domenica 3 dicembre 2017

IL FASCINO MISTERIOSO E INSPIEGABILE DI WALT WHITMAN

”Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”. Questa bellissima frase pronunciata nel film L’attimo fuggente dal prof. John Keating (interpretato da Robin Williams) non poteva non tornarmi in mente nel momento in cui ho avuto tra le mani il poema Foglie d’erba che, per la verità, avevo cercato soprattutto per rileggerne la magnifica prefazione di Giorgio Manganelli.
La vicenda poetica di Walt Whitman è paradigmatica della Storia Americana. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, gli Stati Uniti non avevano ancora una poesia veramente autoctona, non avevano in sostanza un “poeta nazionale” degno di questo nome. Proprio nel momento in cui l’America cominciò a sentire l’esigenza di avere una propria voce, istintiva, con cui cantare se stessa, arrivò appunto Whitman, poeta di un unico libro, anzi di un vero e proprio poema epico, che in quel tempo ancora appariva come il genere più adatto a interpretare e fissare compiutamente la storia di una nazione; non a caso qualche critico è arrivato a parlare del poema come “prodotto dell’inconscio collettivo non meno che del singolo autore” o di “Bibbia democratica americana”.
Il tentativo di Whitman era piuttosto ambizioso, la sua idea, infatti, era di definire tutta una nazione e di “esprimere in forma letteraria o poetica, e senza compromessi, la mia propria persona fisica, emotiva, morale, intellettuale ed estetica, accordandola per mezzo dello spirito e dei fatti importanti dei suoi giorni immediati e dell’America attuale; svolgendo questa personalità, identificata nel tempo e nello spazio, in un senso molto più ingenuo e comprensivo che in qualunque libro o poema scritto sinora”.
In realtà la sua opera è l’incarnazione di fascinazioni tardoromantiche portate alle estreme conseguenze. Leaves of Grass, Foglie d’erba, fu un poema in itinere che vegetò e infittì fra le mani di Whitman; la prima edizione uscì nel 1855 e da quel momento, fino al 26 marzo 1892, giorno della sua morte, la sua storia personale e quella del poema furono una sola cosa. Il libro, al quale il poeta lavorò quindi per oltre metà della vita, comprendeva nella prima edizione pochissime poesie faticosamente elaborate. Uscì in ottocento copie, delle quali una sola fu venduta mentre le altre vennero distribuite a poeti, critici, amici e riviste letterarie; registrò più critiche che consensi ma Whitman non si arrese e avviò tutta una serie di revisioni e di inserimenti di nuovi capitoli producendo ben altre nove edizioni ognuna delle quali “accresciuta e corretta”, arrivando addirittura a modificarle anche in sede di ristampa. La quinta edizione del 1871 è quella che comprende Memories of President Lincoln con la celeberrima O Captain! My Captain!, la decima, ultima, è del 1892 ed è quella detta “del letto di morte”. In un’immaginaria rassegna della poesia universale nella quale ogni Paese fosse chiamato a presentare il suo poeta di riferimento, ritroveremmo dunque i versi di Whitman schierati al fianco di quelli di Dante, Goethe, Szymborska, Lorca, Baudelaire, Gibran, Majakovskij, Borges e Pessoa. Non renderemmo certo un buon servigio al povero Whitman poiché il suo poema non reggerebbe assolutamente il confronto con gli altri capolavori. Il suo motto “Sii semplice e chiaro, non essere occulto” è portato alle estreme conseguenze: il suo stile manifesta, infatti, una rozzezza di fondo, figlia della sua foga incontrollata e del suo infantile e didascalico entusiasmo marcatamente compilativo; l’utilizzo indiscriminato di slang, termini desueti e definizioni improbabili e il suo dispregio per la metrica, sono a mala pena suppliti dalla sua abilità oratoria e da qualche raro sprazzo di lirismo ispirato. Non a caso la lirica più conosciuta O Captain! My Captain!, resa celeberrima dal film L’attimo fuggente di Peter Weir, deriva la sua forza e la sua efficacia proprio dallo schema metrico e dai versi regolari e rimati che in genere Whitman non privilegiava. Eppure tra le pagine di Whitman sono nascoste delle perle preziose che non sono sfuggite al grande Giorgio Manganelli che definisce la sua poesia “estremamente e deliberatamente sviante; una poesia che sembra brulicare di idee ed anzi di raccomandarsi in grazia del frastuono di codeste idee, dell’ambigua generosità da comizio, della irritante fraternità dei vocativi, una sospetta eloquenza da predicatore itinerante…”. Con brevi incursioni tra le pagine, Manganelli segnala alcune “finezze ambigue, anche delicatamente puttanesche”. Questi versi sono un esempio: “O forse è il fazzoletto del Signore/un ricordo profumato lasciato cadere di proposito…”; il poeta, interrogato da un giovinetto su cosa sia mai l’erba, avanza l’ipotesi che sia una sorta di dono profumato lasciato cadere di proposito dal Signore per non farsi dimenticare. Mi ha molto incuriosito questa storia del fazzoletto profumato, mi ha fatto tornare in mente un elegante signore, si chiamava Mario Cundari, impiegato dell’agenzia giornalistica di mio padre, che soleva portare nella tasca dei pantaloni un fazzoletto intriso di profumo che non perdeva occasione di sfoderare per spargerne le buone essenze nell’ambiente di lavoro fumoso e polveroso di inchiostro dei giornali. Da un paio di versi nasce una suggestione o, per dirla con Manganelli, “un’istantanea meraviglia”. Emily Dickinson è stata una grande poetessa americana contemporanea di Whitman, lei del Massachusetts, lui dello stato di New York; meno amata dagli americani duri e puri e scoperta molti anni dopo la morte, ha lanciato involontariamente una ciambella di salvataggio all’opera di un poeta che da lei era lontano artisticamente anni luce: “Non c'è nessun vascello che, come un libro possa portarci in paesi lontani, né corsiere che superi al galoppo le pagine di una poesia. È questo un viaggio anche per il più povero, che non paga nulla, tanto semplice è la carrozza che trasporta l'anima umana”. Come dire che non esiste un libro che non contenga una perla, basta avere la costanza di cercarla. È evidente che la grandezza di Whitman risiede proprio nella semplicità e naturalezza con la quale, istintivamente, riusciva a esprimere le sue emozioni e i suoi aneliti di libertà; e questa sua caratteristica certamente contribuì a renderlo un mito soprattutto per le generazioni future. Lo “zio Walt” divenne un simbolo e i suoi versi guidarono il percorso “on the road” di tutti i poeti della Beat Generation, con in testa Allen Ginsberg che gli dedicò dei magnifici versi nel suo A Supermarket in California.
Franco Arcidiaco
Walt Whitman, Foglie d’erba, BUR poesia Rizzoli, Milano 1988, pagg. 520, £ 11.000
Whitman, Poesie, Nuova Accademia, Milano 1965, pagg. 160, £ 600
Walt Whitman, O capitano mio capitano, Crocetti editore, Milano 1990, pagg. 96, £ 10.000







domenica 29 ottobre 2017

GIORNALISTA E NARRATORE, DUE MESTIERI DIVERSI

Danilo Chirico è tra i pochi cronisti di giudiziaria e nera che quando scrive non corre il rischio di essere considerato un velinaro o, peggio, un megafono degli inquirenti e delle procure. Il suo linguaggio chiaro e coraggioso rispetta i principi cardine della buona informazione. Questo non significa automaticamente che Danilo sia diventato anche un bravo scrittore o meglio, per dirla con il nume tutelare della letteratura calabrese Pasquino Crupi, un bravo narratore. La capacità di narrare è fondamentalmente innata, anche se la pratica, a lungo andare, può produrre affinamento. Ma mentre risulta naturale a un buon scrittore applicare le forme narrative al giornalismo, non lo è altrettanto per un giornalista che si improvvisa narratore. Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera o Dino Buzzati non erano classificabili come giornalisti: erano scrittori che scrivevano editoriali per i giornali. Viceversa non si registrano molti casi di bravi giornalisti che siano riusciti a rintracciare nel proprio DNA l’estro narrativo. Altro discorso vale, invece, per la saggistica che sovente appare come l’approdo naturale del buon cronista. Detto ciò, potrei anche chiudere questo faticoso tentativo di recensione, ma tale omissione dal sapore gesuitico produrrebbe, son certo, a Danilo più fastidio di una stroncatura.
In una recente intervista, Danilo ha dichiarato che Chiaroscuro “costruisce un asse – politico e criminale, ma anche economico e sociale – che mette in relazione, direi tiene insieme, questi due mondi” ovverossia la società reggina e quella romana, che sono rispettivamente la sua città di nascita e quella d’adozione. Siamo quindi nel terreno del romanzo di genere ed esattamente in quello del sempre più inflazionato noir (con buona pace del povero Simenon). Protagonista la generazione dei trenta-quarantenni le cui caratteristiche (grandi fervori ed enormi contraddizioni) sono trattate con un notevole realismo, viziato, però, da forzature fastidiosamente ridondanti. Il vomito continuo (siamo alla media di una vomitata ogni due pagine), l’Oki dipendenza e l’ossessiva passione (solo presunta, altrimenti non chiamerebbe la Barbera al maschile…) per i vini piemontesi, riducono il povero PM Federico Principe alla stregua di una macchietta. In questa sua opera prima, Danilo Chirico ha infranto la regola n. 11 del breviario di scrittura On Writing di Stephen King che recita testualmente: “Non date troppe informazioni inutili: meno è meglio! Includete nella vostra storia solo i dettagli davvero utili per farla andare avanti e per spingere il lettore a continuare a leggere”.
Parlavo prima di realismo, Danilo lo profonde a piene mani; l’esperienza maturata sul campo ha arricchito oltre misura il suo bagaglio ma ha infuso un’ansia bulimica al tessuto narrativo. Dentro Chiaroscuro ci sono decine e decine di fatti realmente accaduti: la pistola di un PM che ferisce una ragazza durante una festa, il vizietto della cocaina di qualche giovane magistrato, le frequentazioni e le parentele imbarazzanti di alcuni inquilini della procura, i rapporti privilegiati con determinati cronisti, i rapporti complicati (per usare un eufemismo morbido) con superiori e colleghi, la tentazione della politica; un déjà vu per chiunque abbia prestato un po’ di attenzione alla cronaca degli ultimi decenni.
Aver voluto racchiudere tutti questi elementi in un unico personaggio è stato l’errore principale di Danilo Chirico; l’intreccio risente dell’ammassarsi di fatti e circostanze e rende arduo al lettore il dipanamento del groviglio letterario. Mi risulta imbarazzante giudicare il lavoro degli altri editori, ma da un monumento come la Bompiani (sia pur ormai giuntizzata) mi sarei aspettato un lavoro di editing più accurato e deciso nei confronti dell’opera prima di un ottimo giornalista.
Il caso ha voluto che negli stessi giorni in cui ho completato la lettura del libro di Danilo Chirico, mi sia ritrovato tra le mani il volumetto di racconti di A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli editore.
Guthrie, romanziere americano che ha percorso tutto il ‘900, ha vinto il Premio Pulitzer nel 1950 ed è un maestro di narrativa che spazia dalla tragedia alla commedia, percorrendo la storia americana per raccontare “l’epos e le radici del lato oscuro e del lato luminoso del mito a stelle e strisce”. Il rapporto uomo-natura, l’avventura, il viaggio, la libertà, la violenza, il pentimento, l’amore mai sdolcinato, il tempo traditore; ingredienti classici che, mixati sapientemente, rivelano una grande vena da storyteller. Ne suggerisco la lettura a Danilo e alle sue editor in Bompiani.
Franco Arcidiaco
Danilo Chirico, Chiaroscuro, Bompiani, Milano 2017, pagg. 464, € 18,00
A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli, Fidenza 2016, pagg. 152, € 16,90

ROSARIO VILLARI, IL NOSTRO LIBRO DI STORIA

Oggi è morta la Storia. Per la mia generazione e minimo per altre due, con Rosario Villari è scomparsa una parte importante di noi. Il libro di Storia, che noi chiamavamo semplicemente “il Villari”, compagno fedele di interminabili pomeriggi di studio, ha contribuito a sviluppare la nostra coscienza critica; ci ha fatto capire che la Storia non è semplicemente quello che raccontano i vincitori e le classi dominanti, ma è quella scritta col sudore e col sangue delle classi operaie e contadine. Rosario Villari ci ha spiegato che la Storia si può interpretare e ci ha fornito gli strumenti per farlo; ci ha fatto capire che la “questione meridionale” non è uno slogan vuoto ma il prodotto di un preciso disegno geopolitico. Nel mio Villari le pagine della Rivoluzione Francese sono appena leggibili tra sottolineature di vari colori, in un bordo c’è anche una macchia di marmellata, anche questa annotata con cura, segno di una delle tante merende consumate distrattamente avvinto dalle epiche vicende che scorrevano sotto i miei avidi occhi. Addio compagno Sasha e grazie per la semina.
Franco Arcidiaco
Post pubblicato su FB il 18.10.17

domenica 22 ottobre 2017

LE PAOLINE E LA CORAZZATA POTËMKIN

“La libreria è un tempio, il libraio è un predicatore. Le nostre librerie non sono per fare denari, ma per beneficare la gente”. Questa frase, pronunciata da don Giacomo Alberione nel luglio del 1946, mi è tornata in mente quando la superiora della Congregazione delle Paoline della nostra città, suor José Maria Farini, mi ha proposto di intervenire alla Festa per l’Intronizzazione della Bibbia che si è svolta domenica 8 ottobre a Piazza Camagna. Il mio intervento, nella qualità di delegato comunale alla Cultura, non ha riguardato certo quello che il grande biblista francese Étienne Nodet definisce il “Libro dei Libri”; per parlare della Bibbia mi mancano i fondamentali… come si diceva una volta, e allora ho fatto ricorso alle suggestioni della mia memoria, che quando si tratta di vicende culturali non mi tradisce mai.
Don Giacomo Alberione era un tipo straordinario, basti pensare che il 20 agosto del 1914, mentre in Europa imperversava la Grande Guerra, in un tranquillo paesino delle Langhe piemontesi, Alba, decise di fondare nientemeno che una casa editrice, nacquero così le Edizioni Paoline; nel 1924 fondò il “Giornalino” (il primo settimanale per bambini che fece appassionare un’intera nazione alla nuova arte del fumetto; pensate che il mensile “Linus” sarebbe apparso solo nel 1965). Non contento, nel 1928 fondò in mezz’Italia la catena delle Librerie Paoline (giusto per dire, la catena delle Feltrinelli sarebbe arrivata ben 29 anni dopo!) e nel 1931 la “Famiglia Cristiana” (che ancora oggi è tra i più diffusi settimanali italiani).
Il motto di Alberione era “Portare Cristo oggi con i mezzi di oggi”, ovvero diffondere la parola di Dio tramite ogni mezzo che la tecnologia mette a disposizione; d’altra parte il suo ispiratore era San Paolo, a tutti gli effetti il primo comunicatore sociale che utilizzò proficuamente lo strumento mediatico del suo tempo, ovvero “le lettere”, al punto che l’intera sua predicazione è raccolta in epistole. Alberione, beatificato nel 2003, è stato proposto come “Patrono della rete” e penso che mai scelta fu più azzeccata come in questo caso.
Ma veniamo al mio rapporto con le Paoline, le “apostole della buona stampa e della parola fatta carta”: risale alla fine degli anni ’70, quando con un nutrito gruppo di giovani della sezione del PCI “Mattia Preti”, quartiere Tremulini, fondai il Circolo del Cinema “Pier Paolo Pasolini”. L’attività sociale del circolo si svolgeva all’interno della sezione sotto lo sguardo paterno ma diffidente dei compagni più anziani, mentre i film li proiettavamo nel salone della adiacente Scuola Elementare Carducci. Gli scarsi mezzi che avevamo a disposizione non ci consentivano di reperire le pellicole nei normali circuiti distributivi, lavoravamo con le bobine a 35mm ed eravamo costretti a noleggiarle nei circuiti del cinema d’essai di mezza Italia con costi per noi proibitivi. Il secondo anno di attività, quando cominciavamo a perdere le speranze di riuscire ad andare avanti, vennero in soccorso a noi, giovani comunisti duri e puri, le mitiche suore Paoline. La loro libreria sorgeva, come ancora oggi, nel plesso diocesano di piazza Duomo ed all’interno era ospitata la sezione del “Centro studi San Paolo Film”; in quegli anni di forti tensioni sociali, di aspre contrapposizioni tra i vari schieramenti politici, di “opposti estremismi” e “strategie della tensione”, una enclave cattolica ben definita animava e sosteneva la cultura cinematografica più progressista ed anticonformista, espressione diretta della rivoluzione planetaria del ’68. Nel loro catalogo erano presenti oltre al neorealismo italiano e al cinema di impegno civile, la nouvelle vague francese e il nuovo cinema indipendente americano, assieme ai grandi classici della cinematografia sovietica e ai maestri del cinema orientale e del cinema nordico (con la filmografia completa di Ingmar Bergman). Per tutto il suo periodo di attività il nostro circolo realizzò programmi di elevato livello avvalendosi esclusivamente dei film noleggiati “alle Paoline” e dell’ausilio delle preziose schede filmografiche prodotte dal centro studi.
Le suore che gestivano la libreria in quel periodo, andavano in giro con una Seicento Multipla bicolore e più di una volta ci consegnavano le bobine direttamente alla Carducci aspettando pazienti che raccogliessimo i soldi per pagarle. Sembra una storia alla Guareschi ma vi posso assicurare che andò proprio così. Oggi le suore Paoline continuano l’attività con lo stesso vigore d’allora ed il loro modello vincente si è esteso, grazie a papa Francesco, a tutto il movimento cattolico; noi comunisti, invece, siamo stati solo capaci di trasformare la battaglia contro le ideologie in una forma di karahiri collettivo ed oggi viviamo solo di ricordi.
Franco Arcidiaco








domenica 8 ottobre 2017

TUTTI I FANTASMI DI GIANNI AMELIO

Lo scorso mese di maggio, era di sabato, Antonella ed io abbiamo dato un passaggio in macchina a Gianni Amelio; si trovava a Reggio dalla sera prima per presentare il suo ultimo bel film “La tenerezza” e l’indomani, di buon mattino, doveva essere a Catanzaro, sua città natale, per un impegno di famiglia. Abbiamo fatto “il giro lungo”, in realtà avevamo un impegno a Bovalino nel pomeriggio, ma non ci siamo lasciati scappare l’occasione di conversare un paio d’ore con uno dei più importanti registi italiani.
L’occasione era ghiotta, poiché lo cercavo da tempo e lui purtroppo ha la cattiva abitudine di non rispondere né al telefono né alla posta elettronica; avevo bisogno di notizie su un suo film, girato a Reggio nel 1999 su commissione di Italo Falcomatà, “Uno schermo sull’acqua”.
Il film (una video-inchiesta di 50’, oggi avremmo detto un “docufilm”…) fu presentato in prima nazionale il 5 febbraio 2000 al “Teatro Politeama Siracusa” e raccontava la nostra città “che cambiava” attraverso varie voci: la giovane fotografa della Reggina, che era appena approdata al gotha della serie A, il libraio che animava il dibattito culturale in città, un giovane immigrato albanese, una ragazza nata in Canada tornata nella terra del padre e una giovane colombiana che si era innamorata di un coetaneo reggino “via internet”.
In quell’occasione Italo aveva dichiarato: “La nostra è una città che cambia perché i suoi cittadini hanno trovato fiducia in loro stessi e hanno riscoperto l’orgoglio delle loro radici, delle loro tradizioni, sicuri che un avvenire di sviluppo è concretamente possibile”.
Per raccontare questa “nuova” città, Amelio aveva incorniciato Reggio in uno schermo vero e proprio, quello che era stato allestito nell’estate del 1999 in riva al mare, davanti all’arena dello stretto, in occasione del “Festival Cinematografico del XXI Secolo”. Il regista calabrese pensò bene di usare quello schermo come uno specchio nel quale la città si rappresentava. Ricordo bene quella mattina magica in cui fu sistemato lo schermo, che corrispose anche al momento del primo ciak del film. Italo mi aveva convocato con altri pochi intimi, tra i quali un paio di pescatori di Calamizzi nel ruolo di “consulenti eolici”; i tecnici addetti al montaggio avevano raccomandato al sindaco di individuare una fascia oraria assolutamente priva di vento per non compromettere la stésa dello schermo e Italo chiamò i pescatori, che sapevano esattamente qual era il momento di “cambio di rema” che avrebbe assicurato una fase, sia pur breve, di calma piatta.
Con Laltrareggio seguivo passo passo l’attività del “sindaco della primavera” e, anzi, nell’occasione del Festival arrivai a produrre quello che forse fu il solo e unico esempio di quotidiano cinematografico, il XXI Secolo che per un’intera settimana accompagnò la programmazione del Festival.
Amelio realizzò dunque il film, che dopo aver girato i circuiti dei cineclub passò anche in Rai; il passo successivo sarebbe dovuto essere la produzione di un DVD per una distribuzione più capillare; purtroppo, invece, dopo la morte di Italo, “Uno schermo sull’acqua” subì le conseguenze della damnatio memoriae decretata dal suo successore. Ho cercato invano tracce del film a Palazzo San Giorgio ma, pur trattandosi di una produzione del Comune, non ho trovato alcunché.
Quella mattina in macchina Amelio è stato particolarmente loquace, Antonella ed io ci siamo limitati a qualche timida domanda, destinata ad essere travolta dal fiume di parole che ci riversava addosso, appoggiato con entrambi i gomiti sui sedili anteriori della nostra vecchia Skoda. Mi ha promesso che mi avrebbe aiutato a recuperare la pellicola originale del film o almeno una copia in DVD professionale e che mi avrebbe spedito in omaggio un cofanetto, prodotto dalla RAI in serie limitata, comprendente tutti i suoi film rimasterizzati in DVD.
Non abbiamo avuto più sue notizie, né abbiamo mai ricevuto i doni promessi; anche la sua email ed il suo cellulare hanno ripreso l’antica abitudine del silenzio…
Ha parlato tanto Gianni Amelio e, in due ore, ci ha sciorinato, con accattivante eloquio, la storia della sua vita e le inquietudini e i disagi della sua attuale condizione di anziano che sono, poi, tra i temi chiave de “La tenerezza”. Ci ha parlato della sua infanzia in un paesino di campagna attorniato da madri, zie, comari e nonne; del suo amatissimo figlio adottivo, Luan, di origini albanesi e delle tre adorate nipotine che lui si coccola portandole al cinema e in libreria. Ci ha parlato dell’odio profondo maturato per suo padre il giorno che si rifiutò di comprargli una rivista esposta in edicola, si trattava di Cinemanuovo che recava in copertina l’immagine di Jeanne Moreau tratta da Ascensore per il patibolo; non gli perdonò mai quella frase: “Coi soldi si compra il pane e non la carta”.
Arrivati a Catanzaro gli abbiamo donato un paio di libri di nostra edizione e lui ci ha invitato a leggere il suo ultimo libro Politeama edito da Mondadori salutandoci con queste testuali parole: “Temo, però, che dopo che l’avrete fatto mi toglierete il saluto!”. Forse è per questo che si è dimenticato di noi e delle promesse fatte…
Naturalmente, arrivati a Catanzaro Lido, ci siamo precipitati nella libreria Ubik del carissimo Nunzio Belcaro e abbiamo acquistato il libro.
In Politeama, Amelio racconta la storia di Luigino che vive una difficile infanzia, madre in manicomio e padre sconosciuto, nel Sud disperato degli anni ’50; un romanzo di formazione fuori da ogni schema nel quale l’autore, con chiara evidenza, riversa tutti i fantasmi derivanti dalle inquietudini di una diversità elaborata solo in età avanzata, il suo coming out, dalle pagine di Repubblica, risale infatti al 2014. Il romanzo è ricco di bellissime descrizioni in soggettiva che ci fanno entrare nel personaggio di Luigino, che è una tabula rasa, e viviamo con lui realisticamente la scoperta delle cose e le sensazioni che gliene derivano.
La crudezza di alcune scene di sesso e di violenza può risultare a tratti insopportabile e forse da questo derivava il suo ammonimento… in realtà se una critica mi sento di muovere riguarda invece lo stile di scrittura, tutti i dialoghi sono troppo verbosi e circostanziati al punto di rendere particolarmente noiosa la lettura. Amelio poi si concede il vezzo di porre in epigrafe a ogni capitolo dei versi tratti da canzoni degli anni ’50, francamente non ne ho capito il motivo poiché l’operazione non appare funzionale né a contestualizzare l’epoca storica, né a richiamare delle attinenze narrative.
L’incipit è didascalico e vale la pena di essere riportato: “Quando Luigi aveva sette anni, sua madre lo vestiva da femmina. Al buio, nella casa senza finestre, lo faceva salire su una sedia e gli infilava le mutandine rosa, poi la gonnella a fiori, la camicetta con le maniche corte, le calze e le scarpe bianche della sorella che era morta il mese prima”.
Caro Gianni, il libro l’ho letto e non è certo per questo motivo che ti leverò il saluto, ma tu almeno cerca di leggere questa mia strana recensione, non vorrei che in un angolo remoto della tua mente mi avessi relegato al semplice ruolo di autista…
Franco Arcidiaco
Gianni Amelio, Politeama, Mondadori, Milano 2016, pagg. 176, € 18,00









martedì 3 ottobre 2017

TUTTI I CALEMBOUR DI DAVID FOSTER WALLACE

Sono passati nove anni esatti dalla morte per suicidio, a quarantasei anni, dello scrittore americano David Foster Wallace. Nel suo paese grande era la stima di cui godeva, in Italia non ha mai incontrato i favori del grande pubblico, che forse trovava la sua scrittura complessa e audacemente innovativa. Non vi parlerò dei suoi due grandi romanzi, il più famoso dei quali “Infinite Jest” ho abbandonato nello scaffale dell’amico libraio-resistente Fabio Saraceno, non perché mi abbiano fatto paura le sue 1.500 pagine, ma per il semplice motivo che, dopo una scorsa sommaria, non ne ho gradito l’ambientazione e l’impianto narrativo.
La dimensione di D. F. Wallace che prediligo, e che ne esprime il genio letterario, è quella umoristica; questo “Una cosa divertente che non farò mai più”, capolavoro di comicità e virtuosismo stilistico, ne è la riprova.
Il libro nasce da un incarico che l’autore aveva ricevuto dalla prestigiosa rivista Harper’s, il suo compito era di redigere un reportage narrativo da una crociera extralusso ai Caraibi. Foster cominciò il suo lavoro sulla stessa nave che lo ospitava ma, successivamente, ci prese gusto e lo arricchì revisionandolo a dismisura fino a farlo diventare un classico dell’umorismo di fine Novecento; più o meno quello che è stato “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome K. Jerome per la letteratura della seconda metà dell’Ottocento.
Anche il libro di Jerome era nato quasi per caso, visto che l'autore, originariamente, aveva redatto un'opera ricca di notizie storico-letterarie utili per approntare una guida turistica del Tamigi. L'editore della rivista che aveva commissionato il racconto, pretese di tagliare gran parte delle digressioni storico culturali, sancendo di fatto l'enorme successo del libro, snellito ma pieno di gag umoristiche.
Wallace, con un’operazione più o meno simile, ha prodotto una satira spietata sull’opulenza sprecona e sul divertimento di massa forzato della società americana contemporanea.
Il talento letterario, la capacità di osservazione e l’intelligenza analitica di David Foster Wallace hanno trasformato un’esperienza a tutti gli effetti alienante in un’opera d’arte.
L’autore, da osservatore intelligente e paranoico, propaga il suo sguardo ovunque: sulla macchina del divertimento, sulle persone, sulle dinamiche sociali tra i crocieristi e tra questi e il personale di bordo, sulla somministrazione smisurata dei cibi, non risparmiando nemmeno se stesso. Ne esce innanzitutto un quadro lucido e ironico del turista medio e dei suoi tic, che non fatichiamo a rintracciare nel nostro vissuto. È obbligatorio ritrovarsi ricchi e felici, anche il cielo è sempre più blu, tutto deve rendere il viaggio indimenticabile. È l’industria del divertimento, che annulla in una bolla artificiale di benessere e opulenza le frustrazioni e le difficoltà di ogni giorno. Nessuno avverte la palese contraddizione consistente nel fatto che questa macchina dei vizi è prodotta da un equipaggio di immigrati malpagati (lavorano a “ritmi dickensiani”) che coccolano (esilarante è la gag del “fenomeno del sorriso professionale”, un “fenomeno fondamentale del terziario” e quella del “cameriere gastropedante”) per contratto e timore di perdere il lavoro.
David Foster Wallace analizza questa macchina di business in cui si trova immerso con analisi lucida e competente (le pagine sono stracolme di note ricche di dettagli e dati tecnici) e con talento letterario, coniando espressioni e calembour irresistibili.
La sua grandezza gli consente di operare un’altrettanto spietata operazione di autoanalisi, registrando disinvoltamente le sue reazioni a questo mondo di benessere artefatto e di vacua finzione. Ne deriva l’immagine di un uomo fragile, sociopatico, che non si ritrova nei riti dei crocieristi, che cede alla tentazione di ordinare la cena in camera per ritrovare i suoi spazi di solitudine, ma poi si trova a spargere fogli sul letto per dissimulare una presunta attività lavorativa che non lo faccia apparire un disadattato agli occhi del cameriere.
Leggete queste righe sul “water ad alto tiraggio” e ditemi se ho esagerato: “Lo scarico del water produce un rumore breve ma traumatico, una specie di gorgoglio in si-alto-tenuto, tipo disturbo gastrico su scala cosmica. Insieme a questo rumore arriva una violenta suzione così impressionante e potente che fa paura e allo stesso tempo dà uno strano senso di conforto –i vostri escrementi (escrementi e odori che sono conseguenza logica dei pasti alla Enrico VIII, del servizio in cabina gratuito e illimitato e dei cesti di frutta) più che rimossi sembrano risucchiati, e risucchiati a una velocità tale che vi fa pensare che vadano a finire in un luogo così lontano che diventano immediatamente un’astrazione… una specie di scarico ad alto tiraggio esistenziale. È piuttosto difficile ignorare la relazione tra l’alto tiraggio del water e le fantasie di negazione e trascendenza della morte che la crociera extralusso tenta di instillare.”
Franco Arcidiaco
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Edizioni minimum fax, Roma 1998, pagg. 160, € 12,50.



LUCIANO BIANCIARDI E IL LAVORO CULTURALE D'ANTAN...

Con tre edizioni conservate in Biblioteca, non l’avevo mai letto integralmente, ma a spizzichi e bocconi, da citazione a citazione. L’ho letto d’un fiato in un pomeriggio di fine estate, per giunta domenicale. Un senso di sgomenta nostalgia mi ha pervaso; con la sua grande capacità di scrittura Luciano Bianciardi mi ha trasportato di peso in un’epoca che è stata anche la mia (mirabili e per me struggenti le istruzioni e le raccomandazioni rivolte a chi si accingeva ad “aprire un circolo del cinema”), con la differenza che nella mia “provincia della provincia” il tutto si svolgeva esattamente vent’anni dopo rispetto alla sua “centrale” Toscana.
Ora non mi rendo conto se il mio smarrimento derivi dalla constatazione dell’arretratezza cronica della mia terra o dalla presa d’atto, di scientificità notarile, del fallimento non di una ma di tre generazioni che si sono trovate a gestire il dopoguerra italiano. Un fallimento che però è da addebitare esclusivamente alla cecità del lavoro politico, incapace di tradurre le istanze e gli stimoli di una classe intellettuale di elevatissimo livello che però non è andata mai oltre la funzione di florilegio della Politica.
Franco Arcidiaco
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1964, pagine 112, £ 300