domenica 27 marzo 2022

ALEXANDR DUGIN, MASSIMO FILOSOFO RUSSO CONTEMPORANEO, SULLA GUERRA IN UCRAINA

Aleksandr Dugin è un filosofo e politologo russo. La sua dottrina sviluppa il pensiero di Martin Heidegger e lo coniuga con il pensiero della scuola tradizionalista di René Guénon e Julius Evola. Dugin ha svolto un ruolo importante nella filosofia russa dopo il crollo dell’URSS, traducendo e contestualizzando i succitati autori. Secondo Dugin le forze della civiltà occidentale liberale e capitalista rappresenterebbero quella che gli antichi greci chiamavano hybris, ovvero l'orgogliosa tracotanza che porta l'uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l'ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguita dalla vendetta o punizione divina. Dugin la definisce "la forma essenziale del titanismo", dell'anti-misura emergente dalla Terra, che osteggia il Cielo. In altre parole, l'Occidente sintetizzerebbe "la rivolta della Terra contro il Cielo". Il pensiero dughiniano è caratterizzato da un approccio escatologico per cui, nelle sue parole, "una volta che il Cielo reagisce, gli dèi restaurano la misura". Dugin contrappone all’ “unipolarismo omologante” dell’Occidente, l’“Uno” platonico che egli traduce nell’idea di “Impero”. Dugin ha stretti legami con il Cremlino e le forze armate russe ed è unanimemente riconosciuto come "il Rasputin del Cremlino" e "l'ideologo di Putin"; in effetti Dugin, pur criticando le passate collaborazioni di Putin con l’Occidente, si può considerare suo consigliere e ispiratore filosofico. Dugin è inoltre noto per aver teorizzato la creazione di un "impero eurasiatico" fondato su principii di ordine spirituale in grado di combattere l'Occidente guidato dagli Stati Uniti d'America, visti come epicentro delle forze dissolutrici, occulte e antispirituali. Dugin è stato l'organizzatore assieme a Ėduard Limonov (l’agitatore politico reso celebre dalla biografia romanzata scritta da Emmanuel Carrère) del Partito Nazional Bolscevico, e successivamente del Fronte Nazionale Bolscevico e del Partito Eurasia, trasformatosi poi in associazione non governativa. L'ideologia eurasiatista di Dugin mira all'unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico paese attraverso lo smembramento territoriale coatto delle ex–repubbliche sovietiche, concetto questo che sta chiaramente alla base di questa fase della politica putiniana. Per questa sua caratteristica, Dugin ha seguaci su ogni sponda politica, anche se, a mio avviso pretestuosamente e superficialmente, viene perlopiù etichettato come fascista e reazionario. In occasione della crisi Ucraina, alta si è levata la sua voce che, però, è stata una delle prime ad essere oscurata dai padroni del pensiero unico occidentale. Vale la pena, pertanto, leggere alcune sue dichiarazioni: “…Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto del globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi. Ma quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà” … E ancora: “Cosa significa per la Russia rompere con l’Occidente? È la salvezza. L’Occidente moderno, dove trionfano i Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione. E quanto prima e più completamente la Russia se ne stacca, tanto prima ritorna alle sue radici. A cosa? Cristiano, greco-romano, mediterraneo-europeo… Cioè, alle radici comuni al vero Occidente. Queste radici – le loro! – l’Occidente moderno le ha tagliate fuori. E sono rimaste in Russia. Solo ora l’Eurasia sta alzando la testa. Solo ora il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi. La Russia non è l’Europa occidentale. La Russia ha seguito i greci, Bisanzio e il cristianesimo orientale. E sta ancora seguendo questa strada. Sì, con zig-zag e deviazioni. A volte in vicoli ciechi. Ma si sta muovendo. La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno. E l’Europa deve rompere con l’Occidente, e anche gli Stati Uniti devono seguire coloro che rifiutano il globalismo. E allora tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina. Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno. La rottura con l’Occidente non è una rottura con l’Europa. È una rottura con la morte, la degenerazione e il suicidio. È la chiave del recupero. E l’Europa stessa – i popoli europei – dovrebbero seguire il nostro esempio: rovesciare la giunta globalista antinazionale. E costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea”. Nella penosa deriva ideologica che stiamo vivendo da oltre un trentennio, il pensiero di Dugin si erge come un faro che apre una relazione con la lontananza, simbolo di conoscenza; come un faro, il pensiero di Dugin illumina le cose e poi le restituisce al buio, una sentinella che si oppone al dilagare del nulla, allo smarrimento del vuoto, al disagio esistenziale, all’indifferenza del cielo.

domenica 6 marzo 2022

BARBARA SPINELLI, FIGLIA DI ALTIERO, VOCE FUORI DAL CORO ANTI-PUTIN

Nonostante i media europei, miseramente asserviti al mainstream atlantista, facciano di tutto per negarlo, in Italia e nel mondo è molto diffusa (sui social e sui blog) una contro narrazione della questione Ucraina, di chi sostiene che in fondo Vladimir Putin ha avuto le sue buone ragioni per attaccare, che la Nato abbia ulteriori mire espansionistiche, che la Ue ne è stata complice, che gli americani sono i soliti imperialisti, che gli ucraini sono un po’ nazisti e che, insomma, magari la reazione sarà un tantino sproporzionata, però la Russia è obbligata a salvaguardare il suo spazio vitale. Tra i giornali italiani una voce fuori dal coro è stata registrata dal Fatto Quotidiano con l’autorevole intervento di Barbara Spinelli (e scusate se è poco…) che ha meritato il plauso e il retweet dell’Ambasciata russa in Italia. Da notare che la Spinelli è figlia di Altiero, padre dell’Europa ed è unanimemente riconosciuta come una delle menti più lucide e delle penne più libere del giornalismo. Tesi fondante della Spinelli è che «il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria. È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda». Barbara Spinelli sottolinea, inoltre, che né Washington né la Nato né l’Europa sono intenzionate a intervenire militarmente, che alcuni Paesi europei dipendono dal gas russo e che le sanzioni non impensieriranno più di tanto Putin. C’è da ricordare inoltre che l’Occidente aveva promesso, con un impegno non scritto ma verbale, di bloccare l’espansione della Nato a Est ma la promessa «finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti». In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri. E quindi «non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di impero della menzogna». L’Occidente non è stato in grado di costruire un «ordine multipolare». Americani e europei erano certi di aver vinto, di aver fatto diventare il mondo capitalista e gli Usa egemoni. «La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui». Ancora, la Spinelli ricorda come Putin non sia stato il primo a violare il rispetto dei confini e cita l’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo che lo violò per primo nel ’99. Spinelli, inoltre, aggiunge: «Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe». «Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica». Per finire la Spinelli ricorda che la Storia dà torto solo agli sconfitti e che, se la guerra dovesse risolversi positivamente per lui, le ragioni di Putin sarebbero le ragioni della Storia. La presa di posizione di Barbara Spinelli è per molti versi sorprendente; Gianni Riotta su Twitter sottolinea: «Durante la guerra in Jugoslavia, su La Stampa, Barbara Spinelli era così ferocemente filo Nato e Occidente da firmare appelli in stile Henry Levy e Glucksmann sui nostri valori. Adesso scrive sul Fatto e diventa anti Usa e Occidente. Peccato!». Potremmo considerare la sua come una deriva situazionista, specchio dei nostri tempi, ma ciò non toglie che l’appiattimento dei media sulla condanna a Putin non stia scrivendo una grande pagina nella storia del giornalismo.

sabato 22 gennaio 2022

IL VACCINO CUBANO FUNZIONA MA L’OMS (NELLE MANI DEGLI USA) NE OSTACOLA LA DIFFUSIONE

Il vaccino cubano funziona alla grande a Cuba dove si registra uno dei più alti tassi di vaccinazione al mondo e i preparati cubani sono in grado di aiutare molti Paesi a basso reddito nella prevenzione del Covid; ma non sono ancora stati autorizzati dall’Organizzazione mondiale della sanità per il timore (pretestuoso) che l’industria cubana non sia in grado di mantenere gli standard richiesti dall’Oms. In tutto questo c’è il solito zampino degli americani che continuano a imporre il criminale embargo a Cuba e condizionano l’operato dell’Oms. «È un’impresa incredibile» ha dichiarato Helen Yaffe, un’esperta di Cuba e docente di storia economica e sociale all’Università di Glasgow, in Scozia. «È il risultato di una consapevole politica governativa di investimento statale nel settore, sia nella salute pubblica che nella scienza medica» ha aggiunto. La tecnologia cubana è a basso costo. Tutti e cinque vaccini sviluppati da Cuba (tra cui Abdala, Soberana 02 e plus) sono vaccini a sub unità proteica, cioè usano «composti proteici» del coronavirus. Un altro vaccino di questo tipo è lo statunitense Novavax, già approvato dall’Agenzia europea del farmaco. Questi vaccini oltre ad essere economici da produrre possono essere fabbricati su vasta scala e non richiedono il congelamento elevato. Distribuire e somministrare un vaccino che non richiede basse temperature è più facile rispetto a uno che deve essere conservato a meno 25 gradi e può resistere solo poche ore al decongelamento (è il caso del Pfizer). Cuba ha già iniziato a esportare Abdala per ora solo in Vietnam e tra qualche mese dovrebbe aggiungersi il Messico.

BERLUSCA DISPERATO DISTOPICO POP

Diavolo d’un cavaliere, è la mia ossessione, da quel dannato 26 gennaio 1994 in cui annunciò urbi et orbi la sua “discesa in campo”. Se ci pensate bene è una data che fa quasi il paio con quella (un tantinello più tragica) del 20 ottobre 1922 (a proposito quest’anno sono 100) che segnò la scesa in campo dell’altro cavaliere. Aldilà del giudizio politico, che non può essere che impietoso, non si può negare che la figura di Silvio Berlusconi sia ormai elevata sugli altari della cultura Pop al ruolo di irraggiungibile e impareggiabile Icona. La nomina a Presidente della Repubblica è vissuta dal Cav e dai suoi adoranti come il giusto compimento del percorso miracoloso intrapreso ben 28 anni orsono e c’è da giurare che l’acme sarebbe il posizionamento del suo ritratto dietro le scrivanie di tutti i capi delle Procure d’Italia. Sono pronto a scommettere che non esiste al mondo uno scrittore distopico capace di immaginare un momento del genere. Oggi mi piace celebrare questo disperato tentativo del Cav con le pagine dei primi due numeri di una delle mie follie editoriali: IL BERLUSCONIERE un mensile a diffusione nazionale, ideato e realizzato con la mia indimenticabile e geniale amica Daniela Pellicanò, nel 2004. Di seguito l’editoriale del primo numero datato Giugno 2004: PAR CONDICIO… MA NON È Un giornale di parte? Un giornale che viola la par condicio? Un giornale fazioso? Si! Il Berlusconiere è tutto questo e anche di più; è il grido di dolore di chi non si rassegna a morire berlusconiano e spera in un ravvedimento, magari in zona Cesarini, del popolo-bue stregato dall’incredibile tycoon di Arcore. Ci vorranno decenni per recuperare la credibilità e il decoro della nostra nazione, distrutte dalle performance, al limite tra il guittesco e il demenziale, del nostro cosiddetto premier. Non so se avete notato, ma Berlusconi il meglio (quindi il peggio) di sé stesso lo da quando si trova all’estero, oppure in Italia ma al cospetto di leader stranieri. Questo la dice lunga sul provincialismo e sul complesso d’inferiorità che permeano tutte le sue azioni. Una politica estera fatta di pacche sulle spalle, abbracci, battute e barzellette cretine, esibizioni da guitto di terz’ordine, ostentazione di presunti rapporti confidenziali, è diventata la favola delle cancellerie di tutto il mondo. Sulle linee del fax e lungo le fibre ottiche della rete c’è un frenetico scambio di aneddoti e storielle che narrano le gesta, al limite della leggenda metropolitana, del capo del governo italiano. In Italia il modo di fare di Berlusconi scandalizza un po’ meno e anzi una congrua parte dell’elettorato del centrodestra manifesta una sorta di preoccupante (per le sorti della nazione) compiacimento. La famosa predizione di Indro Montanelli circa il dissolvimento del fenomeno Berlusconi, grazie a un meccanismo di autoannientamento, provocato dal diffondersi di una sorta di rimedio omeopatico (“lasciamolo operare con i suoi metodi, si distruggerà con le sue mani…”) si è rivelata infondata; anche il guru del giornalismo aveva peccato di ottimismo nel giudicare le capacità di ravvedimento dell’elettorato italiano. Questo nostro giornalino è un donchisciottesco tentativo di affrontare mulini a vento che si chiamano Mondadori, Mediaset, Rai 1, Rai 2 e… quanto è lunga ‘sta lista! Siamo ansiosi di scoprire se qualcuno avrà la spudoratezza di accusarci di aver violato la par condicio: i Bondi, gli Schifano, i Tajani, i Vito sono sempre all’erta pronti a ringhiare in difesa del proprio padrone, loro non hanno il senso del ridicolo, quindi, rimarranno stupiti come cherubini ebeti, quando una risata li seppellirà.

giovedì 11 novembre 2021

PER LA CALABRIA L’IMPRESA ECCEZIONALE È ESSERE NORMALE

“Ma l'impresa eccezionale, dammi retta è essere normale” diceva bene Lucio Dalla nella magnifica “Disperato erotico stomp”. Il neopresidente Roberto Occhiuto promette cambiamento a piene mani e, dai primi passi compiuti, pare stia andando nella giusta direzione. Auguri quindi, a lui e a noi. Diciamocelo chiaramente: non ne possiamo più di essere eccezionali, il nostro desiderio è la normalità. Fino ad oggi abbiamo avuto una delinquenza eccezionale, una magistratura inquirente fantasmagorica, una malasanità straordinaria, un inquinamento mostruoso, una malapolitica da manuale. Ora basta! Riportateci alla normalità e ve ne saremo grati. Occhiuto si è imbarcato in un’impresa improba ma, consapevole com’è di operare in un contesto da ultima spiaggia, c’è da credere che ce la metterà tutta. Da subito dovrà mettere mano alla demolizione dei “mulini a vento”, in primis quegli apparati burocratici mefistofelici che hanno distrutto la politica facendola apparire peggio di quello che in realtà è. A seguire deve stanare le false lobby ambientaliste che hanno condizionato cinquant’anni di regionalismo, condannando la Calabria al degrado e al sottosviluppo. Per risolvere il problema dei rifiuti è sufficiente un termovalorizzatore di nuova generazione in ogni provincia e il problema sarà risolto radicalmente. In una regione con settecento kilometri di coste non si può concepire l’assenza di un’efficiente rete di depurazione. Per la sanità, è sufficiente pianificare un programma di spese delle risorse già disponibili come bene hanno spiegato Rubens Curia e Francesco Costantino nel libro “Per una sanità partecipata” (Città del Sole edizioni, 2021). Altro intervento cruciale deve essere operato nel campo della viabilità, è inconcepibile che tra i capoluoghi di provincia i tempi di percorrenza superino l’ora e mezza e che strade d’importanza strategica quali la 106 e la trasversale delle Serre siano ancora incomplete. Depurazione, gestione rifiuti, sanità e viabilità che funzionano, sono le quattro ricette indispensabili per riportare nell’alveo della normalità una regione che, ripeto, non ne può più di essere eccezionale.

domenica 17 ottobre 2021

FASCISTI O VIOLENTI SELVAGGI?

In questi giorni si è abusato del termine “fascista”, anche sull’onda emotiva conseguente gli scontri di Roma e l’assalto alla sede della CGIL. Si è abusato al punto tale da far apparire ragionevole finanche Giorgia Meloni, che in parlamento ha spiegato chiaramente cosa può accadere nel momento in cui gli addetti all’ordine pubblico perdono (volontariamente, come lei sostiene con malizia, o meno) il controllo della piazza. Chi si aspettava una replica del celebre “discorso del bivacco” all’interno “dell’aula sorda e grigia” di memoria mussoliniana, è rimasto deluso. La Giorgia nazionale ha avuto buon gioco a mettere alle spalle al muro la ministra dell’interno Lamorgese, apparsa chiaramente indifendibile. La Meloni sa bene che non si può togliere per legge dalla testa a chi si crede fascista di fare il fascista, ma sa altrettanto bene che non è questo oggi il problema principale della società italiana. La parola-chiave “fascista” viene spesso tirata fuori dalla Storia e gettata nell’agone della cronaca ma, come ha chiarito più volte lo storico Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice: «La qualificazione di fascista nei modi in cui ora è adoperata, rischia di diventare un semplice e generico detto di contumelia, buono per ogni occorrenza, se non si tiene fermo il proprio suo significato storico e logico». Gentile è il più grande storico del fascismo da decenni e non si può prescindere dai suoi classici (due su tutti: “Le origini dell’ideologia fascista” del 1975 e “Storia del Partito fascista” del 1989 riedito nel 2021) se si vuole studiare a fondo il ventennio. Molto opportunamente due anni fa, Gentile, rendendosi conto della necessità di mettere un po’ d’ordine nell’interpretazione degli eventi, ha pubblicato con Laterza un agile pamphlet denominato “Chi è fascista”. Dalla sinossi del libro leggiamo: «A 100 anni dalla nascita del movimento fascista, a oltre 70 dalla fine del regime, 'il fascismo è tornato'. In rete e nei media l'allarme è al massimo livello. Caratteristiche del nuovo fascismo sarebbero: la sublimazione del popolo come collettività virtuosa contrapposta a politicanti corrotti, il disprezzo della democrazia parlamentare, l'appello alla piazza, l'esigenza dell'uomo forte, il primato della sovranità nazionale, l'ostilità verso i migranti. Fra i nuovi fascisti sono annoverati Trump, Erdoğan, Orbán, Bolsonaro, Di Maio, Salvini. Insomma, all'inizio del XXI secolo, trapassato il comunismo, disperso il socialismo, rarefatto il liberalismo, il fascismo avrebbe oggi una straordinaria rivincita sui nemici che lo avevano sconfitto nel 1945. Ma cos'è stato il fascismo? È stato un fenomeno internazionale, che si ripete aggiornato e mascherato? Oppure il 'pericolo fascista' distrae dalle cause vere della crisi democratica?». Gentile mette in guardia da una narrazione «che mescola fatti, invenzioni, miti, superstizioni, profezie, paure e illusioni. Una narrazione che inevitabilmente provoca l’anchilosi della mente critica e ci impedisce di comprendere il presente». In un’intervista a Carmelo Caruso de Il Foglio è stato ancora più tranchant: «Non credo che abbia alcun senso, né storico né politico, sostenere che oggi c’è un ritorno del fascismo in Italia, in Europa o nel resto del mondo». Spiega ancora il professore: «Cerco periodicamente di liberarmi da questa domanda (“sta tornando il fascismo?”) offrendo sempre la stessa risposta. Fascismo non significa più nulla quando diventa una parola che si può applicare a tutto. È come la mafia. Se tutto è mafia, niente è mafia. È ormai una delle quattro parole italiane entrate nel lessico internazionale insieme a spaghetti, pizza e appunto mafia. Non sappiamo neppure inventarci una nuova parola… è un’onda lessicale che si alza e si abbassa. Anche quello di oggi non è un effettivo ritorno del fascismo ma un uso sempre più elastico della parola». La lucidità dello storico ci deve indurre a raddrizzare lo sguardo e focalizzare la nostra attenzione sulla realtà che ci sta davanti, che registra l’abbattersi di un’ondata di selvaggia violenza che non risparmia più, ormai, alcun angolo del globo. Gentile è chiarissimo e non da spazio a interpretazioni diverse: «È l’età selvaggia. È l’età dei selvaggi. Un’età di ignoranza, di angoscia e di ostilità. Nasce da mezzi di informazione irrazionali e dalla stupidità. Come si può chiedere di essere ragionevoli quando in televisione si dà libero sfogo a tesi antiscientifiche? Non è più informazione ma qualcosa che ha a che fare con l’oroscopo» e ancora: «La pandemia ha colpito i miei familiari. Ho visto con i miei occhi gli effetti. Propongo visite guidate nei reparti di terapia intensiva. Non saremo mai cattivi. Ai selvaggi non augureremo mai quel dolore». Alla stampa e ai media il compito di sfuggire alle codificazioni stereotipate dei fatti magari ricorrendo all’aiutino, come in questo caso, degli studiosi.

lunedì 11 ottobre 2021

IL POLITICALLY CORRECT CHE INQUINA LA LETTERATURA

Assegnato il premio Nobel 2021 per la Letteratura, la vittoria è andata a Abdulrazak Gurnah, tanzaniano, “per la capacità di raccontare a fondo gli effetti del colonialismo senza compromessi ma con compassione (sic!)”. Ora, a parte il fatto che avrei voluto vedere uno che racconta gli effetti del colonialismo scendendo a compromessi e pretenda di essere premiato, mi domando quando giungerà infine il tempo che l’alloro di Stoccolma sarà assegnato a seguito della valutazione della qualità letteraria e non esclusivamente in base all’impegno civile dello scrittore. Il virus micidiale del politically correct imperversa e non si intravede ombra d’immunità di gregge tra le pecorelle smarrite della letteratura. Luigi Mascheroni su Il Giornale si chiede giustamente: «Perché non duplicare il premio Nobel e, ogni anno, assegnare due diversi riconoscimenti? Uno per l’impegno civile dello scrittore (anche se in parte esiste già: è il Nobel per la Pace) e uno per il valore letterario dell’opera. Così si potrebbe premiare sia un autore che si batte contro i grandi mali dei nostri tempi (e di quelli passati) come il colonialismo, il razzismo, il sessismo, il maschilismo, il White Power, i fascismi imperanti, viva i transgender, i diritti dei Maori, quelli degli Inuit, e la tutela dell’ambiente..., sia un grande autore che se ne frega degli stessi temi ma racconta storie, scritte bene, che hanno la pretesa di riempire la vita (cambiarla sarebbe troppo) a più persone possibili». Il panorama della letteratura è ormai ammorbato da libri ibridi, saggi romanzati, romanzi storici o politici, centoni, zibaldoni, canovacci per sceneggiature di serie televisive, obiettivo quest’ultimo che costituisce il massimo dell’aspirazione per gli scrittori di ogni latitudine. C’è da rimanere sgomenti alla domanda: a che punto è il romanzo contemporaneo? Sembra finita inesorabilmente l’era del “romanzo puro”, i libri non appartengono più a un genere preciso e sono ridotti alla stregua di oggetti inclassificabili. La parola d’ordine è contaminazione e scrittura ibrida, il risultato sono libri noiosi, superficiali e piatti. La tanto celebrata Annie Ernaux nel suo “Una donna” tiene, per esempio, a precisare: “questa non è una biografia né ovviamente un romanzo”. Per non parlare di Sandro Veronesi e del suo caotico (ma ben scritto, per carità!) “Il colibrì”, che l’editore, nell’aletta di copertina, arriva a definire: “Un romanzo potentissimo, che incanta e commuove, sulla forza struggente della vita” mettendo a dura prova la tenuta statica della tomba di Dostoevskij. Certo non si può non amare Emmanuel Carrère, gran sacerdote dell’ibrido e maestro dell’azzeramento di confine tra verità e finzione, anche se il suo ultimo “Yoga” terrorizza sin dal primo claim pubblicitario: “libro per appassionati di complessità”. Non è un caso che un grande affabulatore nostrano quale Emanuele Trevi, vincitore del premio Strega 2021, passi con disinvoltura dalla classifica di vendite della “saggistica” a quella della “narrativa”. Torneremo al romanzo tradizionale d’impianto classico? I nostalgici dell’io narrante possono nutrire qualche speranza o saranno costretti a tirar giù dagli scaffali i classici dell’Ottocento? In Italia una flebile luce l’ha accesa Giulia Caminito con il bel “L’acqua del lago non è mai dolce” e molte speranze le ripongo nell’ultimo di Alessandro Piperno “Di chi è la colpa”, ma di quest’ultimo mi riservo il giudizio dopo averlo letto.