mercoledì 30 novembre 2016

ADDIO FIDEL. CONTRO REVISIONISTI E POPULISTI DI OGNI RISMA.

Fidel Castro è stato un grande protagonista della Storia mondiale, la sua morte archivia definitivamente il Novecento e i sogni e le speranze incarnati dai grandi movimenti rivoluzionari. Le controspinte reazionarie hanno avuto la meglio e molte delle conquiste delle rivoluzioni sono state vanificate o addirittura stravolte. La reazione ha molti volti e non tutti violenti, i più efficaci sono subdoli e agiscono con le armi della provocazione e della disinformazione. Oggi non è più tempo di rivoluzioni ma è indispensabile completare l'edificazione della stagione delle riforme. Le forze reazionarie oggi assumono fisionomie populiste ma le armi sono sempre le stesse: provocazione e disinformazione. Sconfiggere la burocrazia e liberare la democrazia dalle sue spire mortali è il grande compito dei riformisti di oggi. La variegata accozzaglia che sostiene il no al prossimo referendum istituzionale è l'emblema del modo di agire della reazione, che si erge addirittura a paladina di una Costituzione che ha sempre oltraggiato e calpestato. Votare Sì è anche questo: liberare l'agire democratico dai lacci e lacciuoli che imbrigliano il rinnovamento e smascherare i conservatori e i reazionari travestiti da populisti.

domenica 20 novembre 2016

MILOSEVIC: IL TRIBUNALE DELL'AJA, DOPO AVERLO UCCISO IN CARCERE, LO SCAGIONA DA OGNI ACCUSA

Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY) dell'Aia ha stabilito alla fine, che il Presidente jugoslavo e serbo Slobodan Milosevic, non era stato responsabile per i crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia nel 1992-1995.
Con una sentenza conclusiva, la Camera di primo grado del TPI dell’Aja ha unanimemente sentenziato che Slobodan Milosevic non era parte di una "impresa criminale congiunta" per perseguitare musulmani e croati durante la guerra in Bosnia.
Il giudizio del 24 marzo 2016 afferma che "la Camera ha stabilito che non vi erano prove sufficienti presentate in questo caso, per stabilire che Slobodan Milosevic fosse parte di un progetto per scacciare i musulmani bosniaci e i croati bosniaci dal territorio serbo-bosniaco…”.
I giudici hanno sottolineato che Slobodan Milosevic e Radovan Karadzic avessero all’inizio della guerra, operato per la conservazione della Jugoslavia e che Milosevic era sempre schierato su questa posizione. La Camera del TPI ha stabilito che “… Slobodan Milosevic ha sempre perseguito questo obiettivo ed era contro la secessione della Bosnia-Erzegovina… ".
La Camera ha rilevato che "…la auto proclamazione di sovranità da parte dell'Assemblea della BiH in assenza dei delegati serbo-bosniaci il 15 ottobre 1991, fece precipitare la situazione…", e che Milosevic aveva una posizione cauta circa la costituzione della Republika Srpska come risposta.
La sentenza afferma che nelle comunicazioni intercettate con Radovan Karadzic, "…Milosevic era dubbioso se fosse stato saggio usare ‘un atto illegittimo in risposta ad un altro atto illegittimo’ e messo in discussione la legittimità di formare un'Assemblea serbo bosniaco..."
I giudici hanno anche scoperto che "…Slobodan Milosevic aveva espresso le sue riserve su come un'Assemblea serbo-bosniaco potesse escludere i musulmani che erano 'per la Jugoslavia'..."
Il giudizio osserva che in incontri con i serbi e funzionari serbo bosniaci "…Slobodan Milosevic aveva dichiarato che “ …i membri di altre nazioni ed etnie dovevano essere protetti e che l’' interesse nazionale dei serbi non era la discriminazione...". Inoltre è provato che "…Milosevic aveva sempre ribadito che qualsiasi atto criminale doveva essere combattuto con decisione...".
La Camera di primo grado ha osservato che "…in riunioni private, Milosevic era estremamente arrabbiato con la leadership serbo-bosniaca che voleva respingere il piano Vance-Owen...".E’ stato anche determinato che "…Milosevic ha cercato di ragionare con i serbi bosniaci dicendo che capiva le loro preoccupazioni e ragioni, ma che la cosa più importante era porre fine alla guerra…e incoraggiava per un accordo politico… ". Nel corso di una riunione del Consiglio Supremo di Difesa, Milosevic aveva sottolineato che i leader serbo bosniaci, non avevano il diritto di chiedere più di metà del territorio in Bosnia-Erzegovina, affermando che “…non si deve avere più di ciò che ci appartiene. Poiché, rappresentiamo un terzo della popolazione. [...] Noi non abbiamo diritto a oltre la metà del territorio e non si deve strappare via qualcosa che appartiene a qualcun altro! [...] Come si può immaginare che due terzi della popolazione possano essere stipati nel 30% del territorio, mentre il 50% è troppo poco per voi ?! E' umano, è giusto ?!'… ".
In altri incontri con i funzionari serbi e serbo-bosniaci, la sentenza osserva che Milosevic aveva ripetutamente dichiarato che bisognava porre fine alla guerra e che il più grande errore dei serbo bosniaci era quello di “… cercare una completa sconfitta dei musulmani bosniaci… mentre era necessario ricercare e accettare proposte di pace… ".
“…Vistosamente in silenzio dal marzo 2016, giorno del verdetto dell’Aia, sono il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times, la CNN e il Times di Londra per citarne solo alcuni, dei giornali partigiani della “democrazia e della giustizia” che hanno partecipato alle campagne contro Slobodan Milosevic e al suo diritto a una "giustizia secondo la legge", come inciso sopra l’ingresso della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Dove sono le voci di Christiane Amanpour della CNN, Roy Gutman e John Burns, che hanno ricevuto un Pulitzer per le loro menzogne e inganni in Bosnia? Dove è Nicholas Burns e il marito della Amanpour James Rubin, che regolarmente sulla CNN vomitavano menzogne contro Milosevic per 8 anni? Dove è Carla Del Ponte, quando c’è bisogno di lei? Dove è Joan Phillips e Charles Lane che hanno avanzato nella loro carriera, con il loro lavoro di propaganda e falsità?
Dove è James Harf PR della Ruder / Finn, che ha incassato milioni di dollari promuovendo menzogne e immaginazioni per i governi croati e bosniaci musulmani? Dov'è Chris Hedges, Charlene Hunter Galt, ciarlatani dei media come Maggie O'Kane della stampa britannica ...
Dove è Tom Post che ha scritto l'articolo infame di prima pagina su Newsweek, circa "50.000 stupri di donne musulmane bosniache"? Dove è Sylvia Poggioli che abilmente ha scritto un saggio di disinformazione nella Relazione Neiman ad Harvard? Dove è John Pomfret del Washington Post che ha sostenuto di aver visto "4.000 uomini e ragazzi di Srebrenica che si erano salvati a Tuzla"?
Dove è David Rohde i cui libri e articoli hanno demonizzato il popolo serbo con grande astuzia? E dove è Carol Williams del Los Angeles Times che ha scritto in un anno il giornalismo più odioso, anti-ortodosso e intriso di dogmatismo cattolico, di quanto la maggior parte dei giornalisti potrebbero fare in un decennio?
E, infine, dove sono creature come Minna Schrag, terza procuratrice americana che è stata in prestito al Tribunale dell'Aja, da uno studio legale di New York, e che ha detto agli studiosi di diritto internazionale che: "…E 'stata una nuova esperienza che deve essere un precedente, di poter decidere prima sulle regole delle prove ed alla procedura, di decisioni prese in conversazioni improvvisate nei corridoi del Tribunale Penale per la Jugoslavia.. "?
Se i media e il sistema giuridico sono questi, corrotti e disonesti, i serbi devono correre ai ripari dalla verità, e hanno diritto di poter disprezzare un mondo…che deliberatamente ha manipolato i fatti per demonizzare il popolo serbo con una colpa collettiva, non visto in Europa dal tempo di Hitler, questi sono mostri che hanno fatto della parola "serba" sinonimo di male, un processo inumano in uso ancora oggi…
Che possano marcire all'inferno per questa orribile farsa legale, la Madeleine Albright, il direttore di scena, che dovrebbe essere in piedi sul banco degli imputati all'Aja, insieme con il generale Wesley Clark e William Jefferson Clinton….”…Si chiede su beoforum, W. Dorich
Milosevic non colpevole. M. Albright colpevole di una impresa criminale
(W. Dorich è un autore di numerosi libri sulla storia dei Balcani)
“ …Non sono qui davanti ad un Tribunale illegittimo e illegale, che non riconosco, per difendere Slobodan Milosevic, ma solo per difendere la Jugoslavia e la dignità del popolo serbo, e con essi la verità e la giustizia dei popoli, contro l’arroganza e l’arbitrio dei potenti della terra, che hanno devastato e distrutto il mio paese, e umiliato il mio popolo…”. ( S. Milosevic, L’)
Slobodan Milosevic, prima di morire ha dovuto trascorrere gli ultimi cinque anni della sua vita in carcere, difendendo caparbiamente se stesso e la Serbia dalle false accuse di crimini di guerra nel corso di una guerra, che ora rivelano, stava cercando di fermare. Le accuse più gravi che Milosevic ha dovuto affrontare, tra cui l'accusa di genocidio, erano tutte in relazione alla Bosnia. Ora, dieci anni dopo la sua morte, il TPI dell’Aja ha ammesso che non era colpevole.
Il 30 ottobre 2005 lo stesso Milosevic aveva osservato con grande realismo: “…se questo Tribunale per quanto illegale, riesce anche a ignorare le falsità clamorose contenute negli atti di incriminazione… tanto vale che leggiate la sentenza contro di me, la sentenza che siete stati istruiti ad emettere… Se la Corte non si rende conto dell’assurdità del rinvio a giudizio letto ieri in aula, dove si sostiene che la Jugoslavia non è stata vittima di un attacco della NATO, ma ha aggredito sé stessa, è consigliabile risparmiare tempo e passare direttamente alla sentenza. Leggetela e non mi annoiate…”.
Il TPI ha cercato di non pubblicizzare il fatto che Milosevic era stato giudicato estraneo a crimini di guerra ed alla loro pianificazione. Il Tribunale confidava che le 1.303 pagine riguardanti il presidente jugoslavo e serbo, sepolte tra le 2.590 pagine del verdetto Karadzic, sarebbero rimaste ignorate. Infatti è stato solo grazie a siti serbi e russi, e ad una delle poche eccezioni in occidente, rappresentata dal sito del giornale inglese The Guardian, che questa notizia si è diffusa a livello internazionale.
Occorre ricordare che Slobodan Milosevic è morto per un attacco di cuore appena due settimane dopo che il Tribunale gli aveva negato la sua richiesta di sottoporsi ad un intervento chirurgico al cuore in Russia. E’ stato trovato morto nella sua cella, meno di 72 ore dopo che il suo avvocato aveva consegnato una lettera al Ministero degli Esteri russo in cui denunciava il timore di essere stato avvelenato.
Il rapporto ufficiale del Tribunale sulla motivazione circa la morte, ha confermato che " nel campione di sangue prelevato da Milosevic il 12 gennaio 2006, era stato trovato del Rifamicin (un farmaco non prescritto per le sue cure), e che per intoppi burocratici non era stato comunicato a Milosevic fino al 3 marzo 2006. La presenza di Rifamicin nel sangue di Milosevic avrebbe contrastato il farmaco per l’alta pressione del sangue che egli stava prendendo, aumentando così il rischio di attacco di cuore che alla fine l'ha ucciso.
Il TPI non ha mai effettuato alcuna indagine adeguata ed indipendente, sulle reali cause della morte del presidente Milosevic, i risultati delle indagini interne svolte dal tribunale stesso, sono state bocciate con una riserva della Russia nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, basata su una serie di accertamenti medici, dove è chiaro che al Presidente Milosevic è stato rifiutato un trattamento adeguato, quando a causa della sua malattia, la sua vita era gravemente a rischio, e quindi, che il Tribunale abbia commesso almeno un omicidio giudiziario.
Molti esperti e studiosi internazionali hanno denunciato tutto questo, come un disegno che potenti interessi geopolitici preferivano non far arrivare vivo Milosevic alla fine del suo processo, con la possibilità che finisse assolto e le loro criminali menzogne rivelate. Intercettazioni prese al Dipartimento di Stato USA svelate da Wikileaks, confermano che il Tribunale dell’Aja ha discusso lo stato di salute di Milosevic e le sue cartelle cliniche, con il personale dell'ambasciata degli Stati Uniti all'Aia senza informare nessuno. Perché?
E ORA? Tralasciando alle loro miserie morali e professionali i disinformatori di professione al servizio dei potenti e delle logiche imperialiste occidentali…., cosa faranno i disinformatori sempre opportunamente schierati in linea con il “politicamente corretto” e i disinformatori in buona fede, solo perché “ignoranti”, cioè ignoravano atti e fatti ma sentenziavano e aizzavano contro “Hitler Milosevic”, il “ macellaio dei balcani”, il “criminale genocida”, demonizzandolo come un mostro, diffondendo falsità, menzogne, infamità. Migliaia di giornalisti, politici, esponenti di ONG falsamente umanitarie, pacifinti e utili idioti.
Tutti costoro che sui media sono stati giudici, giuria e boia di Slobodan Milosevic… ORA, CHIEDERANNO SCUSA? Avranno un sussulto etico morale e di coscienza? Abbasseranno il capo e con onestà intellettuale renderanno onore alle centinaia di migliaia di vittime della guerra di Bosnia, si indigneranno per essere stati usati dalla propaganda mediatica di guerra, contribuendo informativamente e oggettivamente alle tragedie e al dolore subito dai popoli di bosniaci e per tutto lo spargimento di sangue in Bosnia? E al popolo serbo e jugoslavo, che, come conseguenza ha subito un criminale embargo e sanzioni durate anni, che hanno immiserito e devastato socialmente e umanamente la propria gente? Staremo a vedere.
Egli è morto lontano dalla sua terra, dal suo paese, dai suoi affetti più cari, dal suo popolo, che solo fino a poche ore prima, aveva ancora fermamente e orgogliosamente difeso dalle menzogne e falsità dei padroni del mondo.
Egli resterà come un simbolo storico del suo popolo, un simbolo di difesa della libertà, della verità, della giustizia, del socialismo serbo e jugoslavo; di difesa dell’indipendenza e dignità nazionali, della resistenza dei popoli all’arroganza e al nuovo fascismo dell’imperialismo.
Un simbolo di onore e dignità, di cui ogni serbo e ogni jugoslavo di oggi e delle future generazioni potrà sempre esserne fiero, potendo guardare chiunque negli occhi con orgoglio, e a testa alta di fronte al mondo ed alla storia.
Cercavano e avrebbero voluto un uomo implorante, supino, arreso e vinto, avrebbero voluto un mercante pronto a barattare la propria vita e la propria storia per una manciata di dollari o euro, o un brandello di futuro. Ma si sono trovati davanti un gigante, un patriota e un combattente fiero e in piedi di fronte a loro, che li ha fronteggiati senza tregua e timori, …e hanno perso, loro.
“…Io sono il vincitore morale! – ha detto Milosevic all’Aia il 30 ottobre 2001. Io sono fiero di ogni cosa da me fatta, perché sempre fatta per il mio popolo ed il mio paese, ed in modo onesto. Io ho solo esercitato il diritto di ogni cittadino a difendere il proprio paese, e questo è il vero motivo per cui mi hanno illegalmente arrestato. Se voi state cercando dei criminali di guerra l’indirizzo non è qui a Scheveningen (il carcere olandese dov’era detenuto, Ndt) ma al Quartier Generale della Nato e nelle capitali occidentali, dove è stata pianificata la distruzione del mio paese, la Jugoslavia, e del mio popolo…. Noi non abbiamo attaccato o aggredito nessuno, ma ci hanno costretto a combattere a casa nostra, per difendere il nostro paese e la nostra terra…
Questo abbiamo fatto e lo rifaremmo perché questa non è un’infamia ma un onore per qualsiasi popolo e uomo…”.
(Slobodan Milosevic 30/08/2001)
A cura di Enrico Vigna, portavoce del Forum Belgrado Italia – Agosto 2016
Alla luce di quanto accaduto, si vogliono riportare in evidenza due articoli scritti tempo addietro, ma utili all’informazione:
Presidente Slobodan Milosevic, Ad Memoriam, Enrico Vigna
Slobodan Milosevic era nato il 20 agosto 1941 a Pozarevac, Serbia. Sì è laureato in Legge all’università di Belgrado nel 1964.Fu prima militante e poi dirigente della Lega dei Comunisti della Jugoslavia e poi del Partito Socialista di Serbia, di cui fu tra i fondatori. A partire dagli anni ottanta era considerato uno dei migliori e più capaci amministratori e funzionari dello Stato della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia.Nell’Aprile 1984 fu nominato Segretario della Federazione di Belgrado della Lega dei Comunisti; dal Maggio 1986 al Maggio 1989 fu presidente del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti e al primo Congresso del Partito Socialista di Serbia nel Luglio 1990 venne eletto Presidente del Partito, che era nato dall’unificazione della Lega dei Comunisti e dall’Unione degli operai e dei socialisti della Serbia.
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=854:presidente-slobodan-milosevic-ad-memoriam&catid
11 Marzo 2006, Slobodan Milosevic fatto morire dal Tribunale Penale Internazionale della Nato all'Aja
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=853:11-marzo-2016-noi-non-dimentichiamo&catid




venerdì 18 novembre 2016

LA SINDROME DI UNA CERTA SINISTRA CHE LAVORA PER IL RE DI PRUSSIA

La sindrome risale al 1757, quando Charles de Rohan principe di Soubise, condusse le truppe austro-francesi a una disastrosa sconfitta nella battaglia di Rossbach, in Sassonia, contro i prussiani del re Federico II il Grande, e diventò il simbolo di chi si dà da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa. In tempi più recenti la sindrome è degenerata in “bertinottite” con la scellerata decisione di sfiduciare il governo Prodi, spianando la strada al ventennio berlusconiano. Oggi, il comportamento degli oppositori di Renzi dentro il PD, rischia di favorire pericolosamente la tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Questi “compagni che sbagliano” non vogliono capire che Renzi non è un politico alieno che, per chissà quale artificio, si è appropriato del nostro partito e che bisogna quindi combattere con tutti i mezzi possibili. È il lavoro fatto ieri dai dirigenti del partito che ha portato Renzi alla segreteria e al governo; non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico. Come si può mai pensare che pattuglie sbandate di compagni indignati “a prescindere”, possano rappresentare “l’alternativa”? Nessuna analisi, nessun progetto, la solita infima minoranza senza alcuna credibilità e radicamento nelle masse popolari e, soprattutto, senza alcuna possibilità di intercettare le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori. Le loro parole d’ordine, non a caso, coincidono con quelle dei Cobas e degli autonomi.
Il rischio è, al solito, quello di generare amarezza, scoramento e qualunquismo; è un’azione questa che, per dirla con il politologo Nunzio Mastrolia, sta provocando l’impoverimento del ceto medio che “si è degradato da popolo a folla”, il che vuol dire che attraverso gli strumenti della democrazia diretta si rischia di non esprimere “il volere di un popolo sovrano, ma gli umori, le pulsioni, gli scatti, il muggito della folla”. Tra popolo (demos) e folla (oclos), il rischio è l’avvento di un’oscurantista oclocrazia.
Oggi la vera Sinistra vota Sì al referendum; vota Sì perché la semplificazione del sistema istituzionale è indispensabile; vota Sì perché è giusto che ci sia una sola Camera che dà la fiducia; vota Sì per ridurre drasticamente i costi della politica; vota Sì perché non è pensabile che uno stato moderno ed efficiente cambi governo ogni anno; vota Sì per rendere meno soffocante la burocrazia; vota Sì perchè in Europa questa riforma, se passa, viene letta come la continuazione di un tentativo dell'Italia di riformarsi e questo può aprire le strade a una maggiore flessibilità nei conti, un'azione più spinta verso gli investimenti.
La Sinistra che vota no è la sinistra che gioca a perdere, quella che ha paura di governare che si accontenta delle miserevoli rendite di posizione fornite dal ribellismo viscerale. Alle nostre latitudini poi, esiste una certa sinistra che cerca di confondere le acque dicendo che se vince il Sì vincono le banche e, ironia del destino, in banca ci lavora… che abusa del glorioso simbolo del PCI mentre farebbe meglio a rivolgersi alle amorevoli cure del WWF, e da una patetica pattuglia di presunti militanti dell’Anpi che, in evidente stato confusionale, agitano fantasmi che ormai allignano esclusivamente nelle loro stanche menti.
Franco Arcidiaco

domenica 11 settembre 2016

CALABRIA LETTERARIA. Editoriale

Partiamo con una nuova avventura editoriale ancorata, però, a radici consolidate.
Memori dell’ammonimento del matematico e scrittore inglese, reverendo Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll che, nel suo celeberrimo Alice nel paese delle meraviglie, ammoniva: «No, no! prima le avventure. Le spiegazioni sono lungaggini noiose», non vi annoieremo con dissertazioni motivazionali e ci limiteremo a chiedervi di intraprendere al nostro fianco quest’avventura.
Calabria Letteraria rinasce, dunque, dalle sue ceneri con una nuova e più moderna veste grafica, con una compagine redazionale nuova di zecca, affidata alla giovane e brava scrittrice Federica Legato, ma sempre sotto la guida sicura di Franco Del Buono e la spiritual-guidance del mitico Emilio Frangella che la fondò nel 1952 e la diresse per oltre mezzo secolo fino al giorno della sua scomparsa nel 2008.
La Nuova Calabria Letteraria rivolgerà uno sguardo attento alla produzione editoriale regionale, ma non disdegnerà incursioni nelle vaste praterie della letteratura nazionale e mondiale. Troveranno spazio nella rivista anche contributi saggistici di carattere socio-antropologico e storico, purché attinenti con il tema centrale che è la Letteratura assieme alla sua “nobile porzione”, la Poesia, per dirla con Giovanni Andrés che, nel primo volume della sua opera fondamentale Dell'origine, progressi e stato attuale d'ogni letteratura, apparso in Parma nel 1782, aggiungeva: “La poesia, prima letteratura ‘de Greci, si può considerare come figlia o sorella della Musica”.
La veste grafica e l’impaginazione sono state completamente rinnovate, un restyling necessario al fine di rendere la rivista più maneggevole e vicina ai gusti dei “nativi digitali”; non crediamo affatto che le nuove generazioni disdegnino la carta, ci rendiamo conto però che è cambiato il modo di accostarsi alla lettura e intendiamo quindi favorire la “leggibilità” del nostro prodotto editoriale. Manteniamo, invece, la tradizione di ospitare in copertina una foto d’autore raffigurante un luogo della nostra regione; in questo primo numero troverete un’immagine classica del lungomare Italo Falcomatà di Reggio, opera di Giuseppe Vizzari, grande foto reporter reggino più volte ospite delle pagine del National Geographic.
La Nuova Calabria Letteraria manterrà la periodicità trimestrale e sarà distribuita in tutte le librerie e le edicole-librarie calabresi; i nostri distributori di Firenze e Torino ne garantiranno inoltre la presenza su tutto il territorio nazionale. Per quanto riguarda il mercato digitale sarà facilmente acquistabile sul nostro sito www.cdse.it e su tutte le principali librerie online. Contiamo molto sulla campagna abbonamenti, che è indispensabile per la nostra indipendenza economica; spediremo questo numero a tutti i vecchi abbonati con una vantaggiosa proposta di rinnovo dell’abbonamento.
La pubblicità rispetterà rigorosamente il vincolo settoriale e saranno riservate condizioni particolarmente vantaggiose agli editori calabresi. Riconosciamo il ruolo fondamentale degli Editori per lo sviluppo e la diffusione della cultura e, per questo motivo, seguendo l’ammonimento di Umberto Eco ne Il pendolo di Foucault , non troveranno spazio nelle nostre pagine i libri realizzati in self-publishing sia diretto che indiretto, tramite, cioè, gli editori a pagamento (quelli che nei paesi anglosassoni chiamano Vanity-press). In quelle pagine Eco rammenta quanto lungo sia il cammino perché ci si possa davvero definire Scrittore; non sbeffeggia i dilettanti ma pone loro un punto di riferimento verso l’alto. Crea due sigle editoriali fittizie la Garamond e la Manuzio che non sono metafore, ma corrispondono a concrete realtà: colui che si crede Scrittore a dispetto di ogni ragionevole evidenza, merita di essere punito dal meccanismo dell’editoria a pagamento, e l’unico titolo di cui potrà fregiarsi sarà quello di APS, Autore Proprie Spese. Che tutti i Manuzio del mondo gli estorcano una quantità di denaro proporzionata alla presunzione! Al contrario, chi con volontà e senso critico si accosta alla Scrittura, venga accolto e pubblicato da una Garamond qualsiasi, magari non diventerà una star, ma la sua capacità verrà premiata.
Il nostro auspicio è che finalmente veda la luce una legge regionale che disciplini il settore dell’editoria calabrese e che riconosca il ruolo fondamentale degli Editori, con l’istituzione di un apposito albo professionale. Auspichiamo inoltre una politica di indirizzo verso le Istituzioni Scolastiche, affinché trovino spazio tra i banchi di scuola la Letteratura e la Storia calabrese, colpevolmente ignorate da un corpo insegnante affetto da sindrome colonialista che ha di fatto marginalizzato la nostra cultura sottraendo a intere generazioni la possibilità di accostarvisi.
La collaborazione alla rivista è volontaria e gratuita e la pubblicazione dei pezzi è ad esclusiva discrezione del direttore editoriale Franco Del Buono al quale sin d’ora va il nostro ringraziamento e un sentito Buon lavoro!
Franco Arcidiaco e Antonella Cuzzocrea

domenica 28 agosto 2016

TIZIANEDDA: BLOGGER O SCRITTRICE COI FIOCCHI?

Non nutro alcun dubbio: Marcello Marchesi, dalla nuvoletta modello Lavazza sulla quale si trova appollaiato dal 1978, non potrà che essere orgoglioso di questa sua discepola Tizianeda che lo annovera tra i suoi numi ispiratori (vedi titolo del blog e del libro e citazione in epigrafe nel frontespizio) e ne ha incarnata la freschezza umoristica, geniale e lapidaria, della scrittura. Confesso di non amare molto i blog, soprattutto quelli tenuti da scrittori (Marchesi si farebbe una risata a sentir parlare di blogger); considero la narrativa una faccenda molto seria, una delle ragioni della mia vita, e non mi piace spiluccare le pietanze degli scrittori, lo trovo riduttivo e semplicistico; come, d’altra parte, detesto le apericene, le quali, oltre che un orrendo neologismo, sono la vera piaga dei nostri tempi. Il mio blog, e lo dico solo per prevenire qualche obiezione, è semplicemente un archivio-armadio dei miei scritti, e poi… non sono nemmeno uno scrittore. Riserverò, pertanto, a Tiziana Calabrò poche cliccate, ma sono già in coda fuori dalla libreria per aspettare l’uscita del suo prossimo libro.
“La medaglia del rovescio”, pubblicato dal mio grande (in tutti sensi) amico Paolo Falzea, è un libro godibilissimo scritto magnificamente da una scrittrice che possiede le tre principali doti
del grande umorista: la sagacia psicologica, l'ironica indulgenza e la tenera malinconia, in più fatemi sdoganare, e tra un po’capirete perché, la tanto bistrattata nostalgia che ormai, chissà perché, è relegata nell’elenco delle pratiche da evitare. Le pagine di Tizianeda mi hanno fatto riaffiorare alla mente l'agilità, l'entusiasmo e la verve di una grande giornalista, Donata Kalliany, oggi pimpante settantaseienne, che negli anni ’80 tenne rubriche memorabili su “Amica”, “King” e “Moda”. Tra le sue parole, intrise di scoppiettante quotidianità, affiorano i ricordi, i fatti, le dinamiche di un invidiabile rapporto di coppia (mitica la figura dello “sposo errante”) e numerosi irresistibili sketch di vicende infantili e adolescenziali. La sua scrittura in prima persona prende forma narrativa e, tra battute, gag e calembour, la funambola (come ama definirsi, anche ossessivamente, Tiziana) diventa una scrittrice coi fiocchi che consegna alle stampe un irresistibile monologo-fiume comico, tenero, dissennato, umano. Memore dell’ammonimento del nostro grande maestro Marcello Marchesi (“È sbagliato raccontar le favole ai bambini per ingannarli, bisogna raccontarle ai grandi per consolarli”), Tiziana si guarda bene dal cadere nella classica trappola della mamma-scrittrice-modello-inventa-favole, e si rivolge a tutti i lettori, ai quali, come diceva Umberto Eco, bisogna dare ciò che non sanno di volere. Tra i compiti dello scrittore c’è anche quello di inventare nuovi linguaggi che, però, non debbono crearsi meccanicamente sulla base di chissà quali analisi astruse; è sufficiente che siano espressione dell’unico gusto che lo scrittore può conoscere davvero, cioè il suo proprio. Ed il gusto di Tiziana è raffinatissimo, a prova di palati esigenti. Il successo di questo libro, che supera con nonchalance anche l’handicap di una copertina non proprio fulminante, dimostra che per uno scrittore che narra col cuore e con mano libera e serena, c’è sempre la possibilità di pubblico, senza bisogno di ricorrere agli artifizi di maghi e maghetti o alle sfumature multicolori intrise di scene bollenti di matrice catto-pornografica. E veniamo ora alla parte più difficile di questa recensione e a quella nostalgia di cui parlavo prima; in questo libro ci sono io e non metaforicamente, ma in carne ed ossa. Conosco bene la famiglia d’origine (ramo materno, ma anche un po’ quello paterno) di Tiziana, ma la differenza d’età intercorrente tra noi non mi faceva nemmeno immaginare che potessero esistere ricordi comuni così vividi. Grande è stata l’emozione quando la coinvolgente penna di Tiziana mi ha catapultato dentro Casa Scalfari di via Marvasi, dentro la quale sono materialmente nato (negli anni ’50 si nasceva ancora tra le mura domestiche, e i miei genitori erano inquilini degli Scalfari), facendo materializzare davanti ai miei occhi, come un ologramma, la figura di sua nonna Bianca e della figlia Mara, madre di Tiziana, con tutti i profumi e le atmosfere e, soprattutto, con quella statuetta di San Francesco di Paola inserita dentro una campana di vetro e posta sopra una colonna al fianco di un enorme armadio a specchio “…che se aprivi l’anta cigolava… uno specchio che deforma la figura e la nonna diceva che se ci guardavi troppo, potevi vedere il diavolo”. Tiziana dice che il diavolo non l’ha mai visto nessuno lì dentro, ma a me quello che faceva paura davvero non era il diavolo, ma proprio quel San Francesco, che mi veniva indicato come l’inesorabile e spietato giudice della mia discolaggine. Impareggiabile anche la descrizione del quartiere, nel quale “si conoscevano tutti e tutti avevano rapporti cordiali” e la figura mitica (almeno per me e Aldo Varano, altro abitante del quartiere, con il quale ne abbiamo parlato di recente) di “una prostituta ormai in pensione”. “Era lì da sempre. Il mestiere della donna, i nipoti della nonna Bianca, lo hanno scoperto molti anni dopo. Per loro era solo una donna dagli orecchini d’oro che le pendevano dai lobi molli tirati giù dalla vecchiaia, i capelli ostinatamente neri, il viso lungo e ossuto, le labbra cadenti e violacee, la pelle spessa e scura e una voce che pareva arrivasse da mondi lontani e di tenebra”. Se Tiziana avesse pubblicato una foto di quella donna, non avrebbe sortito lo stesso realistico effetto, “La sua casa era una stanza di oggetti e mobili ammassati, con un letto enorme e prepotente a occupare quasi l’intero spazio. C’era sempre un odore strano, di polvere e muffa, un odore di scatola di cartone bagnato, incollato alle cose e alla carta da parato fiorata. Il quartiere era accogliente e le donne timorate di Dio e frequentatrici assidue di chiese e rosari, mostravano affetto e solidarietà per quella donna così diversa da loro e con una vita affatto scontata, che aveva conosciuto le nudità di molti uomini”. Tiziana maneggia abilmente la forza evocatrice della grande narrativa a conferma delle sue grandi doti di scrittrice e fa bene a prendere le distanze da quella “rovina famiglie” di Virginia Woolf quando, a pagina 35, scrive della possibilità di “essere donna senza una stanza tutta per sé dentro la quale a volte scomparire… insomma, dentro questo frullatore (della quotidianità), il prodigio succede”.
Franco Arcidiaco
Tiziana Calabrò, La medaglia del rovescio, Falzea Editore, 2016.

domenica 14 agosto 2016

CHI ERA VERAMENTE WILLIAM SHAKESPEARE?

I misteri che girano attorno a William Shakespeare rappresentano una faccenda molto complessa e meritano ancora approfondimenti e studi seri e storicamente attendibili anche perché i loro effetti potrebbero risultare dirompenti. D’altra parte provate a immaginare cosa potrebbe succedere se si scoprisse che l’uomo che si faceva chiamare William Shakespeare, l’autore più famoso al mondo, in realtà era un impostore? E che i capolavori passati alla storia sotto il suo nome non erano frutto del suo ingegno? Insomma, cosa accadrebbe se si venisse a sapere, a quattrocento anni dalla sua morte, che il Bardo “rubava” le opere altrui? Praticamente, una sorta di produttore truffaldino che firmava in prima persona le commedie, le tragedie e i sonetti che aveva commissionato ad altri. Una teoria sconvolgente, che molti – da Samuel Taylor Coleridge a Mark Twain, da Charles Dickens a Henry James – hanno sostenuto in passato, e che, più recentemente, ha trovato in due siciliani, Domenico Seminerio e Martino Iuvara, gli studiosi più tenaci che hanno prodotto i lavori più credibili e più godibili anche dal punto di vista letterario. Il lavoro di Domenico Seminerio, “Il manoscritto di Shakespeare”, è stato pubblicato da Sellerio, quello di Martino Iuvara “Shakespeare era italiano” è stato pubblicato in proprio nel 2002, ma sarà ripubblicato entro la fine di quest’anno dalla mia casa editrice. In circolazione ci sono parecchi altri libri, tutti con un taglio da thriller o da spy story, perché naturalmente la materia è ghiotta e i vari emuli di Dan Brown non si lasciano scappare l’occasione di accalappiare lettori appassionati di misteriosi intrighi pseudo storici. Ci sono cascato anch’io con un certo John Underwood che ha pubblicato, per Newton Compton, “Il libro segreto di Shakespeare”. Mi sono lasciato ingannare dalla veste grafica accattivante e dall’argomento che è oggetto della mia attenzione per i motivi di cui sopra. L’ho abbandonato alle prime pagine, illeggibile per l’impostazione confusionaria e per i continui flashback che ne appesantiscono inutilmente la lettura. Domenico Seminerio ha dato ben altra prova di scrittura ed è stato veramente magistrale e coinvolgente nell’imbastire una vicenda con riferimenti storici credibili.

domenica 24 luglio 2016

NANNI, UN SOGNATORE IN BILICO TRA PIAZZA MAGGIORE E IL CIMITERO DI ARCHI

Con un’equazione imperfetta potremmo dire che Bologna non sta ad Archi come invece Stefano Benni sta a Nanni Barbaro.
In queste pagine, che fluttuano disinvoltamente tra il surreale e il beffardo senza disdegnare qualche puntatina sul tragico, Nanni esprime chiaramente lo stupore di chi torna a fare i conti con il proprio luogo natio e si rende conto, invece, che quei conti non hanno proprio nessuna voglia di… tornare.
Luoghi e personaggi, che probabilmente solo il fuoco evocativo della nostalgia aveva reso ammalianti e fantastici, si mostrano nella loro vera essenza e mettono lo scrittore nella cruda necessità di descriverli in modo impietoso. È a questo punto che viene fuori l’estro del narratore e Nanni riesce con maestria a dipanare i racconti mischiando sapientemente echi benniani e gucciniani (la Archi di Nanni ne ricorda un po’ il West domestico modenese, di “Tra la via Emilia e il West”), sotto l’occhio vigile del suo amato Faber.
Assolutamente esilaranti le historie de li Santi Frati Liquiriziani Larenzu et Limitri scritte in un farsesco slang che sembra discendere direttamente dalle lingue d’oc e d’oïl e dalla musicalità del volgare italiano dantesco.
Bravo Nanni che, incapace di sfuggire al fatale fascino ammaliatore delle sirene dello Stretto, “Sulle sponde dello Stretto mi sono seduto e ho riso”, è riuscito a rivestire di un’indulgente coltre fantastica e poetica la cruda realtà di una terra come la nostra ospitale solo con i forestieri ma matrigna dei suoi figli.