martedì 11 settembre 2018

FESTIMARONNA

Quando il direttore mi ha chiesto un punto di vista “da non credente” su “Festaimaronna”, ho un po’ esitato poiché vivo con fastidio l’atteggiamento intollerante e gli sguardi compatitori, che amici e conoscenti cattolici mi riservano ogni qualvolta non esito a manifestare il mio ateismo. Alla fine, però, ha prevalso l’approccio di don Davide Imeneo, certamente diverso, fondato com’è su reciproca stima e forte vena dialettica. Il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto de Martino ci ha insegnato che “le religioni, se sono davvero religioni e non soltanto vita morale o conoscenza o poesia dispiegate e fatte autonome nella coscienza, racchiudono sempre un nucleo mitico-rituale, una ‘esteriorità’ o ‘vistosità’ pubbliche, una tecnica magica in atto, per quanto affinata e sublimata”. Ed è pertanto di questo aspetto che desidero parlare, sperando di evitare gli strali dei Torquemada di turno. La festa patronale è un momento topico che riguarda strettamente la sfera identitaria di una comunità, ma deve essere anche lo strumento che consente alle autorità religiose di riaffermare un nucleo di valori elevati, che trascende gli egoismi individuali e al quale il cittadino, “homo civicus”, deve sottomettersi; è il momento del riconoscimento che il negativo può, sì, essere riassorbito dal piano metastorico mitico-rituale, ma non senza una condotta umana moralmente orientata. Il corpus di questa magia cerimoniale diventa fattore aggregante e identitario e produce un elevatissimo livello di condivisione di sentimenti e valori. Inevitabile il ricorso ai ricordi più personali: mia madre non voleva seguire la processione, aveva un carattere pigro, con la sua bonaria e sorniona indolenza chiedeva a turno a uno di noi figli di essere accompagnata al Duomo “mi salutu a Maronna”, diceva; quando ero ancora in età scolare l’occasione era ghiotta, poiché all’uscita dalla chiesa mi spettavano le bancarelle di giocattoli e dolciumi. Sette anni fa, alla vigilia del suo trasferimento al Nord, sono andato con mio figlio a “salutare la Madonna”, mia madre non usciva più e questo rituale in qualche modo mi mancava. Ho trovato anche opportuno che mio figlio, nel momento del distacco dalla sua città e del passaggio della “linea d’ombra”, andasse a salutare, oltre a parenti e amici, il simbolo indiscusso della nostra comunità. Sono anni ormai che con mia moglie non manchiamo alla festa di Sant’Agata a Catania; pulsioni strane, le nostre, forse riconducibili a una forma di metareligione che riguarda da vicino il trascendentalismo di Ralph Waldo Emerson e la setta americana UU (Unitariani Universalisti) da lui ispirata, che professa una libera e responsabile ricerca della verità e del significato e mira a creare una fede umanistica universale. Sarà, ma a me di Sant’Agata piace il sorridente visino arguto e lo spirito coraggioso e ribelle e della sua festa mi piace il calore della gente con indosso il pigiama tradizionale, l’odore dei ceri e della segatura, il sapore ineguagliabile delle olivette e delle “minnuzze” e il profumo del cibo di strada, mentre di “Festimaronna” mi piace il piglio e lo sguardo dei portatori, la vetusta sobrietà del quadro, la tarantelle e il panino “cu satizzu”.

domenica 20 maggio 2018

SISINIO ZITO, UN POLITICO VISIONARIO

Raffaele Malito con lo stile incalzante del giornalista di razza, ha ricostruito magistralmente l’intensa biografia di Sisinio Zito, dirigente politico socialista e meridionalista, parlamentare, uomo di governo e sindaco la cui figura non può essere scissa dal concetto di “buona politica”. Uomo di vasta e poliedrica cultura, Zito ha incarnato il concetto stesso di politica intesa come attività di interesse collettivo. La “buona politica” è tale non solo quando è volta allo sviluppo civile e sociale dei territori, ma anche quando è permeata da fattori di creatività economica e culturale. Nel titolo del libro, Zito viene definito “un politico visionario”. Nel corso della prima presentazione del volume presso la Fiera “San Giorgio una Rosa un Libro” svoltasi di recente a Palazzo Alvaro, sede della Città Metropolitana di Reggio Calabria, questa definizione ha fatto storcere il naso a qualcuno. Gli incauti contestatori del termine, non hanno tenuto in conto che il termine “visionario” è un Giano bifronte e che essere visionari e sganciati dalla realtà, può comportare anche risvolti positivi. Il visionario è colui che non subisce la realtà, ma continua a sognare un mondo che risulta inesistente solo ai poveri di spirito, lui fa parte di una categoria che riesce a vedere oltre, che riesce a pensare in 3D e non si ferma davanti alle prime difficoltà. La sua visione non è illusione chimerica, ma sostanza che si trasforma in materia tramite l’energia positiva. D’altra parte Sisinio Zito si trova in buona compagnia se è vero come è vero che tra i visionari si possono annoverare personaggi del calibro di Nelson Mandela, Mahatma Gandhi, Galileo Galilei o Steve Jobs.
Lo scrittore rwandese Bangambiki Habyarimana diceva che i visionari incontreranno sempre l’opposizione delle menti deboli ma i semi che piantano salvano il mondo. Sisinio Zito non avrà avuto certo la velleità di salvare il mondo, ma nessuno potrà mai negare che l’azione da lui svolta nella nostra provincia abbia prodotto degli innegabili e concreti benefici. Gli importanti risultati del suo instancabile lavoro politico e amministrativo hanno consentito alla sua terra di raggiungere obiettivi impensabili; il festival Jazz senza confini “Rumori Mediterranei”, da lui creato, ha reso celebre Roccella Ionica in tutto il mondo. Tanti sono stati i risultati conseguiti, ma “Roccella Jazz” e il “Porto delle Grazie” rimangono emblematici per la caparbietà e l’abnegazione con cui Zito li ha realizzati, arrivando a mettere in gioco, per sostenerli, il suo stesso patrimonio personale.
L’opera si legge come un romanzo e Malito si è calato nel personaggio, scrive Pasquale Amato nella prefazione, “sino a coglierne e a descriverne le varie fasi dei suoi densi ottant’anni come se li avesse vissuti in prima persona”.
Franco Arcidiaco
Raffaele Malito, Sisinio Zito un politico visionario, Città del Sole edizioni 2018, pagg. 304, € 16,00

martedì 8 maggio 2018

DONNA TARTT E I SUOI TRE CAPOLAVORI. Parte I

“Suppongo che a un certo punto, nella mia vita, avrei potuto narrare un gran numero di storie, ma ora non ve ne sono altre. Questa è l’unica storia che riuscirò mai a raccontare”.
Già dal prologo si intuisce la potenza dell’inquieto io narrante di Dio di illusioni (titolo originale The secret history), il primo romanzo della strabiliante e imprevedibile scrittrice Donna Tartt. Donna Tartt è nata e cresciuta nel Mississippi e non è affatto un caso che io stia scrivendo queste note mentre nel piatto del mio Thorens gira un album di Robert Johnson, suo illustre corregionale.
Il romanzo, a cui Tartt lavorava dal 1986 (quando, ancora ventiduenne, studiava all’università di Bennington ed era amica di Bret Easton Ellis, famosissimo autore di American Psycho), venne pubblicato nel 1992 e in pochi mesi divenne un bestseller internazionale, un grande caso editoriale che rese la sua giovanissima autrice una celebrità assoluta della letteratura americana contemporanea; all’epoca, come ha scritto Newsweek, “i critici gareggiavano per trovare il maggior numero di superlativi”.
Il romanzo uscì in Italia nello stesso anno ad opera della mia beneamata Rizzoli che, però, inciampò nell’italico male che vuole l’assegnazione di titoli italiani idioti a capolavori della letteratura stranieri. Una storia segreta sarebbe stato un titolo impeccabile, ma per i cervelloni di via Rizzoli la traduzione letterale risultava troppo agevole e si inventarono questo ampolloso e fuorviante Dio di illusioni.
Il protagonista del romanzo è Richard Papen, un ragazzo povero e complicato, cresciuto in una polverosa cittadina della provincia californiana, il cui unico eldorado sono gli sfavillanti centri commerciali. Richard, desideroso di lasciare la sua incasinata famiglia al più presto, si iscrive nell’appartato Hampden College del Vermont dove, per puro caso, si ritrova a far parte della classe più esclusiva dell’università, quella di greco antico, insieme ad un gruppo di soli cinque studenti ricchi, viziati, decadenti, dediti tanto agli studi quanto agli eccessi e devoti al loro ammaliante professore, Julian Morrow (“…avevo a volte la sensazione che la sua principale preoccupazione fosse più l’eleganza del gesto che il sentimento in sé”). La caduta di Richard nella rete del prof è inevitabile, “perché, se la mente moderna è capricciosa e digressiva, la mente classica è mirata, risoluta, inesorabile”. Ha ansia di entrare a far parte del gruppo di studiosi classici: “In quello sciame di sigarette e cupa sofisticazione, apparivano qua e là come figure di un’allegoria, o gli invitati, morti da tempo, di una festa in giardino di epoche passate”. Più indifferenti che diffidenti, i giovani accolgono Richard nel gruppo con snobistica indolenza: “Quella improvvisa attenzione mi confondeva; come se i personaggi di un quadro molto ammirato, assorti nelle loro occupazioni, si fossero voltati a guardare fuori della tela per parlarmi”.
Gli studenti di Morrow “se incarnavano in parte l’esito delle sue cure, spiccavano abbastanza e, pur diversi tra loro com’erano, condividevano una certa freddezza, un crudele, manierato fascino non del mondo moderno, spirante bensì uno strano, gelido fiato proveniente da quello antico: erano creature magnifiche; quegli occhi, quelle mani, il loro aspetto… sic oculos, sic ille manus, sic ora ferebat”. Julian li esorta “a lasciare il mondo fenomenico per entrare in quello sublime” a liberarsi, come insegnava Platone, dal peso dell’io. Richard ci mette poco a integrarsi e a condividere la vita di questo gruppo che procede immersa nella fascinazione dei miti classici in una fase di costante stupore alcolico, alla ricerca della follia iniziatica, sempre di platoniana memoria, e dell’estasi dionisiaca; ma la loro dimensione costituisce solo una realtà parallela, l’incantesimo nel quale placidamente fluttuano verrà presto spezzato dall’esplosione della tragedia. La potenza narrativa della Tartt è tale dal rendere tremendamente plausibile la scelta di sopprimere Bunny, l’unico tra gli allievi di Julian che non esitava a manifestare insofferenza per i progressivi gradi di trasformazione metafisica del team; l’assassinio a sangue freddo di Bunny viene ridotto da Henry, leader del gruppo, a “una ridistribuzione di materia”. Scrittrice versatile, la Tartt infarcisce le oltre seicento pagine del romanzo di mirabili descrizioni naturalistiche, di acute digressioni psicologiche e di opportune incursioni nei testi classici. “Mentre tornavamo verso la macchina aveva cominciato a nevicare, ma già da prima il bosco, come contratto sotto il cielo, pareva attendere in silenzio tutto il gelo che avrebbe dovuto sopportare durante la nottata”.
Il romanzo, capace come un thriller di lasciare con il fiato sospeso, nonostante che i nomi di vittima e assassino si trovino in bella mostra nelle prime righe del prologo, ha venduto un milione di copie solo in America ed è stato tradotto in 23 lingue. Un simile successo avrebbe indotto chiunque a darsi da fare per cavalcare l’onda e produrre al più presto un nuovo lavoro, anche a costo di lasciare un po’ di qualità per strada, non è stato così per Donna Tartt. L’autrice è rimasta silenziosa per ben dieci anni, fino alla pubblicazione del suo secondo atteso romanzo: The little friend, che, per fortuna, ha mantenuto in Italia il titolo originale Il piccolo amico, appunto. Ma di questo parleremo nella seconda parte.
Franco Arcidiaco
Donna Tartt, Dio di illusioni, Rizzoli 1992, pagg. 630, € 15,00

lunedì 16 aprile 2018

IL FASCISMO, LA RESISTENZA E LA TRAGEDIA DELLA GUERRA CIVILE

“Ray Moseley è stato corrispondente europeo per il «Chicago Tribune» da Roma, Mosca, Londra, Nairobi, Berlino, Belgrado, Il Cairo e Bruxelles. Nel 1981 ha ottenuto il secondo posto al premio Pulitzer per corrispondenti esteri. Attualmente vive in Inghilterra, e in Italia ha pubblicato presso Mondadori l’acclamato Ciano, l’ombra di Mussolini (2000).
Il 25 luglio 1943, l’arresto di Mussolini, al termine di un incontro con il Re e poche ore dopo la conclusione di una storica seduta del Gran Consiglio, sancì ufficialmente la fine del Regime.
Il 28 aprile 1945, la sua fucilazione chiuse per sempre la parabola tragica del fascismo e del suo fondatore.
Moseley racconta il drammatico epilogo del Ventennio seguendo Mussolini nel periodo disperato e febbrile di Salò: i 600 drammatici giorni in cui il Duce che «ha sempre ragione» cercò di sopravvivere insieme alla sua piccola Repubblica, fino all’inutile fuga, in una gelida primavera, lungo le sponde del lago di Como. Attraverso un sapiente intreccio di documenti e testimonianze (alcune fino a oggi sorprendentemente trascurate) e una narrazione rigorosa e appassionante, l’autore ci descrive Mussolini giorno dopo giorno, mentre affonda lentamente nell’impotenza, nella rabbia, nella vergogna e nella depressione, ci rivela alcuni aspetti inediti del suo carattere e della sua vita privata, ci guida alla scoperta della vera identità del suo carnefice e infine ricostruisce la storia (e la sorte) del suo famoso «tesoro»”.
Queste note di copertina che la casa editrice Lindau ha redatto per confezionare, con scarsa accuratezza sia redazionale che grafica che tipografica, questo comunque interessante volume, sono l’equivalente del bugiardino inserito nelle scatole dei farmaci…
Moseley pare sia un importante giornalista, è stato infatti corrispondente estero di una grande testata ed è arrivato alle soglie del Pulitzer; una volta in pensione si è dedicato all’approfondimento della Storia e alla produzione di saggi. È evidente che dal 25 luglio del 1943 (Notte del Gran Consiglio e arresto di Mussolini) al 12 giugno del 1946 (Vittoria della Repubblica al Referendum ed esilio del Re) si sia prodotta in Italia molta più Storia di quanto non ne sia stata narrata, ma questo dovrebbe però indurre ancora di più alla cautela gli “apprendisti storici” della cui categoria il nostro fa parte.
La vicenda umana e politica dell’ultimo Mussolini avrebbe tutti i numeri per diventare un avvincente romanzo e il copioso materiale riversato in queste seicento pagine lo dimostra chiaramente; ma il lavoro di Moseley, bulimico e confusionario, finisce con il produrre l’effetto contrario lasciando il lettore frastornato e pieno di dubbi.
La parte più interessante del volume è costituita dalla quarantina di pagine di “Apparati” con l’indispensabile cronologia e l’accurata bibliografia che, unitamente alle ricche note finali di ognuno dei trenta capitoli, aiutano il lettore a districarsi nel ginepraio tessuto da Moseley; a sua parziale giustificazione bisogna considerare che la natura degli eventi trattati dal libro mal si presta a ricostruzioni chiare e oggettive. Pur condividendo l’unanime disprezzo per le scelte di campo di Mussolini, invito a riflettere su quali sarebbero state le immediate conseguenze per la nostra nazione nel caso avesse deciso di rompere l’alleanza con i tedeschi e consegnarsi armi e bagagli agli alleati. D’altra parte, già al momento della fuga del Re e di Badoglio, il ministro per la Propaganda del Fuhrer, Joseph Goebbels, aveva annotato nel suo diario: “Il vigliacco tradimento al suo capo è il preludio di un tradimento contro il suo alleato. Il Duce entrerà nella storia come l’ultimo Romano, ma dietro la sua figura un popolo di zingari terminerà di imputridire”.
I tedeschi in ritirata avrebbero raso al suolo le nostre città con le infrastrutture e le fabbriche, mentre gli alleati e il CLN non avrebbero avuto alcuna possibilità di trattare, come avvenne, la salvaguardia di Roma e del patrimonio artistico, architettonico e industriale della nazione intera. La lotta partigiana stessa, probabilmente, non avrebbe avuto modo di sviluppare quella trionfale fase logistica che fu, invece, favorita dall’exit strategy dei tedeschi dal nostro territorio. L’Italia anche in quell’occasione pagò tragicamente le conseguenze del suo ruolo geopolitico di scacchiere internazionale, ma nessuno potrà mai dire con esattezza quali scelte alternative si sarebbero potute rivelare azzeccate. Mai come in questo caso la letteratura dimostra la sua superiore capacità di narrare una fase storica; nessuno meglio di Italo Calvino nel suo magnifico “Il sentiero dei nidi di ragno” ha saputo descrivere il dramma della guerra civile e i suoi umani risvolti nella vita quotidiana della popolazione. Per riconoscere gli eccessi di crudeltà di alcune bande di partigiani, culminate nell’epilogo vergognoso dello scempio di Piazzale Loreto (lo stesso Sandro Pertini ebbe a dichiarare: “L’insurrezione si è disonorata”), non era necessario aspettare i rigurgiti infami, proditori e livorosi di Giampaolo Pansa, sarebbe stato sufficiente contestualizzare la narrazione con i criteri applicabili a ogni tipo di lotta fratricida che, dalla Bibbia in giù, assume un valore paradigmatico, immersa com’è in un quadro di belluina e cieca furia.
Il libro ha tuttavia il merito di riportare alla luce, sia pur in modo frammentario e confuso, personaggi che la Storia, diretta con mano sapiente dal pensiero forte dei vincitori, ha ingiustamente relegato dietro le quinte. A parte Galeazzo Ciano del quale ancora non si è riusciti a stabilire la cifra morale, ma la cui complessa vicenda assume tratti leggendari, troviamo tra le pagine molti altri personaggi romanzeschi quali il generale Kurt Student, inviato speciale di Hitler per le mission impossible tra le quali la liberazione del Duce; Giovanni Preziosi, spretato maneggione, accanito pamphlettista, fanatico antisemita; Theodor Morell, medico personale di Hitler che imbottiva di droghe il fuhrer; Georg Zachariae, corrispondente in Italia di Morell del quale comunque non condivideva, per fortuna del Duce, le idee strampalate; Raffaele Guariglia, ministro degli esteri italiano, una delle poche persone competenti del governo Badoglio; Hubert Lanz, generale tedesco responsabile del massacro di Cefalonia, una delle peggiori atrocità commesse dai tedeschi durante la guerra; Eugen Dollmann, colonnello delle SS di stanza a Roma dai toni affabili e raffinati, fu protagonista dei negoziati per la resa agli alleati; Rodolfo Graziani, ministro delle Forze Armate della Repubblica di Salò che si considerava “più soldato che fascista”, fu graziato da Cadorna e scampò al plotone d’esecuzione dei partigiani; Alessandro Pavolini, segretario del partito Fascista, giornalista colto e poeta molto dotato, inviso ai fascisti duri e puri che lo consideravano “una zitella squilibrata”; Max Salvadori, ufficiale delle Forze Speciali inglesi che aveva teorizzato la cosiddetta “diserzione del Fattore C”, vale a dire: Corona, Capitale e Clero che prima avevano sostenuto il Fascismo ma al momento cruciale lo avevano mollato; Helmut Scholl, comandante delle SS di stanza a Napoli, che amava ripetere che per lui un soldato tedesco valeva tutta Napoli assieme, ma ebbe un bel da fare nel tenere a bada lo spirito creativo e naturalmente ribelle dei partenopei. Sfogò il suo senso d’impotente inferiorità distruggendo col fuoco la preziosa biblioteca dell’Università e l’insostituibile Archivio Storico di Napoli, mandando in fumo più di 50mila pergamene e 30mila volumi di documenti e resoconti preziosi sulla primissima storia della città, dell’Italia e dell’Europa intera; Rudolph von Rahn, ambasciatore tedesco a Salò, che scrisse in un rapporto: “Io considero mio compito spremere il limone neofascista, e quindi italiano, più che sia possibile, e quel che m’importa è solo il mezzo per riuscirvi”, salvo poi lamentarsi con Hitler della condotta tirannica dei militari tedeschi nei confronti del nuovo governo repubblichino; Gaetano Pellegrini-Giampietro, ministro delle Finanze di Salò, che riuscì a persuadere i tedeschi a non usare il marco tedesco d’occupazione e tornare alla lira italiana, ad impedire il trasferimento della Zecca italiana a Vienna e a recuperare parte dell’oro rubato dai tedeschi alla Banca d’Italia; Augusto Liverani, ministro delle Comunicazioni di Salò, che riuscì a salvare il patrimonio ferroviario italiano, ingannando i tedeschi circa la sua reale consistenza; Ernst von Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, che molto più di Pio XII e dello stesso Ugo Foà, capo della Comunità ebraica, si prodigò per salvare quanto più ebrei possibile dal terribile pogrom del 16 ottobre del 1943; Marcello Petacci, fratello di Claretta, eclettico truffatore di professione dalla caratura internazionale, amante della bella vita con regolare contorno di auto di lusso (la sua preferita era un’Alfa Romeo gialla) e belle donne. Fu fucilato dai partigiani assieme ad alcuni gerarchi fascisti i quali urlarono indignati di non voler essere giustiziati a fianco di un traditore; Vittorio Mussolini, il peggiore tra i figli del Duce, unanimemente considerato “estremista maleducato, presuntuoso, arrogante, rozzo e incapace di decifrare la realtà del momento”; Hildegard Burkhardt Beetz, giovane e avvenente agente delle SS incaricata di far visita a Ciano in prigione per farsi rivelare il luogo dove nascondeva il diario. Galeazzo Ciano, noto donnaiolo, l’aveva già conquistata in precedenti incontri ed utilizzò la circostanza per derivarne vantaggi per se stesso e per la moglie Edda; Emilio Pucci, giovane aviatore ex amante di Edda che aiutò lei e i suoi tre figli a riparare in Svizzera. Pucci, sopravvissuto stoicamente alle torture e alle sevizie dei nazisti rifiutandosi di parlare, dopo la guerra sarebbe diventato uno stilista di fama mondiale; Iris Origo, anglo-americana sposata a un marchese italiano, autrice di un diario che testimonia la “brutalità inaudita” delle SS in occasione delle spedizioni punitive nelle case della gente ritenuta complice dei partigiani; Giuseppe Jona, presidente della comunità ebraica di Venezia, si prese una notte di tempo per consegnare ai nazisti l’elenco dei duemila ebrei della città e invece la utilizzò per avvertirli del pericolo, l’indomani distrusse la lista e si suicidò; Piero Pisenti, onesto ministro della Giustizia di Salò, che convinse Mussolini a dichiarare fuorilegge la “Banda Koch”, uno “squadrone della morte” capeggiato dal famigerato delinquente cocainomane Pietro Koch, perverso e dissoluto, che alternava le crudeli spedizioni punitive alle feste orgiastiche organizzate a Roma dalla sua amante sedicenne fiorentina Tamara; Mario Carità, capo della polizia segreta fascista a Firenze, sadico pervertito che torturava i prigionieri in presenza delle sue due figlie, le quali partecipavano ai pestaggi e poi si concedevano agli aguzzini al servizio del padre; Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Istruzione di Salò, uomo rispettabile che ebbe un ruolo significativo nel nascondere tesori d’arte italiani ai tedeschi e protesse professori e studenti antifascisti; Walter Reder, nella lunga e tragica lista delle atrocità compiute da parte tedesca, nessuno eguagliò il suo record di crudeltà e barbarie. Come molti dei nazisti più fanatici, Reder era austriaco, portava una mano artificiale coperta da un guanto nero ed era alcolizzato. Gli uomini di Reder furono responsabili, tra l’altro, degli eccidi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema; Luigi Parrilli, nobiluomo d’affari, operante al nord ma di origini napoletane, amante del bel mondo, fu il catalizzatore che portò gli agenti segreti americani e gli ufficiali delle SS, alle spalle di Hitler e Mussolini, a forgiare insieme la resa sul fronte italiano e salvare le infrastrutture industriali e pubbliche dell’Italia settentrionale dalla distruzione arbitraria; il conte Pierluigi Bellini delle Stelle, membro di una nobile famiglia fiorentina, che comandava la 52ª Brigata Garibaldi e usava il nome partigiano di Pedro, fu protagonista di alcuni tra i più significativi episodi della Resistenza; Urbano Lazzaro, nome di battaglia Bill, autore dell’arresto di Mussolini in fuga su un convoglio tedesco; Luigi Canali, nome partigiano Capitano Neri, che acconsentì alla richiesta di Claretta Petacci di rimanere a fianco del Duce fino alla fine; Giuseppina Tuissi, nome partigiano Gianna, amante di Canali, che era stata imprigionata e torturata sadicamente dai fascisti, che scorta Mussolini nell’ultimo viaggio. La Tuissi e Canali furono assassinati negli sviluppi della vicenda riguardante la scomparsa de “L’oro di Dongo”; Michele Moretti, comunista, nome partigiano Pietro, che scorta Claretta e contribuisce all’uccisione sua e del Duce; Giacomo e Lia De Maria che ospitarono, per conto dei partigiani, Mussolini e la Petacci nella loro camera da letto per l’ultima notte della loro vita; Walter Audisio, comunista, nome partigiano Comandante Valerio, ebbe l’incarico da Luigi Longo di eseguire la condanna a morte di Mussolini. Il giudizio sulla sua figura è piuttosto controverso poiché cambio più volte versione su chi gli avesse impartito l’ordine (si parlò anche di Cadorna) e si rivelò reticente sulla verità circa l’affaire de “L’oro di Dongo”; Domenico Leccisi, nostalgico fascista, nel primissimo dopoguerra creò il foglio clandestino “Lotta Fascista” e riuscì a trafugare il corpo del Duce dal luogo segreto dove era stato sepolto.
Il ventennio fascista e il suo tragico epilogo sono certamente tra le pagine di Storia più drammatiche e complesse del nostro Paese eppure, incredibilmente, non sono ancora oggetto di studio nei programmi dei nostri Licei. I libri di Storia che in qualche modo hanno cercato di gettare luce sono tantissimi, ma manca ancora un lavoro, basato esclusivamente su documenti, che ponga la parola fine alle innumerevoli illazioni e ricostruzioni fantasiose. Benito Mussolini è stato l’indiscusso protagonista di quel periodo ed ha pagato pesantemente il suo conto con la Storia. L’Italia, invece, ha evitato la sua “Norimberga” e forse per questo i suoi conti ancora non li ha chiusi.
A proposito di documenti lascio alla riflessione dei miei lettori due citazioni mussoliniane, una riguardante gli americani, l’altra gli italiani.
“L’America è un paese senza ideali, un paese in cui il denaro, la potenza del denaro, l’avidità del denaro, sostituiscono tutto ciò che da noi ha ancora un valore culturale e morale. Gli americani non capiscono che le comodità materiali non possono sostituire il vuoto spirituale di un popolo il cui solo dio è il dollaro”.
“Ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo. Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo. Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura… e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente”. (Da un’intervista a Gian Gaetano Cabella direttore de “Il Popolo di Alessandria”, 21 aprile 1945).
Franco Arcidiaco
Ray Moseley, Mussolini. I giorni di Salò, Lindau, Torino 2006, pagg. 610, € 29,00


giovedì 15 febbraio 2018

DA GENJI LO SPLENDENTE A RIDGE FORRESTER: RISALE AL GIAPPONE MEDIEVALE LA GENESI DELLA SOAP OPERA

La Storia di Genji (Genji Monogatari) è un classico della letteratura nipponica, scritto dalla nobile giapponese Musaraki Shikibu, dama di corte vissuta nel periodo Heian (794-1185).
Il romanzo illustra e racconta minuziosamente la vita delle alte cortigiane e si presenta come un qualsiasi novelliere che abbia un personaggio principale su cui ruota tutta la storia ed attorno al quale si affolla una pletora di personaggi di maggiore e minore importanza che hanno grande influenza sulla sua vita. Un paese chiuso, lontano, il Giappone, con una corte imperiale e la sua aristocrazia che costituisce un mondo a sé, ulteriormente chiuso, e con all'interno il mondo ancora più nascosto e sconosciuto delle dame di corte: una wunderkammer che Murasaki Shikibu apre per rivelarne proprio la parte più interna e misteriosa. Se il mondo imperiale del Giappone del X secolo è uno scrigno segreto, la Storia di Genji è la chiave che ci dovrebbe permettere di aprirlo e perdercisi dentro (magari, a volte, anche troppo). Per tutta la durata della lettura è necessario tener presente che ci si è immersi in una realtà medievale, elitaria ed estremamente circoscritta, in cui le gerarchie sono organizzate con la massima precisione e l'etichetta è rigidissima.
L’edizione di cui sto parlando è quella di Einaudi (ET Biblioteca) del 2015, curata e tradotta da Maria Teresa Orsi; un libro di 1380 pagine graficamente molto gradevole e allestito in modo maneggevole. Me ne aveva parlato Laura Melara, amica e intellettuale di gran livello, e ciò è stato sufficiente a farmi superare le perplessità, che non derivavano certo dalle dimensioni dell’opera, ma dalla fama sospetta che la circonda. Il racconto, per quanto sterminato, è frammentario e incompleto e ciò ha consentito ai vari studiosi e autori di ogni paese che ne hanno tradotta la versione inglese, di lavorare d’immaginazione completando a loro piacimento il lavoro dall’autrice. Sembra, infatti, che Murasaki non avesse pianificato alcuna fine per il romanzo ma ha semplicemente continuato a scriverlo finché ha voluto o potuto, lasciandolo però incompleto. L’aspetto che maggiormente colpisce è l’abilità dell’autrice di stendere un filo coerente e aver saputo dedicare grande attenzione a tutti i personaggi, nonostante il loro gran numero (ne sono in scena, infatti, centinaia), riuscendo a dar loro spessore e consistenza. Ogni personaggio non viene quasi mai chiamato per nome ma per il proprio titolo onorifico o in base al ceto di appartenenza; incontriamo quindi il “Secondo Comandante della Guardia”, “Sua Eccellenza il Gran Ministro della Sinistra” o addirittura il “Fratello Minore di Utsusemi”… Le donne sono invece identificate indicando un colore tipico del loro abbigliamento o con un nome di servizio, diverso per ognuno di loro, oppure alludendo al rango di un parente maschio di primo ordine a cui esse appartengono. Abbiamo pertanto a che fare con la “Seconda Dama delle Stanze Interne”, con la “Principessa del Padiglione del Glicine”, con la “Sposa del Governatore Delegato di Iyo” o addirittura con la “Dama della Luna Velata Sesta Figlia del Gran Ministro della Destra Sorella Minore della Dama del Kokiden”. Insomma un vero e proprio delirio paratestuale che rende difficoltosa la lettura e costringe a continui rimandi alle note introduttive di ogni capitolo e a quelle conclusive (oltre 150 pagine compreso un corposo glossario); generalmente è il testo che produce il paratesto, ma qui avviene esattamente il contrario. Ciò costituisce un'ulteriore fonte di possibile confusione nell'identificazione dei numerosi personaggi di corte non altrimenti specificati, con conseguente rischio di deriva accidiosa del povero lettore.
La storia, che vorrebbe narrare la vita del principe Genji, raccontandone della gioventù, dell’ascesa al successo, della mondanità e degli amori, sino alla caduta e poi risalita con un intreccio in cui da cornice sono delle ammalianti e belle figure femminili, è ulteriormente appesantita dalla presenza di banali e noiosissime poesie e di conversazioni scritte in versi. Insomma un gran pasticcio, probabilmente ascrivibile al lavoro dei primi traduttori in inglese dell’opera originale; la traduzione italiana pare sia operata sulla versione fornita da Arthur Waley, ritenuta dagli specialisti di letteratura orientale “corrottissima e discutibile”.
Ironia del destino deve toccare proprio a me, che non sono mai stato un campione di femminismo, rilevare la disinvoltura con la quale la critica letteraria sorvola su alcuni aspetti che, pur essendo fondanti della cultura giapponese, relegano la donna ad un ruolo subalterno.
Queste donne trascorrono le giornate letteralmente in penombra, dietro velate cortine sia pur regali, negli appartamenti o nelle carrozze che le conducono alle varie cerimonie, sempre al riparo da occhi indiscreti, celando il viso dietro il ventaglio o l'ampia manica del kimono.
Si tratta di una forma di sottomissione che il libro vuole fare apparire volontaria e gaudente, ma ha contribuito non poco a creare lo stereotipo della donna geisha che per secoli ha tracciato l’universo dell’eterno femminino nipponico, dove essere ancella o concubina costituisce comunque un privilegio.
Da più parti quest’opera è stata dipinta come un grandioso, incantevole e magico capolavoro; un meraviglioso quadro di bellezza effimera, di levità ieratica, di gioie e di dolori intensi, di caducità e di estrema ricerca estetica. Può starci tutto ma, paradossalmente, quello che funziona meno è proprio la figura centrale, Genji, il Principe Splendente, elevato a eroe nazionale, che si erge dalle pagine come uno smidollato donnaiolo, affetto da satiriasi acuta.
Nato dalla relazione dell’imperatore con una sua concubina, e non potendo quindi far parte del ramo principale della famiglia imperiale o aspirare al trono, Genji viene adottato dalla corte e riesce a scalare gli alti ranghi. Tutta la vicenda ruota, quindi, attorno alla vita amorosa di Genji e alle sue varie relazioni in piena coerenza con i costumi e le usanze della società di corte del tempo. Bugiardo, compulsivo e incosciente semina dietro sé una scia di dolore, facendo del male a tutti quelli che ha attorno: dal padre, al figlio illegittimo, all'amico, alle innumerevoli amanti (di ambo i sessi, non disdegnando i fanciulli) che seduce e abbandona come se guidato da una malefica forza oscura.
La dottrina religiosa che permea questa Storia di Genji è quella buddista del karma. Le stesse innumerevoli trasgressioni di cui si macchiano i personaggi sono governate dalle regole del karma; ne deriva pertanto che le disgrazie e gli incidenti sono diretta conseguenza di azioni malvagie compiute nella vita, o nelle vite, precedenti. Così Genji, che tradisce il padre imperatore con la sua nuova consorte, avrà da questa un figlio, il quale, però, verrà creduto figlio dell'imperatore e erediterà il trono. Nella donna, Genji vede la dolcezza e la bellezza della madre e se ne innamora perdutamente. Nonostante sia ricambiato dalla donna, i due sono costretti a reprimere i loro sentimenti in quanto lei “appartiene”, in qualità di concubina prima e di sposa poi, all’imperatore; da notare che Genji a sua volta si è da poco unito in matrimonio con la principessa Aoi. Dalla nuova sposa del padre avrà un figlio, il quale, però, verrà creduto figlio dell'imperatore e erediterà il trono.
Ma la maledizione del karma è peggiore di quella del DNA… e così questo imperatore è destinato a essere tradito a sua volta e si ritroverà tra le braccia un figlio non suo!
La conclusione del romanzo vede Genji ormai anziano riflettere solingo sul senso della vita e sulla caducità delle cose terrene. Altri capitoli, conosciuti come Capitoli di Uji, continuano a dipanare vicende anche dopo la morte di Genji e vedono protagonisti il figlio e un suo amico alle prese con le loro vicende amorose.
Parlate pure di buddismo, di karma, di etica orientale se volete, ma a me questo mondo appare pericolosamente vicino a quello di Beautiful e alle vicende delle famiglie Forrester e Spectra, con buona pace di tutti gli appassionati delle soap opera che potranno finalmente vantare dei precedenti letterari autorevoli.
Franco Arcidiaco
Murasaki Shikibu, La storia di Genji, ET Biblioteca Einaudi, Torino 2015, pagg. 1386, € 28,00












































domenica 3 dicembre 2017

IL FASCINO MISTERIOSO E INSPIEGABILE DI WALT WHITMAN

”Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”. Questa bellissima frase pronunciata nel film L’attimo fuggente dal prof. John Keating (interpretato da Robin Williams) non poteva non tornarmi in mente nel momento in cui ho avuto tra le mani il poema Foglie d’erba che, per la verità, avevo cercato soprattutto per rileggerne la magnifica prefazione di Giorgio Manganelli.
La vicenda poetica di Walt Whitman è paradigmatica della Storia Americana. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, gli Stati Uniti non avevano ancora una poesia veramente autoctona, non avevano in sostanza un “poeta nazionale” degno di questo nome. Proprio nel momento in cui l’America cominciò a sentire l’esigenza di avere una propria voce, istintiva, con cui cantare se stessa, arrivò appunto Whitman, poeta di un unico libro, anzi di un vero e proprio poema epico, che in quel tempo ancora appariva come il genere più adatto a interpretare e fissare compiutamente la storia di una nazione; non a caso qualche critico è arrivato a parlare del poema come “prodotto dell’inconscio collettivo non meno che del singolo autore” o di “Bibbia democratica americana”.
Il tentativo di Whitman era piuttosto ambizioso, la sua idea, infatti, era di definire tutta una nazione e di “esprimere in forma letteraria o poetica, e senza compromessi, la mia propria persona fisica, emotiva, morale, intellettuale ed estetica, accordandola per mezzo dello spirito e dei fatti importanti dei suoi giorni immediati e dell’America attuale; svolgendo questa personalità, identificata nel tempo e nello spazio, in un senso molto più ingenuo e comprensivo che in qualunque libro o poema scritto sinora”.
In realtà la sua opera è l’incarnazione di fascinazioni tardoromantiche portate alle estreme conseguenze. Leaves of Grass, Foglie d’erba, fu un poema in itinere che vegetò e infittì fra le mani di Whitman; la prima edizione uscì nel 1855 e da quel momento, fino al 26 marzo 1892, giorno della sua morte, la sua storia personale e quella del poema furono una sola cosa. Il libro, al quale il poeta lavorò quindi per oltre metà della vita, comprendeva nella prima edizione pochissime poesie faticosamente elaborate. Uscì in ottocento copie, delle quali una sola fu venduta mentre le altre vennero distribuite a poeti, critici, amici e riviste letterarie; registrò più critiche che consensi ma Whitman non si arrese e avviò tutta una serie di revisioni e di inserimenti di nuovi capitoli producendo ben altre nove edizioni ognuna delle quali “accresciuta e corretta”, arrivando addirittura a modificarle anche in sede di ristampa. La quinta edizione del 1871 è quella che comprende Memories of President Lincoln con la celeberrima O Captain! My Captain!, la decima, ultima, è del 1892 ed è quella detta “del letto di morte”. In un’immaginaria rassegna della poesia universale nella quale ogni Paese fosse chiamato a presentare il suo poeta di riferimento, ritroveremmo dunque i versi di Whitman schierati al fianco di quelli di Dante, Goethe, Szymborska, Lorca, Baudelaire, Gibran, Majakovskij, Borges e Pessoa. Non renderemmo certo un buon servigio al povero Whitman poiché il suo poema non reggerebbe assolutamente il confronto con gli altri capolavori. Il suo motto “Sii semplice e chiaro, non essere occulto” è portato alle estreme conseguenze: il suo stile manifesta, infatti, una rozzezza di fondo, figlia della sua foga incontrollata e del suo infantile e didascalico entusiasmo marcatamente compilativo; l’utilizzo indiscriminato di slang, termini desueti e definizioni improbabili e il suo dispregio per la metrica, sono a mala pena suppliti dalla sua abilità oratoria e da qualche raro sprazzo di lirismo ispirato. Non a caso la lirica più conosciuta O Captain! My Captain!, resa celeberrima dal film L’attimo fuggente di Peter Weir, deriva la sua forza e la sua efficacia proprio dallo schema metrico e dai versi regolari e rimati che in genere Whitman non privilegiava. Eppure tra le pagine di Whitman sono nascoste delle perle preziose che non sono sfuggite al grande Giorgio Manganelli che definisce la sua poesia “estremamente e deliberatamente sviante; una poesia che sembra brulicare di idee ed anzi di raccomandarsi in grazia del frastuono di codeste idee, dell’ambigua generosità da comizio, della irritante fraternità dei vocativi, una sospetta eloquenza da predicatore itinerante…”. Con brevi incursioni tra le pagine, Manganelli segnala alcune “finezze ambigue, anche delicatamente puttanesche”. Questi versi sono un esempio: “O forse è il fazzoletto del Signore/un ricordo profumato lasciato cadere di proposito…”; il poeta, interrogato da un giovinetto su cosa sia mai l’erba, avanza l’ipotesi che sia una sorta di dono profumato lasciato cadere di proposito dal Signore per non farsi dimenticare. Mi ha molto incuriosito questa storia del fazzoletto profumato, mi ha fatto tornare in mente un elegante signore, si chiamava Mario Cundari, impiegato dell’agenzia giornalistica di mio padre, che soleva portare nella tasca dei pantaloni un fazzoletto intriso di profumo che non perdeva occasione di sfoderare per spargerne le buone essenze nell’ambiente di lavoro fumoso e polveroso di inchiostro dei giornali. Da un paio di versi nasce una suggestione o, per dirla con Manganelli, “un’istantanea meraviglia”. Emily Dickinson è stata una grande poetessa americana contemporanea di Whitman, lei del Massachusetts, lui dello stato di New York; meno amata dagli americani duri e puri e scoperta molti anni dopo la morte, ha lanciato involontariamente una ciambella di salvataggio all’opera di un poeta che da lei era lontano artisticamente anni luce: “Non c'è nessun vascello che, come un libro possa portarci in paesi lontani, né corsiere che superi al galoppo le pagine di una poesia. È questo un viaggio anche per il più povero, che non paga nulla, tanto semplice è la carrozza che trasporta l'anima umana”. Come dire che non esiste un libro che non contenga una perla, basta avere la costanza di cercarla. È evidente che la grandezza di Whitman risiede proprio nella semplicità e naturalezza con la quale, istintivamente, riusciva a esprimere le sue emozioni e i suoi aneliti di libertà; e questa sua caratteristica certamente contribuì a renderlo un mito soprattutto per le generazioni future. Lo “zio Walt” divenne un simbolo e i suoi versi guidarono il percorso “on the road” di tutti i poeti della Beat Generation, con in testa Allen Ginsberg che gli dedicò dei magnifici versi nel suo A Supermarket in California.
Franco Arcidiaco
Walt Whitman, Foglie d’erba, BUR poesia Rizzoli, Milano 1988, pagg. 520, £ 11.000
Whitman, Poesie, Nuova Accademia, Milano 1965, pagg. 160, £ 600
Walt Whitman, O capitano mio capitano, Crocetti editore, Milano 1990, pagg. 96, £ 10.000







domenica 29 ottobre 2017

GIORNALISTA E NARRATORE, DUE MESTIERI DIVERSI

Danilo Chirico è tra i pochi cronisti di giudiziaria e nera che quando scrive non corre il rischio di essere considerato un velinaro o, peggio, un megafono degli inquirenti e delle procure. Il suo linguaggio chiaro e coraggioso rispetta i principi cardine della buona informazione. Questo non significa automaticamente che Danilo sia diventato anche un bravo scrittore o meglio, per dirla con il nume tutelare della letteratura calabrese Pasquino Crupi, un bravo narratore. La capacità di narrare è fondamentalmente innata, anche se la pratica, a lungo andare, può produrre affinamento. Ma mentre risulta naturale a un buon scrittore applicare le forme narrative al giornalismo, non lo è altrettanto per un giornalista che si improvvisa narratore. Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera o Dino Buzzati non erano classificabili come giornalisti: erano scrittori che scrivevano editoriali per i giornali. Viceversa non si registrano molti casi di bravi giornalisti che siano riusciti a rintracciare nel proprio DNA l’estro narrativo. Altro discorso vale, invece, per la saggistica che sovente appare come l’approdo naturale del buon cronista. Detto ciò, potrei anche chiudere questo faticoso tentativo di recensione, ma tale omissione dal sapore gesuitico produrrebbe, son certo, a Danilo più fastidio di una stroncatura.
In una recente intervista, Danilo ha dichiarato che Chiaroscuro “costruisce un asse – politico e criminale, ma anche economico e sociale – che mette in relazione, direi tiene insieme, questi due mondi” ovverossia la società reggina e quella romana, che sono rispettivamente la sua città di nascita e quella d’adozione. Siamo quindi nel terreno del romanzo di genere ed esattamente in quello del sempre più inflazionato noir (con buona pace del povero Simenon). Protagonista la generazione dei trenta-quarantenni le cui caratteristiche (grandi fervori ed enormi contraddizioni) sono trattate con un notevole realismo, viziato, però, da forzature fastidiosamente ridondanti. Il vomito continuo (siamo alla media di una vomitata ogni due pagine), l’Oki dipendenza e l’ossessiva passione (solo presunta, altrimenti non chiamerebbe la Barbera al maschile…) per i vini piemontesi, riducono il povero PM Federico Principe alla stregua di una macchietta. In questa sua opera prima, Danilo Chirico ha infranto la regola n. 11 del breviario di scrittura On Writing di Stephen King che recita testualmente: “Non date troppe informazioni inutili: meno è meglio! Includete nella vostra storia solo i dettagli davvero utili per farla andare avanti e per spingere il lettore a continuare a leggere”.
Parlavo prima di realismo, Danilo lo profonde a piene mani; l’esperienza maturata sul campo ha arricchito oltre misura il suo bagaglio ma ha infuso un’ansia bulimica al tessuto narrativo. Dentro Chiaroscuro ci sono decine e decine di fatti realmente accaduti: la pistola di un PM che ferisce una ragazza durante una festa, il vizietto della cocaina di qualche giovane magistrato, le frequentazioni e le parentele imbarazzanti di alcuni inquilini della procura, i rapporti privilegiati con determinati cronisti, i rapporti complicati (per usare un eufemismo morbido) con superiori e colleghi, la tentazione della politica; un déjà vu per chiunque abbia prestato un po’ di attenzione alla cronaca degli ultimi decenni.
Aver voluto racchiudere tutti questi elementi in un unico personaggio è stato l’errore principale di Danilo Chirico; l’intreccio risente dell’ammassarsi di fatti e circostanze e rende arduo al lettore il dipanamento del groviglio letterario. Mi risulta imbarazzante giudicare il lavoro degli altri editori, ma da un monumento come la Bompiani (sia pur ormai giuntizzata) mi sarei aspettato un lavoro di editing più accurato e deciso nei confronti dell’opera prima di un ottimo giornalista.
Il caso ha voluto che negli stessi giorni in cui ho completato la lettura del libro di Danilo Chirico, mi sia ritrovato tra le mani il volumetto di racconti di A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli editore.
Guthrie, romanziere americano che ha percorso tutto il ‘900, ha vinto il Premio Pulitzer nel 1950 ed è un maestro di narrativa che spazia dalla tragedia alla commedia, percorrendo la storia americana per raccontare “l’epos e le radici del lato oscuro e del lato luminoso del mito a stelle e strisce”. Il rapporto uomo-natura, l’avventura, il viaggio, la libertà, la violenza, il pentimento, l’amore mai sdolcinato, il tempo traditore; ingredienti classici che, mixati sapientemente, rivelano una grande vena da storyteller. Ne suggerisco la lettura a Danilo e alle sue editor in Bompiani.
Franco Arcidiaco
Danilo Chirico, Chiaroscuro, Bompiani, Milano 2017, pagg. 464, € 18,00
A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli, Fidenza 2016, pagg. 152, € 16,90