domenica 3 ottobre 2021

IL MILLENNIO BIZANTINO E LE SUE FIGURE FANTASTICHE E CONTROVERSE

Meritevole iniziativa editoriale del Corriere della Sera che, in abbinata al quotidiano, ha mandato in edicola la collana “Medioevo” in 35 volumi curati, manco a dirlo, da Franco Cardini. Uno dei titoli più interessanti è certamente il classico “Figure bizantine” di Charles Diehl (1859-1944) celebre professore di Storia bizantina alla Sorbona. Si tratta di una ricca storia dell’Impero greco d’Oriente che, come ben scrive Silvia Ronchey nella prefazione, “disegna un vero florilegio storico, prosopografico, letterario, estetico, del millennio bizantino. … Sono pochi, tra i sedimenti della storiografia novecentesca, quelli che ancora brillano alla luce del ventunesimo secolo. Le Figure di Diehl sono tra questi.” La storiografia ufficiale del Novecento ha, volutamente o meno, disegnato un’immagine stereotipa e distorta della corte di Bisanzio come regno esclusivo di intrighi da gineceo. Il senso spregiativo che diamo ancora oggi all’aggettivo “bizantino” e anche l’irragionevole percezione della storia bizantina come “decadenza infinitamente protratta”, hanno radice nella pruderie che permeava il partito borghese degli eruditi, di cui lo stesso Diehl era parte predominante. Il gran merito di questo libro consiste nell’aver rilevato, tra l’altro, una dimensione sostanziale: la preminenza, stabilità e autorevolezza del potere femminile lungo tutti gli undici secoli di Bisanzio. “Duttili e delicati spiriti femminili così pronti, nella loro complessità, a ricevere tutte le influenze, a riflettere tutte le tendenze del cangiante mosaico dell’impero”, le donne bizantine che Diehl scoprì -da Irene di Atene a Teofano, da Zoe Porfirogenita ad Anna Dalassena, da Anna Comnena a Irene Ducas, fino alle spose occidentali dell’ultima dinastia imperiale di Bisanzio, i Paleologhi- sono “menti straordinarie e anime mediocri, grandi ambiziose e figure devote”, non meno spregiudicate e incisive di personaggi maschili quali Basilio il Macedone, Leone il Saggio o “quel don Giovanni bizantino che fu Andronico Comneno”. “Non solo la celeberrima Teodora di Giustiniano” verrebbe da dire, in undici secoli nel palazzo imperiale di Bisanzio e nella chiesa di Santo Stefano del Palazzo, si sono avvicendate basilisse che giungevano tra le braccia del basileus attraverso un accuratissimo e sofisticato sistema di scouting che percorreva tutte le vie dell’impero per selezionare la compagna giusta per l’imperatore. Scrive Diehl: “È chiaro che i basileis non tenevano poi eccessivamente ai quarti di nobiltà, e che una qualsiasi bella ragazza poteva sembrar loro un’imperatrice accettabile. Il fatto era che le cerimonie solenni che accompagnavano l’incoronazione e le nozze erano sufficienti a conferire alla futura sovrana una personalità del tutto nuova e a trasformare la povera ragazza di ieri in un essere sovrumano, incarnazione vivente del potere assoluto e della divinità. Non starò a descrivere dettagliatamente il pomposo cerimoniale, poiché queste solennità bizantine si somigliano tutte un po’ nella loro monotona magnificenza… ma basterà ricordare qualche atto simbolico, qualche gesto caratteristico, che mettono a fuoco tutta la maestà insita nel titolo glorioso di imperatrice di Bisanzio. Un esempio, tanto per cominciare, è che le nozze fanno seguito all’incoronazione e non la precedono”. Diehl avverte giustamente che “nella storia di una società scomparsa ciò che deve maggiormente attirare l’attenzione non sono le grandi imprese belliche, né le rivolte di palazzo o di caserma… quelli che bisogna cercare di rintracciare e che ci possono maggiormente ragguagliare, sono gli aspetti molteplici dell’esistenza quotidiana, i modi diversi di essere e di pensare, i comportamenti e le usanze, in una parola la civiltà”, “…ciò che noi conosciamo di meno, ciò che i documenti ci permettono meno agevolmente di intravedere, e ciò che, forse, ci interessa di più sono i sentimenti, i modi di essere e di pensare, la condizione e la vita intima delle classi medie…”, “Il grande uomo, per il solo fatto di essere grande, conserva sempre qualcosa di personale, di fuori dalla norma; mentre la persona di condizione media, in generale non è altro che l’archetipo di un modello ampiamente ripetuto e acquista così una sorta di valore rappresentativo. Conoscerne uno vuol dire conoscerne migliaia… e queste migliaia sono la materia oscura con cui si fa la Storia…”. Non manca una meravigliosa descrizione della Costantinopoli del V secolo: “…nonostante il suo carattere di capitale cristiana rimaneva profondamente impregnata di memorie pagane. Arricchita da Costantino e dai suoi successori delle più splendide spoglie dei santuari antichi, esibiva in piazze e palazzi i più famosi capolavori della scultura greca, ed era come se in questo museo incomparabile gli dèi decaduti serbassero ancora il loro prestigio e la loro gloria”. Il capitolo dedicato a Teodora e alla Storia segreta che la riguarda, assume i contorni del romanzo d’appendice, basterebbe solo la descrizione di Alessandria: “La capitale egiziana non era certamente solo un grande centro commerciale, una città elegante e ricca, corrotta e di facili costumi, paese d’elezione di celebri cortigiane. Dal IV secolo era anche una delle capitali del cristianesimo”, e, guarda caso, una sosta abbastanza lunga ad Alessandria fu determinante nell’esistenza della bella Teodora che possedeva alcune di quelle eminenti qualità che legittimano la ricerca dell’autorità suprema: avvenenza, intelligenza superiore, ambizione e sete di potere, energia feroce, fermezza virile, e “un freddo coraggio che si dimostrò all’altezza delle circostanze più difficili. Col risultato che nei ventun anni in cui regnò accanto a Giustiniano ella ebbe un’influenza profonda e legittima su un marito che l’adorava” e ancora oggi il nome di Teodora è associato a quello dell’imperatore, in San Vitale, a Ravenna, la sua immagine nei mosaici dimostra come Giustiniano aveva voluto condividere con Teodora i trionfi militari e le più fulgide glorie del regno. Il 18 gennaio 532 quando Giustiniano, assediato dagli insorti, non vedeva altro scampo che la fuga, Teodora indignata dalla viltà che la circondava richiamò imperatore e ministri al loro dovere, salvando così il trono di Giustiniano: “Quand’anche non mi restasse altra salvezza che la fuga, io non fuggirei. Chi ha cinto una corona non dovrebbe sopravvivere alla sua perdita. Che io possa non vedere il giorno in cui non mi saluteranno più con il titolo di imperatrice! Se tu, o Cesare, decidi di fuggire, fallo pure: non ti manca il denaro per farlo, ed ecco laggiù il mare, con le tue navi pronte nel porto. Quanto a me, io resto. Mi attengo all’antica massima: la porpora è il più glorioso dei sudari.” In realtà Teodora va iscritta di diritto nella grande famiglia degli imperatori bizantini, i quali hanno sempre saputo intravedere sotto l’apparenza effimera e mutevole delle dispute religiose il fondo permanente di un problema politico, mentre Giustiniano, teologo puro, si occupava di contese religiose per il gusto della controversia, per il piacere sterile del dogmatismo. La galoppata di Diehl lungo i secoli bizantini non manca di analizzare le dispute, una per tutte quella delle immagini, che generarono persecuzioni crudeli e violenze inaudite. La pratica dell’accecamento, che sostituiva cinicamente la pena di morte, era praticata con tale frequente disinvoltura da rendere intollerabile la lettura delle cronache di quegli anni; l’imperatrice Irene moglie di Leone IV e tutrice di Costantino VI (il suo regno viene definito da Diehl come uno dei più sbalorditivi) non esitò a eseguire una lunga sequela di sentenze brutali e cruente, il cui culmine fu l’ordine dell’accecamento del figlio al fine di succedergli, lei donna, con il titolo di imperatore: “Irene, gran basileus e autocrate dei Romani”. Lo splendore del palazzo imperiale raggiunse l’apogeo a partire dal 829, anno dell’insediamento di Teofilo, figlio di Michele II di Amorio. “All’imperatore piaceva edificare. Agli antichi appartamenti di Costantino e di Giustiniano aveva aggiunto tutta una serie di costruzioni sontuose, adornate col gusto più squisito e ricercato. Amante dello sfarzo e della magnificenza, per ravvivare la grandiosità dei ricevimenti a palazzo aveva commissionato ai suoi artisti delle meraviglie di oreficeria e di meccanica: il Pentapirgio, famoso armadio d’oro in cui si esponevano i gioielli della corona, gli organi d’oro che suonavano nei giorni di udienze solenni, il platano d’oro che si ergeva accanto al trono imperiale e sul quale uccelli meccanici volteggiavano cantando, i leoni d’oro accucciati ai piedi del sovrano che a tratti si drizzavano, agitavano la coda, ruggivano, e i grifoni d’oro dall’aspetto misterioso che sembravano vegliare, come nei palazzi dei re asiatici, sulla sicurezza dell’imperatore”. Teofilo, tutto preso dalla sua passione per l’arte sfarzosa, trascurò l’educazione del figlio Michele III che si rivelò “marcio nel profondo” e asceso al trono giovanissimo, alla morte prematura del padre, si abbandonò a una condotta sciagurata e demenziale; le cronache del tempo tratteggiano il suo regno come uno dei momenti più bassi dell’era bizantina. Sorvolando, per brevità su molti altri personaggi di gran rilievo, due su tutte Teofano (vera e propria femme fatale) e Zoe la Porfirogenita (“la sua storia è certamente una delle più piccanti che ci abbiano serbato gli annali bizantini… ha riempito il palazzo imperiale delle sue avventure scandalose…”), giungiamo al XII secolo nel cui corso la seconda e la terza crociata misero ancora una volta in contatto antagonista Bizantini e Latini: “Da parte dei guerrieri indisciplinati della crociata ci sono i soliti saccheggi, le solite violenze, le solite pretese imperiose; da parte dei Greci ci sono i soliti mezzi, spesso molto sleali per sbarazzarsi dei visitatori scomodi e togliergli la voglia di ritornare”. Quando agli antichi rancori cresciuti a dismisura si aggiunse, sempre più chiara, la consapevolezza della ricchezza e anche della debolezza di Bisanzio, i Latini non resistettero più alla tentazione. I baroni della Quarta crociata, partiti per la conquista del Santo Sepolcro, finirono per conquistare Costantinopoli e per rovesciare il trono dei basileis con la tacita complicità del papa e l’applauso universale del mondo cristiano. “L’instaurazione di un impero latino sulle rovine della monarchia di Costantino offendeva troppo crudelmente il patriottismo bizantino perché questa soluzione brutale potesse calmare i vecchi rancori e placare l’antagonismo dei due mondi”. È chiaro che ogni crociata ha avuto come conseguenza la fondazione di uno Stato latino in Oriente. “Fu come un pezzo di Europa feudale trasportata sotto il cielo d’Oriente”. Ma come ben sottolinea Diehl (e se vogliamo questa è proprio la chiave del libro): “E se, come sempre accade quando si fronteggiano due civiltà ineguali, la meno avanzata di esse -era allora il caso di quella occidentale- subì potentemente l’influenza delle civiltà superiori, araba, siriana, bizantina con cui fu in contatto, pur ricevendo molto essa dette anche molto in cambio”. E se l’Occidente trasse un notevole beneficio nel campo delle scienze e del pensiero, manifestò senza alcun dubbio una grande influenza sul mondo greco nel campo dei fenomeni sociali. Su tutto troneggia “l’incommensurabile orgoglio dei bizantini, coscienti della loro lunga tradizione di civiltà, di non essere per nulla dei barbari”. Memorabile il grande disprezzo con il quale l’altra grande principessa bizantina Anna Comnena (1083-1153), moglie di Niceforo Briennio, bolla i crociati: “…di quei barbari rozzi di cui si scusa perfino di dover introdurre nella sua storia i nomi grossolani; doppiamente offesa nel suo amor proprio letterario di sentire il ritmo della frase rotto da quei vocaboli stranieri, e nella sua arroganza imperiale di dover perdere tempo a occuparsi di quegli uomini che la disgustano e la tediano”. Giungiamo quindi a un altro personaggio chiave, Andronico Comneno, modello perfetto del bizantino del XII secolo, con tutte le sue qualità e con tutti i suoi vizi che Diehl non esita a definire “Il Cesare Borgia d’Oriente”. Indifferente in materia religiosa, al contrario della maggior parte dei Bizantini provava una noia insostenibile per le dispute teologiche. Morì dopo un atroce supplizio nel 1185 a sessantacinque anni, dopo aver riempito tutto il XII secolo del clamore delle sue avventure, dello splendore delle sue nobili virtù e dello scandalo dei suoi vizi. “La sua vita, fantastica quanto un romanzo, è una delle più pittoresche della storia di Bisanzio. Con i suoi colpi di testa e di spada, le sue evasioni e i suoi amori, le sue disgrazie e i suoi ritorni in auge, questo avventuriero prodigioso, vera e propria incarnazione del ‘superuomo’, seduce ancora i posteri come sedusse i suoi contemporanei”. La sua personalità potente offre qualcosa di più di un interesse aneddotico: è singolarmente caratteristica e rappresentativa. “Nella vita di questo principe geniale e corrotto, tiranno abominevole e grande uomo di Stato che invece di salvare l’impero come avrebbe potuto non fece che affrettarne la rovina, si trovano effettivamente, riuniti in sintesi, tutti i tratti essenziali, tutti i contrasti di questa società bizantina, strano miscuglio di bene e di male, crudele, atroce, decadente, ma anche capace di grandezza, di energia, di impegno. Una società che per secoli, in tutti i momenti torbidi della sua storia, è sempre riuscita a trovare in sé stessa le risorse per vivere e per durare, e non senza gloria”. Nemmeno a Bisanzio, come in ogni luogo e in ogni epoca, gli intellettuali se la passavano granché, “nonostante il rinascimento letterario che contraddistinse l’epoca dei Comneni, le lettere non davano da mangiare. Si professava il massimo rispetto per la letteratura, ma gli scrittori erano ridotti all’accattonaggio”. Uno dei testimoni più importanti dell’epoca, vero prototipo dell’uomo di lettere a Bisanzio, Teodoro Prodromo, in rari momenti d’orgoglio, malgrado la sua miseria, si felicitava che le cose stessero così, dato che la povertà si accompagna sempre al talento: “Data l’impossibilità di essere allo stesso tempo filosofo e ricco, preferisco restare povero e con i miei libri”. Nel 1146 arriva sulla scena un’altra donna memorabile, Berta di Sulzbach che sposa Manuele Comneno e salendo al trono prende il nome bizantino di Irene, simbolo della pace ristabilita tra il suo paese natale, la Germania, e la nuova patria. Irene, moglie sfortunata perché sterile, ammaliò sudditi e cortigiani sia per la sua avvenenza che per la sua cultura. Sopportò i tradimenti del marito e riuscì a mantenere il suo ruolo fino alla morte anche per motivi geopolitici, considerata l’importanza strategica dell’intesa tra Bisanzio e il suo paese d’origine. A Berta-Irene seguirono Agnese di Francia e Costanza di Hohenstaufen, “c’è qualcosa di malinconico nei destini di queste principesse d’Occidente che nel XII e XIII secolo se ne andarono a regnare sull’impero di Bisanzio; la loro figura lontana, quasi evanescente, trattiene in sé una grazia commovente. Trapiantate lontano dal paese natale per i giochi della politica, rimaste quasi sempre estranee alle novità del mondo in cui la sorte le aveva proiettate, queste principesse in esilio hanno dato triste prova, a quell’epoca, dell’impossibilità d’intesa tra Latini e Greci. Coinvolte nei più grandi avvenimenti della storia, ne sono state più che altro le vittime… hanno visto grandi cose (all’ombra dei rispettivi consorti) ma raramente le hanno dirette. Gli splendori della Bisanzio del XII secolo, le tragedie delle rivoluzioni di palazzo, la Quarta crociata e la fondazione di un impero latino a Costantinopoli, la politica orientale di un Federico II illuminano di un fulgore prestigioso le figure incerte di quelle principesse dimenticate. Ma la loro storia, soprattutto, testimonia l’abisso che le crociate finirono di scavare fra Oriente e Occidente. Mai, forse, questi due mondi hanno fatto sforzi più numerosi e più sinceri per compenetrarsi, per comprendersi, per unirsi. Ma, nonostante la reciproca buona volontà, hanno fallito clamorosamente nei loro tentativi”. E il destino vuole che sia proprio un’altra occidentale, italiana questa volta, Anna di Savoia, moglie di Andronico III (Corte dei Paleologhi) ad assumere, con la sua fatale resa (dopo una lunga guerra civile) al ‘gran domestico’ Giovanni VI Cantacuzeno e con tutti gli errori del suo governo e soprattutto con le richieste d’aiuto rivolte ai peggiori nemici dell’impero, la pesante responsabilità della decadenza e della rovina finale dell’impero bizantino. Diehl va giù pesante con la Savoia: “Mai prima d’allora si era vista una principessa bizantina sposata a un musulmano; mai prima d’allora s’erano visti i turchi stabiliti in Tracia come a casa propria e i tesori della Chiesa utilizzati per soddisfare le esigenze degli infedeli… si permettevano libertà inaudite… si sentivano i padroni da vincitori della guerra civile… Non si sbagliavano. Cent’anni più tardi, in una Costantinopoli conquistata, in una Santa Sofia saccheggiata, la mezzaluna avrebbe rimpiazzato per secoli la croce. Il regno di Anna di Savoia contiene le cause lontane ma certe di questa catastrofe finale. E si ha il diritto di deplorare il fatto che, al contrario di tante principesse d’Occidente oscure e evanescenti passate sul trono di Bisanzio, questa abbia voluto e potuto ottenere un ruolo che, poco intelligente qual era, non poteva che svolgere miseramente”. Gli ultimi secoli agonici dell’impero vedono avvicendarsi al potere con alterne fortune, gli ultimi eredi dei Paleologhi con una nutrita schiera di spose occidentali; il pericolo turco aumentava di giorno in giorno e l’impero bizantino, stremato, non vedeva altra risorsa se non nell’aiuto dell’Occidente. “Nonostante il dissenso profondo, nonostante l’antipatia secolare che separava Greci e Latini, gli uomini del XV secolo fecero seri sforzi per riconciliare Oriente e Occidente e assicurare con la loro concordia il traballante impero di Bisanzio”. Gli italiani ebbero un ruolo predominante, “Venezia era ovunque”, il pericolo comune della conquista musulmana avvicinava tutti i principati, una miriade di matrimoni strategici cercò invano di arginare la deriva. I Turchi Ottomani, guidati dal sultano Maometto II, conquistarono Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, il 29 maggio 1453, dopo circa due mesi di combattimenti. Con la caduta della capitale, ufficialmente conseguente alla morte dell'imperatore Costantino XI Paleologo (1449-1453), l'Impero Romano d'Oriente, dopo 1058 anni, cessò di esistere. Secondo alcuni storici questa data alternativamente alla scoperta delle Americhe, è da intendere come la fine del Medioevo e l'inizio dell'era moderna. Charles Diehl, Figure Bizantine, Corriere della Sera 2021 € 8,90, pagg. 490

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