giovedì 17 agosto 2017

DANIELA PELLICANÒ E IL DISAGIO DELL'INTELLETTUALE

Giacomo Leopardi, massimo cantore del pessimismo cosmico, in una delle sue Operette morali, «Dialogo della Natura e di un Islandese», descrive la tragica avventura di un Islandese (per lui gli islandesi erano il simbolo dell’infelicità dell’uomo) che incontra la Natura, la quale ha sembianze di donna enorme adagiata su una montagna nel cuore dell'Africa, e le chiede fervidamente la ragione del dolore dell'uomo, della sua infinita miseria esistenziale. Inutile dire che egli si senta particolarmente sciagurato, poiché il clima estremo della sua isola gli ha sempre impedito di essere felice. La Natura con cinico e beffardo distacco, intriso d’impenetrabile indifferenza, gli risponde che il mondo non è stato creato a misura d'uomo e che la vita dell'universo è frutto di un ciclo di creazione e distruzione; mentre il povero Islandese ancora manifesta disperato questo intimo disagio, che è quello del poeta, domandandosi a chi può giovare questa vita così dolorosa, viene colto da morte improvvisa che Leopardi si diverte anche a lasciare imprecisata.
Daniela Pellicanò, raffinata intellettuale e ottima giornalista-scrittrice, ha incarnato questo disagio, questo male di vivere di matrice leopardiana; era consapevole che tra lei e il mondo, si fosse compiuta l’inevitabile frattura definitiva che l’aveva portata a perdere il proprio ruolo nella società. Come tutti i letterati decadenti si sentiva ormai sradicata dal suo tempo e ha finito per darla vinta alle subdole sirene dell’autodistruzione.
Con Daniela, più giovane di me di un decennio, ho vissuto parecchie stagioni; da quella entusiasmante della militanza politica, nel fronte dell’associazionismo cinematografico, a quella del giornalismo di frontiera, tra le colonne de Laltrareggio e de Il Berlusconiere. Ci perdevamo di vista, anche per lunghi periodi, ma bastava un nulla per ritrovare l’antica intesa sulla scorta delle comuni pulsioni intellettuali. Una settimana prima della sua morte, quando la malattia aveva completato il suo lavoro agevolata dalla stanchezza esistenziale di Daniela, progettavamo di intervenire assieme alla presentazione dell’ultimo bellissimo libro di Nadia Crucitti, “L’imperfezione dell’angelo” (Città del Sole edizioni, 2015) che tratta il tema a noi caro della vita quotidiana negli anni ’70 e della rivolta di Reggio. Su questo argomento avevamo prodotto assieme un inserto quotidiano per “Il Domani della Calabria” in occasione del 25° anniversario del “Boia chi molla”. Daniela, che della Rivolta aveva solo una memoria diretta da ragazzina di sette anni, aveva attinto con passione e grande competenza professionale ai materiali custoditi nell’emeroteca della mia famiglia, che dal prossimo mese si trasferirà nella neonata Biblioteca Comunale “Antonino Arcidiaco” di San Lorenzo. Daniela in quel lavoro ha unito sapientemente documenti d’archivio, foto e articoli di giornale, ricostruendo una dettagliata e realistica storia della Rivolta che ancora oggi costituisce un sicuro punto di riferimento per gli studiosi; mia moglie Antonella Cuzzocrea, responsabile della Città del Sole edizioni, ha pensato di raccogliere quegli inserti in un volume che vedrà la luce nel prossimo mese di ottobre.
La massima espressione professionale di Daniela rimane però “Uno sparo in caserma” (Città del Sole edizioni, 2006); un volume che ricostruisce la vicenda umana e professionale del maresciallo dei Carabinieri Antonio Lombardo, che il 4 marzo del 1995 giunge alla determinazione di togliersi la vita. Lo fa con la sua Beretta d’ordinanza nell’atrio della caserma Bonsignore a Palermo in Corso Vittorio Emanuele, dopo un colloquio con alcuni suoi superiori. Un luogo frequentato da personaggi eccellenti come l’allora colonnello Mori (in seguito generale e già direttore del SISDE), il capitano (in seguito tenente colonnello) De Caprio, alias “Ultimo”. Un luogo denso di storie per ovvi motivi poco o affatto noti, un crocevia di sforzi investigativi, di energie umane spese rincorrendo obbiettivi importanti, molto importanti. Lombardo giunge al suicidio alcuni giorni dopo essere stato pesantemente accusato da Leoluca Orlando e Manlio Mele di non fare il suo dovere di Carabiniere, ciò nel corso della trasmissione televisiva “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro. In quegli anni era impegnato nella delicata operazione di rientro in Italia del boss Gaetano Badalamenti, il cui ritorno prometteva rivelazioni pesanti su vicende giudiziarie di enorme spessore allora in corso. Tra le altre cose pare che il boss di Cinisi avesse avuto elementi per mettere in discussione l’affidabilità di Tommaso Buscetta, il notissimo collaboratore di giustizia allora perno di molte teorie della Procura di Palermo, ad esempio nel processo Andreotti. Negli ultimi giorni della sua vita, Lombardo vede crollare nella polvere anni di lavoro certosino e pericoloso e il 23 febbraio subisce l’attacco televisivo dei due politici, senza avere la possibilità di replicare se non con una querela, atto formale che rimane molto meno potente degli effetti di una trasmissione televisiva. La vicenda del maresciallo Lombardo mi era stata raccontata dal cognato, il ten. Carmelo Canale, braccio destro di Paolo Borsellino, che era stato anche lui “tragediato” dai corvi che volteggiavano attorno ai palazzi di giustizia palermitani. Canale era stato relegato, sia pur in un ruolo di vertice, presso quella sorta di refugium peccatorum costituito dalla Scuola Allievi Carabinieri, dove lo incontrai grazie alla segnalazione di amici comuni che mi dissero che cercava un editore che desse voce alla storia di suo cognato. Ascoltato Canale, uomo spigoloso e diffidente, decisi che la vicenda meritasse di essere approfondita essendo la sua narrazione chiaramente di parte; ne parlai con Daniela che non esitò un istante ad accettare l’incarico e, da cronista di razza, si gettò nell’affaire approfondendolo con indagini e interviste esclusive svolte durante numerosi viaggi a Palermo. Il libro ebbe un notevole successo e il suo percorso fu fermato solo dall’ostilità dei vertici dell’Arma, ma soprattutto dalla querela dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli che ha continuato a perseguitare Daniela nelle aule dei tribunali, ritenendosi indicato nel libro quale artefice, più o meno occulto, degli attacchi a Lombardo. Ricordo con grande emozione la prima visita, mia e di Daniela, a Terrasini a casa dei Lombardo tra i divani di un soggiorno in penombra, impregnato di rabbia e di dolore; dalla cucina arrivava l’odore dei fagioli in bollitura, lo stesso piatto in preparazione il giorno che la notizia del suicidio era arrivata alla vedova, quel giorno però i fagioli nella pentola erano diventati inspiegabilmente neri… Un rapido cenno d’intesa e Daniela ed io decidemmo di aprire il libro con questa suggestione, toccò a lei, dopo, farlo diventare, a detta della critica e dei lettori, uno dei più riusciti libri-inchiesta degli ultimi anni. Il giorno della prima presentazione a Palermo, presso la grande sala della storica Biblioteca di Casa Professa, gremita in ogni angolo, l’emozione era palpabile e forte si levò il grido di rabbia dei colleghi di Lombardo tra l’imbarazzo dei pochi alti graduati presenti, alcuni rigorosamente in incognito. Daniela continuò a esporre e a difendere il suo lavoro in tutte le successive presentazioni pubbliche anche quando, riorganizzatisi dopo la sorpresa iniziale, i burattinai delle torbide vicende palermitane cominciarono ad affondare i loro colpi tesi a riportare la vicenda nell’oblio. Con Daniela speravamo di riuscire ad avere la meglio, nonostante tutto, in tribunale ed ipotizzavamo un rilancio trionfante del libro ma la sorte beffarda ha voluto che le fasi del giudizio non giungessero a conclusione, come ha recitato professionalmente uno dei nostri avvocati, poiché “il processo è da ritenersi estinto a causa della scomparsa della principale imputata”…
Daniela è scomparsa e il destino ha voluto che in questi giorni io mi sia ritrovato a trasferire e rimettere in ordine la mia emeroteca: sul dorso dei faldoni la sua scrittura chiara e ordinata e sui miei occhi le lacrime.
Franco Arcidiaco





mercoledì 16 agosto 2017

UN BALSAMO PER LA PRUDERIE DEGLI ITALIANI

Gianni Passavini, dopo tre anni da direttore responsabile del Quotidiano dei Lavoratori, nel febbraio del 1982 si trova davanti a un bivio: volare a Beirut in vista dell’invasione israeliana come inviato di guerra, per conto di un giornale che non lo pagava da tre anni e del quale comunque non condivideva più la linea, oppure fare il redattore ordinario del settimanale Le Ore, il patinato giornale pornografico che, con il suo clamoroso successo di vendita, aveva spazzato via la sciocca supponenza sessuofobica della borghesia cattolica. È da questa sua esperienza, durata oltre un decennio, che nasce questo libro “Porno di carta”, che ricostruisce la grande epopea dello spregiudicato editore catanese Saro Balsamo e della moglie Adelina Tattilo che dal 1966, anno di nascita di Men, settimanale antesignano dell’editoria erotica italiana, al 2000, data di chiusura di Le Ore, hanno rivoluzionato i costumi degli italiani. Balsamo non era nuovo a queste imprese, si deve a lui, infatti, l’uscita nel giugno del 1965 di Big il settimanale giovane, un rotocalco anticonformista che avrebbe formato un’intera generazione interpretando la rivoluzione del ’68 in Italia.
Passavini descrive Balsamo così: “L’uomo che ha dato le tette all’Italia, l’artefice, tra i tanti, dei periodici Men e Le Ore è stato uno degli imprenditori più ricchi e maggiormente in vista in assoluto. Ricco, ricchissimo, epico e vanaglorioso, stramondano e sopra le righe, protagonista della Milano che beveva ante litteram. Amante dell’azzardo sul tavolo verde e nel quotidiano, con corollario di flotta di aerei ed elicotteri privati, magioni deluxe dovunque e uno stile di vita da nababbo. Un tycoon a luci rosse spregiudicato e sempre in predicato di diventare un pregiudicato, amico di certi politici e nemico di certa magistratura, coi basettoni d’ordinanza, la parlata lenta e squillante, i capelli impomatati, i completi sgargianti e litri di profumo spruzzato addosso”.
In 428 pagine fitte di vicende incredibili, nomi, circostanze, immagini e contestualizzazioni storiche documentate da ricche note, si snoda la storia degli anni più difficili della nostra Repubblica; per intenderci quelli che sarebbero passati alla Storia come “gli anni di piombo”, quel lungo decennio in cui la “strategia della tensione” avrebbe reso il nostro Paese proscenio di intrighi internazionali, in balìa di personaggi loschi e senza scrupoli che avrebbero disseminato morte e terrore nelle nostre strade. Il clima era tale che alcuni di questi personaggi si ritrovarono a lavorare sotto copertura nelle redazioni, comprese quelle di Balsamo, e seminavano messaggi e avvertimenti premonitori da brivido; emblematico il caso del sequestro di Aldo Moro le cui modalità vengono anticipate di ben dodici anni, con dovizia di particolari, sulle pagine di Men e su quelle de Il Bagaglino.
Ma per rendere meglio l’idea del periodo che vivevamo, andiamo a leggere l’incipit del capitolo 8 del libro: “Quando Le Ore esce nelle edicole (9.11.70), l’Italia è un paese in bilico tra l’orrido dove tentano di spingerla fascisti, atlantisti e servizi segreti sull’esempio della Grecia dei colonnelli - la strage di Piazza Fontana è di un anno prima mentre il golpe Borghese è alle porte – e la conquista di nuovi diritti, come il divorzio, che sta per diventare legge, in un’Italia curiale, ministeriale e da caserma, la stessa che un programma radiofonico irriverente - Alto Gradimento, di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, già collaboratori di Big – può finalmente mettere alla berlina. Stato fragilissimo, con governi sempre sull’orlo di una crisi. In estate è esplosa la rivolta di Reggio Calabria e in ottobre la mafia ha eletto a Palermo il suo sindaco, Vito Ciancimino. Uno Stato pieno di debiti e di spese, che amministra l’economia a colpi di decretoni, aumentando tasse, benzina, imposte contro cui sindacati e classe operaia non riescono a fare granché, nonostante lotte e mobilitazioni di massa”.
Quando nel 1975 Saro Balsamo imprime uno scatto alla sua linea editoriale e da’ una svolta ancora più licenziosa alle sue ormai innumerevoli testate, siamo in pieno Anno Santo di Paolo VI. Passavini parla di un anno orribile, per lo stupro omicida del Circeo e per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini e scrive: “Il 1975 è allo stesso tempo anno santo e anno porno”. Per papa Paolo VI doveva essere l’anno “del rinnovamento interiore dell’uomo: dell’uomo che pensa, e pensando ha smarrito la certezza nella Verità; dell’uomo che lavora, e lavorando ha avvertito d’essersi tanto estroflesso da non possedere più abbastanza il proprio personale colloquio; dell’uomo che gode e si diverte e tanto fruisce dei mezzi eccitanti una sua gaudente esperienza da sentirsene presto annoiato e deluso… noi pensiamo di non errare scoprendo nell’uomo di oggi una profonda insoddisfazione, una sazietà unita a un’insufficienza, una infelicità esasperata dalle false ricette di felicità dalle quali è intossicato, uno stupore di non sapere godere dei mille godimenti che la civiltà gli offre in abbondanza”. Il povero Paolo VI tutto avrebbe potuto immaginare fuor che il suo proclama finisse per diventare un caso scuola di eterogenesi dei fini. Balsamo, infatti, colse a modo suo il senso di quegli ammonimenti e impresse una svolta nettamente più pornografica alle sue riviste, andando così incontro alle esigenze di quegli uomini che non trovavano più soddisfazione nel porno-soft e anelavano una decisa accelerazione verso il realismo fotografico spinto alle estreme conseguenze.
Sulle pagine dei giornali di Balsamo è passato il fior fiore della scrittura italiana: Luciano Bianciardi (la sua rubrica di libri si chiamava “I consigli di un libridinoso”), Maria Jatosti (compagna di Bianciardi), Gian Carlo Fusco, Gianni Brera, Francesco Cardella, Franco Valobra, Pietro Cimatti, Milena Milani, Lucia Alberti, Guglielmo Solci, Sergio Modugno, Marcello Mancini, Giò Stajano, Attilio Battistini, Aldo Nobile, Leoncarlo Settimelli, Walter Peroni, Paolo Brogi, Silverio Corvisieri, Ugo Moretti, Giorgio Saviane, Luigi Gianoli, Massimo Balletti, Mauro De Mauro, Annamaria Rodari, Giorgio Colorni, Isotta Gaeta, Pier Francesco Pingitore, Stefano Surace, oltre a una fitta schiera di grandi fotografi, una per tutti Letizia Battaglia.
La parte più retriva della magistratura fece di tutto per frenare il fenomeno ma i vari p.m. riuscirono solo a coprirsi di ridicolo, a partire da Oscar Lanzi che nel 1966, nel corso del famoso processo contro il giornalino scolastico La zanzara, parlava di una “donna che non ha più pudore, e senza pudore la donna non è più donna… l’abbiamo sempre concepita come un angelo, pensarla in modo diverso è immorale”, per arrivare a Guido Viola che nel 1974 mandava a processo stampatori, direttori, distributori e finanche giornalai.
Nel luglio del 1975 sarebbe arrivata finalmente una legge che avrebbe esonerato da ogni responsabilità i distributori e gli edicolanti, ma la persecuzione sarebbe ripresa successivamente con l’arrivo sul mercato delle videocassette hard, io stesso mi sono ritrovato sotto processo nel 1986 a Catania, in qualità di titolare della società di distribuzione “Sicilstampa”, con l’accusa, che peraltro non consideravo affatto ignominiosa, di “diffusione di materiale pornografico”, salvo ritrovarmi assolto con formula ampia dopo un paio d’anni “perché il fatto non sussiste” su richiesta dello stesso pubblico ministero!
Agli albori degli anni ’90 si giunge all’assoluzione giudiziaria della pornografia, che viene finalmente legittimata perché, a determinate condizioni, “non costituisce reato”: il comune senso del pudore non esiste più come questione che interessa la competenza pubblica, perché attiene alla sfera privata degli individui. Chiosa però sapientemente Passavini: “Paradossalmente è proprio il suo sdoganamento a creare i più grossi problemi alla pornografia, che ha prosperato grazia all’aura di proibito, di trasgressione e di peccato che l’ha sempre circondata”. L’impero di Balsamo crollò miseramente, incartato nel groviglio dell’ingegneria finanziaria che aveva funzionato da volano per ottimizzare i profitti quando le cose andavano bene mentre ora mostrava tutti i suoi lati deboli; anche la stanchezza dei suoi settantacinque anni vissuti spericolatamente aveva giocato la sua parte e Saro se ne andò improvvisamente la notte del 7 febbraio del 2005 nella casa in affitto dove si era ritirato dopo aver venduto tutte le sue dorate magioni.
Con l’avvento delle televisioni berlusconiane e dello sviluppo di internet, l’erotismo e la pornografia sono diventate un bene di primo consumo, basti pensare che il 30% del traffico web mondiale transita sui siti porno; Saro certamente oggi non si sarebbe perso d’animo e qualcosa si sarebbe inventato… chissà… un ologramma interattivo nelle forme di assistente sexy, in Giappone ci sono arrivati lo scorso dicembre, Saro, probabilmente, l’avrebbe immessa sul mercato all’alba del 2000.
Da questo lavoro di Gianni Passavini non potrà prescindere chiunque voglia tracciare la storia dell’editoria periodica italiana, io, che ho conosciuto personalmente tanti dei protagonisti di questa storia, Adelina e Saro in testa, l’ho trovato avvincente e sono grato all’amico Tonino Nocera, attento osservatore del mondo editoriale, che me ne ha fatto dono.
Franco Arcidiaco
Gianni Passavini, Porno di carta, pagg. 432, € 18,00. Roma 2016, Iacobelli editore



lunedì 12 giugno 2017

LA NARRATIVA DI LERNET-HOLENIA TRA COLTE DIGRESSIONI, GROVIGLI NARRATIVI E VETTE DI LIRISMO ESISTENZIALE

Un romanzo incredibile, per certi versi straordinario. D’altra parte ci sarà pure un motivo se Leonardo Sciascia ebbe a definirlo, in un’appassionata recensione, un libro che ha “un che di labirintico, affascinante e insieme vertiginoso”, che contiene “una diabolica essenza” e sa calarsi “dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza”. Diciamo subito che ci troviamo al cospetto di un grande narratore anche se, come al solito quando si tratta di opere in lingue di ceppo germanico, non sappiamo fino a che punto la traduzione gli abbia reso onore; francamente trovo a dir poco disinvolto l’utilizzo dei tempi dei verbi e la resa di alcuni neologismi da parte di Cesare De Marchi, autore di questa traduzione, ma si sa che dalle parti dell’Adelphi questo argomento è tabu. A proposito di questo monumento dell’editoria italiana, sarei proprio curioso di sapere per quale motivo il testo tradotto non viene sottoposto a editing, i refusi sono troppi e imperdonabili a certi livelli…
Ma torniamo al testo e sentite la musicale bellezza di queste mirabili descrizioni d’ambiente: “I muri dei campanili prendevano già la tinta della sera, alcuni strati di nuvole d’un grigio tenue e orlate di colore lampone, come le avrebbe dipinte Watteau, salivano impercettibilmente nel cielo. La piazza era già in ombra, ma il nimbo tra i campanili della chiesa dei gesuiti fiammava ancora come un’esplosione d’oro. Di tanto in tanto qualcuno attraversava la piazza. Faceva freddo, le giornate di tarda primavera emergevano appena –come lo scintillio di una polena dalla prua sommersa di una nave- dal fiotto d’ebano della lunga tenebra invernale. I colombi tubavano sui loro cornicioni”.
Non manca un omaggio, classico per un narratore nordico, ai paesi del Sud: “Anche il tempo era bello, di quella bellezza perfetta che a volte ci spinge a credere per ore, a volte per un giorno intero, di vivere nella felicità dei paesi meridionali”.
Lernet-Holenia, è questa la sua cifra distintiva, ama infarcire la narrazione di numerose digressioni di carattere filosofico-esistenziale che diffonde con leggerezza e nonchalance. Molte descrizioni di scene, apparentemente avulse dal contesto, sono di impareggiabile bellezza, la sublimazione dell’inutile come arte narrativa. Lo stesso intreccio giallo di questo romanzo diviene un semplice ma efficacissimo espediente narrativo. A volte, però, a furia di dilatare le congetture, finisce col produrre chiose prive di senso, sentite questa: “Ma se si lasciano gli oggetti nelle loro camere senza cambiarne di continuo la collocazione, essi acquisiscono per certo, nelle loro relazioni reciproche, un’importanza inspiegabile, e in quelle stanze, giacché non vi accade nulla, accade qualcosa che pare di rilievo incomparabilmente superiore a tutti gli atti compiuti nelle stanze invece abitate da qualcuno”; sfido qualcuno a spiegarmi che vuol dire!
A parte queste piccole sbavature, alle quali probabilmente si sarebbe potuto porre rimedio con un buon lavoro di editing, bisogna dire che siamo al cospetto di un libro da centellinare, su ogni parola bisogna soffermarsi con la massima attenzione, insomma è da gustare come un vino da meditazione ultradecennale, diciamo uno sherry Pedro Ximénez giusto per capirci.
La descrizione degli ultimi istanti di vita del sottotenente Fonseca, una delle vittime del misterioso killer dei membri del reggimento “Due Sicilie”, è quanto di più straordinario mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi: “C’era un gran silenzio; solo, da qualche parte, in una casa lontana, qualcuno suonava il pianoforte. La musica proveniva come da un altro mondo ed era immensamente triste. Una sensazione di sogno, quasi uno stato irreale, si impadronì di Fonseca. Nell’insieme gli toccò aspettare nella stanza una ventina di minuti, durante i quali si rivelò che quel tempo -e il tempo in generale- si poteva suddividere, ma non realmente misurare. Lo si poteva scomporre in parti, ciascuna di eguale grandezza rispetto alle altre… Ma quanto duri in realtà un minuto o un’ora, non si può determinarlo… Il tempo, insomma in sé non c’è – ma può esserci. Quel che conta è non accorgersi che c’è. Perché accorgersene è sgradevole. Meglio dimenticarsene. Oppure riempirlo con le cose il cui decorso costituisce il tempo. Allora esso ha una durata comprensibile. Altrimenti dura incomprensibilmente a lungo. E altrettanto terribile è che ci sfugga fra le dita o che non cessi di durare. Giacché il tempo dilegua solo per durare, e dura solo per dileguare…
Al pari di un prigioniero in carcere o di un santo nella sua grotta, che non soppesa più la propria felicità o infelicità, ma osserva ormai solo le oscillazioni della grazia -quell’effusione che scende dall’alto e gli consente di tollerare la propria esistenza- o il venir meno della grazia stessa, che torna a toglierli tutto, anche Fonseca sentiva ormai solo che stava pensando, o che i pensieri di lui si ritraevano. Ma quali pensieri? Non lo sapeva. Ebbe un sussulto di paura, senza riuscire a ricordare che cosa avesse pensato. E ricadde nel suo intontimento, e sopraggiunsero altre riflessioni – più concrete… ma non riusciva a rammentare nient’altro, anzi d’un tratto gli risultò quanto mai difficile pensare a qualcosa di preciso, era forse per via del pianoforte che continuava a suonare e lo intorpidiva, che cresceva d’intensità, si ingrossava e lo sopraffaceva con la sua veemenza, come se a un tratto chi suonava stesse lì accanto a lui”.
Per favore ditemi chi altro mai ha saputo fissare meglio gli ultimi istanti della vita di un uomo e ritrarli così drammaticamente dal suo stesso punto di vista!
Lernet-Holenia è magistrale nel descrivere l’atmosfera surreale che pervade i luoghi presso i quali sta per succedere, o in passato è successo, qualcosa di fatale. “…come quando una folata di vento improvvisa passa sopra gli alberi o i tetti, e per un attimo un’aria affatto diversa ristà nell’aria consueta del giorno, prima di disperdersi -ma quel fenomeno non era legato a un alito di vento o a un reale raffreddarsi dell’aria: era solo come un infiltrarsi nell’aria d’una sostanza altrettanto diafana ma assai più indefinita- o appena come un brivido. Un gran numero di cose, che non so esprimere, credevo di percepire – o meglio credevo di prendere coscienza di eventi a tal punto chimerici e obliati, che pareva tornarmi in mente non solo l’intera mia vita, su su fino a giorni così remoti che non potevo averli vissuti, ma anche tanti giorni di tante altre vite. E ogni volta che quel fenomeno si verificava, ogni volta che il brivido sopraggiungeva, erano anche i prati ad avvertirlo. Un fremito molto più delicato di un refolo li attraversava, sebbene i fili d’erba non si muovessero minimamente, o quantomeno non per quella causa; era solo uno scemare, per minimi gradi della luminosità del verde argenteo e tremulo –un rabbrividire, insomma che, nella sua inafferrabilità, toccava ancor di più l’anima. Così me ne stavo nella mia poltrona aspettando quotidianamente quello strano atterrirsi della natura…”.
Siamo nel campo della grande narrativa mitteleuropea e un riferimento all’inarrivabile Joseph Roth è d’obbligo, ma ditemi, d’altra parte, come fareste a non rintracciare echi rothiani nell’inutile tentativo di conciliazione che il signor Harff, arbitro del duello tra gli ufficiali Lukawsky e Pufendorf, rivolge ai contendenti: “Siamo diventati tutti dei poveracci. Non siamo più quelli di una volta. Il mondo di cui eravamo parte non è più. Ciò che qui sta per accadere è cosa d’altri tempi. Tempi in cui eravamo giovani. Non dobbiamo più invocare il giudizio di Dio in questa contesa. Dio è diventato altissimo. Non decide più. Chiedo ai contendenti di riconciliarsi”. La descrizione del duello che segue è un piccolo capolavoro di narrativa che catapulta letteralmente il lettore sulla scena con una potenza espressiva tale da fargli percepire l’odore della polvere da sparo.
Alta letteratura che mi imporrebbe ancora una lunga serie di citazioni, mi riferisco al sogno premonitore del colonnello Rochonville, tre pagine intense che descrivono in un’atmosfera plumbea la scena di “drappelli spettrali” costituiti da “uomini in cerca delle proprie tombe”. L’Adelphi, giustamente in questo caso, ha riportato questo testo nell’aletta della quarta di copertina ed è quindi facilmente rintracciabile.
Siamo al cospetto di un capolavoro, di livello straordinario, un caposaldo della letteratura europea; completo in ogni sua sfaccettatura riesce a raggiungere anche picchi di raffinato lirismo come in queste righe con le quali chiudo questa mia recensione (la chiudo a malincuore ma rischierei altrimenti di trascrivere il libro integralmente).
“…Ora Silverstolpe, curvatosi in avanti, sollevò un’ape dal tappeto. ‘Hai finito per calpestarla’ disse. ‘Avrei dovuto avvertirti, stava sul tappeto e forse era malata. Ma non volevo interromperti. Forse ero solo curioso di vedere se la scampava o no. Adesso, vedi, mi sto anche un po’ interessando -comprensibilmente- alla durata della vita altrui…’. Posò l’ape in un portacenere. ‘È morta,’ disse ‘sebbene l’estate sia appena incominciata. Sui fiori dei prati non potrà più andare, né sulle spalliere su cui batte il sole. Non tornerà più alle malve su cui era abituata a volare, né sul phlox quando è in fiore. Che anche i fiori fioriscano per niente! Che anche l’estate, all’apparenza eterna, finisca! Un giorno, quando si farà nuvolo, lo stagno si coprirà d’argento e le sue minuscole onde offuscheranno lo specchio di un mondo che non è più, e i suoi giunchi sussurreranno i nomi di tutti quelli che non saranno più. Che tristezza non ritornare più, mai più! E che anche gli amanti, ahimè, non possano ritornare, nemmeno loro! Loro che pure vivono l’uno per l’altra –prima per giorni, poi per settimane, infine per anni. E credono che sia per sempre. Eppure sopraggiunge poi l’ultimo istante. Si lasciano, e forse pensano ancora di lasciarsi come altre volte solo per poco tempo. Invece è per sempre. I cammini che erano abituati a percorrere li aspettano invano, e le stanze dove si incontravano restano vuote come spazi vuoti. Due mani si congiungono ancora, ma in quell’istante la mano dell’uno dista più delle stelle più remote, e le lagrime che vi gocciolano sopra, cadono nell’eternità.’”
Franco Arcidiaco
P.S. Quando sono andato a riporre il volume nello scaffale (letteratura straniera, ordine alfabetico per autore) mi sono accorto di possederne un’altra edizione (Alexander Lernet-Holenia, Le Due Sicilie, Serra e Riva editori 1983, pagg. 270, £ 24.000, traduzione di Elisabetta Bolla).
Ho avuto la conferma di quello che sospettavo: al solito la traduzione della Adelphi è stata effettuata in modo scolastico e impersonale, irrispettoso dei canoni della buona letteratura. Molti periodi che avevo trovato farraginosi, banali o incomprensibili qui si rivelano nella loro essenza e rendono sicuro onore a questo grande romanziere; senza dire che ho scoperto che alcuni refusi che avevo intercettato erano dovuti alla traduzione. Unica nota stonata è l’articolo nel titolo, quel “Le” Due Sicilie è inesatto e fuorviante poiché non rimanda immediatamente, come dovrebbe, al nome del reggimento ma appare come un riferimento geopolitico; in questo caso, però, penso che la responsabilità sia dell’editore (di cui è la competenza del paratesto) piuttosto che del traduttore.
Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pagg. 244, € 19,00






lunedì 1 maggio 2017

L'INSOPPORTABILE SNOBISMO DI ROBERTO CALASSO

Riordinando la biblioteca ho trovato queste note di lettura scritte nel frontespizio de "La folie Baudelaire" di Roberto Calasso il 5 luglio del 2009:
"Colto, insopportabilmente snob e odiosamente supponente, come tutti i libri di Calasso; uno sfoggio saccente di nozioni senza traccia di emozioni. Le quasi cento pagine di fonti e l'insopportabile scelta di omettere le sue note biografiche nell'aletta, la dicono lunga sul personaggio. Un'operazione editoriale incomprensibile se non alla luce dell'autoreferenzialità. Trecentoquaranta pagine che si sarebbero potute tradurre tranquillamente in tre, quattro articoli per una rivista letteraria di medio livello".
In un'altra nota, nel margine alto della pagina, non ho mancato di sottolineare lo sberleffo lanciato all'Adelphi con la mia casa editrice, Città del Sole edizioni, quando ho inaugurato la fortunata collana "La bottega dell'inutile" che riprende la grafica di copertina della "Piccola Biblioteca": "Questo si che andrebbe nella 'Bottega dell'inutile', ma quella vera... 36 Euro!!!"
Franco Arcidiaco
Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Biblioteca Adelphi 531, 2008, pagine 432, Euro 36,00

CAPRICCI E OSSESSIONI DI EDOARDO ALBINATI

Premetto che non ho alcuna difficoltà ad affrontare un romanzo di 1300 pagine, anzi ritengo che sia la dimensione ottimale per un capolavoro di narrativa; ma, completata in una sessantina di giorni (con molte e lunghe pause) la lettura de “La scuola cattolica”, l'impressione che me n’è derivata è quella di un libro ambizioso e supponente che forse merita di essere letto ma, nelle condizioni in cui è stato dato alle stampe, non può, premio Strega a parte, pretendere di essere catalogato tra i capolavori della letteratura italiana.
La scrittura di Albinati è intrisa d’indiscutibile genialità ma è irrimediabilmente soffocata dal gorgo di innumerevoli, inutili e deliranti divagazioni. Per scorgere una buona traccia di letteratura bisogna arrivare fino a pagina 736, terzo capitolo della sesta parte.
Mi domando se alla Rizzoli abbiano ancora idea di cosa significhi “narrativa”, classificare come romanzo un lavoro del genere è una vera e propria eresia. A parte il fatto che ci troviamo al cospetto di uno spreco di carta (ci sono almeno 700 pagine in più del necessario), “La scuola cattolica” al massimo può essere classificato come un “centone”, un breviario, un enorme calepino traboccante barzellette, aforismi, digressioni cervellotiche, aneddoti, storielle inutili e ossessive ripetizioni; per non parlare delle incursioni nel campo psicologico sempre a un passo dalla deriva Alberoniana…
In ogni capitolo c’è un concetto chiave dilatato, plasmato, modellato e rimodellato fino all’inverosimile; il modo migliore per fruire di questo libro, senza danni al sistema nervoso, è individuare il concetto, sottolinearlo e poi… passare al capitolo successivo. D’altra parte è lo stesso autore che, con una buona dose di sprezzante gigioneria, spesso e volentieri invita a saltare in blocco alcune parti che effettivamente risultano essere degli scogli terrificanti.
È evidente che la grande ossessione di Albinati è l’educazione cattolica ricevuta, che lo rende spietato nei confronti della borghesia e del suo terreno di coltura che cerca di analizzare, però, senza gli indispensabili strumenti marxiani che, chiaramente, non possiede.
E arriviamo ora ai famosi contenuti extra della versione digitale de “La scuola cattolica”, come al lettore viene spiegato nel colophon riguardano la nona e penultima parte, quasi interamente occupata, per una settantina di pagine, da una versione ridotta del cosiddetto "ultimo quaderno di Cosmo"; la versione integrale può essere scaricata gratuitamente da internet ed è presente nell’edizione eBook. Si tratta di un espediente narrativo (il classico e abusato sistema del “manoscritto ritrovato”), Albinati finge di ritrovare una pila di quaderni dalla copertina nera nell’abitazione dell'amato ex professore di italiano al San Leone Magno, tale Giovanni Vilfredo Cosmo, morto vecchio, stanco e malato all'epoca della stesura del libro. L'ultimo di tali quaderni, scritto evidentemente in limine mortis, è costituito da 414 pensieri, dalla lunghezza variabile, numerati progressivamente.
Un colpo di teatro per il nostro scrittore, evidentemente non pago di aver stressato il già stremato lettore con le sue innumerevoli digressioni moralistiche ottocentesche, si avventura in sottili analisi psico-sociologiche relative soprattutto al potere, al sesso e alla violenza (che per lui sono intrecciati in modo pressoché inestricabile); irrefrenabile in lui il bisogno di produrre un succo concentrato di pensiero tardo pascalian-leopardiano, una sorta di Bignami dell’opera prodotto “in corso d’opera”…
C’è da rimanere annichiliti dal coraggio di Albinati di proporre una roba del genere a un editore (per quel che è rimasto della mitica Rizzoli…) e dall’impassibile reazione dell’editor di turno che, evidentemente, aveva avuto ordine di assecondare in tutte le sue capricciose manie il famoso scrittore, già “destinato” fatalmente a vincere lo Strega.
Franco Arcidiaco
Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli 2016, pagine 1294, € 22,00

















domenica 16 aprile 2017

DUE LIBRI, DUE OPPORTUNE PROVOCAZIONI

Immerso nei flutti dell’epoca che mi è dato di vivere, nella quale patetici savonarola da strapazzo assurgono al ruolo di maître à penser intoccabili e indiscutibili, ho ripreso in mano un coraggioso libello del 1995 (“Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” di Vincenzo Zeno-Zencovich), accostandolo ad uno di recente uscita (“Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” di David Van Reybrouck); siamo al cospetto di raffinate provocazioni prodotte da due intellettuali, l’uno italiano l’altro belga, che provano coraggiosamente ad affrontare due tra i più grandi e mistificanti tabù della nostra società: la libertà di stampa e il sistema elettorale cosiddetto democratico.
Onde evitare stupide polemiche che, considerato il mio attuale ruolo politico, finirebbero col coinvolgere altre persone che mi onoro di rappresentare, mi limiterò a riportare alcune significative citazioni di entrambi i libri, astenendomi dal commentarle.
Cominciamo da Zeno-Zencovich (diretto discendente di quel Livio, che dal 1941 al 1945 fu redattore di ‘Radio Londra’) facendoci, però, preventivamente benedire da un grande pensatore indiscusso del calibro di Alexis de Tocqueville: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa produce”.
A pag. 10 leggiamo: “Diciamo pure che quel che va assicurato è la libera manifestazione del pensiero, anche se questo è vacuo o ripugnante, frivolo o imbecille. Ma cosa c’entra questo con l’attività di informazione? La quale rappresenta atti, fatti e idee altrui? Dove mai sta scritto che essi possano essere riportati secondo l’estro del resocontista? Lasciamo pure a editorialisti ignoranti e saccenti la licenza di esprimere le loro opinioni ma, vivaddio, si potrà esigere che il cronista accerti davvero se un disgraziato è stato ucciso durante un ‘rito satanico’ senza prendere per oro colato la velina della Questura?”.
“I giornalisti hanno tanto diritto alla libertà di stampa quanto il cassiere di una banca sui soldi che maneggia” (pag.11).
Nel nuovo ordinamento immaginato da Zeno-Zencovich “innanzitutto verranno soppresse le cosiddette ‘sale stampa’ in Questura. Naturalmente in ciò non vi è alcun astio o pregiudizio nei confronti delle forze dell’ordine, che in una situazione di generale inefficienza svolgono al meglio, e spesso con grandi sacrifici personali, il loro dovere. Ma il loro compito, appunto, è quello di mantenere, in senso lato, l’ordine, non di fare l’informazione: a ciascuno il suo. … Il vice-questore di turno scende in sala stampa e… distribuisce ai cronisti che gli fanno corona il resoconto delle avventure del giorno. Il cronista, raccolta qualche altra ghiottoneria dall’appuntato amico e compaesano, ci dà dentro di fantasia anche se non deve faticare molto perché ‘in tutta confidenza’, ‘a mezza voce’, gli sono stati rivelati alcuni particolari trucidi, piccanti o comici che faranno senz’altro la gioia dei lettori”. Per non parlare poi dei rapporti con i magistrati: “il giornalista è utilizzato come galoppino del sostituto procuratore di turno, mettendo a disposizione la sua penna, la sua firma, il suo giornale”. (pagg. 30-31)
Il titolo del paragrafo di pagina 33 è lapidario: scoop=cacca. “Lo scoop, infatti, è la negazione dell’informazione corretta: le notizie che vengono fornite sotto il suo influsso sono clamorose solo perché frettolosamente raccolte e sensazionalisticamente gonfiate”.
Succoso è il paragrafo riservato alle tecniche correnti nelle interviste; “Più facile e ricorrente è la tecnica di fare delle domande che sono solo degli sproloqui che contengono il confuso pensiero del giornalista, per poi mettere il contenuto in bocca all’intervistato. Esempio, l’intervista al vulcanologo. Giornalista: ‘Pensa che un’eruzione dell’Etna possa provocare lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord con l’innalzamento del livello dei mari e la scomparsa delle città lagunari?’. Intervistato: ‘È un’ipotesi fantasiosa, ma nel campo della scienza non si può tralasciare nulla’. Titolo sul giornale: ‘L’Etna minaccia Venezia’. Sottotitolo ‘Le catastrofiche conseguenze delle eruzioni nelle previsioni del famoso vulcanologo’. Naturalmente in prima pagina lo strillo è ancora più sintetico. ‘Intervista esclusiva al prof. Lapilli. Drammatico annuncio: maremoto a Venezia’.”
Gustosa l’ironia che Zeno-Zencovich riserva al rapporto giornali-pubblicità : “Se scrivete che l’olio di ricino fa schifo e fa male alla salute non aspettatevi di ricevere molte inserzioni pubblicitarie dai produttori di purganti e dalle associazioni di reduci della Repubblica sociale italiana”.
Le conclusioni del saggio ridimensionano il tono provocatorio: “Occorre dunque sopprimere la libertà di stampa? Sì. Ma nel contempo no. Come non occorre sopprimere la medicina e tornare alla stregoneria perché i medici sono dei cani; o sopprimere la giustizia e tornare alle ordalie perché i magistrati sono incapaci o corrotti. Occorre però sopprimere la ‘libertà di stampa’ come termine ambiguo che è all’origine di una mistificazione che avvantaggia solo i falsari senza offrire ai cittadini alcun diritto di cui già non godano”. “Il termine ‘libertà di stampa’ dà luogo a un ulteriore equivoco: quello di concentrare l’attenzione sul mezzo, ignorando del tutto il contenuto di quanto su esso viene pubblicato, quasi che esso fosse, per definizione, indiscutibile”. “Non vi può essere né libertà fondata sulla menzogna, né libertà di diffondere la menzogna”. E se qualcuno è pronto ad appellarsi alla fatidica ‘opinione pubblica’ ecco la sferzante sentenza dell’autore: “L’opinione pubblica non esiste, a meno che non si voglia confondere l’eco con la voce: incontrollabile, e comunque non verificata, anonima e non individuata, amorfa e raccogliticcia, l’opinione pubblica è solo un’invocazione o una giustificazione per un politico a corto di argomenti e per il giornalista che voglia imitarlo”.
L’assunto che è, invece, alla base del saggio di Van Reybrouck, teorico della sindrome di ‘stanchezza democratica’, è, se possibile, ancora più audace e sconvolgente per le anime belle; lo studioso, infatti, considera le elezioni un meccanismo primitivo, e intravede nel sorteggio regolato il futuro della democrazia rappresentativa. Il suo obiettivo è combattere il “feticismo elettorale”. “Ecco la prima causa della sindrome di stanchezza democratica: siamo diventati tutti dei fondamentalisti delle elezioni. Disprezziamo gli eletti, ma veneriamo le elezioni. Il fondamentalismo elettorale è la convinzione ferrea che una democrazia non sia concepibile senza elezioni, che le elezioni siano la condizione necessaria, fondante, per parlare di una democrazia”. Siamo sotto la “Dittatura delle elezioni”. “La democrazia diventa un kit Ikea per ‘delle elezioni libere e serie’ che il destinatario può assemblare sul posto, all’occorrenza, con l’aiuto del manuale d’uso, accluso nella spedizione”. “Il fatto che delle elezioni non favoriscano necessariamente una democratizzazione, ma possono frenarla e ridurla a niente, è dimenticato, per convenienza”. Con l’avvento del pensiero neoliberista “il cittadino diventa consumatore, le urne un’avventura”, il sistema dei partiti, che aveva creato e retto la democrazia nel dopoguerra, si è tragicamente sbriciolato e il comportamento dell’elettore non è più prevedibile. La soluzione è nella Storia e precisamente nel sistema di Atene, dove sorteggio e rotazione erano l’essenza della democrazia. Aristotele diceva: “Il sorteggio è democratico, l’elezione oligarchica” e Rousseau: “La via della sorte è più nella natura della democrazia”. D’altra parte una delle primissime critiche alla democrazia rappresentativa elettiva arriva nientedimeno che da Tocqueville, il quale lucidamente e nel 1830, considera “il momento dell’elezione del presidente degli Stati Uniti come un momento di crisi nazionale…”.
Ma quali sono i vantaggi del Sorteggio? “I cittadini sorteggiati non hanno forse le competenze dei politici di mestiere, ma hanno un’altra carta vincente: la libertà. Non hanno effettivamente bisogno di farsi eleggere o rieleggere. … Con il sorteggio si ottiene un campione più rappresentativo della società in seno all’organo elettivo …”.
“La via che dobbiamo scegliere oggi è quella di un modello birappresentativo, una rappresentanza nazionale che sia risultato di un meccanismo che associ elezione e sorteggio. Entrambi hanno le loro virtù: le competenze dei politici di mestiere e la libertà dei cittadini che non hanno bisogno di farsi eleggere. Il modello elettivo e il modello aleatorio funzionerebbero insieme. Il sistema birappresentativo è attualmente il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffrono tanti paesi. … Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia”.
Due libri coraggiosi, assolutamente indispensabili per chi non può più fare a meno di ritenere che la macchina democratica abbia bisogno di un buon “tagliando”.
Franco Arcidiaco
Vincenzo Zeno-Zencovich, Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa. Laterza, 1995, pagg. 84, £ 9.000
David Van Reybrouck, Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico. Feltrinelli, 2015, pagg. 158, € 14.00










LA NEVE DI SAN PIETRO, OVVERO LA MAGIA DEL NARRARE

Leo Perutz è un grande narratore di avventure. Nato a Praga da una famiglia ebreo-tedesca, allo scoppio della guerra nel 1914 si arruola nell'esercito austro-ungarico, si trova sul fronte orientale quando viene ferito e rimpatriato. In ospedale subisce l’asportazione di due costole ma rifiuta l’anestesia stringendo un panno tra i denti, finita l’operazione chiede al chirurgo le due ossa per darle in pasto al suo molosso, il quale, dopo averle annusate, s'allontana senza toccarle... Perutz esclama felice: “Il mio cane non è un cannibale!”. È uno dei tanti aneddoti, come quello che lo vede diventare esperto contabile di un’importante società dopo essere stato bocciato in matematica alla maturità, che non solo descrive l’uomo, ma rivela la genesi di molti dei suoi racconti che sono zeppi di personaggi eccentrici, stravaganti, ossessionati fino al fanatismo. Sfuggito al nazismo rifugiandosi in Palestina, smette di scrivere e muore dimenticato a 73 anni nel 1957.
Secondo Corrado Augias, una delle ragioni per le quali Perutz è stato trascurato potrebbe nascondersi proprio nella difficoltà di capire che razza di scrittore fosse, cioè di “dare ai suoi romanzi una collocazione sicura all'interno d'un genere riconoscibile”. Basta pensare che il suo “Il maestro del giudizio universale”, venne pubblicato per la prima volta in italiano nel 1931 nella collana dei “Gialli Mondadori”, in una traduzione modesta, liberamente rimaneggiata dai curatori; e che Borges ha pubblicato Perutz in Argentina includendolo in una collana di thriller d'alta qualità. Leggendo le pagine godibilissime di Perutz, si scopre una semplice realtà: ci troviamo al cospetto di un grande narratore, creativo, immaginifico e straordinario interprete dell’intrigante atmosfera d’inizio Novecento, che naviga tra feuilleton e alta scrittura con elegante disinvoltura. Abile tessitore di trame, adora giocare, manipolandolo, col destino dei suoi personaggi.
In questo “La neve di San Pietro”, che ho divorato in una giornata di vacanza sotto il Vesuvio, ci imbattiamo nell’enigmatica ricostruzione di un periodo della vita del dottor Friedrich Amberg, in particolare dei giorni compresi tra il 25 gennaio e il 2 marzo del 1932. Secondo le testimonianze, è stato ricoverato in stato d’incoscienza dopo essere stato investito da un’auto, davanti alla stazione ferroviaria di Osnabrück, mentre si recava a prendere servizio come medico condotto nel paesino di Morwede. Eppure lui ricorda benissimo di esserci arrivato a Morwede, dove, nell’ordine, ha conosciuto il fanatico e reazionario barone Von Malchin, ha ritrovato la donna perdutamente amata ed è stato gravemente ferito nel mezzo di un tumulto di piazza. Perutz non ci rivela la verità ma, come sua abitudine, indugia ambiguamente tra le pieghe dell’ignoto vestendolo di realtà, portandoci alla scoperta di un esperimento ambizioso e grottesco allo stesso tempo, figlio di una folle fissazione, che sortirà risultati tragici quanto sorprendenti. Il Barone Von Malchin è convinto che il mondo sia corrotto e che solo il germanesimo e la fede religiosa possano curarlo, che ogni mezzo sia lecito per raggiungere questa palingenesi. Questo lo induce a sperimentare sui paesani una droga sintetizzata da un parassita che infestava l'Europa fin dal Medioevo.
“Mi prese la mano e mi trascinò in una stanza che odorava di alcol e di loden fradicio. Un erbario era aperto sul tavolo, fra alghe, licheni e muschi d’ogni tipo. Da sotto il sofà faceva capolino un tirastivali in ghisa, a forma di cervo volante. Sopra il comò si trovavano, disposti su due file, alcuni recipienti in cui erano conservati sotto spirito i funghi commestibili e velenosi della zona. Un piccolo riccio lappava del latte da una ciotola di terracotta.”
Ma la sua convinzione non va pari passo con la realtà e non saranno gli inni sacri a risuonare in quelle lande, ma l'Internazionale. Il sogno del vecchio visionario, quasi un apprendista stregone di goethiana memoria, di rimettere sul trono d'Europa un discendente di Federico di Svevia "Stupor Mundi", finirà nel sangue, scempiato da quell’incontrollabile “anima delle masse” che lui stesso aveva risvegliato.
La Neve di San Pietro o Fuoco della Vergine, descritta nel romanzo, è dunque una malattia dei cereali causata da un fungo parassita che si manifesta con un velo bianco e produce sostanze allucinogene in grado di provocare estasi mistiche e visioni ascetiche. Il dipanarsi della storia, tra la restaurazione del Sacro Romano Impero Germanico degli Hohenstaufen (ovvero il Primo Reich) e l’avvento della Rivoluzione Bolscevica d’ottobre, indurrebbe a pensare che lo stesso Perutz ne sia stato preda…
L’incipit è assolutamente coinvolgente e ci immerge nei pensieri confusi di un uomo che si risveglia in un ospedale: frammenti e visioni che appaiono e scompaiono nella sua mente per un attimo prima che i ricordi lo investano con la violenza di un crollo. Ma quei ricordi appartengono a fatti veramente accaduti, o hanno ragione i medici quando insistono nel sostenere che è “solo” stato investito da un’auto e che quegli eventi li ha sognati?
"Quando la notte smise di tenermi prigioniero, ero una cosa senza nome, un essere privo di personalità, che non conosceva i concetti di ‘passato’ e ‘futuro’. Giacqui, forse per molte ore, o forse solo per una frazione di secondo, in una sorta di rigidità… Sarebbe facile dire: galleggiavo nel vuoto, ma sono parole che non significano nulla. Sapevo solo che esisteva qualcosa, ma che quel ‘qualcosa’ fossi io, questo lo ignoravo."
Il Barone descritto da Perutz è un individuo assolutamente certo del suo piano, con una volontà di ferro e dominato da un'energia reale ma sconosciuta, che evoca inevitabilmente un altro personaggio, che la Storia avrebbe liquidato come un pazzo, che di lì a poco avrebbe dimostrato al mondo intero di essere capace di dominare un'intera nazione, soggiogandola con la droga di un'aberrante propaganda e col fascino macabro di un'ideologia razzista di annientamento del più debole e del diverso.
Franco Arcidiaco
Leo Perutz, La neve di San Pietro, Adelphi 2016, pagg. 184, € 18,00