione degli ultimi istanti di vita del sottotenente Fonseca, una delle vittime del misterioso killer dei membri del reggimento “Due Sicilie”, è quanto di più straordinario mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi: “C’era un gran silenzio; solo, da qualche parte, in una casa lontana, qualcuno suonava il pianoforte. La musica proveniva come da un altro mondo ed era immensamente triste. Una sensazione di sogno, quasi uno stato irreale, si impadronì di Fonseca. Nell’insieme gli toccò aspettare nella stanza una ventina di minuti, durante i quali si rivelò che quel tempo -e il tempo in generale- si poteva suddividere, ma non realmente misurare. Lo si poteva scomporre in parti, ciascuna di eguale grandezza rispetto alle altre… Ma quanto duri in realtà un minuto o un’ora, non si può determinarlo… Il tempo, insomma in sé non c’è – ma può esserci. Quel che conta è non accorgersi che c’è. Perché accorgersene è sgradevole. Meglio dimenticarsene. Oppure riempirlo con le cose il cui decorso costituisce il tempo. Allora esso ha una durata comprensibile. Altrimenti dura incomprensibilmente a lungo. E altrettanto terribile è che ci sfugga fra le dita o che non cessi di durare. Giacché il tempo dilegua solo per durare, e dura solo per dileguare…
Al pari di un prigioniero in carcere o di un santo nella sua grotta, che non soppesa più la propria felicità o infelicità, ma osserva ormai solo le oscillazioni della grazia -quell’effusione che scende dall’alto e gli consente di tollerare la propria esistenza- o il venir meno della grazia stessa, che torna a toglierli tutto, anche Fonseca sentiva ormai solo che stava pensando, o che i pensieri di lui si ritraevano. Ma quali pensieri? Non lo sapeva. Ebbe un sussulto di paura, senza riuscire a ricordare che cosa avesse pensato. E ricadde nel suo intontimento, e sopraggiunsero altre riflessioni – più concrete… ma non riusciva a rammentare nient’altro, anzi d’un tratto gli risultò quanto mai difficile pensare a qualcosa di preciso, era forse per via del pianoforte che continuava a suonare e lo intorpidiva, che cresceva d’intensità, si ingrossava e lo sopraffaceva con la sua veemenza, come se a un tratto chi suonava stesse lì accanto a lui”.
Per favore ditemi chi altro mai ha saputo fissare meglio gli ultimi istanti della vita di un uomo e ritrarli così drammaticamente dal suo stesso punto di vista!
Lernet-Holenia è magistrale nel descrivere l’atmosfera surreale che pervade i luoghi presso i quali sta per succedere, o in passato è successo, qualcosa di fatale. “…come quando una folata di vento improvvisa passa sopra gli alberi o i tetti, e per un attimo un’aria affatto diversa ristà nell’aria consueta del giorno, prima di disperdersi -ma quel fenomeno non era legato a un alito di vento o a un reale raffreddarsi dell’aria: era solo come un infiltrarsi nell’aria d’una sostanza altrettanto diafana ma assai più indefinita- o appena come un brivido. Un gran numero di cose, che non so esprimere, credevo di percepire – o meglio credevo di prendere coscienza di eventi a tal punto chimerici e obliati, che pareva tornarmi in mente non solo l’intera mia vita, su su fino a giorni così remoti che non potevo averli vissuti, ma anche tanti giorni di tante altre vite. E ogni volta che quel fenomeno si verificava, ogni volta che il brivido sopraggiungeva, erano anche i prati ad avvertirlo. Un fremito molto più delicato di un refolo li attraversava, sebbene i fili d’erba non si muovessero minimamente, o quantomeno non per quella causa; era solo uno scemare, per minimi gradi della luminosità del verde argenteo e tremulo –un rabbrividire, insomma che, nella sua inafferrabilità, toccava ancor di più l’anima. Così me ne stavo nella mia poltrona aspettando quotidianamente quello strano atterrirsi della natura…”.
Siamo nel campo della grande narrativa mitteleuropea e un riferimento all’inarrivabile Joseph Roth è d’obbligo, ma ditemi, d’altra parte, come fareste a non rintracciare echi rothiani nell’inutile tentativo di conciliazione che il signor Harff, arbitro del duello tra gli ufficiali Lukawsky e Pufendorf, rivolge ai contendenti: “Siamo diventati tutti dei poveracci. Non siamo più quelli di una volta. Il mondo di cui eravamo parte non è più. Ciò che qui sta per accadere è cosa d’altri tempi. Tempi in cui eravamo giovani. Non dobbiamo più invocare il giudizio di Dio in questa contesa. Dio è diventato altissimo. Non decide più. Chiedo ai contendenti di riconciliarsi”. La descrizione del duello che segue è un piccolo capolavoro di narrativa che catapulta letteralmente il lettore sulla scena con una potenza espressiva tale da fargli percepire l’odore della polvere da sparo.
Alta letteratura che mi imporrebbe ancora una lunga serie di citazioni, mi riferisco al sogno premonitore del colonnello Rochonville, tre pagine intense che descrivono in un’atmosfera plumbea la scena di “drappelli spettrali” costituiti da “uomini in cerca delle proprie tombe”. L’Adelphi, giustamente in questo caso, ha riportato questo testo nell’aletta della quarta di copertina ed è quindi facilmente rintracciabile.
Siamo al cospetto di un capolavoro, di livello straordinario, un caposaldo della letteratura europea; completo in ogni sua sfaccettatura riesce a raggiungere anche picchi di raffinato lirismo come in queste righe con le quali chiudo questa mia recensione (la chiudo a malincuore ma rischierei altrimenti di trascrivere il libro integralmente).
“…Ora Silverstolpe, curvatosi in avanti, sollevò un’ape dal tappeto. ‘Hai finito per calpestarla’ disse. ‘Avrei dovuto avvertirti, stava sul tappeto e forse era malata. Ma non volevo interromperti. Forse ero solo curioso di vedere se la scampava o no. Adesso, vedi, mi sto anche un po’ interessando -comprensibilmente- alla durata della vita altrui…’. Posò l’ape in un portacenere. ‘È morta,’ disse ‘sebbene l’estate sia appena incominciata. Sui fiori dei prati non potrà più andare, né sulle spalliere su cui batte il sole. Non tornerà più alle malve su cui era abituata a volare, né sul phlox quando è in fiore. Che anche i fiori fioriscano per niente! Che anche l’estate, all’apparenza eterna, finisca! Un giorno, quando si farà nuvolo, lo stagno si coprirà d’argento e le sue minuscole onde offuscheranno lo specchio di un mondo che non è più, e i suoi giunchi sussurreranno i nomi di tutti quelli che non saranno più. Che tristezza non ritornare più, mai più! E che anche gli amanti, ahimè, non possano ritornare, nemmeno loro! Loro che pure vivono l’uno per l’altra –prima per giorni, poi per settimane, infine per anni. E credono che sia per sempre. Eppure sopraggiunge poi l’ultimo istante. Si lasciano, e forse pensano ancora di lasciarsi come altre volte solo per poco tempo. Invece è per sempre. I cammini che erano abituati a percorrere li aspettano invano, e le stanze dove si incontravano restano vuote come spazi vuoti. Due mani si congiungono ancora, ma in quell’istante la mano dell’uno dista più delle stelle più remote, e le lagrime che vi gocciolano sopra, cadono nell’eternità.’”
Franco Arcidiaco
Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pagg. 244, € 19,00






lunedì 1 maggio 2017

L'INSOPPORTABILE SNOBISMO DI ROBERTO CALASSO

Riordinando la biblioteca ho trovato queste note di lettura scritte nel frontespizio de "La folie Baudelaire" di Roberto Calasso il 5 luglio del 2009:
"Colto, insopportabilmente snob e odiosamente supponente, come tutti i libri di Calasso; uno sfoggio saccente di nozioni senza traccia di emozioni. Le quasi cento pagine di fonti e l'insopportabile scelta di omettere le sue note biografiche nell'aletta, la dicono lunga sul personaggio. Un'operazione editoriale incomprensibile se non alla luce dell'autoreferenzialità. Trecentoquaranta pagine che si sarebbero potute tradurre tranquillamente in tre, quattro articoli per una rivista letteraria di medio livello".
In un'altra nota, nel margine alto della pagina, non ho mancato di sottolineare lo sberleffo lanciato all'Adelphi con la mia casa editrice, Città del Sole edizioni, quando ho inaugurato la fortunata collana "La bottega dell'inutile" che riprende la grafica di copertina della "Piccola Biblioteca": "Questo si che andrebbe nella 'Bottega dell'inutile', ma quella vera... 36 Euro!!!"
Franco Arcidiaco
Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Biblioteca Adelphi 531, 2008, pagine 432, Euro 36,00

CAPRICCI E OSSESSIONI DI EDOARDO ALBINATI

Premetto che non ho alcuna difficoltà ad affrontare un romanzo di 1300 pagine, anzi ritengo che sia la dimensione ottimale per un capolavoro di narrativa; ma, completata in una sessantina di giorni (con molte e lunghe pause) la lettura de “La scuola cattolica”, l'impressione che me n’è derivata è quella di un libro ambizioso e supponente che forse merita di essere letto ma, nelle condizioni in cui è stato dato alle stampe, non può, premio Strega a parte, pretendere di essere catalogato tra i capolavori della letteratura italiana.
La scrittura di Albinati è intrisa d’indiscutibile genialità ma è irrimediabilmente soffocata dal gorgo di innumerevoli, inutili e deliranti divagazioni. Per scorgere una buona traccia di letteratura bisogna arrivare fino a pagina 736, terzo capitolo della sesta parte.
Mi domando se alla Rizzoli abbiano ancora idea di cosa significhi “narrativa”, classificare come romanzo un lavoro del genere è una vera e propria eresia. A parte il fatto che ci troviamo al cospetto di uno spreco di carta (ci sono almeno 700 pagine in più del necessario), “La scuola cattolica” al massimo può essere classificato come un “centone”, un breviario, un enorme calepino traboccante barzellette, aforismi, digressioni cervellotiche, aneddoti, storielle inutili e ossessive ripetizioni; per non parlare delle incursioni nel campo psicologico sempre a un passo dalla deriva Alberoniana…
In ogni capitolo c’è un concetto chiave dilatato, plasmato, modellato e rimodellato fino all’inverosimile; il modo migliore per fruire di questo libro, senza danni al sistema nervoso, è individuare il concetto, sottolinearlo e poi… passare al capitolo successivo. D’altra parte è lo stesso autore che, con una buona dose di sprezzante gigioneria, spesso e volentieri invita a saltare in blocco alcune parti che effettivamente risultano essere degli scogli terrificanti.
È evidente che la grande ossessione di Albinati è l’educazione cattolica ricevuta, che lo rende spietato nei confronti della borghesia e del suo terreno di coltura che cerca di analizzare, però, senza gli indispensabili strumenti marxiani che, chiaramente, non possiede.
E arriviamo ora ai famosi contenuti extra della versione digitale de “La scuola cattolica”, come al lettore viene spiegato nel colophon riguardano la nona e penultima parte, quasi interamente occupata, per una settantina di pagine, da una versione ridotta del cosiddetto "ultimo quaderno di Cosmo"; la versione integrale può essere scaricata gratuitamente da internet ed è presente nell’edizione eBook. Si tratta di un espediente narrativo (il classico e abusato sistema del “manoscritto ritrovato”), Albinati finge di ritrovare una pila di quaderni dalla copertina nera nell’abitazione dell'amato ex professore di italiano al San Leone Magno, tale Giovanni Vilfredo Cosmo, morto vecchio, stanco e malato all'epoca della stesura del libro. L'ultimo di tali quaderni, scritto evidentemente in limine mortis, è costituito da 414 pensieri, dalla lunghezza variabile, numerati progressivamente.
Un colpo di teatro per il nostro scrittore, evidentemente non pago di aver stressato il già stremato lettore con le sue innumerevoli digressioni moralistiche ottocentesche, si avventura in sottili analisi psico-sociologiche relative soprattutto al potere, al sesso e alla violenza (che per lui sono intrecciati in modo pressoché inestricabile); irrefrenabile in lui il bisogno di produrre un succo concentrato di pensiero tardo pascalian-leopardiano, una sorta di Bignami dell’opera prodotto “in corso d’opera”…
C’è da rimanere annichiliti dal coraggio di Albinati di proporre una roba del genere a un editore (per quel che è rimasto della mitica Rizzoli…) e dall’impassibile reazione dell’editor di turno che, evidentemente, aveva avuto ordine di assecondare in tutte le sue capricciose manie il famoso scrittore, già “destinato” fatalmente a vincere lo Strega.
Franco Arcidiaco
Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli 2016, pagine 1294, € 22,00

















domenica 16 aprile 2017

DUE LIBRI, DUE OPPORTUNE PROVOCAZIONI

Immerso nei flutti dell’epoca che mi è dato di vivere, nella quale patetici savonarola da strapazzo assurgono al ruolo di maître à penser intoccabili e indiscutibili, ho ripreso in mano un coraggioso libello del 1995 (“Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” di Vincenzo Zeno-Zencovich), accostandolo ad uno di recente uscita (“Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” di David Van Reybrouck); siamo al cospetto di raffinate provocazioni prodotte da due intellettuali, l’uno italiano l’altro belga, che provano coraggiosamente ad affrontare due tra i più grandi e mistificanti tabù della nostra società: la libertà di stampa e il sistema elettorale cosiddetto democratico.
Onde evitare stupide polemiche che, considerato il mio attuale ruolo politico, finirebbero col coinvolgere altre persone che mi onoro di rappresentare, mi limiterò a riportare alcune significative citazioni di entrambi i libri, astenendomi dal commentarle.
Cominciamo da Zeno-Zencovich (diretto discendente di quel Livio, che dal 1941 al 1945 fu redattore di ‘Radio Londra’) facendoci, però, preventivamente benedire da un grande pensatore indiscusso del calibro di Alexis de Tocqueville: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa produce”.
A pag. 10 leggiamo: “Diciamo pure che quel che va assicurato è la libera manifestazione del pensiero, anche se questo è vacuo o ripugnante, frivolo o imbecille. Ma cosa c’entra questo con l’attività di informazione? La quale rappresenta atti, fatti e idee altrui? Dove mai sta scritto che essi possano essere riportati secondo l’estro del resocontista? Lasciamo pure a editorialisti ignoranti e saccenti la licenza di esprimere le loro opinioni ma, vivaddio, si potrà esigere che il cronista accerti davvero se un disgraziato è stato ucciso durante un ‘rito satanico’ senza prendere per oro colato la velina della Questura?”.
“I giornalisti hanno tanto diritto alla libertà di stampa quanto il cassiere di una banca sui soldi che maneggia” (pag.11).
Nel nuovo ordinamento immaginato da Zeno-Zencovich “innanzitutto verranno soppresse le cosiddette ‘sale stampa’ in Questura. Naturalmente in ciò non vi è alcun astio o pregiudizio nei confronti delle forze dell’ordine, che in una situazione di generale inefficienza svolgono al meglio, e spesso con grandi sacrifici personali, il loro dovere. Ma il loro compito, appunto, è quello di mantenere, in senso lato, l’ordine, non di fare l’informazione: a ciascuno il suo. … Il vice-questore di turno scende in sala stampa e… distribuisce ai cronisti che gli fanno corona il resoconto delle avventure del giorno. Il cronista, raccolta qualche altra ghiottoneria dall’appuntato amico e compaesano, ci dà dentro di fantasia anche se non deve faticare molto perché ‘in tutta confidenza’, ‘a mezza voce’, gli sono stati rivelati alcuni particolari trucidi, piccanti o comici che faranno senz’altro la gioia dei lettori”. Per non parlare poi dei rapporti con i magistrati: “il giornalista è utilizzato come galoppino del sostituto procuratore di turno, mettendo a disposizione la sua penna, la sua firma, il suo giornale”. (pagg. 30-31)
Il titolo del paragrafo di pagina 33 è lapidario: scoop=cacca. “Lo scoop, infatti, è la negazione dell’informazione corretta: le notizie che vengono fornite sotto il suo influsso sono clamorose solo perché frettolosamente raccolte e sensazionalisticamente gonfiate”.
Succoso è il paragrafo riservato alle tecniche correnti nelle interviste; “Più facile e ricorrente è la tecnica di fare delle domande che sono solo degli sproloqui che contengono il confuso pensiero del giornalista, per poi mettere il contenuto in bocca all’intervistato. Esempio, l’intervista al vulcanologo. Giornalista: ‘Pensa che un’eruzione dell’Etna possa provocare lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord con l’innalzamento del livello dei mari e la scomparsa delle città lagunari?’. Intervistato: ‘È un’ipotesi fantasiosa, ma nel campo della scienza non si può tralasciare nulla’. Titolo sul giornale: ‘L’Etna minaccia Venezia’. Sottotitolo ‘Le catastrofiche conseguenze delle eruzioni nelle previsioni del famoso vulcanologo’. Naturalmente in prima pagina lo strillo è ancora più sintetico. ‘Intervista esclusiva al prof. Lapilli. Drammatico annuncio: maremoto a Venezia’.”
Gustosa l’ironia che Zeno-Zencovich riserva al rapporto giornali-pubblicità : “Se scrivete che l’olio di ricino fa schifo e fa male alla salute non aspettatevi di ricevere molte inserzioni pubblicitarie dai produttori di purganti e dalle associazioni di reduci della Repubblica sociale italiana”.
Le conclusioni del saggio ridimensionano il tono provocatorio: “Occorre dunque sopprimere la libertà di stampa? Sì. Ma nel contempo no. Come non occorre sopprimere la medicina e tornare alla stregoneria perché i medici sono dei cani; o sopprimere la giustizia e tornare alle ordalie perché i magistrati sono incapaci o corrotti. Occorre però sopprimere la ‘libertà di stampa’ come termine ambiguo che è all’origine di una mistificazione che avvantaggia solo i falsari senza offrire ai cittadini alcun diritto di cui già non godano”. “Il termine ‘libertà di stampa’ dà luogo a un ulteriore equivoco: quello di concentrare l’attenzione sul mezzo, ignorando del tutto il contenuto di quanto su esso viene pubblicato, quasi che esso fosse, per definizione, indiscutibile”. “Non vi può essere né libertà fondata sulla menzogna, né libertà di diffondere la menzogna”. E se qualcuno è pronto ad appellarsi alla fatidica ‘opinione pubblica’ ecco la sferzante sentenza dell’autore: “L’opinione pubblica non esiste, a meno che non si voglia confondere l’eco con la voce: incontrollabile, e comunque non verificata, anonima e non individuata, amorfa e raccogliticcia, l’opinione pubblica è solo un’invocazione o una giustificazione per un politico a corto di argomenti e per il giornalista che voglia imitarlo”.
L’assunto che è, invece, alla base del saggio di Van Reybrouck, teorico della sindrome di ‘stanchezza democratica’, è, se possibile, ancora più audace e sconvolgente per le anime belle; lo studioso, infatti, considera le elezioni un meccanismo primitivo, e intravede nel sorteggio regolato il futuro della democrazia rappresentativa. Il suo obiettivo è combattere il “feticismo elettorale”. “Ecco la prima causa della sindrome di stanchezza democratica: siamo diventati tutti dei fondamentalisti delle elezioni. Disprezziamo gli eletti, ma veneriamo le elezioni. Il fondamentalismo elettorale è la convinzione ferrea che una democrazia non sia concepibile senza elezioni, che le elezioni siano la condizione necessaria, fondante, per parlare di una democrazia”. Siamo sotto la “Dittatura delle elezioni”. “La democrazia diventa un kit Ikea per ‘delle elezioni libere e serie’ che il destinatario può assemblare sul posto, all’occorrenza, con l’aiuto del manuale d’uso, accluso nella spedizione”. “Il fatto che delle elezioni non favoriscano necessariamente una democratizzazione, ma possono frenarla e ridurla a niente, è dimenticato, per convenienza”. Con l’avvento del pensiero neoliberista “il cittadino diventa consumatore, le urne un’avventura”, il sistema dei partiti, che aveva creato e retto la democrazia nel dopoguerra, si è tragicamente sbriciolato e il comportamento dell’elettore non è più prevedibile. La soluzione è nella Storia e precisamente nel sistema di Atene, dove sorteggio e rotazione erano l’essenza della democrazia. Aristotele diceva: “Il sorteggio è democratico, l’elezione oligarchica” e Rousseau: “La via della sorte è più nella natura della democrazia”. D’altra parte una delle primissime critiche alla democrazia rappresentativa elettiva arriva nientedimeno che da Tocqueville, il quale lucidamente e nel 1830, considera “il momento dell’elezione del presidente degli Stati Uniti come un momento di crisi nazionale…”.
Ma quali sono i vantaggi del Sorteggio? “I cittadini sorteggiati non hanno forse le competenze dei politici di mestiere, ma hanno un’altra carta vincente: la libertà. Non hanno effettivamente bisogno di farsi eleggere o rieleggere. … Con il sorteggio si ottiene un campione più rappresentativo della società in seno all’organo elettivo …”.
“La via che dobbiamo scegliere oggi è quella di un modello birappresentativo, una rappresentanza nazionale che sia risultato di un meccanismo che associ elezione e sorteggio. Entrambi hanno le loro virtù: le competenze dei politici di mestiere e la libertà dei cittadini che non hanno bisogno di farsi eleggere. Il modello elettivo e il modello aleatorio funzionerebbero insieme. Il sistema birappresentativo è attualmente il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffrono tanti paesi. … Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia”.
Due libri coraggiosi, assolutamente indispensabili per chi non può più fare a meno di ritenere che la macchina democratica abbia bisogno di un buon “tagliando”.
Franco Arcidiaco
Vincenzo Zeno-Zencovich, Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa. Laterza, 1995, pagg. 84, £ 9.000
David Van Reybrouck, Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico. Feltrinelli, 2015, pagg. 158, € 14.00










LA NEVE DI SAN PIETRO, OVVERO LA MAGIA DEL NARRARE

Leo Perutz è un grande narratore di avventure. Nato a Praga da una famiglia ebreo-tedesca, allo scoppio della guerra nel 1914 si arruola nell'esercito austro-ungarico, si trova sul fronte orientale quando viene ferito e rimpatriato. In ospedale subisce l’asportazione di due costole ma rifiuta l’anestesia stringendo un panno tra i denti, finita l’operazione chiede al chirurgo le due ossa per darle in pasto al suo molosso, il quale, dopo averle annusate, s'allontana senza toccarle... Perutz esclama felice: “Il mio cane non è un cannibale!”. È uno dei tanti aneddoti, come quello che lo vede diventare esperto contabile di un’importante società dopo essere stato bocciato in matematica alla maturità, che non solo descrive l’uomo, ma rivela la genesi di molti dei suoi racconti che sono zeppi di personaggi eccentrici, stravaganti, ossessionati fino al fanatismo. Sfuggito al nazismo rifugiandosi in Palestina, smette di scrivere e muore dimenticato a 73 anni nel 1957.
Secondo Corrado Augias, una delle ragioni per le quali Perutz è stato trascurato potrebbe nascondersi proprio nella difficoltà di capire che razza di scrittore fosse, cioè di “dare ai suoi romanzi una collocazione sicura all'interno d'un genere riconoscibile”. Basta pensare che il suo “Il maestro del giudizio universale”, venne pubblicato per la prima volta in italiano nel 1931 nella collana dei “Gialli Mondadori”, in una traduzione modesta, liberamente rimaneggiata dai curatori; e che Borges ha pubblicato Perutz in Argentina includendolo in una collana di thriller d'alta qualità. Leggendo le pagine godibilissime di Perutz, si scopre una semplice realtà: ci troviamo al cospetto di un grande narratore, creativo, immaginifico e straordinario interprete dell’intrigante atmosfera d’inizio Novecento, che naviga tra feuilleton e alta scrittura con elegante disinvoltura. Abile tessitore di trame, adora giocare, manipolandolo, col destino dei suoi personaggi.
In questo “La neve di San Pietro”, che ho divorato in una giornata di vacanza sotto il Vesuvio, ci imbattiamo nell’enigmatica ricostruzione di un periodo della vita del dottor Friedrich Amberg, in particolare dei giorni compresi tra il 25 gennaio e il 2 marzo del 1932. Secondo le testimonianze, è stato ricoverato in stato d’incoscienza dopo essere stato investito da un’auto, davanti alla stazione ferroviaria di Osnabrück, mentre si recava a prendere servizio come medico condotto nel paesino di Morwede. Eppure lui ricorda benissimo di esserci arrivato a Morwede, dove, nell’ordine, ha conosciuto il fanatico e reazionario barone Von Malchin, ha ritrovato la donna perdutamente amata ed è stato gravemente ferito nel mezzo di un tumulto di piazza. Perutz non ci rivela la verità ma, come sua abitudine, indugia ambiguamente tra le pieghe dell’ignoto vestendolo di realtà, portandoci alla scoperta di un esperimento ambizioso e grottesco allo stesso tempo, figlio di una folle fissazione, che sortirà risultati tragici quanto sorprendenti. Il Barone Von Malchin è convinto che il mondo sia corrotto e che solo il germanesimo e la fede religiosa possano curarlo, che ogni mezzo sia lecito per raggiungere questa palingenesi. Questo lo induce a sperimentare sui paesani una droga sintetizzata da un parassita che infestava l'Europa fin dal Medioevo.
“Mi prese la mano e mi trascinò in una stanza che odorava di alcol e di loden fradicio. Un erbario era aperto sul tavolo, fra alghe, licheni e muschi d’ogni tipo. Da sotto il sofà faceva capolino un tirastivali in ghisa, a forma di cervo volante. Sopra il comò si trovavano, disposti su due file, alcuni recipienti in cui erano conservati sotto spirito i funghi commestibili e velenosi della zona. Un piccolo riccio lappava del latte da una ciotola di terracotta.”
Ma la sua convinzione non va pari passo con la realtà e non saranno gli inni sacri a risuonare in quelle lande, ma l'Internazionale. Il sogno del vecchio visionario, quasi un apprendista stregone di goethiana memoria, di rimettere sul trono d'Europa un discendente di Federico di Svevia "Stupor Mundi", finirà nel sangue, scempiato da quell’incontrollabile “anima delle masse” che lui stesso aveva risvegliato.
La Neve di San Pietro o Fuoco della Vergine, descritta nel romanzo, è dunque una malattia dei cereali causata da un fungo parassita che si manifesta con un velo bianco e produce sostanze allucinogene in grado di provocare estasi mistiche e visioni ascetiche. Il dipanarsi della storia, tra la restaurazione del Sacro Romano Impero Germanico degli Hohenstaufen (ovvero il Primo Reich) e l’avvento della Rivoluzione Bolscevica d’ottobre, indurrebbe a pensare che lo stesso Perutz ne sia stato preda…
L’incipit è assolutamente coinvolgente e ci immerge nei pensieri confusi di un uomo che si risveglia in un ospedale: frammenti e visioni che appaiono e scompaiono nella sua mente per un attimo prima che i ricordi lo investano con la violenza di un crollo. Ma quei ricordi appartengono a fatti veramente accaduti, o hanno ragione i medici quando insistono nel sostenere che è “solo” stato investito da un’auto e che quegli eventi li ha sognati?
"Quando la notte smise di tenermi prigioniero, ero una cosa senza nome, un essere privo di personalità, che non conosceva i concetti di ‘passato’ e ‘futuro’. Giacqui, forse per molte ore, o forse solo per una frazione di secondo, in una sorta di rigidità… Sarebbe facile dire: galleggiavo nel vuoto, ma sono parole che non significano nulla. Sapevo solo che esisteva qualcosa, ma che quel ‘qualcosa’ fossi io, questo lo ignoravo."
Il Barone descritto da Perutz è un individuo assolutamente certo del suo piano, con una volontà di ferro e dominato da un'energia reale ma sconosciuta, che evoca inevitabilmente un altro personaggio, che la Storia avrebbe liquidato come un pazzo, che di lì a poco avrebbe dimostrato al mondo intero di essere capace di dominare un'intera nazione, soggiogandola con la droga di un'aberrante propaganda e col fascino macabro di un'ideologia razzista di annientamento del più debole e del diverso.
Franco Arcidiaco
Leo Perutz, La neve di San Pietro, Adelphi 2016, pagg. 184, € 18,00









domenica 9 aprile 2017

LA CULTURA È STRUMENTO DELL’INCLUSIONE SOCIALE

Il tema migranti-accoglienza-integrazione è ormai talmente ricorrente sulle colonne dei giornali e sui social da risultare a rischio di deriva retorica. Se poi aggiungiamo l’aspetto antinomico che riguarda precipuamente una terra come la nostra che da terra di emigrazione è diventata d’immigrazione, il gioco è fatto. D’altra parte non possiamo dimenticare che metà della popolazione italiana è andata via negli ultimi cent’anni, e per la maggior parte si tratta di meridionali; adesso però “i bastimenti” percorrono il cammino della speranza al contrario. Non serve essere un mago della statistica per costatare che la tendenza dell’emigrazione si è rovesciata ed oggi il nostro Paese è diventato, anche se in minor rilevanza rispetto agli altri stati europei, un Paese multietnico.
È evidente che le migrazioni producono effetti sociali considerevoli a seguito dell'inserimento degli immigrati in un contesto culturale differente da quello d'origine. Il contatto tra i locali e i nuovi arrivati provoca una conseguenza positiva nello scambio culturale per quanto riguarda gli usi, i costumi, i saperi, i valori, le istituzioni. Ma è innegabile che dall'incontro possano scaturire ostacoli di varia natura, quali la diffusione di atteggiamenti razzistici o il nascere di separatismi e ghetti; proprio qui entra in gioco il ruolo della cultura come strumento di inclusione sociale, che si sta rivelando sempre più centrale di fronte ai massicci fenomeni migratori, dimostrando che possono diventare un’opportunità per un paese come l’Italia che ha raggiunto il punto più basso di natalità nel corso della sua storia.
La cultura di un territorio fa riferimento alle molteplici arti che si sono sviluppate in esso, ma anche alle esperienze, conoscenze, storie di vita delle persone che hanno vissuto e vivono in quel contesto. Il territorio non può essere inteso solo come luogo fisico, ma come l’insieme delle culture, delle relazioni, degli attori che hanno vissuto e fanno riferimento ad esso.
Si rompe pertanto la divisione dei ruoli fra chi produce e chi fruisce della cultura perché il cittadino è al tempo stesso consumatore, ma anche produttore di cultura. In questa prospettiva, nel territorio, la cultura tende ad assumere nuovi ruoli e nuove funzioni. Una cultura che promuove accoglienza, che costruisce benessere, che arricchisce il turismo, che produce sviluppo economico, che crea nuovi linguaggi, che educa e forma le nuove generazioni.
È fondamentale però rafforzare “dal basso” il dialogo interculturale.
Dal 7 al 14 maggio prossimi a Torino si svolgerà il “Festival della Cultura dal Basso” (www.festivaldellaculturadalbasso.it) che sarà realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo e dell’assessorato alla Cultura della Città di Torino. L’obiettivo è insegnare a lavorare per migliorare la percezione di un territorio e la qualità delle relazioni tra le persone. Si tratta di un’esperienza che intendiamo replicare nella nostra città ed in questa direzione ho già avviato i contatti con gli organizzatori piemontesi. Un altro esperimento che stiamo avviando nella nostra città riguarda da vicino la letteratura o meglio la narrazione, il tema del progetto è il racconto e la tradizione orale quale strumento per facilitare la lotta contro la discriminazione e l’emarginazione, per una riqualificazione del tessuto culturale nelle periferie dell’Europa. L’intento è di avviare metodi di lavoro innovativi, basati sull’educazione non formale e sulla narrazione, intesa come trasferimento di conoscenze tra gli esseri umani; le parole acquistano così una forte valenza interculturale, aldilà di qualsiasi età, confine o barriere, per diventare lo strumento privilegiato di rappresentazione di ogni identità, individuale e collettiva.
Alla base c’è la convinzione che “Ascoltare e raccontare storie è uno dei principali e fondamentali bisogni dell’uomo”. L’esigenza della trasmissione orale, nasce come diritto a esprimere noi stessi. Queste tematiche saranno al centro della Fiera “San Giorgio una Rosa e un Libro” che si svolgerà nella nostra città presso il Palazzo Corrado Alvaro, ex Provincia, i prossimi 21, 22 e 23 aprile.
Franco Arcidiaco, delegato alla Cultura del Sindaco Giuseppe Falcomatà

lunedì 27 marzo 2017

MATERA: LA CITTÀ-DONNA DI DANTE MAFFIA

Tra le tante cose che mi legano a Dante Maffia non ultima è l’attrazione fatale per Matera e i Sassi. Immaginate, pertanto, con quale entusiasmo ho accolto questo suo recente poemetto, “Elegie materane”, che è l’ennesima dimostrazione del livello elevatissimo raggiunto dal grande poeta e narratore jonico; Carmine Chiodo lo annovera tra i sommi del Parnaso senza esitazione alcuna. Lo scorso dicembre a Roma, durante la presentazione a Più Libri Più Liberi, Dante ha letto personalmente molti versi coinvolgendo ed emozionando il folto pubblico e i critici presenti con accenti di travolgente intensità (tra i critici, oltre a Chiodo c’erano Cristiana Lardo, Francesca Vannucchi e Giorgio Taffon). La mitica Matera, col suo sapore ancestrale, costituisce l’ideale scenario elegiaco per l’eloquio lirico di Maffia. Il poeta vive in uno stato di permanente e completa libertà, guidato e protetto dalla sua Musa invincibile; si può permettere così di investire della sua furia Dio in persona, colpevole di non favorire il trionfo dell’amore e della bellezza, rivendicando con veemenza il primato della Poesia (“…ma avevo stabilito all’origine/ la precedenza dei poeti sulla bellezza”; “Ma devi dirmi che cos’è l’amore,/ non puoi sempre giocare o lasciar correre,…”). L’amore del poeta per la città-donna è sconfinato e grande è il suo terrore di perderla o, peggio, di vederla trasfigurarsi in direzione di un progressivo snaturamento; (“Matera è innocente, non merita lo scandalo del guaire,/la dispersione della sua storia. Il suo passato/ deve restare a vegliare la rincorsa/ e non nascondersi dietro angoli bui”). Dio non può chiamarsi fuori e Maffia è pronto a stigmatizzare il tranello del libero arbitrio: “Non l’hai creata Tu. Tu quando decidesti/ d’interrompere il silenzio millenario che ormai debordava/ per i campi del cielo e dentro le stoviglie della Tua mensa,/ affidasti all’uomo e alla donna il compito/ di concepire. Tu non hai concepito, non hai avuto azione/ per la sua venuta. O invece tutto è finzione/ e si ritorna sempre al medesimo guasto/ del libero arbitrio?”; e ancora: “Smetti di comportarti da padrone, d’aggrovigliarti nei simboli,/ cadere a peso morto nel bicchiere/ d’un qualsiasi avventore notturno che tracanna/cognac in piena notte.”, “…E ricordaTi che io amo diversamente da Te,/ che le mie cicatrici non sono guaribili,…”.
Il canto d’amore di Dante Maffia raggiunge vette sublimi quando evoca le suggestioni intrinseche al suo luogo natio: “Amare, amare, ci resta solo amare/ e non al modo in cui amano le tenebre/ abbracciando in un solo gesto sogno e realtà;/ amare, amare come amano le rose/ mentre sbocciano e mandano al cielo l’aroma sublime/ della loro frenesia; amare come si amano il mare e i fondali/ dello Jonio in continua lotta, abbracciati indissolubilmente./ Io l’amo così, io sono il fondale, lei le onde”.
Il linguaggio sempre più immaginifico di Dante regala versi destinati all’immortalità: “Quale la formula per riconoscere le albe dai tramonti?”, “Non siate certi della vittoria. Una battaglia non è la conclusione/ e il coro resti compatto a cantare in tutte le chiese.”, “Correre verso il baratro rinnova le tensioni,/ aggiusta il brivido coi colori della dissolvenza.”, “Dimmi tutte le bugie necessarie/ perch’io resti impigliato nelle barbarie luminose/ del Dubbio. E non spingermi sul vuoto, le vertigini/ hanno preso il sopravvento.”, “Misteriosi enigmi che diventano incestuosi dilemmi/ della luce e delle tenebre che fingono d’essere in lotta.”
Ma non è solo Dio a deludere il Poeta sconsolato, egli non intravede altresì soluzione terrena: “Le teorie sono alla deriva./ All’erta c’è chi geme/ sopra libri funesti, in ingorghi di postille e si dispera./ Non ci sono luoghi privilegiati/ per sfuggire alla tempesta delle metafore”.
In tale contesto nemmeno la natura riesce a delineare al poeta un quadro consolatorio, al punto che è costretto a registrare “l’assurda metamorfosi delle falene che non conoscono la prassi”, “le infingarde astensioni delle farfalle che non sanno più scegliere/ la stagione del canto e quella della morte” oppure “il mistero del maturo connubio di edere assatanate”.
Dove riporre la speranza allora? Dante non ha dubbi, sono i giovani la speranza. I giovani che “affermano la vita e basta,/ magari con intemperanze, ma sono nella vita,…”, quella vita che abbonda nella città di Matera “Matera ne ha tanta! Lei ne ha tanta” e il futuro è esclusivamente nelle sue mani.
Franco Arcidiaco
Dante Maffia, Elegie materane, Lepisma edizioni, 2016, pagg. 120, € 12,99