domenica 8 ottobre 2017

TUTTI I FANTASMI DI GIANNI AMELIO

Lo scorso mese di maggio, era di sabato, Antonella ed io abbiamo dato un passaggio in macchina a Gianni Amelio; si trovava a Reggio dalla sera prima per presentare il suo ultimo bel film “La tenerezza” e l’indomani, di buon mattino, doveva essere a Catanzaro, sua città natale, per un impegno di famiglia. Abbiamo fatto “il giro lungo”, in realtà avevamo un impegno a Bovalino nel pomeriggio, ma non ci siamo lasciati scappare l’occasione di conversare un paio d’ore con uno dei più importanti registi italiani.
L’occasione era ghiotta, poiché lo cercavo da tempo e lui purtroppo ha la cattiva abitudine di non rispondere né al telefono né alla posta elettronica; avevo bisogno di notizie su un suo film, girato a Reggio nel 1999 su commissione di Italo Falcomatà, “Uno schermo sull’acqua”.
Il film (una video-inchiesta di 50’, oggi avremmo detto un “docufilm”…) fu presentato in prima nazionale il 5 febbraio 2000 al “Teatro Politeama Siracusa” e raccontava la nostra città “che cambiava” attraverso varie voci: la giovane fotografa della Reggina, che era appena approdata al gotha della serie A, il libraio che animava il dibattito culturale in città, un giovane immigrato albanese, una ragazza nata in Canada tornata nella terra del padre e una giovane colombiana che si era innamorata di un coetaneo reggino “via internet”.
In quell’occasione Italo aveva dichiarato: “La nostra è una città che cambia perché i suoi cittadini hanno trovato fiducia in loro stessi e hanno riscoperto l’orgoglio delle loro radici, delle loro tradizioni, sicuri che un avvenire di sviluppo è concretamente possibile”.
Per raccontare questa “nuova” città, Amelio aveva incorniciato Reggio in uno schermo vero e proprio, quello che era stato allestito nell’estate del 1999 in riva al mare, davanti all’arena dello stretto, in occasione del “Festival Cinematografico del XXI Secolo”. Il regista calabrese pensò bene di usare quello schermo come uno specchio nel quale la città si rappresentava. Ricordo bene quella mattina magica in cui fu sistemato lo schermo, che corrispose anche al momento del primo ciak del film. Italo mi aveva convocato con altri pochi intimi, tra i quali un paio di pescatori di Calamizzi nel ruolo di “consulenti eolici”; i tecnici addetti al montaggio avevano raccomandato al sindaco di individuare una fascia oraria assolutamente priva di vento per non compromettere la stésa dello schermo e Italo chiamò i pescatori, che sapevano esattamente qual era il momento di “cambio di rema” che avrebbe assicurato una fase, sia pur breve, di calma piatta.
Con Laltrareggio seguivo passo passo l’attività del “sindaco della primavera” e, anzi, nell’occasione del Festival arrivai a produrre quello che forse fu il solo e unico esempio di quotidiano cinematografico, il XXI Secolo che per un’intera settimana accompagnò la programmazione del Festival.
Amelio realizzò dunque il film, che dopo aver girato i circuiti dei cineclub passò anche in Rai; il passo successivo sarebbe dovuto essere la produzione di un DVD per una distribuzione più capillare; purtroppo, invece, dopo la morte di Italo, “Uno schermo sull’acqua” subì le conseguenze della damnatio memoriae decretata dal suo successore. Ho cercato invano tracce del film a Palazzo San Giorgio ma, pur trattandosi di una produzione del Comune, non ho trovato alcunché.
Quella mattina in macchina Amelio è stato particolarmente loquace, Antonella ed io ci siamo limitati a qualche timida domanda, destinata ad essere travolta dal fiume di parole che ci riversava addosso, appoggiato con entrambi i gomiti sui sedili anteriori della nostra vecchia Skoda. Mi ha promesso che mi avrebbe aiutato a recuperare la pellicola originale del film o almeno una copia in DVD professionale e che mi avrebbe spedito in omaggio un cofanetto, prodotto dalla RAI in serie limitata, comprendente tutti i suoi film rimasterizzati in DVD.
Non abbiamo avuto più sue notizie, né abbiamo mai ricevuto i doni promessi; anche la sua email ed il suo cellulare hanno ripreso l’antica abitudine del silenzio…
Ha parlato tanto Gianni Amelio e, in due ore, ci ha sciorinato, con accattivante eloquio, la storia della sua vita e le inquietudini e i disagi della sua attuale condizione di anziano che sono, poi, tra i temi chiave de “La tenerezza”. Ci ha parlato della sua infanzia in un paesino di campagna attorniato da madri, zie, comari e nonne; del suo amatissimo figlio adottivo, Luan, di origini albanesi e delle tre adorate nipotine che lui si coccola portandole al cinema e in libreria. Ci ha parlato dell’odio profondo maturato per suo padre il giorno che si rifiutò di comprargli una rivista esposta in edicola, si trattava di Cinemanuovo che recava in copertina l’immagine di Jeanne Moreau tratta da Ascensore per il patibolo; non gli perdonò mai quella frase: “Coi soldi si compra il pane e non la carta”.
Arrivati a Catanzaro gli abbiamo donato un paio di libri di nostra edizione e lui ci ha invitato a leggere il suo ultimo libro Politeama edito da Mondadori salutandoci con queste testuali parole: “Temo, però, che dopo che l’avrete fatto mi toglierete il saluto!”. Forse è per questo che si è dimenticato di noi e delle promesse fatte…
Naturalmente, arrivati a Catanzaro Lido, ci siamo precipitati nella libreria Ubik del carissimo Nunzio Belcaro e abbiamo acquistato il libro.
In Politeama, Amelio racconta la storia di Luigino che vive una difficile infanzia, madre in manicomio e padre sconosciuto, nel Sud disperato degli anni ’50; un romanzo di formazione fuori da ogni schema nel quale l’autore, con chiara evidenza, riversa tutti i fantasmi derivanti dalle inquietudini di una diversità elaborata solo in età avanzata, il suo coming out, dalle pagine di Repubblica, risale infatti al 2014. Il romanzo è ricco di bellissime descrizioni in soggettiva che ci fanno entrare nel personaggio di Luigino, che è una tabula rasa, e viviamo con lui realisticamente la scoperta delle cose e le sensazioni che gliene derivano.
La crudezza di alcune scene di sesso e di violenza può risultare a tratti insopportabile e forse da questo derivava il suo ammonimento… in realtà se una critica mi sento di muovere riguarda invece lo stile di scrittura, tutti i dialoghi sono troppo verbosi e circostanziati al punto di rendere particolarmente noiosa la lettura. Amelio poi si concede il vezzo di porre in epigrafe a ogni capitolo dei versi tratti da canzoni degli anni ’50, francamente non ne ho capito il motivo poiché l’operazione non appare funzionale né a contestualizzare l’epoca storica, né a richiamare delle attinenze narrative.
L’incipit è didascalico e vale la pena di essere riportato: “Quando Luigi aveva sette anni, sua madre lo vestiva da femmina. Al buio, nella casa senza finestre, lo faceva salire su una sedia e gli infilava le mutandine rosa, poi la gonnella a fiori, la camicetta con le maniche corte, le calze e le scarpe bianche della sorella che era morta il mese prima”.
Caro Gianni, il libro l’ho letto e non è certo per questo motivo che ti leverò il saluto, ma tu almeno cerca di leggere questa mia strana recensione, non vorrei che in un angolo remoto della tua mente mi avessi relegato al semplice ruolo di autista…
Franco Arcidiaco
Gianni Amelio, Politeama, Mondadori, Milano 2016, pagg. 176, € 18,00









martedì 3 ottobre 2017

TUTTI I CALEMBOUR DI DAVID FOSTER WALLACE

Sono passati nove anni esatti dalla morte per suicidio, a quarantasei anni, dello scrittore americano David Foster Wallace. Nel suo paese grande era la stima di cui godeva, in Italia non ha mai incontrato i favori del grande pubblico, che forse trovava la sua scrittura complessa e audacemente innovativa. Non vi parlerò dei suoi due grandi romanzi, il più famoso dei quali “Infinite Jest” ho abbandonato nello scaffale dell’amico libraio-resistente Fabio Saraceno, non perché mi abbiano fatto paura le sue 1.500 pagine, ma per il semplice motivo che, dopo una scorsa sommaria, non ne ho gradito l’ambientazione e l’impianto narrativo.
La dimensione di D. F. Wallace che prediligo, e che ne esprime il genio letterario, è quella umoristica; questo “Una cosa divertente che non farò mai più”, capolavoro di comicità e virtuosismo stilistico, ne è la riprova.
Il libro nasce da un incarico che l’autore aveva ricevuto dalla prestigiosa rivista Harper’s, il suo compito era di redigere un reportage narrativo da una crociera extralusso ai Caraibi. Foster cominciò il suo lavoro sulla stessa nave che lo ospitava ma, successivamente, ci prese gusto e lo arricchì revisionandolo a dismisura fino a farlo diventare un classico dell’umorismo di fine Novecento; più o meno quello che è stato “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome K. Jerome per la letteratura della seconda metà dell’Ottocento.
Anche il libro di Jerome era nato quasi per caso, visto che l'autore, originariamente, aveva redatto un'opera ricca di notizie storico-letterarie utili per approntare una guida turistica del Tamigi. L'editore della rivista che aveva commissionato il racconto, pretese di tagliare gran parte delle digressioni storico culturali, sancendo di fatto l'enorme successo del libro, snellito ma pieno di gag umoristiche.
Wallace, con un’operazione più o meno simile, ha prodotto una satira spietata sull’opulenza sprecona e sul divertimento di massa forzato della società americana contemporanea.
Il talento letterario, la capacità di osservazione e l’intelligenza analitica di David Foster Wallace hanno trasformato un’esperienza a tutti gli effetti alienante in un’opera d’arte.
L’autore, da osservatore intelligente e paranoico, propaga il suo sguardo ovunque: sulla macchina del divertimento, sulle persone, sulle dinamiche sociali tra i crocieristi e tra questi e il personale di bordo, sulla somministrazione smisurata dei cibi, non risparmiando nemmeno se stesso. Ne esce innanzitutto un quadro lucido e ironico del turista medio e dei suoi tic, che non fatichiamo a rintracciare nel nostro vissuto. È obbligatorio ritrovarsi ricchi e felici, anche il cielo è sempre più blu, tutto deve rendere il viaggio indimenticabile. È l’industria del divertimento, che annulla in una bolla artificiale di benessere e opulenza le frustrazioni e le difficoltà di ogni giorno. Nessuno avverte la palese contraddizione consistente nel fatto che questa macchina dei vizi è prodotta da un equipaggio di immigrati malpagati (lavorano a “ritmi dickensiani”) che coccolano (esilarante è la gag del “fenomeno del sorriso professionale”, un “fenomeno fondamentale del terziario” e quella del “cameriere gastropedante”) per contratto e timore di perdere il lavoro.
David Foster Wallace analizza questa macchina di business in cui si trova immerso con analisi lucida e competente (le pagine sono stracolme di note ricche di dettagli e dati tecnici) e con talento letterario, coniando espressioni e calembour irresistibili.
La sua grandezza gli consente di operare un’altrettanto spietata operazione di autoanalisi, registrando disinvoltamente le sue reazioni a questo mondo di benessere artefatto e di vacua finzione. Ne deriva l’immagine di un uomo fragile, sociopatico, che non si ritrova nei riti dei crocieristi, che cede alla tentazione di ordinare la cena in camera per ritrovare i suoi spazi di solitudine, ma poi si trova a spargere fogli sul letto per dissimulare una presunta attività lavorativa che non lo faccia apparire un disadattato agli occhi del cameriere.
Leggete queste righe sul “water ad alto tiraggio” e ditemi se ho esagerato: “Lo scarico del water produce un rumore breve ma traumatico, una specie di gorgoglio in si-alto-tenuto, tipo disturbo gastrico su scala cosmica. Insieme a questo rumore arriva una violenta suzione così impressionante e potente che fa paura e allo stesso tempo dà uno strano senso di conforto –i vostri escrementi (escrementi e odori che sono conseguenza logica dei pasti alla Enrico VIII, del servizio in cabina gratuito e illimitato e dei cesti di frutta) più che rimossi sembrano risucchiati, e risucchiati a una velocità tale che vi fa pensare che vadano a finire in un luogo così lontano che diventano immediatamente un’astrazione… una specie di scarico ad alto tiraggio esistenziale. È piuttosto difficile ignorare la relazione tra l’alto tiraggio del water e le fantasie di negazione e trascendenza della morte che la crociera extralusso tenta di instillare.”
Franco Arcidiaco
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Edizioni minimum fax, Roma 1998, pagg. 160, € 12,50.



LUCIANO BIANCIARDI E IL LAVORO CULTURALE D'ANTAN...

Con tre edizioni conservate in Biblioteca, non l’avevo mai letto integralmente, ma a spizzichi e bocconi, da citazione a citazione. L’ho letto d’un fiato in un pomeriggio di fine estate, per giunta domenicale. Un senso di sgomenta nostalgia mi ha pervaso; con la sua grande capacità di scrittura Luciano Bianciardi mi ha trasportato di peso in un’epoca che è stata anche la mia (mirabili e per me struggenti le istruzioni e le raccomandazioni rivolte a chi si accingeva ad “aprire un circolo del cinema”), con la differenza che nella mia “provincia della provincia” il tutto si svolgeva esattamente vent’anni dopo rispetto alla sua “centrale” Toscana.
Ora non mi rendo conto se il mio smarrimento derivi dalla constatazione dell’arretratezza cronica della mia terra o dalla presa d’atto, di scientificità notarile, del fallimento non di una ma di tre generazioni che si sono trovate a gestire il dopoguerra italiano. Un fallimento che però è da addebitare esclusivamente alla cecità del lavoro politico, incapace di tradurre le istanze e gli stimoli di una classe intellettuale di elevatissimo livello che però non è andata mai oltre la funzione di florilegio della Politica.
Franco Arcidiaco
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1964, pagine 112, £ 300

domenica 27 agosto 2017

NIENTE "SFUMATURE", SOLO BUONA LETTERATURA PULP

“Io canto il sacro. Canto i corpi, canto il sesso, l’unione tra l’uomo e la donna, l’intimità sempre sconvolgente di corpi che s’incontrano, della copula, del fornicare, su letti con lenzuola di lino inamidato, su pavimenti coperti da tappeti sporchi, su divani traballanti, in vasche da bagno, sotto lo stillicidio di una doccia che perde, in letti adulteri ancora intrisi dell’odore dell’altro, in ogni luogo pubblico o privato. Canto la scopata, l’inculata, i sospiri, il dolore, i piaceri. Canto quello che non c’è più. Piango quello che siamo stati un tempo, e se tu dici che in questo modo ti tradisco, ti rispondo che sbagli. Può sembrare una veglia funebre, ma è anche una celebrazione. Di come la nostra carne nuda si è incontrata e congiunta, e di una gioia suprema”.
Maxim Jakubowski ci racconta di come la nostra carne nuda si incontra e si congiunge, e di “una gioia suprema” attraverso questo “Vita nel mondo delle donne. Una raccolta di storie d’amore vili e pericolose”. Erotismo esistenziale? Fate voi. Ma non pensate nemmeno lontanamente di essere dalle parti delle varie "sfumature", più o meno colorate, che hanno popolato (ed economicamente rianimato) le librerie negli ultimi anni, qui c’è intanto alta letteratura con una scrittura avvincente che spazia senza soluzione di continuità tra il porno e il noir. La protagonista del romanzo è la classica bionda mozzafiato che sembra uscita direttamente dalle pagine di Raymond Chandler e del suo mitico investigatore Philip Marlowe oppure dai classici di James M. Cain e Dashiell Hammett. La bionda, che nelle sette parti del libro assume identità e ruoli diversi ma ha sempre le identiche caratteristiche fisiche, è l’amante di uno scrittore, evidente alter ego del nostro; tra di loro intercorre una relazione fisicamente perfetta che, inevitabilmente, dopo il travolgente periodo iniziale finisce per consumarsi nella routine. Mentre la donna, forte dell’acquisita consapevolezza, vive la nuova stagione con maturità e disinvoltura, l’uomo non riesce a farsene una ragione e, nelle sette parti e quindi con sette soluzioni diverse, trova la via d’uscita alla sua ossessione solo nella morte violenta di entrambi.
I richiami letterari e cinematografici sono numerosi e la lettura scorre gradevolissima sia nelle roventi parti passionali che in quelle noir in chiave pulp. Nella settima e ultima parte “Il caso del nudo nella camera chiusa” c’è un chiaro omaggio a Wim Wenders e al suo straordinario “Paris Texas”; Nastassja Kinski e Harry Dean Stanton si materializzano nelle pagine e ridanno vita alla straniante situazione dell’uomo che rintraccia la sua donna in un locale dove vende il suo corpo al migliore offerente.
Con tecnica magistrale, Jakubowski sceglie sapientemente le location dove si consuma l’epilogo di ogni parte del libro, rendendole coerenti alla scelta di vita della donna; si passa così da suite sfavillanti di grandi alberghi, a moderni uffici editoriali, da compassati quartieri londinesi a squallidi sobborghi industriali, dalle grandi metropoli nord americane ai vizi di plastica di quelle californiane per finire nello squallore postribolare di una New Orleans senza il conforto del blues. Non manca un dichiarato omaggio a Philip K. Dick nella scena in cui l’amante viene incaricato, per un curioso equivoco, dal marito di indagare sull’amante della moglie… cioè su se stesso.
Il libro è del 1996 ed è stato pubblicato in Italia nel 1997 dalle Edizioni Es nella collana “Biblioteca dell’Eros” che, purtroppo, proprio con questo numero 90, ha chiuso i battenti.
Maxim Jakubowski, nato a Londra nel 1944 e cresciuto a Parigi, ha iniziato la sua carriera nel mondo editoriale aprendo la libreria “Murder One” in Charing Cross Road a Londra nel 1988. La libreria, diventata in breve tempo un punto di riferimento mondiale per gli appassionati del giallo e del noir, ha chiuso il 31 gennaio del 2009 dopo 21 anni di attività.
In punto di chiudere Maxim Jakubowski ha dichiarato: “La libreria non ha mai avuto particolari difficoltà economiche, ma la situazione dei mercati, e la perdita di valore della sterlina nei confronti del dollaro, non lasciavano presagire nulla di buono per il futuro. Meglio chiudere, quindi, senza lasciare debiti e con la reputazione immacolata”.
Maxim aveva purtroppo visto giusto e, con la sua decisione, diede il via a una tendenza che avrebbe portato in breve tempo alla chiusura della stragrande maggioranza delle librerie storiche indipendenti in ogni angolo del mondo.
Rimasto nel campo dell’editoria, oggi Jakubowski è uno degli editor più importanti e apprezzati a livello planetario. Nel 2013 ha curato, per l’editore americano “Running Press”, l’antologia “La Dolce Vita” che racchiude racconti erotici italiani in lingua inglese, scritti da alcune delle autrici del genere più rappresentative nel nostro paese quali Barbara Baraldi, Katia Ceccarelli, Eliselle, Francesca Mazzuccato, Sofia Natella, Valeria Parrella, Alina Rizzi e Claudia Salvatori.
Franco Arcidiaco
Maxim Jakubowski, “Life in the World of Women”/”Vita nel mondo delle donne”, Milano 1997, ES edizioni, pagg. 160, £ 28.000
Nella foto l'autore con Barbara Baraldi







venerdì 25 agosto 2017

CALVINO, "LO SCOIATTOLO DELLA PENNA*"

Salvo qualche inevitabile citazione da “Le città invisibili” e “Lezioni americane”, che te le tirano dietro da tutte le parti e inevitabilmente ti raggiungono, avevo interrotto il mio rapporto con Calvino nel 1979. Forte era stata la delusione provocata da “Se una notte d’inverno un viaggiatore”; l’avevo atteso con ansia, il suo mito era stato alimentato dalla neonata Repubblica, che aveva lavorato Calvino ai fianchi per strapparlo al Corriere della Sera, fino a riuscirci proprio nel dicembre di quell’anno. La Repubblica ormai dettava la linea tra noi giovani militanti del PCI ed aveva preso il posto de l’Unità nelle tasche posteriori dei nostri jeans; solo molti anni dopo ci saremmo resi conto, ma non tutti purtroppo, della trappola che ci aveva teso la “borghesia illuminata” tramite la sua mosca cocchiera Eugenio Scalfari. Repubblica, dicevo, aveva creato un’attesa spasmodica attorno al nuovo romanzo di Calvino e tutti eravamo pronti a tuffarci tra le sue pagine; la nostra era l’età in cui ancora ci si illude di poter trovare delle risposte e, considerato che Google non era stato ancora inventato, che i nostri genitori si accorgevano di noi solo quando ci allungavamo i capelli e che i professori erano impantanati ancora nella melma di una riforma che aveva pensato solo a distruggere quel che di buono c’era nella scuola gentiliana, non avevamo altri orizzonti se non la letteratura, il cinema e la musica. Una passione smodata per la letteratura era cresciuta in me dall’adolescenza, mi ero pasciuto fino a quel momento dei grandi classici russi, europei e americani e sapevo bene cosa cercare in un romanzo.
Ancora oggi la mia aspettativa principale è quella di perdermi tra le pagine di un libro e di trovarmi all’interno di un mondo concluso e avvolgente e la gratificazione che ne traggo è direttamente proporzionale alle dimensioni dell’opera. In “Se una notte d’inverno un viaggiatore” Calvino non offre al lettore niente di tutto questo, la struttura del romanzo classico non è nelle sue corde, la sua dimensione ottimale è quella del racconto, della favola e del saggio letterario e la sua scrittura fredda e distaccata non è fatta per accogliere il lettore in un universo ricreato. Con la leggerezza ironica e straniante che gli è propria, tende invece sistematicamente a demolire la sicurezza del lettore “seriale”. Commentando il suo lavoro, perfidamente dichiara: «È un romanzo sul piacere di leggere romanzi»; siamo, invece, al cospetto della negazione del romanzo, o meglio, della teorizzazione dell’impossibilità di concludere un romanzo. Si tratta, insomma, di un “metaromanzo” che va ancora oltre quella frammentarietà che già avevamo riscontrato in una parte della letteratura del ‘900 (uno per tutti Svevo e la sua “Coscienza”).
Rendendosi conto del rischio dell’operazione, con saccente cerebrale snobismo, Calvino cercò di blandire il lettore aggrappandosi all’originalità dell’operazione che tendeva ad aprire un dialogo tra l’autore e il lettore “abbattendo quel muro di passività che per tanti anni ha abbandonato il lettore al suo ruolo di famelico curioso” ed espresse sin da subito la volontà di stupire, certo di aver creato qualcosa di diverso, di inconsueto. L’inizio del libro è infatti straniante: l’Autore si rivolge direttamente al Lettore, invitato a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, appunto. Questo espediente vorrebbe porre in posizione centrale il destinatario naturale di ogni libro, facendolo diventare parte attiva e centrale del contesto letterario, nonché protagonista della narrazione stessa. Il libro è costituito da dieci capitoletti e ognuno di questi costituisce l'incipit di un romanzo interrotto bruscamente nei punti di maggiore suspense. I generi di romanzo sono tutti diversi tra loro, dal thriller, al poliziesco, al romantico, mi riferisco alla centrale storia di Sherazad, dove è reso omaggio a Le mille e una notte da cui, peraltro, è mutuata la struttura. A riprova del carattere sperimentale dell’opera -una combinazione labirintica dal sapore tardo futurista- si noti che i titoli di questi dieci capitoli, se accostati, formano una frase di senso compiuto. Insomma si tratta del divertissement (in forma di collage letterario), per certi versi, non lo nego, affascinante, di uno scrittore “d’avanguardia” in crisi, che camuffa abilmente la sua incapacità di cimentarsi con l’arte del romanzo, di cogliere la complessità del reale e di raccontare storie unitarie. Eppure nel 1947 al suo esordio, Calvino un romanzo l’aveva scritto, parlo de Il sentiero dei nidi di ragno; si tratta in realtà di un racconto lungo che costituisce di per sé un trait d’union e una mediazione tra i due generi del racconto e del romanzo, e non meraviglia quindi che sia una forma cara al Calvino degli anni Cinquanta, che, pubblicato Il sentiero dei nidi di ragno, dopo vari progetti abbandonati e tentativi falliti, ha rinunciato all’illusione di poter scrivere altri romanzi, ma che «sente stretta» anche la misura breve: in una lettera al critico Giansiro Ferrata del 6 dicembre del 1947, infatti, scrive: “Da un po’ di tempo pubblico molto poco sulle terze pagine, i racconti non mi soddisfano più e mi sembra d’aver detto tutto quello che coi racconti si può dire. Col romanzo invece non riesco ancora a dire tutto quello che vorrei”.
Ho ripreso il mio rapporto con Calvino, dopo ben 38 anni, grazie a Rebecca Panella, giovanissima ma accanita lettrice la quale, sentendomi parlare di Calvino nei termini di cui sopra, si è fatta scrupolo di dimostrarmi le qualità di narratore di quello che invece è tra i suoi scrittori preferiti e mi ha donato Il sentiero dei nidi di ragno, nella collana Oscar Moderni Mondadori di recente edizione. Il libro è prezioso poiché il racconto lungo è accompagnato da una presentazione scritta da Calvino nel 1964 –una vera e propria lezione magistrale di letteratura che potrebbe costituire la base teorica di tutti i laboratori di scrittura che fioriscono in ogni angolo della penisola-, da una ricchissima cronologia della vita e delle opere che comprende citazioni e aneddoti interessantissimi e, chicca tra le chicche, da una breve ma fulminante postfazione di Cesare Pavese, apparsa su l’Unità del 26 ottobre 1947, dalla quale ho tratto la definizione* che ho usato come titolo di questo mio articolo.
Pavese esalta quest’opera prima del 23enne Calvino, il quale “sa già che per raccontare non è necessario ‘creare personaggi’, bensì trasformare dei fatti in parole” e la definisce “il più bel racconto che abbiamo sinora sull’esperienza partigiana”, la chiosa del suo articolo è una grandiosa lezione di tecnica narrativa: “Trasformare dei fatti in parole non vuol dire cedere alla retorica dei fatti, né cantare il bel canto. Vuol dire mettere nelle parole tutto quello che si respira a questo mondo, comprimercela e martellarla. La pagina non deve essere un doppione della vita, sarebbe per lo meno inutile; deve valerla, questo sì. Dev’essere un fatto tra i fatti, una creatura in mezzo alle altre. Per questa prima volta, a noi pare, Calvino c’è abbondantemente riuscito”.
Calvino era stato testimone della Resistenza ed era consapevole che da questo gliene derivasse “una responsabilità speciale” che finiva per fargli sentire il tema troppo impegnativo e solenne per le sue forze. “E allora decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d’un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…”.
La storia è quella di Pin, ragazzo del carruggio che “ha una voglia lontana di carezze”, fratello di una prostituta, innocente e sboccato, dispettoso e cencioso, che ruba, su commissione, la pistola a un marinaio tedesco cliente della sorella e poi decide di tenerla per sé nascondendola tra i nidi di ragno, un posto che conosce solo lui. Il tono è a metà tra il fiabesco e surreale -non dimentichiamo che Calvino è stato il grande cantore della Fiaba Italiana- e alcuni personaggi sembrano fuoriusciti dal Pinocchio collodiano. Il linguaggio letterario tende a deformare l’abituale visione delle cose e la pone in un contesto quasi innaturale, sia ricorrendo a forme stilistiche inconsuete ricche di neologismi, sia deformando la realtà creando rapporti e situazioni imprevedibili.
È veramente straordinaria la capacità di Calvino di descrivere luoghi, persone e situazioni; l’inquietante clima da guerra civile è interpretato alla perfezione ed emerge spontaneamente dal dispiegarsi della narrazione. Sentite come sono descritte le truppe sbandate tedesche e le terribili brigate nere: “Sono due razze speciali: quanto i tedeschi sono rossicci, carnosi, imberbi, tanto i fascisti sono neri, ossuti, con le facce bluastre e i baffi da topo”, se ci pensate bene questa descrizione è così calzante da avere ispirato tutti i libri e i film sulla Resistenza usciti in seguito.
Nella presentazione, che ripeto è un vero capolavoro, Calvino parla del clima generale di quell’epoca seguita alla Resistenza in cui “l’esplosione letteraria fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo… ci sentivamo depositari di un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria”; “La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui”.
Concludo con alcune riflessioni sul mestiere di scrittore che, da editore, mi hanno molto intrigato e dimostrano a chiare lettere la maestosa statura dell’intellettuale Italo Calvino: “Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dài solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più”. “…l’esperienza primo nutrimento anche dell’opera letteraria, ricchezza vera dello scrittore, ecco che appena ha dato forma a un’opera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il più povero degli uomini”. Il suo timore è che la pagina scritta finisca col fissare “con sfacciata e ingannevole sicurezza” la memoria che in realtà è ancora “un fatto presente”, col rischio di consegnare alla storia una realtà parziale, condizionata dalle reazioni fisiologiche derivanti da un vissuto ancora troppo recente. “Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo”.
Franco Arcidiaco
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano 2016, Mondadori, pagg. 160, € 12,00






lunedì 21 agosto 2017

UN KAMASUTRA SURREALISTA DENTRO IL DELIRIO PRELISERGICO DI BRETON E ÉLUARD

“L’amore reciproco, il solo del quale potremmo occuparci qui, è quello che mette in gioco l’inconsueto nella pratica, l’immaginazione nel luogo comune, la fede nel dubbio, la percezione dell’oggetto interiore nell’oggetto esteriore.
Implica il bacio, l’amplesso, il problema e l’esito infinitamente problematico del problema.
L’amore ha sempre tempo. Ha davanti a sé la fronte da cui sembra scaturire il pensiero, gli occhi che ora bisognerà distrarre dal loro sguardo, la gola dove si addenseranno i suoni, i seni e il fondo della bocca. Ha davanti a sé le pieghe dell’inguine, le gambe che correvano, il vapore che scende dalle loro vele, il piacere della neve che cade davanti alla finestra. La lingua disegna le labbra, unisce gli occhi, erge i seni, scava le ascelle, apre la finestra; la bocca attira la carne con tutte le sue forze, affonda in un bacio nomade, sostituisce la bocca che ha preso, è il mescolarsi del giorno e della notte. Le braccia e le cosce dell’uomo sono allacciate alle braccia e alle cosce della donna, il vento si fonde col fumo, le mani prendono l’impronta dei desideri.
I problemi si distinguono in problemi di primo, secondo e terzo grado. Nel problema di primo grado, la donna, ispirandosi alle sculture Tlonkit del Nord-America, cercherà il perfetto amplesso con l’uomo; si tratterà di formare in due un solo blocco. In quello di secondo grado, la donna, prendendo a modello le sculture Haida di origine appena diversa, fuggirà il più possibile quest’amplesso; si tratterà di toccarsi appena, di dilettarsi soltanto in scioltezza. In quello di terzo grado, la donna adotterà di volta in volta tutte le posizioni naturali.
La finestra sarà aperta, semiaperta, chiusa, darà sulla stella, la stella si leverà verso di lei, la stella dovrà raggiungerla o passare dall’altra parte della casa.
1. Quando la donna è sul dorso e l’uomo è steso su di lei, abbiamo la cediglia.
2. Quando l’uomo è sul dorso e la sua amante è stesa su di lui, si ha la c.
3. Quando l’uomo e la sua amante sono stesi sul fianco e si guardano, è il parabrezza.
4. Quando l’uomo e la donna sono stesi sul fianco e solo la schiena della donna è visibile, si ha la Palude-del-Diavolo.
5. Quando l’uomo e la sua amante sono stesi sul fianco, faccia a faccia, e la donna stringe con le sue gambe quelle dell’uomo, lasciando spalancata la finestra, è l’oasi.
6. Quando l’uomo e la donna stanno sdraiati sul dorso e una gamba della donna poggia di traverso sul ventre dell’uomo, si ha lo specchio infranto.
7. Quando l’uomo è steso sulla sua amante, la quale lo stringe con le gambe, è la vigna vergine.
8. Quando l’uomo e la donna sono sulla schiena, e la donna è messa a rovescio sopra l’uomo con le gambe sotto le braccia di lui, è il fischio del treno.
9. Quando la donna è seduta, le gambe distese sull’uomo coricato di schiena, e si appoggia sulle mani, è la lettura.
10. Quando la donna è seduta, con le ginocchia piegate sull’uomo disteso standogli di fronte, il busto rovesciato o no, è il ventaglio.
11. Quando la donna è seduta di schiena, con le ginocchia piegate, sull’uomo sdraiato, è il trampolino.
12. Quando la donna, distesa sul dorso, alza verticalmente le cosce, è l’uccello lira.
13. Quando la donna, vista di fronte, poggia le gambe sulle spalle dell’uomo, è la lince.
14. Quando le gambe della donna sono piegate e l’uomo le tiene così contro il suo petto, si ha lo scudo.
15. Quando le gambe della donna sono piegate, con le ginocchia all’altezza dei seni, è l’orchidea.
16. Quando solo una sua gamba rimane distesa, è mezzanotte passata.
17. Quando la donna poggia una gamba sulla spalla dell’uomo e tende l’altra gamba, poi mette quest’ultima sulla spalla e tende la prima, e così via, alternandole, è la macchina da cucire.
18. Quando la donna poggia una gamba sulla testa dell’uomo e tende l’altra, è il primo passo.
19. Quando le cosce della donna restano sollevate e poggiano l’una sull’altra, è la spirale.
20. Quando l’uomo, durante il problema, gira in tondo e gode della sua amante senza lasciarla, mentre questa gli tiene abbracciate le reni, è il calendario perpetuo.
21. Quando l’uomo e la sua amante si appoggiano l’uno sul corpo dell’altra, o contro un muro, e, restando così in piedi, svolgono il problema, è alla salute del taglialegna.
22. Quando l’uomo si appoggia al muro e la donna, seduta sulle mani dell’uomo riunite sotto di lei, gli cinge il collo con le braccia e, incollate le cosce alla vita di lui, si muove facendo leva coi piedi contro il muro cui s’appoggia l’uomo, è il rapimento in barca.
23. Quando la donna si regge sulle mani e i piedi, come un quadrupede, e l’uomo resta in piedi, è l’orecchino.
24. Quando la donna si regge sulle mani e le ginocchia e l’uomo è inginocchiato, si ha la Mensa del Signore.
25. Quando la donna si regge sulle mani e l’uomo, in piedi, la tiene sollevata per le cosce che gli serrano i fianchi, è la ciambella di salvataggio.
26. Quando l’uomo è seduto su una sedia e la sua amante gli sta a cavalcioni, faccia a faccia, si ha il giardino pubblico.
27. Quando l’uomo è seduto su una sedia e la sua amante gli sta addosso a cavalcioni, voltandogli le spalle, si ha la trappola.
28. Quando l’uomo è in piedi e la donna poggia sul letto la parte superiore del corpo, mentre con le cosce stringe la vita dell’uomo, si ha la testa di Vercingetorige.
29. Quando la donna è accovacciata sul letto, di fronte all’uomo che sta in piedi contro il letto, si ha il gioco della pulce.
30. Quando la donna è inginocchiata sul letto, di fronte all’uomo che sta in piedi contro il letto, si ha il vetiver.
31. Quando la donna è inginocchiata sul letto, e dà le spalle all’uomo che sta in piedi contro il letto, è il battesimo delle campane.
32. Quando la vergine è rovesciata all’indietro, col corpo violentemente arcuato, appoggiandosi a terra coi piedi e le mani, o, meglio, coi piedi e la testa, mentre l’uomo rimane in ginocchio, è l’aurora boreale.
L’amore moltiplica i problemi. La libertà furente s’impadronisce degli amanti devoti l’uno all’altro più dello spazio al grembo dell’aria. La donna custodisce per sempre alla sua finestra la luce della stella e nella sua mano la linea della vita dell’amante. La stella, nella finestra, ruota lentamente, vi entra ed esce senza tregua, il problema si compie, la sagoma diafana della stella ha bruciato alla finestra la cortina del giorno”.
L’amour, in: L’Immaculée Conception di André Breton e Paul Éluard, Éditions surréalistes, Parigi, 1930.
Traduz. di Carmine Mangone

Ho riportato integralmente questo capitolo che è l’unico che giustifichi l’inserimento del testo nella collana “Piccola Biblioteca dell’Eros” della defunta Edizioni ES (piccola e raffinata casa editrice milanese, costola della casa editrice SE); uscito nel 1930, a Parigi, per i tipi di un piccolo libraio editore, scritto a quattro mani da due poeti rivoluzionari di eccezionale statura stilistica, Breton ed Éluard, il libro esalta la "rivolta assoluta" contro ogni morale, ogni costrizione, ogni letale bisogno d'ordine. Una sorta di blob ante litteram che anticipa il psichedelismo lisergico degli anni ’60, sublimando la poesia e l’essenza naturalistica dell'erotismo; Breton e Éluard poeti della dismisura cantano la diversità, la deriva, l’inaspettato, l'impensato, il desiderio folle di vivere contro l’imperio del conformismo borghese che condanna tutti alla mera sopravvivenza. Nell’introduzione alla sezione “Gli invasamenti”, i due autori parlano non a caso di “stati mentali artificialmente indotti” e si fanno scrupolo di rassicurare il lettore riguardo “l’assoluta onestà dell’impresa”, mettendolo in guardia sul rischio che potrebbe derivargliene qualora non fosse addestrato poeticamente e culturalmente (e io direi anche psicologicamente) fino al punto di compromettere le “sue facoltà di equilibrio”. La loro esigenza è di regolare i conti con la ragione “quella stessa ragione che ci nega quotidianamente il diritto di esprimerci con i mezzi che l’istinto ci suggerisce” ed il loro auspicio finale è che questo loro lavoro venga classificato come “il saggio di simulazione delle malattie che vengono rinchiuse nei manicomi” andando a sostituire “vantaggiosamente la ballata, il sonetto, l’epopea, la poesia senza capo né coda e altri generi caduchi”.
Nell’epoca in cui l’avanguardia è interpretata esclusivamente dal ciarpame della civiltà internettiana, è bene rivisitare criticamente questa irripetibile avventura della sovversione creativa che ha osato sognare l'impossibile: il surrealismo al servizio della rivoluzione. Gli stessi autori parlano di “conti da regolare con la ragione umana”.
Siamo al cospetto di un classico del Surrealismo e della poesia sovversiva, il manifesto della rivolta assoluta; un classico della letteratura europea che ha seguito però il fatale destino dei capolavori proibiti, vale a dire di essere conosciuto da tutti ma di non esser stato letto integralmente da nessuno (o quasi).
Franco Arcidiaco
André Breton – Paul Éluard, L’immacolata concezione, Milano 1997, ES, pagg. 96, £ 20.000



venerdì 18 agosto 2017

OTTO MONTAGNE PER UNO STREGA

Come si confeziona un Premio Strega lo sanno pure le pietre e questo vale naturalmente per tutti i premi letterari, non starò qui pertanto a parlarvi delle dinamiche spartitorie guidate, manco a dirlo, dai vertici della Mondazzoli in combutta con le elisabettesgarbi di vario calibro.
Altro discorso riguarda invece la tecnica di confezionamento del libro vincente da parte dell’autore, complice più o meno inconsapevole, dell’inghippo.
Quest’anno è toccato all’Einaudi e l’Einaudi per fortuna aveva in scuderia uno scrittore del calibro di Paolo Cognetti che aveva in serbo una bella storia, semplice ma coinvolgente.
Autore e editor si sono chiusi in laboratorio e hanno sfornato il prodotto perfetto, perfetto naturalmente per il pubblico italiano e per un premio letterario italiano; in America un prodotto del genere avrebbe trovato spazio, sì e no, in uno dei due marchi “rosa” (William Morrow o Avon Books) di proprietà della celeberrima casa editrice Harper Collins e nessuno si sarebbe mai sognato di candidarlo a un premio letterario di livello.
Il problema è che i premi letterari sono disprezzati da tutti ma poi nessuno disdegna di riceverli anche perché, ai livelli dello Strega, conferiscono gloria e denari. Lo stesso Italo Calvino che nel 1968 rifiuta con un telegramma il Premio Viareggio per Ti con zero (“Ritenendo definitivamente conclusa epoca premi letterari rinuncio premio perché non mi sento di continuare ad avallare con mio consenso istituzioni ormai svuotate di significato stop. Desiderando evitare ogni clamore giornalistico prego non annunciare mio nome tra vincitori stop”), anni dopo finirà con l’accettarne una caterva (Asti, Lincei, Nizza, Mondello, etc.) dimostrando di aver ceduto lui stesso alla logica delle conventicole.
Otto montagne,dicevo, è un libro perfetto, gli ingredienti del romanzo classico ci sono tutti: formazione,genitori-figli,amicizia,natura,viaggio,amore e morte; la sapienza con la quale sono stati amalgamati rivela un grande mestiere sia da parte dell’autore che dell’editor. Frequenti e magnifiche descrizioni naturalistiche in cui la montagna, evidente vera passione dell’autore, la fa da padrona, rendono scorrevole ed a tratti avvincente la lettura, anche grazie al loro abile miscelarsi con le reazioni psicologiche elementari dei personaggi.
Un classico da ombrellone dunque, ben venga in questi periodi di magra a rimpinguare le casse degli amici librai.
Franco Arcidiaco
Paolo Cognetti, Le otto montagne, pagg. 206, € 18,50, Torino 2017, Einaudi.