domenica 24 luglio 2022
THE FINAL DRAGHI DAL DISCORSO DEL BIVACCO AL PRINCIPIO DI PETER
Nell’ultimo intervento in Senato il “Draghi calato dall’alto” ha dimostrato di non aver alcun senso della dialettica politica: si va avanti, voi parlamentari non siete nulla, dovete solo firmarmi una cambiale in bianco e poi scomparire, faccio tutto io.
Brandiva dei fogli con mani strette e tremolanti, un segno che quel fastidioso orpello del dover andare in Parlamento a chiedere qualcosa lo rendesse furente, come un Ad che ordina ai suoi sottoposti incolpevoli un resoconto dello scarso andamento in borsa dei titoli dell'azienda.
La prima parte del discorso è distopica, rivendica con orgoglio una fallimentare gestione della pandemia, una gestione disastrosa delle finanze, una gestione assurda della vicenda ucraina: fallimenti sbandierati come successi, senza pudore alcuno.
Lungi da me scadere nella demagogia populista, ma basterebbe solo quella proditoria rapina perpetrata sulle spalle di tutte le famiglie e tutte le aziende italiane con il raddoppio delle bollette dell’energia elettrica: “Il caro energia ha reso ricco lo Stato. Nei primi quattro mesi del 2022, tra Iva e accise sui prodotti energetici, l’Erario ha incassato circa 3,7 miliardi di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2021.” (Quifinanza.it).
Se ricordate, super Mario ha reagito come un cittadino qualunque all’arrivo della bolletta, si è dimostrato stupito e si è riservato di intervenire in qualche modo, ha intascato il malloppo e ci ha fatto una carezzina sulle bollette successive, grande economista non c’è che dire!
Monti era stato più elegante quando, era il 2011, ha riscosso il pizzo sui conti corrente (depositi sopra i 5mila però) e poi ha aumentato l’imposta di bollo che ancora oggi grava in modo esagerato.
Sull’Ucraina poi, basta ricordare di quando, appena giunta a Washington l’eco di qualche tentennamento, si è fatto convocare alla Casa Bianca per sentirsi strapazzare come si fa con un maggiordomo neghittoso.
La seconda parte del discorso ha virato sul tono eversivo e ha rievocato a tratti il celeberrimo “Discorso del bivacco” del Duce; ricordate? “Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza…” “…Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costruire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”
Certo Draghi si è limitato a dire: gli italiani sono con me (riferimento a quei quattro gatti che manifestavano a suo favore, devo supporre), se si deve andare avanti con questo governo si deve fare come dico io. Mettiamo che un discorso del genere l’avesse fatto all’epoca Berlusconi, avrebbe provocato manifestazioni di sdegno del PD e indagini della magistratura; lo ha fatto Draghi e il PD in aula ha applaudito e la magistratura si è limitata al battito di sopracciglio della Cartabia. D’altra parte, ormai da decenni il PD (e con lui quel che resta della Sinistra) dimostra di avere superato la fase psichica infantile del “principio di piacere” per avventurarsi in quella adulta del “principio di realtà” e, consapevole che al peggio non c’è mai fine, continua ad optare per il male minore…
A seguito di questa vicenda mi è venuto in mente un prezioso libretto pubblicato nel 1969: “Il principio di Peter” è una tesi solo all’apparenza paradossale, che riguarda le dinamiche di carriera su basi meritocratiche all'interno di organizzazioni gerarchiche. La teoria è nota anche come “Principio di incompetenza” e fu formulata dallo psicologo canadese Laurence J. Peter in collaborazione con l'umorista Raymond Hull. Il saggio ebbe una notevole fortuna letteraria e ha conosciuto numerose edizioni e traduzioni.
Il principio illustrato dal saggio descrive in termini satirici gli effetti dei meccanismi che governano la carriera aziendale dei dipendenti, evidenziandone i risultati paradossali.
«In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza»
Il principio di Peter va inteso nel senso che, in una gerarchia, i membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cui sono collocati vengono promossi ad altre posizioni. Questa dinamica, di volta in volta, li porta a raggiungere nuovi livelli, in un processo che si arresta solo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale non dimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gli autori intendono per «livello d'incompetenza», raggiunto il quale la carriera del soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogni ulteriore spinta per una nuova promozione.
Morale della favola: ognuno di noi ha un livello d’incompetenza e Draghi scalando scalando lo ha inesorabilmente raggiunto. Adieu!
martedì 3 maggio 2022
IL CORAGGIO DI PERTINI E IL PANICO DI BERLINGUER
In questi giorni molti esponenti del PD, per cercare di giustificare l’ingiustificabile, vale a dire l’adesione del più grande partito del Centrosinistra alla chiamata alle armi degli USA, si sono rifugiati nella famosa (quanto scellerata) sortita di Enrico Berlinguer che, in una Tribuna Politica di molti decenni fa, non aveva trovato di meglio che dichiarare di sentirsi più al sicuro “sotto l’ombrello protettivo della Nato”. Quel giorno Berlinguer decretò la condanna a morte del Partito Comunista Italiano ed avviò quella deriva atlantista che avrebbe trovato anni dopo il suo degno coronamento con il vile bombardamento di Belgrado da parte di Massimo D’Alema, presidente del Consiglio per una breve e sciagurata stagione.
Che differenza di stile tra questi due rinnegati demolitori della sinistra italiana e quel gigante di Sandro Pertini, che il 7 marzo del 1949 ebbe il coraggio di votare contro l’adesione dell’Italia alla Nato. Leggere il suo intervento al Senato di quel giorno, oltre a impressionare per i segnali premonitori che emana, aiuta a liberare la memoria (almeno di chi è in buona fede) dalle scorie venefiche seminate in questi decenni dalla Guerra fredda degli americani contro i Paesi comunisti.
Sandro Pertini, Discorso al Senato del 7 marzo 1949 (in cui votò contro l'adesione dell'Italia alla Nato).
"Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra. [...] Ma il nostro voto è ispirato anche ad un'altra ragione. Questo Patto Atlantico in funzione antisovietica varrà a dividere maggiormente l'Europa, scaverà sempre più profondo il solco che già separa questo nostro tormentato continente. [...] Una Santa Alleanza in funzione antisovietica, un'associazione di nazioni, quindi, che porterà in sé le premesse di una nuova guerra e non le premesse di una pace sicura e duratura. Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica.
Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l'Unione Sovietica ha fatto durante l'ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l'Europa dalla dittatura nazifascista. [...]
E noi socialisti sentiamo che se domani per dannata ipotesi dovesse crollare l'Unione Sovietica sotto la prepotenza della nuova Santa Alleanza, con l'Unione Sovietica crollerebbe il movimento operaio e crolleremmo noi socialisti. [...]
Parecchi di voi si rallegrarono quando videro piegata sotto la dittatura fascista la classe operaia italiana e costoro non compresero che, quando in una Nazione crolla la classe operaia, o tosto o tardi con la classe operaia, finisce per crollare la Nazione intera. [...]
Oggi noi abbiamo sentito gridare "Viva l'Italia" quando voi avete posto il problema dell'indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l'indipendenza della Patria! Onorevole Presidente del Consiglio, domenica scorsa a Venezia, in piazza San Marco, sono convenuti migliaia di partigiani da tutta l'Italia ed hanno manifestata precisa la loro volontà contro la guerra, contro il Patto Atlantico e per la pace. Questi partigiani hanno manifestato la loro decisione di mettersi all'avanguardia della lotta per la pace, che è già iniziata in Italia, essi sono decisi a costituire con le donne, con tutti i lavoratori una barriera umana onde la guerra non passi. Questi partigiani anche un'altra volontà hanno manifestato, ed è questa: saranno pronti con la stessa tenacia, con la stessa passione con cui si sono battuti contro i nazisti, a battersi contro le forze imperialistiche straniere qualora domani queste tentassero di trasformare l'Italia in una base per le loro azioni criminali di guerra. Per tutte queste ragioni noi voteremo contro il Patto Atlantico".
Sandro Pertini in Atti parlamentari. I Legislatura, Senato. Vol. V: Discussioni 1948-49,
Seduta CLXXXIII 27 marzo 1949.
domenica 27 marzo 2022
ALEXANDR DUGIN, MASSIMO FILOSOFO RUSSO CONTEMPORANEO, SULLA GUERRA IN UCRAINA
Aleksandr Dugin è un filosofo e politologo russo. La sua dottrina sviluppa il pensiero di Martin Heidegger e lo coniuga con il pensiero della scuola tradizionalista di René Guénon e Julius Evola. Dugin ha svolto un ruolo importante nella filosofia russa dopo il crollo dell’URSS, traducendo e contestualizzando i succitati autori.
Secondo Dugin le forze della civiltà occidentale liberale e capitalista rappresenterebbero quella che gli antichi greci chiamavano hybris, ovvero l'orgogliosa tracotanza che porta l'uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l'ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguita dalla vendetta o punizione divina. Dugin la definisce "la forma essenziale del titanismo", dell'anti-misura emergente dalla Terra, che osteggia il Cielo. In altre parole, l'Occidente sintetizzerebbe "la rivolta della Terra contro il Cielo". Il pensiero dughiniano è caratterizzato da un approccio escatologico per cui, nelle sue parole, "una volta che il Cielo reagisce, gli dèi restaurano la misura". Dugin contrappone all’ “unipolarismo omologante” dell’Occidente, l’“Uno” platonico che egli traduce nell’idea di “Impero”.
Dugin ha stretti legami con il Cremlino e le forze armate russe ed è unanimemente riconosciuto come "il Rasputin del Cremlino" e "l'ideologo di Putin"; in effetti Dugin, pur criticando le passate collaborazioni di Putin con l’Occidente, si può considerare suo consigliere e ispiratore filosofico.
Dugin è inoltre noto per aver teorizzato la creazione di un "impero eurasiatico" fondato su principii di ordine spirituale in grado di combattere l'Occidente guidato dagli Stati Uniti d'America, visti come epicentro delle forze dissolutrici, occulte e antispirituali. Dugin è stato l'organizzatore assieme a Ėduard Limonov (l’agitatore politico reso celebre dalla biografia romanzata scritta da Emmanuel Carrère) del Partito Nazional Bolscevico, e successivamente del Fronte Nazionale Bolscevico e del Partito Eurasia, trasformatosi poi in associazione non governativa. L'ideologia eurasiatista di Dugin mira all'unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico paese attraverso lo smembramento territoriale coatto delle ex–repubbliche sovietiche, concetto questo che sta chiaramente alla base di questa fase della politica putiniana.
Per questa sua caratteristica, Dugin ha seguaci su ogni sponda politica, anche se, a mio avviso pretestuosamente e superficialmente, viene perlopiù etichettato come fascista e reazionario.
In occasione della crisi Ucraina, alta si è levata la sua voce che, però, è stata una delle prime ad essere oscurata dai padroni del pensiero unico occidentale. Vale la pena, pertanto, leggere alcune sue dichiarazioni:
“…Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto del globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi.
Ma quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà” …
E ancora: “Cosa significa per la Russia rompere con l’Occidente? È la salvezza. L’Occidente moderno, dove trionfano i Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione. E quanto prima e più completamente la Russia se ne stacca, tanto prima ritorna alle sue radici. A cosa? Cristiano, greco-romano, mediterraneo-europeo… Cioè, alle radici comuni al vero Occidente. Queste radici – le loro! – l’Occidente moderno le ha tagliate fuori. E sono rimaste in Russia.
Solo ora l’Eurasia sta alzando la testa. Solo ora il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi. La Russia non è l’Europa occidentale. La Russia ha seguito i greci, Bisanzio e il cristianesimo orientale. E sta ancora seguendo questa strada. Sì, con zig-zag e deviazioni. A volte in vicoli ciechi. Ma si sta muovendo.
La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno.
E l’Europa deve rompere con l’Occidente, e anche gli Stati Uniti devono seguire coloro che rifiutano il globalismo. E allora tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina.
Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno.
La rottura con l’Occidente non è una rottura con l’Europa. È una rottura con la morte, la degenerazione e il suicidio. È la chiave del recupero. E l’Europa stessa – i popoli europei – dovrebbero seguire il nostro esempio: rovesciare la giunta globalista antinazionale. E costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea”.
Nella penosa deriva ideologica che stiamo vivendo da oltre un trentennio, il pensiero di Dugin si erge come un faro che apre una relazione con la lontananza, simbolo di conoscenza; come un faro, il pensiero di Dugin illumina le cose e poi le restituisce al buio, una sentinella che si oppone al dilagare del nulla, allo smarrimento del vuoto, al disagio esistenziale, all’indifferenza del cielo.
domenica 6 marzo 2022
BARBARA SPINELLI, FIGLIA DI ALTIERO, VOCE FUORI DAL CORO ANTI-PUTIN
Nonostante i media europei, miseramente asserviti al mainstream atlantista, facciano di tutto per negarlo, in Italia e nel mondo è molto diffusa (sui social e sui blog) una contro narrazione della questione Ucraina, di chi sostiene che in fondo Vladimir Putin ha avuto le sue buone ragioni per attaccare, che la Nato abbia ulteriori mire espansionistiche, che la Ue ne è stata complice, che gli americani sono i soliti imperialisti, che gli ucraini sono un po’ nazisti e che, insomma, magari la reazione sarà un tantino sproporzionata, però la Russia è obbligata a salvaguardare il suo spazio vitale. Tra i giornali italiani una voce fuori dal coro è stata registrata dal Fatto Quotidiano con l’autorevole intervento di Barbara Spinelli (e scusate se è poco…) che ha meritato il plauso e il retweet dell’Ambasciata russa in Italia. Da notare che la Spinelli è figlia di Altiero, padre dell’Europa ed è unanimemente riconosciuta come una delle menti più lucide e delle penne più libere del giornalismo.
Tesi fondante della Spinelli è che «il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria. È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda».
Barbara Spinelli sottolinea, inoltre, che né Washington né la Nato né l’Europa sono intenzionate a intervenire militarmente, che alcuni Paesi europei dipendono dal gas russo e che le sanzioni non impensieriranno più di tanto Putin. C’è da ricordare inoltre che l’Occidente aveva promesso, con un impegno non scritto ma verbale, di bloccare l’espansione della Nato a Est ma la promessa «finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti». In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri. E quindi «non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di impero della menzogna». L’Occidente non è stato in grado di costruire un «ordine multipolare». Americani e europei erano certi di aver vinto, di aver fatto diventare il mondo capitalista e gli Usa egemoni. «La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui». Ancora, la Spinelli ricorda come Putin non sia stato il primo a violare il rispetto dei confini e cita l’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo che lo violò per primo nel ’99.
Spinelli, inoltre, aggiunge: «Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe». «Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica».
Per finire la Spinelli ricorda che la Storia dà torto solo agli sconfitti e che, se la guerra dovesse risolversi positivamente per lui, le ragioni di Putin sarebbero le ragioni della Storia.
La presa di posizione di Barbara Spinelli è per molti versi sorprendente; Gianni Riotta su Twitter sottolinea: «Durante la guerra in Jugoslavia, su La Stampa, Barbara Spinelli era così ferocemente filo Nato e Occidente da firmare appelli in stile Henry Levy e Glucksmann sui nostri valori. Adesso scrive sul Fatto e diventa anti Usa e Occidente. Peccato!».
Potremmo considerare la sua come una deriva situazionista, specchio dei nostri tempi, ma ciò non toglie che l’appiattimento dei media sulla condanna a Putin non stia scrivendo una grande pagina nella storia del giornalismo.
sabato 22 gennaio 2022
IL VACCINO CUBANO FUNZIONA MA L’OMS (NELLE MANI DEGLI USA) NE OSTACOLA LA DIFFUSIONE
Il vaccino cubano funziona alla grande a Cuba dove si registra uno dei più alti tassi di vaccinazione al mondo e i preparati cubani sono in grado di aiutare molti Paesi a basso reddito nella prevenzione del Covid; ma non sono ancora stati autorizzati dall’Organizzazione mondiale della sanità per il timore (pretestuoso) che l’industria cubana non sia in grado di mantenere gli standard richiesti dall’Oms. In tutto questo c’è il solito zampino degli americani che continuano a imporre il criminale embargo a Cuba e condizionano l’operato dell’Oms.
«È un’impresa incredibile» ha dichiarato Helen Yaffe, un’esperta di Cuba e docente di storia economica e sociale all’Università di Glasgow, in Scozia. «È il risultato di una consapevole politica governativa di investimento statale nel settore, sia nella salute pubblica che nella scienza medica» ha aggiunto. La tecnologia cubana è a basso costo. Tutti e cinque vaccini sviluppati da Cuba (tra cui Abdala, Soberana 02 e plus) sono vaccini a sub unità proteica, cioè usano «composti proteici» del coronavirus. Un altro vaccino di questo tipo è lo statunitense Novavax, già approvato dall’Agenzia europea del farmaco. Questi vaccini oltre ad essere economici da produrre possono essere fabbricati su vasta scala e non richiedono il congelamento elevato. Distribuire e somministrare un vaccino che non richiede basse temperature è più facile rispetto a uno che deve essere conservato a meno 25 gradi e può resistere solo poche ore al decongelamento (è il caso del Pfizer). Cuba ha già iniziato a esportare Abdala per ora solo in Vietnam e tra qualche mese dovrebbe aggiungersi il Messico.
BERLUSCA DISPERATO DISTOPICO POP
Diavolo d’un cavaliere, è la mia ossessione, da quel dannato 26 gennaio 1994 in cui annunciò urbi et orbi la sua “discesa in campo”. Se ci pensate bene è una data che fa quasi il paio con quella (un tantinello più tragica) del 20 ottobre 1922 (a proposito quest’anno sono 100) che segnò la scesa in campo dell’altro cavaliere. Aldilà del giudizio politico, che non può essere che impietoso, non si può negare che la figura di Silvio Berlusconi sia ormai elevata sugli altari della cultura Pop al ruolo di irraggiungibile e impareggiabile Icona. La nomina a Presidente della Repubblica è vissuta dal Cav e dai suoi adoranti come il giusto compimento del percorso miracoloso intrapreso ben 28 anni orsono e c’è da giurare che l’acme sarebbe il posizionamento del suo ritratto dietro le scrivanie di tutti i capi delle Procure d’Italia. Sono pronto a scommettere che non esiste al mondo uno scrittore distopico capace di immaginare un momento del genere.
Oggi mi piace celebrare questo disperato tentativo del Cav con le pagine dei primi due numeri di una delle mie follie editoriali: IL BERLUSCONIERE un mensile a diffusione nazionale, ideato e realizzato con la mia indimenticabile e geniale amica Daniela Pellicanò, nel 2004.
Di seguito l’editoriale del primo numero datato Giugno 2004:
PAR CONDICIO… MA NON È
Un giornale di parte? Un giornale che viola la par condicio? Un giornale fazioso? Si!
Il Berlusconiere è tutto questo e anche di più; è il grido di dolore di chi non si rassegna a morire berlusconiano e spera in un ravvedimento, magari in zona Cesarini, del popolo-bue stregato dall’incredibile tycoon di Arcore. Ci vorranno decenni per recuperare la credibilità e il decoro della nostra nazione, distrutte dalle performance, al limite tra il guittesco e il demenziale, del nostro cosiddetto premier. Non so se avete notato, ma Berlusconi il meglio (quindi il peggio) di sé stesso lo da quando si trova all’estero, oppure in Italia ma al cospetto di leader stranieri. Questo la dice lunga sul provincialismo e sul complesso d’inferiorità che permeano tutte le sue azioni. Una politica estera fatta di pacche sulle spalle, abbracci, battute e barzellette cretine, esibizioni da guitto di terz’ordine, ostentazione di presunti rapporti confidenziali, è diventata la favola delle cancellerie di tutto il mondo. Sulle linee del fax e lungo le fibre ottiche della rete c’è un frenetico scambio di aneddoti e storielle che narrano le gesta, al limite della leggenda metropolitana, del capo del governo italiano. In Italia il modo di fare di Berlusconi scandalizza un po’ meno e anzi una congrua parte dell’elettorato del centrodestra manifesta una sorta di preoccupante (per le sorti della nazione) compiacimento. La famosa predizione di Indro Montanelli circa il dissolvimento del fenomeno Berlusconi, grazie a un meccanismo di autoannientamento, provocato dal diffondersi di una sorta di rimedio omeopatico (“lasciamolo operare con i suoi metodi, si distruggerà con le sue mani…”) si è rivelata infondata; anche il guru del giornalismo aveva peccato di ottimismo nel giudicare le capacità di ravvedimento dell’elettorato italiano.
Questo nostro giornalino è un donchisciottesco tentativo di affrontare mulini a vento che si chiamano Mondadori, Mediaset, Rai 1, Rai 2 e… quanto è lunga ‘sta lista! Siamo ansiosi di scoprire se qualcuno avrà la spudoratezza di accusarci di aver violato la par condicio: i Bondi, gli Schifano, i Tajani, i Vito sono sempre all’erta pronti a ringhiare in difesa del proprio padrone, loro non hanno il senso del ridicolo, quindi, rimarranno stupiti come cherubini ebeti, quando una risata li seppellirà.
giovedì 11 novembre 2021
PER LA CALABRIA L’IMPRESA ECCEZIONALE È ESSERE NORMALE
“Ma l'impresa eccezionale, dammi retta è essere normale” diceva bene Lucio Dalla nella magnifica “Disperato erotico stomp”.
Il neopresidente Roberto Occhiuto promette cambiamento a piene mani e, dai primi passi compiuti, pare stia andando nella giusta direzione. Auguri quindi, a lui e a noi. Diciamocelo chiaramente: non ne possiamo più di essere eccezionali, il nostro desiderio è la normalità.
Fino ad oggi abbiamo avuto una delinquenza eccezionale, una magistratura inquirente fantasmagorica, una malasanità straordinaria, un inquinamento mostruoso, una malapolitica da manuale. Ora basta! Riportateci alla normalità e ve ne saremo grati.
Occhiuto si è imbarcato in un’impresa improba ma, consapevole com’è di operare in un contesto da ultima spiaggia, c’è da credere che ce la metterà tutta. Da subito dovrà mettere mano alla demolizione dei “mulini a vento”, in primis quegli apparati burocratici mefistofelici che hanno distrutto la politica facendola apparire peggio di quello che in realtà è. A seguire deve stanare le false lobby ambientaliste che hanno condizionato cinquant’anni di regionalismo, condannando la Calabria al degrado e al sottosviluppo.
Per risolvere il problema dei rifiuti è sufficiente un termovalorizzatore di nuova generazione in ogni provincia e il problema sarà risolto radicalmente.
In una regione con settecento kilometri di coste non si può concepire l’assenza di un’efficiente rete di depurazione.
Per la sanità, è sufficiente pianificare un programma di spese delle risorse già disponibili come bene hanno spiegato Rubens Curia e Francesco Costantino nel libro “Per una sanità partecipata” (Città del Sole edizioni, 2021).
Altro intervento cruciale deve essere operato nel campo della viabilità, è inconcepibile che tra i capoluoghi di provincia i tempi di percorrenza superino l’ora e mezza e che strade d’importanza strategica quali la 106 e la trasversale delle Serre siano ancora incomplete.
Depurazione, gestione rifiuti, sanità e viabilità che funzionano, sono le quattro ricette indispensabili per riportare nell’alveo della normalità una regione che, ripeto, non ne può più di essere eccezionale.
Iscriviti a:
Post (Atom)



