domenica 10 ottobre 2021

MIMMO LUCANO E LA STAMPA D’OPINIONE

Dal mare magnum di commenti apparsi sui giornali dopo la condanna di Mimmo Lucano ne emergono tre che, da punti di vista differenti, potranno risultare utili agli storici di domani. Nel fronte giustizialista e manettaro, si distingue il solito Marco Travaglio che su Il Fatto quotidiano del 1° ottobre non esita a schierarsi con i giudici accreditando l’immagine di un Lucano certamente condannabile. Negando che l’ex sindaco di Riace sia stato perseguitato prima e condannato poi per l’azione svolta a favore dei migranti, Travaglio sostiene che la condanna si riferisca esclusivamente a gravissimi reati amministrativi. “La sua battaglia contro le leggi sull’immigrazione – ammesso e non concesso che sia ammissibile da parte di un sindaco – non c’entra nulla. E nemmeno il ‘modello Riace’, cioè il meritorio ripopolamento di un comune depresso con l’integrazione dei migranti”. La condanna, secondo Travaglio, riguarda quindi non gli aiuti ai migranti, ma una serie impressionante di “pasticci finanziari con denaro pubblico”. Dall’associazione a delinquere, alla truffa aggravata allo Stato, al peculato, alla concussione, alla turbativa d’asta, fino all’immancabile e, direi, famigerato abuso d’ufficio, vera e propria spada di Damocle che pende inesorabilmente sul capo di tutti quelli che hanno a che fare con la pubblica amministrazione. Da bravo e, in questo caso, paterno questurino, Travaglio vuol dimostrarsi clemente nei confronti di Lucano, ammettendo che il severo giudizio di primo grado possa essere rivisto in sede d’Appello. La chiosa dell’articolo è in linea col nuovo corso grillino: “Sul piano politico e morale, a parte qualche spesa privata con soldi pubblici, non si può dire che Lucano sia un corrotto o che agisse per interessi propri, anche se quel sistema di soldi allegri a pioggia drogava certamente i suoi consensi. È possibile che agisse con le migliori intenzioni. Ma questo incommensurabile pasticcione era pur sempre un sindaco, cioè un pubblico ufficiale tenuto a rispettare e a far rispettare le regole. L’impressione è che la nobile missione del ‘modello Riace’ gli abbia dato alla testa, convincendolo di essere al di sopra, anzi al di fuori della legge. Che si può sempre contestare e persino, per obiezione di coscienza, violare. Ma senza la fascia tricolore a tracolla. E affrontando poi le conseguenze delle proprie azioni”. Il nostro Marco è un po’ meno Travaglio del solito ma, naturalmente, si guarda bene dall’indagare sulle vere cause dei “pasticci” di Lucano e non pensa nemmeno lontanamente che magari possano risiedere tra le ovattate mura di qualche Prefettura o del Viminale, autorità che quando non sapevano dove sbattere la testa gli mandavano migranti “da gestire” con tanto di ringraziamenti ed elogi. Tutt’altra musica da parte dell’ultragarantista Adriano Sofri che, su Il Foglio del 30 settembre, non esita a definire la condanna di Mimmo Lucano come “un totale ripudio del buon senso”, liquidando come uno sciocco luogo comune la convinzione generale che “le sentenze non si commentano”, sarebbe come levare il sale alla democrazia, aggiungo io. Sofri sembra voler accendere i riflettori sulla strana e a dir poco avventurosa nomina del giudice Fulvio Accurso a presidente del Tribunale di Locri, quando improvvisamente frena, lasciando sospese nell’aria le pesanti illazioni che sembrava pronto ad imbastire. Severo è comunque il suo giudizio sulla sentenza: “…la condanna pressoché raddoppiata non è solo il ripudio del buon senso confrontato con la lettera della legge, né la severità feroce che respinge come intrusa umanità e buon senso: è una bravata. Per far riuscire il calcolo, ha dovuto negare agli imputati, incensurati, le stesse attenuanti generiche, e negare la ovvia continuazione del reato. Perché? Bisognerà che lo spieghi lui, il giudice, e immagino che vorrà tenere per sé la stesura delle motivazioni, dopotutto è la gran festa della sua vita. Ma le motivazioni non basteranno. Dev’esserci qualcosa d’altro in una simile messinscena della giustizia, in una simile rivalsa sul suo pubblico tramonto. Sapete che cos’è una sentenza suicida. È una sentenza deliberatamente assurda, e assurdamente motivata, per garantirsi l’annullamento nei gradi successivi. Un inganno vergognoso, di solito perpetrato per rivalersi da giudici togati e soprattutto dai giudici popolari dell’assise che abbiano imposto un’assoluzione non voluta dal presidente. Qui, dove tutto sembra ribaltato, la sentenza sfida l’assurdità a vantaggio dell’oltranza. Fama del piccolo sindaco, popolarità nazionale, classifiche internazionali che lo mettono al secondo posto fra i sindaci del pianeta, al quarantesimo dei cento personaggi più influenti, alla candidatura al Nobel: una carriera che va schiacciata col doppio della tracotanza. Ha creduto di ‘dominare’ Riace (così l’accusa) rendendola extraterritoriale, facendosi la sua propria legge, procurando matrimoni di donne straniere e facendo ripulire il paese coi somari, fottendosene dello stato”. Implacabile, quindi, la sentenza di Sofri nei confronti della Giustizia italiana, inguaribilmente sfregiata da deleteri e macchinosi bizantinismi. Bisogna infine giungere alle pagine de Il Manifesto del 2 ottobre e alla penna di Carmine Fotia, per ottenere una chiave di lettura opportunamente “meridionalista” e squisitamente politica della vicenda. Fotia definisce agghiacciante “la sentenza che ha condannato Mimmo Lucano a una pena esorbitante, 13 anni e due mesi, come quelle che prima i tribunali sabaudi e poi quelli fascisti comminavano ai ribelli calabresi che trattavano alla stregua di briganti”. E ancora: “Il problema non è la fisiologica differenza di giudizio sull’interpretazione dei fatti tra giudici, bensì il rovesciamento del significato delle azioni commesse: per inserire persone svantaggiate secondo la Cassazione, per ottenere consenso e potere secondo il tribunale di Locri. E anche l’entità della pena che addirittura raddoppia la richiesta dell’accusa va al di là di possibili errori e violazioni di norme di legge: la condanna è degna del capo di una vera e propria organizzazione criminale”. Carmine Fotia sottolinea come si sia fatta strada “una cultura giustizialista che criminalizza l’accoglienza trasformando migliaia di volontari in potenziali criminali e militanti politici come Mimmo Lucano in pericolosi delinquenti”. La sua chiave di lettura meridionalista sottolinea come la sentenza produca “il rafforzarsi di una grottesca narrazione della Calabria come luogo irredimibile, territorio da bonificare con le buone o le cattive, dove i buoni sono solo un pugno di coraggiosi magistrati che vogliono rivoltarla come un calzino per purificarla dal male. Per fortuna ci sono scrittori e scrittrici come Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, Katia Colica, che avanzano letture più profonde, colte, più in grado di leggere la drammatica complessità di una terra dura e spesso ingiusta che non ha bisogno di liberatori bensì di poter liberare le proprie energie, come ci ricorda lo storico Ilario Ammendolia nel suo piccolo ma prezioso libro per capire i danni del paradigma giustizialista (La ‘ndrangheta come alibi, Città del Sole Edizioni)”. Esattamente quello che faceva Mimmo Lucano, immaginando che per sottrarre la Calabria all’egemonia e al controllo asfissiante della ‘ndrangheta non basti la repressione, tanto più quando spettacolarizzata, bensì serva affermare nella pratica quotidiana una cultura del rispetto e della dignità di ogni essere umano che è alternativa alla cultura dell’appartenenza e del sangue che è il cuore della cultura mafiosa.

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