martedì 19 maggio 2020

L'UNIONE SOVIETICA FU L'ARTEFICE DELLA VITTORIA CONTRO IL NAZIFASCISMO

Cari compagni! Cittadini russi! Cittadini di tutta l'Unione Sovietica!
Oggi questa festa è arrivata a noi, a 75 anni della Grande Vittoria del popolo sovietico sulla peste bruna del ventesimo secolo, il nazifascismo. Sull'altare della Vittoria sono andate 27 milioni di vite dei nostri amici e parenti. Eterno a loro il nostro ricordo riconoscente!
Quel tempo fantastico è cambiato. Sembra che recentemente la memoria di quelle ultime battaglie della guerra si sia estinta, anche se ci sono ancora testimoni viventi: i veterani della Grande Guerra Patriottica, quando l'Europa, liberata dai fascisti, incontrò il soldato liberatore sovietico con i fiori.
Ma oggi l'atmosfera nel mondo è diversa, si celebra questo anniversario in diversi modi. In Occidente, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, hanno annunciato di aver sconfitto loro la Germania. La medaglia internazionale emessa per il
75° anniversario della Vittoria non ha considerato necessario rappresentare la bandiera dell'URSS tra le bandiere dei paesi vittoriosi, sebbene fu l'Unione Sovietica guidata da Stalin a sostenere il peso della lotta contro il blocco fascista della Germania e dei suoi satelliti dell'Europa occidentale. Più di 3/4 del numero totale di divisioni nemiche combatterono sul fronte sovietico-tedesco. Fu sul territorio dell'URSS che si verificarono gli eventi più tragici e determinanti della guerra. A Praga, per l'anniversario, decisero di rimuovere il monumento al maresciallo I.S. Konev, le cui truppe salvarono questa città dalla completa distruzione. In Ucraina, sono stati attaccati e vandalizzati non solo i monumenti dei nostri illustri comandanti, ma anche dei semplici soldati liberatori, tra cui una parte significativa erano gli stessi ucraini. Alle nuove generazioni ucraine viene insegnato che la libertà e l'indipendenza dell'Ucraina sono state difese da Bandera nella lotta contro il bolscevismo, i selvaggi e i carnefici della loro gente, diventano eroi.
75 anni fa, i nostri padri, nonni, bisnonni difendevano la libertà e l'indipendenza della Patria sovietica, dandole un cielo sereno sopra la testa e la fiducia nel domani. Noi, oggi viventi, dobbiamo ricordare che nelle nostre anime vivono i cuori di coloro che hanno dato la vita per il nostro futuro pacifico. Questi sono i cuori di coloro che sono periti, ma ci sono vicini e in unione, da Brest a Minsk, da Mosca a Leningrado, Stalingrado, Sebastopoli, a Odessa e Novorossijsk, Kerch e Murmansk, sul Dnepr, sul Buh, Nistro, Danubio, a Varsavia, Budapest, Vienna e Praga e che, nei giorni di maggio del 1945, issarono lo stendardo della nostra Vittoria sul sconfitto Reichstag, nella tana fascista della nemica Berlino. Ed è proprio questa Bandiera che sventolerà nella libera Russia socialista.
Il Presidium del Consiglio centrale degli"Scienziati socialisti russi”
A cura di Enrico Vigna

domenica 26 aprile 2020

QUESTO LUNGOMARE S'HA DA FARE

Spett. direzione Il Quotidiano del Sud
Periodicamente appaiono sul Quotidiano appelli di fantomatici movimenti ambientalisti a sostegno di un’assurda battaglia volta a bloccare i lavori di completamento del lungomare di Marina di San Lorenzo, località balneare in provincia di Reggio.
Marina è una frazione dell’antico Borgo di San Lorenzo che, pur avendo condiviso il destino di abbandono di gran parte dei nostri paesi montani, mantiene una certa vitalità grazie a un’amministrazione retta dal sindaco Bernardo Russo, attivo e molto amato dalla popolazione, coadiuvato dalla giovanissima Carmela Battaglia, preparata e combattiva vicesindaco. Entrambi sono calunniati e sbeffeggiati da un gruppo di personaggi malmostosi e in malafede che si spacciano per ambientalisti.
Le dico solo che nel borgo montano sede del Municipio (dei 2.500 abitanti complessivi del Comune, solo 180 risiedono nel borgo) è stato realizzato un Palazzo della Cultura che ospita una fornitissima biblioteca-emeroteca comunale e due associazioni culturali molto attive nel territorio.
Purtroppo anche questo territorio risente dei mali endemici della nostra regione, che il suo giornale non ha mai esitato a denunciare e condannare, sapendo bene che tutti noi viviamo sulla nostra pelle le terribili conseguenze dell’estremo degrado al quale è stato condannato il nostro territorio da decenni di politiche scellerate.
Veda caro direttore, io sono però convinto che nessun calabrese si possa ritenere indenne da responsabilità, men che meno gli ambientalisti veri o presunti, che non hanno mai saputo esprimere una seria azione di contrasto, ma hanno subìto sempre passivamente, limitandosi a strillare di tanto in tanto. Levare legittimamente la voce contro l’ipotesi della centrale a carbone a Saline Joniche e chiudere gli occhi sulle condizioni di estremo degrado in cui versa tutto quel territorio da cinquant’anni, ha il sapore dell’ignavia o peggio della connivenza. Mai una proposta concreta è pervenuta circa lo smantellamento dello stabilimento della Liquichimica, la salvaguardia del Pantano, la demolizione degli ecomostri e il disinsabbiamento del porto. L’intero territorio calabrese è costellato di ecomostri, siamo conosciuti in tutto il mondo come terra del “non finito” e le nostre frazioni collinari e marine sono orrendamente deturpate da questo fenomeno; mari e corsi d’acqua risentono dell’assenza di un sistema efficiente di depurazione, il nostro meraviglioso paesaggio è solo un ricordo o una finzione da Photoshop.
La invito a fare un giro in auto sulla vecchia statale 18 da Tropea a San Ferdinando di Rosarno, si tratta di 39,2 chilometri di meraviglia assoluta se guardi verso il mare e altrettanti di orrore se guardi alla tua sinistra. Il tratto di costa più bello del mondo non ospita una sola struttura ricettiva, né uno stabilimento balneare, ma solo sporcizia, degrado, vegetazione incolta e qualche rudere. Questo è l’emblema della follia della Calabria.
Dove non si è riusciti a edificare ecomostri ci si è rassegnati all’abbandono e all’incuria. Nessuna traccia di bellezza. In ossequio a una logica ambientalista provinciale e stracciona, una politica incapace e pavida non è riuscita a pianificare un modello di sviluppo basato sull’edificazione di villaggi turistici, complessi alberghieri e stabilimenti balneari.
Marina di San Lorenzo non fa purtroppo eccezione, la costa Jonica è stata in parte protetta dalla cortina di ferro della ferrovia ma, prima della famosa Legge Ferrara, in tutti i paesi rivieraschi sono sorte ville (la maggior parte di pessimo gusto) che ospitano d’estate i villeggianti reggini, proprietari o inquilini rigorosamente in nero. Queste abitazioni sono state in parte condonate, ma sono tutte addossate alla ferrovia e ne impediscono tra l’altro il raddoppiamento e l’elettrificazione dei binari, le motrici vanno ancora a gasolio. Una di queste ville di Marina di San Lorenzo è di proprietà di una famiglia, il cui rampollo è uno degli alfieri della squallida sceneggiata pseudo ambientalista contro il sindaco Russo. Davanti alle ville corre il lungomare e si stende quella che è stata, fino a un decennio addietro, una splendida spiaggia, larghissima e ricca di finissima sabbia e di dune naturali; oggi è diventata una striscia striminzita anche in conseguenza della mancata manutenzione del porto di Saline Joniche. D’estate, Marina di San Lorenzo è sempre stata tra le spiagge più frequentate della provincia reggina e dopo gli anni bui della guerra di mafia che coinvolse anche alcuni aspiranti operatori turistici, sono apparse delle strutture balneari organizzate e realizzate secondo le norme vigenti, escluso una, enorme e diventata subito popolare, che però dopo un paio d’anni di attività è stata dichiarata abusiva per molti aspetti, inoltre si è scoperto essere realizzata su enormi strutture di cemento edificate sulla spiaggia. Di questo gli “ambientalisti” non si erano mai accorti, ma ci ha pensato, guarda un po’, proprio il sindaco Russo a completare l’attività dell’autorità giudiziaria e giungere alla confisca e alla demolizione integrale della struttura. Compiuta quest’azione virtuosa, lo stesso sindaco ha stabilito che in quell’area debba sorgere una rotonda pubblica intestata al giudice Antonino Scopelliti fornendo un chiaro e coraggioso segnale di contrapposizione alla criminalità organizzata. Nel contempo, però, quando gli arredi e gli strumenti dello stabilimento sono stati messi all’asta, se li è aggiudicati una cooperativa sociale che gravita nel presunto movimento ambientalista di cui sopra.
Per arrivare al punto cruciale deve sapere che lo stesso sindaco ha deciso di completare i lavori di sistemazione del lungomare, che era stato realizzato al 50% e lasciato incompiuto dalla precedente amministrazione sciolta per mafia, reperendo i fondi e avviando i lavori in ossequio a tutte le normative vigenti. Consideri che la parte rimasta incompleta era degradata, senza marciapiedi e pista ciclabile, in terra battuta quindi polverosa e sporca nella stagione estiva e preda dei marosi nelle altre stagioni; il completamento quindi è stato disposto in totale aderenza al progetto originario e non poteva essere altrimenti, pena la perdita del finanziamento. I lavori sono, per fortuna, a buon punto e già sono stati sistemati tutti i sottoservizi stradali. Mi chiederà il perché di questo accanimento, intanto le premetto che moltissimi firmatari dei farneticanti appelli hanno aderito per forza di inerzia, la loro buona fede è stata irretita dalla stringente retorica che i movimenti ambientalisti sanno tirar fuori quando decidono di intraprendere una battaglia. Ho provato a dialogare con alcuni di questi personaggi che politicamente non mi sono nemmeno distanti; le assicuro che nel discuterci è sopraggiunto in me un senso di avvilimento, per la delirante demagogia che li porta a negare anche le più chiare evidenze. Concludo chiedendo al suo giornale di mantenere alta l’attenzione, per evitare che anche questo meraviglioso tratto di costa sia condannato a marcire nel degrado e nel sottosviluppo.
Franco Arcidiaco

CON LA MATITA ROSSA E BLU HANNO ATTIZZATO IL FUOCO...

Con la matita rossa e blu hanno attizzato il fuoco…
Davanti alla porta aperta chiaramente forzata, mi sono fermato sulla soglia per aspettare la polizia, ho sbirciato dentro ed è stato un tuffo al cuore; appena arrivati gli agenti, ho chiesto di poter salire al piano di sopra, mi sono precipitato nella stanza dove è ricostruito lo studio di Italo… avevo un presentimento… sul tavolo affianco alla macchina da scrivere ho cercato la matita rossa e blu e non era al suo posto, addirittura alla povera Olivetti hanno divelto e accartocciato i martelletti dei caratteri, gli occhiali sono volati in un angolo, la borsa di cuoio capovolta, le bretelle rosse e la cravatta ridotte a uno straccio, i cassetti sul pavimento, le carte sparse a terra… i libri non li hanno toccati, sono rimasti, come per incanto, immobili sugli scaffali, la cornice di un quadro appesa e la foto scomparsa… metodo o stupida follia?
Mi sono riavvicinato alla scrivania e sul ripiano ho visto miracolosamente illeso il cartoncino quotidiano di Italo. Italo, tutti i santi giorni, appena alzato prendeva un cartoncino 12x17 lo intestava “Il mestiere di sindaco”, segnava la data del giorno e poi annotava con la matita rossa e blu (in base all’importanza) gli impegni che lo attendevano. Ho cercato ancora concitatamente la matita ma non c’era traccia, sono andato in segreteria, dove un agente stava esaminando lo sfacelo di una coltre di foto e documenti bruciacchiati e sparsi sul pavimento; la scientifica mi ha detto che non dovevo toccar nulla ma in un angolo ho scorto un legnetto rosso bruciacchiato ai lati, quel che era rimasto della matita rossa e blu!
Non ci avete fatto niente maledetti, andremo avanti più forti e determinati di prima. Quel che conta è l’esempio, notoriamente costituito da materiale ignifugo.
“L’esempio è la forza del pensiero successivo”. Italo Falcomatà
Franco Arcidiaco, Sede Fondazione “Italo Falcomatà” 24 aprile 2020 Reggio Calabria

domenica 19 aprile 2020

LOUISIANA RED, MIDNIGHT RAMBLER - IL BLUES È SEMPLICITÀ di ARMANDO CEREOLI

È stato detto molto su questo nobile genere musicale. È stato rinnegato dalla chiesa, disconosciuto da tanti sedicenti critici musicali (non ultimo un cronista del Tg1 che non ha trovato nulla di meglio che identificare Zucchero come il "Re del Blues"!!!), snobbato dal grande pubblico, confuso con manifestazioni musicali completamente diverse.
L'essenza del Blues rimane forse in una frase pronunciata da Mario Insegna, potente batterista dei partenopei Blue Stuff: "Il Blues è semplicità". Punto. Non si tratta di fare discriminazioni sul colore della pelle o sul paese di provenienza del musicista; è vero che i neri, soprattutto se americani, possono suonare blues meglio di chiunque altro, ma chiunque nell'animo abbia semplicità e sensibilità da vendere può fare suo il blues, amarlo e viverlo.
Una sera di Capodanno del 31 dicembre 1999 al Big Mama si è perpetuata nuovamente questa tradizione; Louisiana Red, uno dei suoi più significativi sostenitori, ha prestato sentimenti e chitarre al più genuino saluto di millennio cui potessi pensare di partecipare. Più di sei ore di musica continua, un paio di pause, tanto sudore e gioia di vivere. Una gioia che non è stata intaccata da un'infanzia infelice, dal ricordo di un padre assassinato dal Ku Klux Clan, ma anzi che ha tratto linfa vitale e tanto ottimismo proprio dalle difficoltà della vita. Anche questo è Blues.
Guarda caso Mario Insegna era proprio il batterista prescelto per accompagnare Louisiana. Lo abbiamo fermato durante una pausa io e i miei amici per trovare risposta ad un quesito che ci eravamo posti: avevano forse fatto qualche prova per quella serata? La risposta del grande Mario: niente, solo un paio d'ore prima dell'inizio della maratona per mettere a punto forse qualche idea che Louisiana aveva in testa e che poi puntualmente non ha tirato fuori durante la serata, trascinato da se stesso in un impeto inimmaginabile. Più semplice di così...
Due parole biascicate al microfono in uno slang quasi incomprensibile, una specie di monologo interiore in cui ogni tanto si distinguevano nomi come Muddy Waters, Buddy Guy, un collo di bottiglia all'anulare della sinistra, ed ecco che parte il riff su sei corde quasi straziate con il pollice e l'indice della destra; 3, 4, lo stacco di Mario e via in dodici ottavi a tutta birra. Tre quarti d'ora come niente, la durata tipica di uno dei suoi blues, improvvisazione, improvvisazione, ma anche tanto spazio ai suoi compagni d'avventura.
Basta un suo gesto della sinistra, che abbandona per un istante il manico della chitarra, ed è il finale del brano, un ammiccamento con la testa ed è il momento dell'assolo per gli altri, nessuna regola e al contempo una precisione cronometrica, roba da far impallidire qualsiasi megaproduzione live.
Ma chi erano in confronto quei quattro cafoni pompati da decine di migliaia di watt che quella notte starnazzavano tra San Pietro e Piazza del Popolo? Restassero pure là, da parte del sottoscritto nessun invito nè a loro nè ai loro adepti a condividere simili emozioni, perchè Louisiana e tutti quelli come lui sono solo per pochi intimi, affollarsi davanti a loro in qualche migliaio significa... perderli. Ed anche questo è Blues.
Di lui Eric Clapton ha detto che è l'unico musicista capace di suonare 48 ore di seguito senza fermarsi, e come non crederci a vederlo? Da parte sua nessun atteggiamento da star o peggio ancora da grande vecchio del mondo che ha vissuto. Il suo modo di adagiare il suo corpaccione da bluesman nero incallito ricorda un pò quello di John Lee Hooker o di Ray Charles; due impenetrabili occhiali scuri fissi sul naso, testa bassa sulla sei corde, labbro inferiore pendente e il tacco della scarpa sinistra sempre a pestare sul pavimento.
Migliaia di anni luce lontano da qualsiasi millennium bug, da qualsiasi marketing, da ogni ansia da consumismo o da palinsesto televisivo, forse lo stesso scatto di millennio lo tocca come un moschino che si posa sul suo naso. Al di sopra di tutto, ma non distaccato, con poche semplici parole potrebbe raccontare molto di più del mondo lui che il miglior reporter vivente e forse anche piangere lacrime più sincere delle nostre nel vederne brutture e meschinità. Anche questo è Blues. Così ho cominciato il 2000, oserei dire con qualcosa di più nel cuore e di certo con la voglia di prendere ad esempio una persona. Il mondo è così pieno di eroi fasulli che ogni tanto incontrarne qualcuno autentico, che non abbia né lustrini né plastica intorno a sé, ma che si presenta solamente come un uomo qualunque seduto su una sedia con la sua chitarra, è ossigeno per l'anima.
Questo è Louisiana Red, questo è il Blues. Grazie di esserci, ad entrambi.
Armando Cereoli
BIOGRAFIA di LOUISIANA RED
Iverson Minter, noto come Louisiana Red (da non confondere con i chitarristi Paul Johnson e Vincent Duling, che adottarono anch'essi lo pseudonimo di Lousiana Red), incise con i nomi di Walkin Slim, Guitar Red, Crying Redm Rocky Fuller, Playboy Fuller.
In seguito alla morte della madre pochi giorni dopo il parto e all'assassinio di suo padre per mano del Ku Klux Klan, vive un'infanzia traumatica e viene allevato da una lontana parente a New Orleans, dove impara a suonare l'armonica.
All'età di 10 anni, trasferitosi a Pittsburgh, riceve in regalo la sua prima chitarra, e poco tempo dopo è in grado di mantenersi suonando agli angoli delle strade, dove viene notato e ingaggiato per alcuni Blues Shows dai responsabili di una radio locale.
Cominciano poi i suoi vagabondaggi solitari (o insieme a oscuri compagni di avventure come Joshua Tanner e Orville Witt). Nel 1949 Lousiana Red è a Chicago, dove si fa notare grazie a uno stile "bottleneck" grezzo e impreciso ma molto caldo e coinvolgente, suonando con Muddy Waters, John Lee Hooker e Jimmy Red. Incide quindi un singolo per la Checker di Philip Chess (accompagnato da Walter Horton) sotto lo pseudonimo di "Rocky Fuller", e finalmente nel '60 sfonda con lo pseudonimo che lo renderà famoso.
Propone un vasto repertorio che comprende brani quali Thirty Dirty Women (una delle innumerevoli variazioni del classico di Speckled Red Dirty Dozen), Keep Your Hands Off My Woman, too Poor to Die, Working Man Blues - ma lo scarso successo commerciale, a dispetto della popolarità, lo spinge ad allontanarsi temporaneamente dall'ambiente musicale.
Si trasferisce in Georgia, dove lavorerà come raccoglitore di arance insieme al fratello, rimanendo indelebilmente segnato dalla morte di quest'ultimo (nel '72 travolto e ucciso da una macchina agricola); Herb Abaramson lo riporta in sala di incisione per la Atco, ma ben presto sorgono intricati problemi legali con la casa discografica stessa: così Lousiana Red inizia una indipendente e frenetica attività dal vivo, accompagnato dal gruppo The Bluesettes, i cui momenti topici sono gli annuali Folk Festival di Philadelphia, di Montreux, di Nancy e il classico Henry Blues Festival.
Dal sito “Blues&Blues”

giovedì 9 aprile 2020

SUGAR BLUE: LA RIVOLUZIONE NELL’ARMONICA di RICCARDO GROSSO

Riascoltando un vecchio CD ho ritrovato un mago dell'armonica; per parlarvi del grande Sugar Blue ho preso in prestito questo pezzo di Riccardo Grosso, che ringrazio, vero competente in materia:
Sugar Blue (nome d’arte del newyorchese James Joshua “Jimmie” Whiting) è un armonicista che ha decisamente rivoluzionato l’armonica come strumento nella Blues music e aperto i limiti supposti dello strumento stesso. Probabilmente il riconoscimento dal grande pubblico è per il riff del singolo dei Rolling Stones intitolato “Miss You” ma considerarlo solo per questo sarebbe limitativo e irrispettoso per l’importanza di questo armonicista. Amato dai musicisti, soprattutto dall’approccio moderno, quanto – purtroppo – spesso snobbato dai puristi del Blues, Sugar Blue rappresenta una delle pietre miliari dell’armonica perché ha saputo elaborarne lo stile, inserendo influenze jazz e una tecnica raffinata, partendo dal Blues ed espandendosi al Rock e ad un sound moderno, volutamente diverso dalla tradizione, per poter supportare uno stile tanto musicale quanto elaborato. Nel corso della sua carriera, Sugar Blue suona con Johnny Shines, Roosevelt Sykes e Louisiana Red. Secondo Ronnie Wood, Blue Sugar fu trovato da Mick Jagger mentre faceva busking sulle vie di Parigi e venne ingaggiato per suonare su diverse tracce degli Stones: “Some girl”, “Send it to me” e “Miss You”.
La sua voglia di rimanere nel Blues e imparare direttamente di maestri lo fa rifiutare di unirsi agli Stones, dopo queste registrazioni. Il trombonista Mike Zwerin suonò su Crossroads (1979) album di debutto di Sugar Blue. L’armonicista fu parte della Willie Dixon’s Chicago Blues All Stars. Capacissimo di suonare il Blues tradizionale, Sugar Blue nel 1985 vince un Grammy per il “miglior album blues tradizionale”, due anni dopo è nel film Angel Heart a fianco di Brownie McGhee.
Devi capire che la musica che stai suonando è una cornice. La cornice del quadro. Il vero quadro, la vera immagine del Blues sono le canzoni che scrivi. Sugar Blue
Suona principalmente in seconda e terza posizione e usa alcuni lick in entrambe le posizioni. Suona tutto in tongue-blocking, fatto che rende il suo modo di suonare, così veloce, articolato e se vogliamo indecifrabile, ancora più straordinario.
Uno degli elementi del suo stile è la scelta di note non standard in momenti precisi e l’uso di arpeggi fuori dallo standard Blues, quando suona in seconda posizione. In pratica suona come faceva Charlie Parker, inserendo l’estensione degli accordi: l’undicesima, la tredicesima, passando per il primo grado. Un’idea tipica del bebop, che proietta anche sull’ottava alta dell’armonica e suonano con un sapore decisamente differente sul Blues.
Il suono amplificato è carico di compressione, che facilita l’uso dell’ottava alta, e usa un riverbero abbastanza presente.
Non dimentichiamo, però, che Sugar Blue è un maestro della tecnica, ha grandiosa musicalità ed è geniale anche quando si tratta di suonare nello stile tradizionale: pur rimanendo nel linguaggio tipico del genere, lascia trasparire la sua personalità senza uscire dal contesto musicale.
Riccardo Grosso






venerdì 3 aprile 2020

DALLA PARTE DELL'EDITORE

Dalla parte dell’editore - Diario in Corona Virus F.U.I.S.
Una situazione certamente inedita quella che stiamo vivendo costretti dalla pandemia, uno scenario distopico da videogame o da bmovie genere catastrofico. Naturalmente le reazioni individuali sono tra le più disparate e, apparentemente, quelle meno scomposte dovrebbero pervenire dalle classi intellettuali. Chi trae reddito dal leggere o dallo scrivere non può che ottenere beneficio da un “soggiorno obbligato” temporaneo in casa; questo discorso vale in parte, ma solo in parte, anche per un editore. Faccio parte della “mitica” categoria degli “editori indipendenti” e da trent’anni, con mia moglie Antonella, svolgo la missione impossibile di mantenere attivo il bilancio di un’azienda editoriale in una realtà in cui parlare di “indici di lettura” equivale a un eufemismo. La terziarizzazione del lavoro è una pratica molto diffusa nel settore e di conseguenza il telelavoro (oggi “Smart working”) è prassi abituale. In questi giorni, quindi, riusciamo a svolgere normalmente e regolarmente la fase di prestampa, vale a dire quella parte di lavoro che concerne la valutazione del testo, l’editing, la grafica, l’impaginazione e la realizzazione della copertina. Una volta completata questa fase e ottenuto il “Visto si stampi” dall’autore, il testo passa in tipografia, da questa passa al nostro magazzino di spedizione, quindi al distributore, da qui in libreria e… finalmente al lettore. Per noi comincia da questo momento la fase della post-produzione e della promozione del volume. In condizioni normali la vera lotta inizia appena fuori dal nostro magazzino, ed è già una lotta ìmpari; la filiera della distribuzione, infatti, è saldamente nelle mani di un micidiale cartello costituito dai grandi editori, che impongono i loro prodotti alle librerie, riducendo al lumicino i margini di trattativa e quindi d’ingresso nel punto vendita dei libri prodotti dagli editori medio-piccoli. L’unica possibilità che hanno quindi gli editori di questa fascia, che poi, attenzione, sono quelli che pubblicano i libri di qualità, è di tessere una fitta rete di relazioni con associazioni culturali, gruppi di lettura e librerie indipendenti (non di “catena”), per organizzare presentazioni pubbliche dei volumi in maniera capillare in tutto il territorio nazionale; indispensabile in questo meccanismo è il ruolo dell’autore, vero fulcro attorno al quale girano tutti gli ingranaggi. Siamo arrivati dunque al nocciolo del problema: con il logico e sacrosanto divieto di riunione e la meno logica e meno sacrosanta chiusura delle librerie, i nostri libri rimangono tristemente impacchettati in magazzino. Finanche Amazon e IBS hanno
smesso di ordinare (complice anche la promulgazione della legge che impedisce di praticare sconti selvaggi sui libri), preferendo dedicarsi alla vendita di prodotti più richiesti dal momento contingente. E l’eBook direte voi? Il mercato dell’eBook è praticamente inesistente, i grandi lettori, che poi sono quelli che reggono il mercato (falsando anche le statistiche modello “pollo di Trilussa”) non riescono ad abbandonare la carta e comunque anche l’eBook risente del problema della distribuzione, che in questo caso significa scarsa o inesistente visibilità nelle varie piattaforme.
Permanendo questo stato di cose, il suggerimento che fornisco ad autori e editori è di approfittare di questa pausa forzata per tirar fuori i “manoscritti” dai cassetti, completare la fase di prestampa, consegnare in tipografia per acquisire la priorità di stampa ed immettersi nel mercato appena si sbloccherà la situazione, giocando d’anticipo sui grandi che, inevitabilmente, si dovranno muovere con meno agilità.
Per quanto riguarda i riflessi sociali della pandemia che ha costretto tutti noi a rintanarci tra le mura domestiche, bisogna tener conto che questa quotidianità inedita è vissuta dalla popolazione con gli stati d’animo e le reazioni psicologiche più disparate. Stiamo vivendo le conseguenze di un cambiamento a dir poco epocale del nostro stile di vita e delle nostre abitudini; la reazione al cambiamento è di tipo soprattutto emotivo e genera reazioni diverse, legate alla personalità del singolo e al suo vissuto intimo. È necessaria pertanto una chiave di lettura saggia e serena dei sentimenti generati da questo cambiamento che ci consenta di gestirlo senza traumi e con proficui risultati in termini pratici, di benessere interiore e di qualità relazionale. Di concerto con un’associazione culturale e la Città Metropolitana di Reggio Calabria, abbiamo pensato che la poesia può aiutare a gestire l’emotività, controllandone gli effetti ed arginandone la deriva patologica. La nostra casa può diventare l’angolo di cui parlavano i Latini per indicare un luogo protettivo e appartato riservato alla meditazione. Per Orazio l’angulus è una dimensione fondamentale, luogo simbolo della sua esistenza, deputato al canto e generatore di poesia, dove il poeta si può ritirare anche con le persone care. Nell’angulus, proprio come in questo caso, da soli o circondati dal calore dei nostri conviventi, possiamo creare un terreno fertile per la poesia. Da queste considerazioni è nato il Premio di Poesia Angulus Ridet, il cui bando troverete anche all’interno del sito della FUIS, che ringrazio per l’ospitalità e per l’instancabile ruolo che svolge per la diffusione della cultura nel nostro Paese.
Franco Arcidiaco, Città del Sole edizioni

giovedì 2 aprile 2020

LA GUERRA FREDDA PER LA STAMPA NON È FINITA

Dichiarazione del portavoce del Ministero della Difesa maggior generale Igor Konashenkov:
Abbiamo prestato attenzione agli incessanti tentativi che già da due settimane il quotidiano La Stampa sta mettendo in campo per screditare la missione dei russi che si sono mobilizzati per prestare aiuto agli italiani in difficoltà.
Nascondendosi dietro agli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, La Stampa sta alimentando fake news russofobiche da guerra fredda rimandando a “opinioni” espresse da anonimi “alti funzionari”.
La Stampa, inoltre, non teme di utilizzare tutto ciò che gli autori riescono a inventarsi sulla base delle raccomandazioni che hanno trovato sui libri, a quanto pare ancora validi, di propaganda antisovietica.
Ad esempio, La Stampa ha subito definito “inutile” il materiale russo inviato in Italia per affrontare l’emergenza infettiva, riferendo le opinioni di un qualche maresciallo che sognava disperatamente la vittoria. La maggior parte dei medici e degli epidemiologi russi sono stati definiti dal quotidiano come esperti di guerra biologica. Coloro i quali non hanno avuto l’onore di rientrare in questa categoria sono finiti tra i membri dell’intelligence militare russa.
Tuttavia, sullo sfondo di tali speculazioni, nonostante i sospetti sensazionalistici de La Stampa, invece di condurre una guerra biologica gli epidemiologi giunti in Italia per combattere il coronavirus assieme ai propri colleghi italiani stanno debellando il Covid-19 in 65 case di riposo di Bergamo. I medici militari russi quotidianamente fianco a fianco dei militari italiani stanno edificando i reparti di terapia intensiva per salvare i cittadini italiani contagiati dal virus nel nuovo ospedale di emergenza di Bergamo. E tutto ciò viene fatto mediante la strumentazione russa definita inutile dal quotidiano La Stampa. Nonostante le fake news diramate da La Stampa, gli obiettivi della missione russa a Bergamo per l’anno 2020 sono evidenti, concreti e trasparenti. Si tratta di un’assistenza gratuita al popolo italiano che si è trovato colpito dalla pandemia di Covid-19. Il premio per gli sforzi profusi dagli esperti militari russi saranno le vite salvate e la salute del maggior numero di cittadini dell’eterna Repubblica Italiana.
Nella realizzazione di questa missione umanitaria nessuna aggressione ci distoglierà dall’obiettivo e non farà vacillare la nostra sicurezza nel fatto che stiamo agendo in buona fede. Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back.