giovedì 9 marzo 2017

IL PADRE D'ITALIA di FABIO MOLLO

Grande film! Bravo Fabio Mollo alfiere del cinema italiano, che ha realizzato un urban-film moderno e coinvolgente, coraggioso ed anticonformista. Grande prova di due attori straordinari, Luca Marinelli e Isabella Ragonese, ottimi montaggio e fotografia. Adoro l'approccio di Fabio verso la nostra terra: affettuosamente impietoso.
Franco Arcidiaco

domenica 12 febbraio 2017

SENZA ADULTI... SI' MA PERCHÈ?

Certamente il titolo è accattivante e la veste grafica degna della migliore tradizione editoriale italiana (per quanto stravolta nella sua essenza dall’abbraccio berlusconiano, la Einaudi riesce sempre a fare emergere tracce del suo buon Dna). Il concetto base del pamphlet è che il tempo presente ha rivoluzionato i rapporti concettuali tra le età della vita; il problema è che tra le pagine del libro questo interessante e stimolante tema viene sviluppato appena. Ci ritroviamo al cospetto di un calepino di citazioni più o meno appropriate e di considerazioni di stampo tardo-alberoniano. Evidentemente l’abbraccio dei grullini sta risultando sempre più fatale per il prof. Zagrebelsky, la necessità di rispondere alle tendenze oclocratiche dei suoi sostenitori lo costringe a sintetizzare le sue argomentazioni e di conseguenza a banalizzare le sue tesi. La parte più interessante del libro, che c’entra poco o nulla con il tema centrale, riguarda il mistero dell’Isola di Pasqua, agghiacciante metafora del destino che sarebbe riservato al nostro pianeta, vale a dire la scomparsa della civiltà a seguito delle desertificazione conseguente allo sfruttamento selvaggio e indiscriminato delle risorse naturali. Per il resto farete fatica a trovare una risposta alla domanda chiave del libro: quali sono le conseguenze della contrazione dell’età matura e dell’età della pienezza nella società di oggi? È proprio il caso di rimandare ai posteri l’ardua sentenza, Zagrebelsky da solo non ci arriva proprio.
Gustavo Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi 2016, pag. 99, € 12,00
Franco Arcidiaco

giovedì 9 febbraio 2017

BASQUIAT AL MUDEC CON L’ARMATA BRANCALEONE DEL SOLE24ORE

Un mese fa circa ho visitato la mostra di Jean-Michel Basquiat al Mudec; piacevole scoperta di questo enorme spazio espositivo ricavato da uno stabilimento Ansaldo in disuso. Lavoro encomiabile sia per quanto riguarda il risanamento di un’area che altrimenti sarebbe stata condannata al degrado, sia perché Milano aveva un gran bisogno di un nuovo Museo-Galleria di Arte Contemporanea. Basquiat lo avevo ammirato in giro per il mondo e sui libri ed è stata una conferma; la nota veramente dolente riguarda la curatela della Mostra. Le didascalie, soprattutto la cronologia storica, dei pannelli che introducono all’esposizione, sono composti in maniera a dir poco approssimativa e raccogliticcia. Leggo che si tratta della solita società che fa capo a quell’Armata Brancaleone allo sbando che è ormai diventato il Gruppo Sole24ore, è veramente penosa la condizione in cui versano dalle parti di via Monte Rosa. A parte il quotidiano, che ormai non è considerato credibile nemmeno dagli amministratori dei condomini, la radio ha raggiunto livelli imbarazzanti con trasmissioni demenziali e conduttori psicopatici che occupano le fasce di maggior ascolto. L'equipe che si occupa dell’allestimento delle mostre d’arte, e che non ha avuto certamente il merito della ricerca e della selezione delle opere, ha dato il peggio di sé in questa rassegna di Basquiat; una per tutte vi informo che per questi signori l’epopea della Cina Popolare e del suo Grande Timoniere Mao Tse-tung è da liquidare in una riga: Settembre 1976 Muore il dittatore (sic) cinese Mao Tse-tung. Tutti i pannelli sono pieni di svarioni e approssimazioni e non svolgono la funzione alla quale sembrerebbero destinati, vale a dire la contestualizzazione delle singole opere e del percorso artistico di Basquiat.
Uscito dalla mostra ho inviato una mail sdegnata ai curatori e ho ricevuto una risposta automatica che mi invitava ad acquistare i biglietti online…
Franco Arcidiaco

CLAUDIO MAGRIS PREMIO “RHEGIUM JULII”

La recente visita di Claudio Magris a Reggio Calabria in occasione del conferimento del Premio Rhegium Julii alla carriera, oltre a segnare la mia prima uscita ufficiale quale delegato alla Cultura del sindaco Giuseppe Falcomatà, mi ha dato l’opportunità di conversare con quello che è unanimemente considerato uno dei mostri sacri della cultura europea. Magris ha il grande merito di aver svelato i grandi tesori contenuti nello scrigno della Mitteleuropa in materia di letteratura, pensiero e storia vivida. Grazie a lui abbiamo scoperto un immenso scrittore quale Joseph Roth, grande cantore decadente di tutte le frontiere sia reali, che metaforiche.
Ho l’abitudine di incontrare i miei scrittori preferiti accompagnato da un loro vecchio libro (lo faccio anche con i dischi, in occasione di qualche buon concerto); per Magris ho scelto un titolo decisamente emblematico del suo mondo e delle sue tematiche, vale a dire “Illazioni su una sciabola” edito da Laterza, con i soldini della Cariplo. E qui apro una parentesi su questi editori “storici”, che accettano con disinvoltura di farsi finanziare una pubblicazione prestigiosa da una Banca ma vengono meno al loro ruolo di editori, producendo un libro privo di risvolti e delle indispensabili note paratestuali.
Il protagonista del libro è un personaggio reale che sembra fuoriuscito dalla penna di Roth, si tratta del generale Peter Krasnow, che aveva combattuto nell’armata bianca e poi si era inserito nel variegato mondo dei collaborazionisti russi del Terzo Reich. Il tutto ambientato nella regione che meglio incarna questo concetto di frontiera: la Carnia.
Magris, dedicandomi il libro, non si è affatto stupito della mia scelta, anzi ha concordato sulla sua piena aderenza alle tematiche rothiane.
Citazioni da “Illazioni su una sciabola” di Claudio Magris
-…Villa Santina, uno di quei paesi della Carnia nei quali la vita assomiglia al bar di una stazione.
-La menzogna è altrettanto reale quanto la verità, agisce sul mondo, lo trasforma, è davanti a noi, la possiamo vedere e toccare, fungo velenoso che non è perciò meno reale di quelli mangerecci…
-Così agisce chi è incalzato dalla morte e si aggrappa all’ora di pace che riesce a strappare, anche se questa affretta la sua fine. La siringa, con la quale il drogato si buca, gli toglie anni, ma gli regala un giorno. Forse ognuno di noi vive così.
-Ci sono, caro don Mario, rivelazioni che arrivano quando ormai è troppo tardi per uscire dalle maglie dell’inganno che ci siamo cucite addosso. Le azioni hanno un peso e una dignità che non valutiamo mai abbastanza e non sono revocabili a piacere, come una facile retorica delle buone intenzioni vorrebbe farci credere… L’abitudine può molto su di noi, ci induce a ripetere gli stessi gesti con sbadata schiavitù, si tratti di collezionare francobolli, fumare o fare l’aguzzino.
-…il fascismo è anzitutto quest’incapacità di scorgere la poesia nella dura e buona prosa quotidiana, questa ricerca di una poesia falsa, enfatica ed eccitata.
-…Quest’elsa affiorata tra le zolle mi fa pensare a quel tronco, che ora sarà ancor più cancellato, ma non ancora del tutto; mi fa pensare alla brevità ma anche alla durata della nostra vita e mi sembra conciliare il grande sì che diciamo al nostro tramonto, accettandolo serenamente, con la piccola resistenza che giustamente gli opponiamo, anche quando crediamo, come credo io, di essere sazi e stanchi di vita, perché anche un pomeriggio in più al caffè San Marco è poca cosa rispetto all’eternità ma è pur sempre qualcosa, e forse non tanto poco.
Franco Arcidiaco
Claudio Magris, Illazioni su una sciabola, Cariplo-Laterza,1984, Lire 9.000


mercoledì 8 febbraio 2017

SE NON SI CAMBIA NON SI CRESCE

Rileggere un libro, che per te è stato importante, dopo 38 anni è già di per sé un’esperienza, se si tratta di roba come “Passaggi” di Gail Sheehy, può diventare anche una faccenda rischiosa. Dico subito che ho superato la prova indenne e ne sono uscito sereno e soddisfatto; da laico disincantato mi riservo dubbiosamente di stabilire se il mio stato derivi dalla presa d’atto di una basilare inconsistenza delle sue tesi o, se invece, dall’appagante constatazione di aver, nel mio percorso di vita, sostanzialmente centrato le sue analisi previsionali. Quando uscì (in America era il 1974), il libro ebbe un successo clamoroso e naturalmente in Italia (dove apparve tradotto solo quattro anni dopo) assurse immediatamente al ruolo di status symbol per la mia generazione di reduci sessantottini “ottimisti e di sinistra”. La Sheehy aveva avuto l’intuizione di affrontare, con una certa leggerezza, argomenti che fino ad allora erano rimasti lontani dal grande pubblico, vale a dire i meccanismi inesplorati che regolano i “Passaggi” tra le tre fasi della vita umana: la prima, la seconda e la terza età. Per dirla con la scrittrice Willa Carter: “Vi sono in tutto due o tre storie umane, e si ripetono sempre, con tanta passione, come se non si fossero mai verificate prima”. Il significato essenziale del saggio tende proprio a questo, ricondurre i “frammenti delle vite” di innumerevoli persone (frutto della ricerca condotta sul campo dall’autrice) a una composizione unitaria e coerente, al fine di codificare i processi che regolano le fasi dello sviluppo nell’età adulta. Il periodo della vita compreso tra i venti e i sessant’anni era stato ignorato dagli analisti più in voga, che avevano preferito indagare le fasi dell’infanzia, dell’adolescenza e della vecchiaia. È veramente strano constatare come si sia potuta, fino ad allora, trascurare l’analisi di una fase centrale della vita che comprende elementi di primaria importanza quali la problematica sessuale, le dinamiche della vita di coppia, i rapporti genitori-figli, i complessi condizionamenti della vita professionale, la risposta del corpo all’avanzare dell’età. L’autrice, consapevole della complessità del compito, ammonisce sin dalle prime pagine che la necessità di prendere coscienza del sopraggiungere di un “passaggio” è svelata dall’irrompere di una crisi, “le crisi si susseguono, a intervalli, e di svolte ce ne sono parecchie, nella vita”. Il metodo per affrontare le crisi è semplice: basta rendersi conto che nella vita degli adulti le svolte sono del tutto prevedibili. Spiega ancora la Sheehy: “Fatto sta che noi diamo alla parola greca krísis (che all’origine vale “scelta”, “decisione”) un significato peggiorativo, che implica spesso tormento, insoddisfazione, fallimento, incapacità a misurarsi con gli eventi esteriori. Quindi ho preferito chiamare passaggi questi periodi di “transizione critica” da una fase all’altra”.
Ci sono risposte nel libro? L’abilità dell’autrice, che non è un’analista ma una giornalista, oggi settantottenne in piena attività, consiste proprio nella leggerezza con la quale ci porta a darcele da soli; vi assicuro che si tratta del genere di risposte più appaganti che esistono.
Sono naturalmente frequenti nel volume citazioni di psicologi o professionisti famosi ma le chiose della Sheehy sono geniali e illuminanti; sentite la chiusura del primo “passaggio”: “L’esame delle forze interiori che agiscono in noi riprenderà dopo la trentina, allorché saremo più stabili esternamente. E fin oltre i quarant’anni seguiteremo a disseppellire quelle parti di noi che, a vent’anni, abbiamo fatto di tutto per ignorare”.
Sulle dinamiche della vita di coppia, fermo restando che dopo "Scene da un matrimonio" di Ingmar Bergman tutte le altre considerazioni sembrano banali, la Sheehy ha gioco facile sia pur essendo di parte…
E avanti, quindi, con tutto il campionario di Felliniana memoria (il grande maestro è anche citato a pag. 122) che vuole gli uomini alla perenne ricerca della mamma o della musa che si trasfigurano nella moglie, nella puttana, nella vicina o nella zia compiacente, nella monaca o nell’infermiera. Il tutto con l’inevitabile, ma ormai troppo scontata, immagine dell’uomo impegnato nel tentativo di appiccicare nel volto della donna una maschera (e dalli col subconscio…) che rappresenta la parte sconosciuta di se stesso.
A metà circa del libro l’autrice è colta dal dubbio che i lettori non si riconoscano in nessuno dei casi descritti e siano propensi a considerare il loro caso più unico che raro. In realtà il libro si legge benissimo e i casi sono illustrati con sapiente estro narrativo. È evidente che siamo al cospetto di un lavoro divulgativo, di stampo sessantottino, ed alcune conclusioni appaiono decisamente scontate, al limite del banale, come la considerazione che quelli che affrontano coraggiosamente le crisi periodiche ne escono rafforzati, e anche quelli che le superano mi verrebbe da dire…
I capitoli che riguardano la mezz’età sono, da un certo punto di vista, i più tranquillizzanti. La paura della morte è ormai stabilizzata nella categoria “inevitabili” ma non rappresenta più lo spauracchio di prima. L’autrice ci incita a gridare: “Riprendetevi le vostre sciocche regole! Nessuno può prescrivermi ciò che è giusto per me. Ho visto il peggio e ora posso permettermi di conoscere quel che c’è da conoscere. L’unico protettore di me stesso sono io. Perché il fatto è che questo è il mio unico viaggio attraverso la vita.”
È il momento giusto per uscire dal “ruolo” e entrare nel “sé”, viaggiando leggeri e fidando esclusivamente sulle proprie forze, è il momento in cui bisogna “detronizzare il custode interiore” che nel corso dei “passaggi” precedenti avevamo installato secondo le circostanze della vita. La mezz’età è anche la fase giusta per donarsi agli altri, una volta, infatti, che abbiamo accettato la nostra solitudine e la nostra unicità, siamo finalmente certi che la nostra individualità non è più a rischio e quindi ci possiamo permettere di essere più magnanimi.
Un’altra fase che mette a dura a prova la stabilità emotiva dei maschi e delle femmine, quindi della coppia, è il distacco dei figli dal nido. Per l’autrice, e in questo son d’accordo con lei, in questa fase i padri sono meno attrezzati psicologicamente delle madri; il padre è costretto con dolore e smarrimento a vedere i figli (che prima lo consideravano un mito) “seguire altri messia, abbracciare altre fedi, adorare altri eroi.” La donna invece ne può trarre motivi rigeneranti, “perdendo il suo potere di procreazione è costretta a ridirigere le sue energie”.
Attenzione, però, che i tempi di elaborazione e sviluppo non coincidono quasi mai nei due coniugi.
Una cosa è certa, quando si invecchia è importante stabilire un contatto con le poche persone che “hanno fatto parte di noi” in passato, costituiranno “nessi preziosi per la nostra continuità”.
Nel campo della sessualità tra gli anziani, ho trovato la Sheehy meritevole di citazione integrale (ognuno tragga le deduzioni che vuole): “Il lato positivo è questo: un uomo in buona salute non è mai condannato a perdere la capacità d’erezione. L’uomo anziano, sessualmente addestrato ed esperto, può essere un amante assai soddisfacente. Una volta superata l’angoscia di non essere più un ragazzo, egli può cominciare ad apprezzare i suoi maturi poteri nel dare e ricevere amore con tenerezza, nel prolungare il proprio stato di eccitazione, trattenendosi dall’eiaculare, finché non avrà portato la sua compagna all’estasi suprema. Questa è potenza. Ma tenga presente questo: alle donne non va di sentirsi tenute a venire ripetutamente in omaggio alla virilità di un uomo. Come per l’erezione, qualsiasi pretesa di rendimento standardizzato è incompatibile con il buon sesso.”
D’altra parte la cultura orientale in tema ha fatto scuola, inquadrando l’orgasmo maschile alla stregua di un esercizio di squisito rinvio.
Veniamo ora alla quarta e ultima fase della vita che presenta il rassicurante aspetto del sorprendente miglioramento della capacità di giudizio. La vita di coppia di due coniugi, che ormai si conoscono molto bene, offre l’opportunità di una vera amicizia. “Ci si può fare veramente compagnia, una volta appreso a condividere certi interessi e a rispettare l’intimità altrui, lasciandosi a vicenda spazio per un po’ di vita privata. Si scopre che è bello avere qualcuno insieme a cui invecchiare, con cui condividere amici e memorie, con cui chiacchierare nella casa divenuta silenziosa dopo la partenza dei figli.”
La chiosa finale del saggio da parte dell’autrice è veramente magistrale: “È inevitabile una certa sofferenza quando si esce da una fase adulta ormai nota e familiare per entrare nello stadio successivo, ignoto e incerto. Ma se si vuole vivere ‘abbondantemente’ bisogna passare attraverso queste prove. Se non si cambia, non si cresce. Se non si cresce, non si vive veramente”.
Franco Arcidiaco
Gail Sheey, Passaggi. Prevedere le crisi dell’età adulta, Rizzoli, 1978, pagg. 336, Lire 5.500







venerdì 20 gennaio 2017

SI CONOSCE UNO STORICO UNNO?

-Forse qualcuno ricorderà un personaggio famoso; Attila. Sono convinto che Attila è uno dei più grandi personaggi della storia. Senza dubbio il più calunniato. Passò alla storia come “barbaro” e “flagello di Dio”. I Romani, soprattutto durante la decadenza, erano meno “barbari” e meno “flagelli”? Aggiungiamo che tutti gli storici dell’epoca erano Romani. Si conosce uno storico unno?-
Ho utilizzato questo aforisma del grande scrittore portoghese Millor Fernandes per porre la prima domanda a Paolo Mieli: "Si conosce uno storico unno?"
Il libro di cui abbiamo parlato stasera all'Università Mediterranea con docenti e allievi del Piria e del Vinci è molto stimolante e fornisce tante risposte ai dubbi di quanti non credono alla storia ufficiale ma, nel contempo, non intendono lasciarsi tentare dalle sirene del complottismo. "In guerra con il passato. Le falsificazioni della Storia" di Paolo Mieli, si pone come obiettivo di proteggere i fatti dall'uso politico della memoria e di non far cadere nella trappola di piegare il passato alle necessità del presente. Ma chi la spunta alla fine è la realpolitik, all'ombra della quale regnanti e governanti di ogni epoca hanno compiuto le peggiori nefandezze.

sabato 7 gennaio 2017

PATERSON di JIM JARMUSH

Jarmush è il cantore minimalista del cinema americano e in questo suo ultimo film, che è uno tra i più atipici sulla condizione umana mai visti, radicalizza questa sua vena riuscendo a sorprenderci e incantarci. La magistrale delicatezza del suo tocco realizza un film che produce lo stesso effetto dell'ascolto di un disco blues di Robert Johnson o della visione di un quadro di Edward Hopper.
Paterson (interpretato da Adam Driver, arrivato alla grande popolarità l’anno scorso con l’ennesimo capitolo della saga di Guerre Stellari) è un giovane autista di bus dell’omonima cittadina del New Jersey che vive di poesia e ama trascrivere in un taccuino le suggestioni che gli provengono dalla vita quotidiana. Il suo stile di vita è improntato alla più delicata quietudine che lui riversa nella scrittura. Paterson vive la sua, solo apparentemente mediocre, vita quotidiana al fianco della bella e adorata compagna Laura (interpretata dall’attrice e cantautrice iraniana Golshifteh Farahani) e la vive chiaramente nella pienezza della felicità.
Questo stato di felicità da “mondo piccolo” (la citazione di Giovannino Guareschi è d’obbligo, visto che rientro da un soggiorno nella Bassa), tinteggia piccole cose che sembrano niente e sono forse tutto e non viene mai meno nonostante sia palpabile una sottile inquietudine che emerge dall’aleggiare dell’irrefrenabile domanda interiore sul senso profondo dell’esistenza umana.
Paterson si rifugia nella poesia (in realtà le poesie che nel film sono attribuite a Paterson sono di Ron Padgett) sulla quale sospendo il giudizio; debbo dire che più che dalle parti di Raymond Carver (a proposito di minimalismo) mi sono ritrovato da quelle di Marius Marenco di Alto Gradimento. Ma non è questo che importa, qui il ricorso alla poesia ha origine e culmina nel “sublime quotidiano” di scuola buddhista, che mira a raggiungere stati di concentrazione elevata nei quali la ricchezza sensoriale dell’esperienza è rimpiazzata da puro rapimento introspettivo. E può accadere quindi di trovare ispirazione nel minimale feticistico e fatuo, vedi la scatola di fiammiferi marca Ohio Blue Tip oggetto della prima poesia di Paterson-Padgett.
Straordinaria la fotografia, eccezionali montaggio e recitazione. Un film da godere con la stessa leggera quietudine di cui è intrisa la “poesia” del protagonista.