domenica 11 settembre 2016

CALABRIA LETTERARIA. Editoriale

Partiamo con una nuova avventura editoriale ancorata, però, a radici consolidate.
Memori dell’ammonimento del matematico e scrittore inglese, reverendo Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll che, nel suo celeberrimo Alice nel paese delle meraviglie, ammoniva: «No, no! prima le avventure. Le spiegazioni sono lungaggini noiose», non vi annoieremo con dissertazioni motivazionali e ci limiteremo a chiedervi di intraprendere al nostro fianco quest’avventura.
Calabria Letteraria rinasce, dunque, dalle sue ceneri con una nuova e più moderna veste grafica, con una compagine redazionale nuova di zecca, affidata alla giovane e brava scrittrice Federica Legato, ma sempre sotto la guida sicura di Franco Del Buono e la spiritual-guidance del mitico Emilio Frangella che la fondò nel 1952 e la diresse per oltre mezzo secolo fino al giorno della sua scomparsa nel 2008.
La Nuova Calabria Letteraria rivolgerà uno sguardo attento alla produzione editoriale regionale, ma non disdegnerà incursioni nelle vaste praterie della letteratura nazionale e mondiale. Troveranno spazio nella rivista anche contributi saggistici di carattere socio-antropologico e storico, purché attinenti con il tema centrale che è la Letteratura assieme alla sua “nobile porzione”, la Poesia, per dirla con Giovanni Andrés che, nel primo volume della sua opera fondamentale Dell'origine, progressi e stato attuale d'ogni letteratura, apparso in Parma nel 1782, aggiungeva: “La poesia, prima letteratura ‘de Greci, si può considerare come figlia o sorella della Musica”.
La veste grafica e l’impaginazione sono state completamente rinnovate, un restyling necessario al fine di rendere la rivista più maneggevole e vicina ai gusti dei “nativi digitali”; non crediamo affatto che le nuove generazioni disdegnino la carta, ci rendiamo conto però che è cambiato il modo di accostarsi alla lettura e intendiamo quindi favorire la “leggibilità” del nostro prodotto editoriale. Manteniamo, invece, la tradizione di ospitare in copertina una foto d’autore raffigurante un luogo della nostra regione; in questo primo numero troverete un’immagine classica del lungomare Italo Falcomatà di Reggio, opera di Giuseppe Vizzari, grande foto reporter reggino più volte ospite delle pagine del National Geographic.
La Nuova Calabria Letteraria manterrà la periodicità trimestrale e sarà distribuita in tutte le librerie e le edicole-librarie calabresi; i nostri distributori di Firenze e Torino ne garantiranno inoltre la presenza su tutto il territorio nazionale. Per quanto riguarda il mercato digitale sarà facilmente acquistabile sul nostro sito www.cdse.it e su tutte le principali librerie online. Contiamo molto sulla campagna abbonamenti, che è indispensabile per la nostra indipendenza economica; spediremo questo numero a tutti i vecchi abbonati con una vantaggiosa proposta di rinnovo dell’abbonamento.
La pubblicità rispetterà rigorosamente il vincolo settoriale e saranno riservate condizioni particolarmente vantaggiose agli editori calabresi. Riconosciamo il ruolo fondamentale degli Editori per lo sviluppo e la diffusione della cultura e, per questo motivo, seguendo l’ammonimento di Umberto Eco ne Il pendolo di Foucault , non troveranno spazio nelle nostre pagine i libri realizzati in self-publishing sia diretto che indiretto, tramite, cioè, gli editori a pagamento (quelli che nei paesi anglosassoni chiamano Vanity-press). In quelle pagine Eco rammenta quanto lungo sia il cammino perché ci si possa davvero definire Scrittore; non sbeffeggia i dilettanti ma pone loro un punto di riferimento verso l’alto. Crea due sigle editoriali fittizie la Garamond e la Manuzio che non sono metafore, ma corrispondono a concrete realtà: colui che si crede Scrittore a dispetto di ogni ragionevole evidenza, merita di essere punito dal meccanismo dell’editoria a pagamento, e l’unico titolo di cui potrà fregiarsi sarà quello di APS, Autore Proprie Spese. Che tutti i Manuzio del mondo gli estorcano una quantità di denaro proporzionata alla presunzione! Al contrario, chi con volontà e senso critico si accosta alla Scrittura, venga accolto e pubblicato da una Garamond qualsiasi, magari non diventerà una star, ma la sua capacità verrà premiata.
Il nostro auspicio è che finalmente veda la luce una legge regionale che disciplini il settore dell’editoria calabrese e che riconosca il ruolo fondamentale degli Editori, con l’istituzione di un apposito albo professionale. Auspichiamo inoltre una politica di indirizzo verso le Istituzioni Scolastiche, affinché trovino spazio tra i banchi di scuola la Letteratura e la Storia calabrese, colpevolmente ignorate da un corpo insegnante affetto da sindrome colonialista che ha di fatto marginalizzato la nostra cultura sottraendo a intere generazioni la possibilità di accostarvisi.
La collaborazione alla rivista è volontaria e gratuita e la pubblicazione dei pezzi è ad esclusiva discrezione del direttore editoriale Franco Del Buono al quale sin d’ora va il nostro ringraziamento e un sentito Buon lavoro!
Franco Arcidiaco e Antonella Cuzzocrea

domenica 28 agosto 2016

TIZIANEDDA: BLOGGER O SCRITTRICE COI FIOCCHI?

Non nutro alcun dubbio: Marcello Marchesi, dalla nuvoletta modello Lavazza sulla quale si trova appollaiato dal 1978, non potrà che essere orgoglioso di questa sua discepola Tizianeda che lo annovera tra i suoi numi ispiratori (vedi titolo del blog e del libro e citazione in epigrafe nel frontespizio) e ne ha incarnata la freschezza umoristica, geniale e lapidaria, della scrittura. Confesso di non amare molto i blog, soprattutto quelli tenuti da scrittori (Marchesi si farebbe una risata a sentir parlare di blogger); considero la narrativa una faccenda molto seria, una delle ragioni della mia vita, e non mi piace spiluccare le pietanze degli scrittori, lo trovo riduttivo e semplicistico; come, d’altra parte, detesto le apericene, le quali, oltre che un orrendo neologismo, sono la vera piaga dei nostri tempi. Il mio blog, e lo dico solo per prevenire qualche obiezione, è semplicemente un archivio-armadio dei miei scritti, e poi… non sono nemmeno uno scrittore. Riserverò, pertanto, a Tiziana Calabrò poche cliccate, ma sono già in coda fuori dalla libreria per aspettare l’uscita del suo prossimo libro.
“La medaglia del rovescio”, pubblicato dal mio grande (in tutti sensi) amico Paolo Falzea, è un libro godibilissimo scritto magnificamente da una scrittrice che possiede le tre principali doti
del grande umorista: la sagacia psicologica, l'ironica indulgenza e la tenera malinconia, in più fatemi sdoganare, e tra un po’capirete perché, la tanto bistrattata nostalgia che ormai, chissà perché, è relegata nell’elenco delle pratiche da evitare. Le pagine di Tizianeda mi hanno fatto riaffiorare alla mente l'agilità, l'entusiasmo e la verve di una grande giornalista, Donata Kalliany, oggi pimpante settantaseienne, che negli anni ’80 tenne rubriche memorabili su “Amica”, “King” e “Moda”. Tra le sue parole, intrise di scoppiettante quotidianità, affiorano i ricordi, i fatti, le dinamiche di un invidiabile rapporto di coppia (mitica la figura dello “sposo errante”) e numerosi irresistibili sketch di vicende infantili e adolescenziali. La sua scrittura in prima persona prende forma narrativa e, tra battute, gag e calembour, la funambola (come ama definirsi, anche ossessivamente, Tiziana) diventa una scrittrice coi fiocchi che consegna alle stampe un irresistibile monologo-fiume comico, tenero, dissennato, umano. Memore dell’ammonimento del nostro grande maestro Marcello Marchesi (“È sbagliato raccontar le favole ai bambini per ingannarli, bisogna raccontarle ai grandi per consolarli”), Tiziana si guarda bene dal cadere nella classica trappola della mamma-scrittrice-modello-inventa-favole, e si rivolge a tutti i lettori, ai quali, come diceva Umberto Eco, bisogna dare ciò che non sanno di volere. Tra i compiti dello scrittore c’è anche quello di inventare nuovi linguaggi che, però, non debbono crearsi meccanicamente sulla base di chissà quali analisi astruse; è sufficiente che siano espressione dell’unico gusto che lo scrittore può conoscere davvero, cioè il suo proprio. Ed il gusto di Tiziana è raffinatissimo, a prova di palati esigenti. Il successo di questo libro, che supera con nonchalance anche l’handicap di una copertina non proprio fulminante, dimostra che per uno scrittore che narra col cuore e con mano libera e serena, c’è sempre la possibilità di pubblico, senza bisogno di ricorrere agli artifizi di maghi e maghetti o alle sfumature multicolori intrise di scene bollenti di matrice catto-pornografica. E veniamo ora alla parte più difficile di questa recensione e a quella nostalgia di cui parlavo prima; in questo libro ci sono io e non metaforicamente, ma in carne ed ossa. Conosco bene la famiglia d’origine (ramo materno, ma anche un po’ quello paterno) di Tiziana, ma la differenza d’età intercorrente tra noi non mi faceva nemmeno immaginare che potessero esistere ricordi comuni così vividi. Grande è stata l’emozione quando la coinvolgente penna di Tiziana mi ha catapultato dentro Casa Scalfari di via Marvasi, dentro la quale sono materialmente nato (negli anni ’50 si nasceva ancora tra le mura domestiche, e i miei genitori erano inquilini degli Scalfari), facendo materializzare davanti ai miei occhi, come un ologramma, la figura di sua nonna Bianca e della figlia Mara, madre di Tiziana, con tutti i profumi e le atmosfere e, soprattutto, con quella statuetta di San Francesco di Paola inserita dentro una campana di vetro e posta sopra una colonna al fianco di un enorme armadio a specchio “…che se aprivi l’anta cigolava… uno specchio che deforma la figura e la nonna diceva che se ci guardavi troppo, potevi vedere il diavolo”. Tiziana dice che il diavolo non l’ha mai visto nessuno lì dentro, ma a me quello che faceva paura davvero non era il diavolo, ma proprio quel San Francesco, che mi veniva indicato come l’inesorabile e spietato giudice della mia discolaggine. Impareggiabile anche la descrizione del quartiere, nel quale “si conoscevano tutti e tutti avevano rapporti cordiali” e la figura mitica (almeno per me e Aldo Varano, altro abitante del quartiere, con il quale ne abbiamo parlato di recente) di “una prostituta ormai in pensione”. “Era lì da sempre. Il mestiere della donna, i nipoti della nonna Bianca, lo hanno scoperto molti anni dopo. Per loro era solo una donna dagli orecchini d’oro che le pendevano dai lobi molli tirati giù dalla vecchiaia, i capelli ostinatamente neri, il viso lungo e ossuto, le labbra cadenti e violacee, la pelle spessa e scura e una voce che pareva arrivasse da mondi lontani e di tenebra”. Se Tiziana avesse pubblicato una foto di quella donna, non avrebbe sortito lo stesso realistico effetto, “La sua casa era una stanza di oggetti e mobili ammassati, con un letto enorme e prepotente a occupare quasi l’intero spazio. C’era sempre un odore strano, di polvere e muffa, un odore di scatola di cartone bagnato, incollato alle cose e alla carta da parato fiorata. Il quartiere era accogliente e le donne timorate di Dio e frequentatrici assidue di chiese e rosari, mostravano affetto e solidarietà per quella donna così diversa da loro e con una vita affatto scontata, che aveva conosciuto le nudità di molti uomini”. Tiziana maneggia abilmente la forza evocatrice della grande narrativa a conferma delle sue grandi doti di scrittrice e fa bene a prendere le distanze da quella “rovina famiglie” di Virginia Woolf quando, a pagina 35, scrive della possibilità di “essere donna senza una stanza tutta per sé dentro la quale a volte scomparire… insomma, dentro questo frullatore (della quotidianità), il prodigio succede”.
Franco Arcidiaco
Tiziana Calabrò, La medaglia del rovescio, Falzea Editore, 2016.

domenica 14 agosto 2016

CHI ERA VERAMENTE WILLIAM SHAKESPEARE?

I misteri che girano attorno a William Shakespeare rappresentano una faccenda molto complessa e meritano ancora approfondimenti e studi seri e storicamente attendibili anche perché i loro effetti potrebbero risultare dirompenti. D’altra parte provate a immaginare cosa potrebbe succedere se si scoprisse che l’uomo che si faceva chiamare William Shakespeare, l’autore più famoso al mondo, in realtà era un impostore? E che i capolavori passati alla storia sotto il suo nome non erano frutto del suo ingegno? Insomma, cosa accadrebbe se si venisse a sapere, a quattrocento anni dalla sua morte, che il Bardo “rubava” le opere altrui? Praticamente, una sorta di produttore truffaldino che firmava in prima persona le commedie, le tragedie e i sonetti che aveva commissionato ad altri. Una teoria sconvolgente, che molti – da Samuel Taylor Coleridge a Mark Twain, da Charles Dickens a Henry James – hanno sostenuto in passato, e che, più recentemente, ha trovato in due siciliani, Domenico Seminerio e Martino Iuvara, gli studiosi più tenaci che hanno prodotto i lavori più credibili e più godibili anche dal punto di vista letterario. Il lavoro di Domenico Seminerio, “Il manoscritto di Shakespeare”, è stato pubblicato da Sellerio, quello di Martino Iuvara “Shakespeare era italiano” è stato pubblicato in proprio nel 2002, ma sarà ripubblicato entro la fine di quest’anno dalla mia casa editrice. In circolazione ci sono parecchi altri libri, tutti con un taglio da thriller o da spy story, perché naturalmente la materia è ghiotta e i vari emuli di Dan Brown non si lasciano scappare l’occasione di accalappiare lettori appassionati di misteriosi intrighi pseudo storici. Ci sono cascato anch’io con un certo John Underwood che ha pubblicato, per Newton Compton, “Il libro segreto di Shakespeare”. Mi sono lasciato ingannare dalla veste grafica accattivante e dall’argomento che è oggetto della mia attenzione per i motivi di cui sopra. L’ho abbandonato alle prime pagine, illeggibile per l’impostazione confusionaria e per i continui flashback che ne appesantiscono inutilmente la lettura. Domenico Seminerio ha dato ben altra prova di scrittura ed è stato veramente magistrale e coinvolgente nell’imbastire una vicenda con riferimenti storici credibili.

domenica 24 luglio 2016

NANNI, UN SOGNATORE IN BILICO TRA PIAZZA MAGGIORE E IL CIMITERO DI ARCHI

Con un’equazione imperfetta potremmo dire che Bologna non sta ad Archi come invece Stefano Benni sta a Nanni Barbaro.
In queste pagine, che fluttuano disinvoltamente tra il surreale e il beffardo senza disdegnare qualche puntatina sul tragico, Nanni esprime chiaramente lo stupore di chi torna a fare i conti con il proprio luogo natio e si rende conto, invece, che quei conti non hanno proprio nessuna voglia di… tornare.
Luoghi e personaggi, che probabilmente solo il fuoco evocativo della nostalgia aveva reso ammalianti e fantastici, si mostrano nella loro vera essenza e mettono lo scrittore nella cruda necessità di descriverli in modo impietoso. È a questo punto che viene fuori l’estro del narratore e Nanni riesce con maestria a dipanare i racconti mischiando sapientemente echi benniani e gucciniani (la Archi di Nanni ne ricorda un po’ il West domestico modenese, di “Tra la via Emilia e il West”), sotto l’occhio vigile del suo amato Faber.
Assolutamente esilaranti le historie de li Santi Frati Liquiriziani Larenzu et Limitri scritte in un farsesco slang che sembra discendere direttamente dalle lingue d’oc e d’oïl e dalla musicalità del volgare italiano dantesco.
Bravo Nanni che, incapace di sfuggire al fatale fascino ammaliatore delle sirene dello Stretto, “Sulle sponde dello Stretto mi sono seduto e ho riso”, è riuscito a rivestire di un’indulgente coltre fantastica e poetica la cruda realtà di una terra come la nostra ospitale solo con i forestieri ma matrigna dei suoi figli.

sabato 2 luglio 2016

ENZO LACARIA MAESTRO DI GIORNALISMO

Se io dico che Enzo Lacaria (il compagno Enzo Lacaria) era un maestro di giornalismo, lo dico per un semplice motivo: Enzo Lacaria è stato il mio maestro di giornalismo, in quei formidabili anni in cui a Reggio è esistita la redazione di Paese Sera. Lidia Rossi mi telefonò una sera per dirmi che sarebbe presto partita per un viaggio in Perù (un viaggio maledetto dal quale sarebbe poi ritornata devastata) e mi offrì il suo posto in redazione. Arrivai in quel prestigioso giornale con alle spalle solo qualche esperienza di fogli ciclostilati e di giornalini scolastici. Enzo mi insegnò mille cose, e soprattutto mi insegnò che le inchieste si fanno cercando fonti dirette e scarpinando sui marciapiedi e non certo riciclando le veline di inquirenti compiacenti e interessati. A te il compito, caro Enzo, di stabilire da lassù se esiste ancora qualche flebile traccia del tuo giornalismo.

domenica 19 giugno 2016

NIENTE LACRIME PER GLI INUIT

Ho finito di leggere “Prima di domani” di Jørn Riel e vorrei che qualcuno mi spiegasse perché mai dovremmo strapparci i capelli per la scomparsa del popolo Inuit. Un popolo di violenti selvaggi trogloditi che passava il suo tempo a sterminare ferocemente innocui animali, a stuprare donne e a massacrare antagonisti per futili motivi; per non parlare dell’abitudine, nei tempi di carestia, di esporre le neonate femmine, nude, sul terreno ghiacciato. Frequenti erano, inoltre, gli episodi di cannibalismo.
Tutto questo viene narrato, con ammirato candore, dal nostro ineffabile autore evidentemente inebetito da un senso di incredibile nostalgia. Una natura meravigliosa e incontaminata, devastata da un’etnia che non è stata capace di superare il primo gradino dello stato evolutivo e si è auto-cancellata dalla faccia della terra. E non stiamo parlando della preistoria, Riel colloca la scomparsa dell’ultima Inuit nel 1860!
È incredibile costatare il livello di degrado raggiunto da certa pubblicistica pseudo-ambientalista che, obnubilata da cieco furore ideologico, persegue disinvoltamente e irresponsabilmente l’eterogenesi dei fini, impedendo di analizzare serenamente e scientificamente le dinamiche storico-antropologiche che regolano la storia dell’umanità.
Questa casa editrice “Iperborea” ad ogni libro letto si rivela un bluff ed una promessa mancata, per non parlare della scomodità del formato della sua collana più diffusa e della scarsa qualità delle traduzioni e dell’editing.
Jørn Riel, Prima di domani, Iperborea 2009

venerdì 13 maggio 2016

È ANTONIO CALABRÒ L'EREDE DI MARIO LA CAVA

Stimo tanto Antonio da perdonargli i Ray-Ban a specchio che sfoggia nella foto del libro e soprattutto la sua condizione di astemio, che rimarca più volte nelle pagine di questo suo bellissimo romanzo. Lo conosco da un paio di decenni, abbiamo in comune Marina di San Lorenzo come buen retiro, e apprezzo la sua scrittura da quando si cimentava sui vari giornali nelle colonne delle “Lettere al direttore” e collaborava al mio “Laltrareggio”. I suoi editoriali su ZoomSud, al netto di qualche rigurgito incontrollato di antipolitica, sono quanto di più serio, illuminante e appassionato si possa leggere oggi tra le colonne di un giornale, online o cartaceo, locale o nazionale che sia. La sua attività culturale, con la rassegna “Calabria d’autore”, ha portato una ventata di freschezza nello stagnante e polveroso mondo dei salotti culturali cittadini.
Questi “Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale”, come recita il sottotitolo del volume edito dalla Disoblio di Salvatore Bellantone, sono una vera chicca e meriterebbero di trovare spazio nelle case di riggitani e reggini di ogni età e ceto e, soprattutto, tra i banchi di scuola.
Lo dovrebbero leggere principalmente i giovani, quei giovani tanto apprezzati dall’autore al punto da considerarli (anche quando svolge la sua professione di capotreno) una specie protetta. “Si dovrebbero proteggere questi giovani degli anni duemila. Proteggere dai loro desideri indotti, quegli schifosissimi desideri frutto del bombardamento culturale che ormai da decenni infuria sulle nostre teste”. Anche se, con amarezza, Antonio (“Un passato da bastaso da difendere”) è costretto a sottolineare “la nuova mutazione del ragazzo calabrese, che aggiunge all’arroganza di una volontà di potenza plastificata anche il suo retaggio di violenza e di falso onore”; la chiosa che ne consegue è drammatica: “Il ragno invisibile che non è la ‘ndrangheta badate bene. Semmai è la necessità della ‘ndrangheta. Quello fa paura”, per chiudere: “Siamo spacciati, mi verrebbe da dire”.
Ma Antonio ha le idee chiare sulle cause di tutto ciò, emarginazione e sottosviluppo sopra tutte: “L’ingiustizia è così palese che non c’è neanche bisogno di spiegarla, ci vorrebbe una svolta autentica, ci vorrebbero ricette anche drammaticamente di rottura, restando così il futuro è un pozzo nero, un incubo di ibridazioni tra il peggio della modernità e il peggio della tradizione”.
L’espediente narrativo utilizzato dall’autore, oltre ad essere spontaneo e naturale, considerata appunto la sua professione, racchiude la quintessenza della più classica delle metafore: il viaggio in treno, che è appunto il simbolo per eccellenza della metafora della vita.
Cesare Pavese nel suo diario “Il Mestiere di vivere”, il 2 giugno 1946 annotò questo pensiero: “Il fascino del viaggiare è lo sfiorare innumerevoli scene ricche e sapere che ognuna potrebbe essere nostra e passar oltre, da gran signore”.
E sentite Marino Moretti, il poeta crepuscolare per eccellenza, come si cimenta sulla metafora del treno in arrivo come fine corsa della nostra vita: “E ora che avevo cominciato a capire il paesaggio: si scende, dice il capotreno, è finito il viaggio”. Nessun altro meglio di lui, ritengo, ha saputo descrivere lo stupore, la delusione, il dolore della morte.
Il capotreno Antonio Calabrò nel suo “trolley salvifico” porta sempre qualche libro ma, evidentemente, non ha mai mancato di portare con sé il suo diario nel quale ha annotato le suggestioni che ci regala in questo delizioso volume. Gli suggerisco, da oggi in poi di mettere nella borsa una copia di “Chiudi e vai”, emulando così il mitico Oscar Wilde che, nel suo romanzo “L'importanza di chiamarsi Ernesto", scrisse: “Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno”.
Chiudo questa lunga parentesi sul treno e le stazioni come metafora, dedicando ad Antonio e a tutti i suoi colleghi ferrovieri la mirabolante e immaginifica ode al treno di Filippo Tommaso Marinetti, tratta dal Manifesto del Futurismo del 1909: “ .... canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi ....”.
Antonio costella il suo racconto, oltre che di gustosi aneddoti tratti di peso dalle scene di vita quotidiana che ogni giorno si riversa sui treni dei pendolari, di sapienti e sagaci riflessioni filosofico-esistenziali. Una per tutte: “L’uomo può aggrapparsi a qualsiasi cosa, quando avverte il rintocco della morte. Per sé o per i suoi cari. La disperazione ha una chiave che si chiama fede. Forse un inghippo, forse no. Sono solo un capotreno, non ho mezzi sufficienti per stabilirlo. Ho una chiave quadra, una lanterna rossa o verde, un bel cappello blu e un fischietto. Troppo poco per decidere se Dio esista o no”.
È naturale che le lunghe ore di viaggio di un capotreno comportino una commistione tra pubblico e privato, e così nel bel mezzo di una sosta a Paola, nel piccolo bosco di San Francesco, laicamente ritrova l’amore per il padre. Ne consegue una lapidaria considerazione: “Cazzo, se non aveva ragione!”.
La grande letteratura è fatta anche di definizioni azzeccate e di descrizioni struggenti e questo libro ne abbonda: “Triste come la buccia di un’anguria”, “L’odore della strada bagnata è una malinconia invisibile”, “Ubriaconi abituali dispersi nel loro dolore e adagiati come salme su panchine dure come la loro esistenza”, “A Capo Spartivento il mare è un blocco di blu immobile e funge da specchio alla tavolozza impazzita… (il sole) è una bolla di sapone piena di lava, una biglia arroventata che custodisce la potenza di tutti gli dei mai pregati sinora”, “Questa Calabria, benedetta nella sua bellezza e maledetta nel suo abbandono”, “Uno dei momenti più emozionanti del mio lavoro, l’alba sullo Jonio. Mi spiace cari italiani, ma l’Aurora come questa ve la sognate”. Come ben dice Antonio: “La potenza della letteratura non smetterà mai di sorprenderci” ed infatti il libro sciorina sorprese e meraviglie a profusione.
Il cruccio principale del nostro autore, che è poi l’essenza del triste destino che lo accomuna agli altri intellettuali calabresi, è la consapevolezza della discrasia tra la bellezza della nostra terra e la condizione di degrado ambientale e sociale in cui versa; cruccio che diventa ancora più insopportabile nel momento in cui siamo costretti a riconoscerne la causa endogena.
Questa estate tornerò a pendolare per un paio di mesi sul treno della Jonica dalla Stazione di Condofuri a Reggio; non sarà come gli anni scorsi, ci sono le nuove carrozze, viaggerò certamente con meno disagio. Le suggestioni evocatemi da Antonio Calabrò costituiranno la colonna sonora di ogni viaggio e m’immergerò voluttuosamente nelle “albe strappate direttamente dalla fantasia degli dèi antichi, che ancora regnano sovrani in questi luoghi”, mentre dal finestrino, in perenne contrasto, scorreranno le immagini della mia “povera Calabria, ridotta come un circo di periferia tra saltimbanchi ingessati e domatori graffiati, il telone rappezzato e le gabbie arrugginite, squattrinata e luccicante di orpelli casalinghi cuciti da sartine dei bassifondi. Povera la mia Calabria così grandiosamente bella nella sua solitudine selvaggia, nella sua natura contaminata da grezzi gesti di noncuranza”.
Grande Antonio, scrittore dalla straordinaria umanità e dalla formidabile penna, degno erede di quel grande cantore jonico dei nostri “Caratteri” e del nostro destino che fu Mario La Cava.
Antonio Calabrò, Chiudi e vai! Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale, Disoblio edizioni, 2015