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domenica 25 gennaio 2009

IL DITTATORE CONOSCEVA I SUOI POLLI

“Il mio popolo si divideva tra piazze in cui aspettava che cascassero dal cielo macchine lussuose e benessere per tutti, e altre piazze, meno belle, in cui cercava dentro sacchi di plastica nera vestiti che odoravano di Occidente…” “…Tirana era invasa da bar e discoteche. Discoteche che non chiudevano mai, ventiquattrore non stop, ventiquattrore di svago musica alcol. L’Albania doveva recuperare in fretta le sue rinunce giovanili. In quegli anni vidi un Paese a me sconosciuto. Vissi con un popolo estraneo. Il mio pensiero più ricorrente era: il dittatore conosceva i suoi polli.”
“Rosso come una sposa” di Anilda Ibrahimi è un libro scomodo per gli anticomunisti, per la prima volta si pubblica un romanzo (che per fortuna l’autrice ha scritto direttamente in italiano…) in cui si parla della vita durante un regime Comunista senza preoccuparsi di compiacere la pubblicistica corrente che vuol sentir parlare di Comunismo solo in termini negativi. La Ibrahimi non esita a rimpiangere quanto di buono ci potesse essere in un regime Comunista chiuso come quello di Enver Hoxha guardando ad esso con oggettività storica, con un senso critico scanzonato e libero, senza livore preconcetto. Proprio in questi giorni è scomparso l’alfiere della letteratura anticomunista falsa e menzognera, quel Solgeniztkin di cui parliamo in altra parte del giornale, che non si fece scrupoli di mettere la sua penna al soldo della Cia e di quel Capitalismo di cui negli ultimi tempi, in un patetico tentativo di riscatto, avrebbe finto di deplorarne gli eccessi. Anilda Ibrahimi, come si evince dall’asciutta intervista che pubblichiamo in questa pagina (presa in prestito dal sito internet www.ilsottoscritto.it a cura di Marisa Cecchetti, che si dispera a cercare tracce di anticomunismo dove non ce n’è nemmeno l’ombra), è una donna libera e serena che ha scritto un meraviglioso romanzo che rende pienamente la magia e l’epica dei Balcani; nelle sue pagine si respira la grande letteratura con uno stile chiaro e personale che richiama le più belle atmosfere alla Marquez ed i grandi intrecci narrativi di un John Irving. L’Albania, ma la storia è comune a tutta l’area Balcanica, è stata nel Novecento un luogo magico ed arcaicamente misterioso in cui convivevano caoticamente religioni e tradizioni risalenti alla notte dei tempi. Una società fortemente matriarcale in cui le donne anziane scandivano con consigli e ammonimenti i ritmi della vita e della morte. Quando Meliha, la capostipite della saga, si vanta con la suocera di avere conquistato il cuore del marito, si sente puntualizzare: “Solo col cuore di tuo marito non saresti andata da nessuna parte. Gli uomini a casa non sono che ospiti.” In realtà la società matriarcale (in tutte le epoche e a tutte le latitudini), paradossalmente, non svolge altro ruolo che quello di assicurare il perpetuarsi del potere reale del maschio, vigilando che niente stravolga questa regola: “Il marito ti picchia, il marito ti onora…”, “…lo sposo è sempre a posto…si lava con una brocca d’acqua e torna pulito, per la sposa non basterebbero tutti i fiumi del mondo.” Violenza, raki (bevanda alcolica tradizionale), umiliazioni, gravidanze forzate, faide, conflitti tribali, gli ingredienti classici dello strapotere maschile, vengono notevolmente contenuti negli anni Cinquanta dall’arrivo del Comunismo; “Domani vado a fare due chiacchiere con il segretario del partito diceva Saba. E suo marito diventava un agnellino…”; le donne cominciano a lavorare: “Mai si era visto prima da quelle parti che una donna toccasse il denaro con le proprie mani. Saba con le sue amiche oltre che toccarlo poteva anche spenderlo…E nessuno poteva più rispedire la donna dal padre senza i figli perché non aveva obbedito al marito: era il marito che rischiava di finire male se tentava di cacciarla…Saba andava alla scuola serale con le amiche. Spesso portava pure i piccoletti, che si addormentavano intorno a lei mentre leggeva da sola sulla lavagna: La donna, forza della rivoluzione”. Con l’avvento del Comunismo, la donna diventa praticamente padrona della sua vita: “Questo governo mi piace…sono una donna libera in questo sistema, libera anche se non ricca. Prima non ero né ricca né libera”, dice Saba alla sorella Bedena durante una discussione familiare.
La prima parte della saga si svolge nel paesino di Kaltra che la Ibrahimi descrive magistralmente all’inizio del terzo capitolo: “Il paese si trovava nascosto tra alte montagne. Sembrava non essere in contatto con niente e con nessuno, tranne che con il tempo. Se non ti si fermava il cuore passando per la gola di quelle montagne eri fortunato, o almeno così diceva una vecchia canzone. Ma questo pericolo non esisteva perché raramente capitava che qualcuno passasse per Kaltra. Kaltra: azzurra. Azzurra come l’acqua che sgorgava dalle viscere della terra al centro del paese. Kaltra era anche il nome del fiume che scendeva dalla montagna e correva verso il mare. Correva sotto i monti arcuati fatti di sassi bianchi, correva lungo il destino fermo dei fieri montanari. Le montagne si alzavano verso il cielo come coltelli ben affilati. Come se volessero tagliare fuori dal mondo queste esistenze. Non è che il mondo avesse offerto loro granché, nemmeno le cose di cui avevano veramente bisogno. Eppure nessuno a Kaltra si sentiva isolato. Si sentivano potenti come le pietre delle tombe che godono l’eternità inconsapevoli. Il passato era l’unica certezza e aggrapparsi ad esso assicurava la sopravvivenza.” Anche in quest’angolo di mondo isolato e arcaico arriverà la brutalità della guerra, prima con il volto bonario dei soldati italiani (i peppini) e subito dopo con la ferocia dei nazisti che coprirà di sangue anche quelle terre incontaminate, la famiglia protagonista pagherà un pesante tributo di sangue che poi le varrà onori, riconoscimenti e privilegi sotto il governo di Hoxha. La narrazione alterna pagine d’incisiva valenza storica e antropologica a pagine di pura narrativa “romantica” nel senso più ampio del termine, tenere e struggenti sono le descrizioni degli addii (siano essi partenze o morti) e dei rimpianti; fin quando nella seconda parte del romanzo la narrazione cambia registro, passa in prima persona e la scena viene occupata da Dora (alter ego di Anilda Ibrahimi) che, saltando la generazione di mezzo quella della mamma Klementina, la cui figura rimane opaca e sfumata, raccoglie il testimone dalla nonna Saba; Dora, tipica figlia dei nostri giorni, sintetizza l’essenza del mondo ancestrale che non è mai stato suo e dal quale è intimamente imperniata, lo stile diventa ironico e scanzonato, i toni epici vengono accantonati ed il racconto scorre con accenti quasi cronachistici con sfumature surreali: “Da piccola sono stata molto felice, ma poi ho smesso. Ho smesso così, di colpo, come i fumatori che decidono da un giorno all’altro. Ma non come quelli che poi ci ricadono; io non sono più ricaduta. Solo una volta, all’inizio.” Esilaranti sono le pagine in cui si descrivono i tentativi del padre di aggirare le rigide regole del governo Comunista per migliorare la propria posizione lavorativa o quelle in cui parla dei metodi sbrigativi usati da Enver Hoxha per risolvere gli ancestrali problemi dell’Albania soprattutto in campo religioso: “Lui, nel dubbio aveva eliminato tutte le religioni…Nel 1967 Hoxha aveva proposto che i luoghi di culto e di preghiera venissero concretamente eliminati. O semplicemente trasformati. Potevano diventare centri culturali. O anche magazzini per i cereali, ad esempio…”. Per non parlare poi delle pagine in cui si descrivono i cambiamenti derivanti al Paese dal passaggio dall’orbita Sovietica (dopo la scellerata svolta revisionista di Kruscev) all’orbita Maoista, i rapporti della popolazione con i “fratelli cinesi” non saranno mai idilliaci ed evidente sarà la dimensione forzata di una relazione “contro natura” considerata l’abissale distanza tra gli usi e i costumi dei due popoli. Dora-Anilda accompagna così con levità il suo Paese fino al tragico epilogo del 1991 quando le armate capitalistiche e consumistiche polverizzeranno, dopo anni di logoramento tramite la Guerra Fredda, i Paesi Comunisti consegnandoli alla democrazia del mercato e del consumismo che ne distruggerà l’identità e la dignità; gravissime sono le responsabilità della stampa occidentale (quella italiana cosiddetta di “sinistra” in primis) che non dà voce a quanti nei paesi dell’Est rimpiangono i passati governi Comunisti che avevano sempre garantito loro eguaglianza, sobrio benessere e servizi pubblici efficienti e civili. Sentite come Dora-Anilda conclude, nel filo dell’amara ironia, l’argomento del post-comunismo: “…nel 1991 bruciammo perfino gli uliveti coltivati durante il comunismo. Distruggemmo fabbriche, macchinari, raffinerie, miniere, scuole, e tutto ciò che avevamo costruito durante il comunismo. Avevamo detto morte al comunismo e volevamo andare fino in fondo. Per ricostruire non bisogna prima distruggere? Tutto era contaminato dall’ideologia comunista. Prendiamo ad esempio gli uliveti: ci saremmo sentiti tranquilli a mangiare una bruschetta condita con olio comunista?... L’America ci avrebbe fatto mangiare con cucchiai d’oro…”
Grande romanzo dunque, grande libertà di pensiero e soprattutto grande coraggio di andare contro il pensiero dominante, che non varranno sicuramente riconoscimenti, vendite e premi letterari, ma servono sicuramente a dare un segnale d’incoraggiamento a quanti sono stufi di sentirsi raccontare le balle del “ritorno alla democrazia”, dell’ “uscita dal buio dei regimi comunisti”, della “libertà riconquistata” e vorrebbero aprire un serio dibattito su cosa, per esempio, sarebbero potuti essere i governi comunisti senza l’infame accerchiamento planetario della “Guerra Fredda”.
Ci complimentiamo con la direzione editoriale della storica “Einaudi” e ci auguriamo (prima che se ne accorgano i rampolli di Silvio dalla casa-madre Mondadori) che faccia arrivare sulla scena editoriale italiana altri tesori come questo che sono confinati nei circoli culturali controcorrente di tutti i paesi dell’Est.
Franco Arcidiaco
Anilda Ibrahimi
Rosso come una sposa
Einaudi 2008
pagg. 264 Euro 16,00
ISBN 978 88 06 19237 2

L’ARCIPELAGO DELLE MENZOGNE DI ALEKSANDR SOLZHENITSYN

La scomparsa di Solzhenitsyn segna l’uscita di scena di uno degli ultimi emblemi della Guerra Fredda scatenata dagli USA e dai suoi vassalli occidentali per contrastare e, in seguito, sconfiggere quello che Marx ed Engels, con lungimiranza, avevano definito più di un secolo prima “lo spettro del Comunismo” che si aggirava per l’Europa a spaventare le grandi potenze. L’“Operazione Solzhenitsyn” fu condotta dalla Cia, con l’appoggio dei circoli culturali occidentali e dei mass media anticomunisti, in modo magistrale: fu intercettato un mediocre scrittore, regolarmente pubblicato in Unione Sovietica tra l’indifferenza e il disprezzo generale, fu fatta leva sulle sue frustrazioni per la marginalità in cui languiva, fu generosamente finanziato e istigato a scrivere una serie di opere nelle quali veniva sapientemente inserita tutta la più bieca pubblicistica anticomunista ed antisovietica, infine, dopo la legittima reazione delle autorità sovietiche, fu trasformato in “vittima del regime”, addirittura assurto agli onori del Nobel e, una volta espulso (il 13 febbraio 1974) dal Paese che tanto aveva dimostrato di odiare, trasformato in una sorta di “Madonna Pellegrina” planetaria per diffondere il verbo dell’anticomunismo. Nell’ottobre 1969, l’allora prestigiosissimo quotidiano londinese Times (che non era certo sospettabile di filo comunismo) scriveva testualmente: “ Gli onorari delle sue opere vengono sistematicamente versati dalle case editrici occidentali sul fondo di un cosiddetto ‘Comitato internazionale d’assistenza’, il cui compito precipuo è l’organizzazione di azioni ostili contro l’URSS e i paesi della comunità socialista”. Quando, nel 1970, inopinatamente e tra lo stupore dei circoli culturali indipendenti, gli fu assegnato il Nobel per la Letteratura, la Literaturnaja gazeta, prestigioso e diffusissimo organo degli Scrittori Sovietici scrisse (edizione del 14 ottobre 1970): “E’ increscioso che il Comitato per i Premi Nobel si sia lasciato coinvolgere in un giuoco indegno, intrapreso non negli interessi dello sviluppo dei valori spirituali e delle tradizioni della letteratura, ma per considerazioni di speculazione politica”.
I libri “Agosto 1914” e “Arcipelago Gulag” (come del resto i precedenti “Il primo cerchio” e “Reparto cancro”) sono esplicitamente dei manifesti politici che perseguono il determinato scopo di negare il valore della Rivoluzione d’Ottobre, idealizzare il latifondo patriarcale della vecchia Russa zarista e denigrare la società e lo stato Sovietico.
“Agosto 1914” è un’opera apertamente antipatriottica ed antipopolare, dalla quale traspare il dispetto dell’autore contro la Rivoluzione che ha privato lui, rampollo di un grande proprietario terriero, dei privilegi ereditari e della ricchezza; dal libro emerge chiaramente la piattaforma politica di Solzhenitsyn quale sostenitore degli ordinamenti dei proprietari fondiari capitalistici e quale epigono dell’ideologia dei cadetti, disposto a prezzo del tradimento della Patria ad adoperarsi per la restaurazione dell’ordinamento borghese. Dopo l’uscita del libro, nel dicembre 1971, la rivista tedesca Stern (anche questa filocomunista?) pubblicò un ampio articolo nel quale ricostruì impietosamente la storia della famiglia Solzhenitsyn dimostrando il carattere autobiografico dell’opera, che l’autore intendeva invece negare.
“Arcipelago Gulag” non è un racconto né un romanzo e quindi, se parliamo delle forme letterarie, non lo possiamo ritenere una descrizione della realtà attraverso l’espressione artistica. Nel libro occupa un posto di rilievo la Seconda guerra mondiale. E’ ovvio che, parlando di questo periodo, non si può prescindere dal ricordare i 56 milioni di morti in Europa e in Asia, compresi i 20 milioni di caduti sovietici e i 6 milioni di ebrei bruciati dai nazisti nei crematori dei campi di concentramento. Questi sacrifici inauditi di una tragedia mondiale devono essere il punto di riferimento morale di ogni ricostruzione storica. Scrive lo scrittore Jurij Bondarev: “ La battaglia di Stalingrado, ove la mia generazione di diciottenni ebbe il battesimo del fuoco, e in sanguinosi combattimenti invecchiò di dieci anni, fu, com’è noto, la svolta definitiva del corso degli avvenimenti nella seconda guerra mondiale. Questo durissimo combattimento costò caro al nostro Paese, ai miei coetanei ed a me stesso. Troppe fosse comuni abbiamo lasciato presso il Volga, troppi sono mancati all’appello dopo la vittoria. Sulle alture presso il Don nei giorni afosi e polverosi di luglio e agosto, quando il sole scompariva nel tifone delle esplosioni, ci trattenevano nelle trincee l’odio e l’amore: l’odio per chi era venuto con le armi della Germania nazista per distruggere il nostro Stato e la nostra nazione e, nello stesso tempo, l’amore per ciò che nel linguaggio umano si designa come la madre, la casa, la pista di pattinaggio della propria scuola moscovita, le lame rigate dei pattini, lo stridore di un cancello in qualche posto di Jaroslavl, l’erba verde, la neve che cade, il primo bacio accanto a un portone coperto di neve. In guerra l’uomo prova per il passato i sentimenti più indistruttibili. Noi combattevamo nel presente per il passato, che ci sembrava irrepetibilmente felice. Lo sognavamo, volevamo tornarvi. Noi eravamo romantici: questa era la nostra purezza, la nostra fede, ciò che si può definire il senso della Patria”. Tutto questo per Solzhenitsyn non esiste, nel libro in questione minimizza la vittoria di Stalingrado e la attribuisce alle “Compagnie di correzione”, queste ultime erano delle truppe “forzate” costituite da detenuti per reati comuni, equipaggiate con artiglieria leggera e quindi non assolutamente in grado di frenare la pressione di un’armata corazzata dei tedeschi, i quali inoltre avevano concentrato venti divisioni di fanteria nei settori d’attacco. A questa prima assurda e grave menzogna, Solzhenitsyn aggiunge quella che riguarda la figura del famigerato generale Vlasov; si trattava di un personaggio squalificato, circondato dalla fama infame di un Erostrato, ossessionato dalla brama di successo era altezzoso e suscettibile, scrive ancora Bondarev: ”Non gli piaceva molto aver a che fare coi soldati e recarsi al punto d’osservazione esposto alle cannonate. Preferiva il profondo rifugio blindato del punto di comando, la luce delle batterie d’accumulazione, l’intimità degli acquartieramenti temporanei, ove si disponeva con comodità, senza risparmio e persino con un certo stile aristocratico”. Comandante di capacità medie, non aveva acutezza tattica e portò la seconda armata d’assalto, che egli comandava sul fronte del Volchov nel ’42, ad una penosa disfatta; il peso di questa sconfitta lo portò al passo fatale come testimonia ancora Bondarev: “Di notte, abbandonate le truppe che combattevano ancora, insieme con il suo aiutante andò nel villaggio di Staraja Polist, aperse la porta della prima isba occupata da soldati tedeschi addormentati e disse: ‘Non sparate sono il generale Vlasov”. Per Solzhenitsyn la resa e il tradimento di Vlasov furono il risultato di un fermo convincimento politico, non essendo d’accordo con le azioni di Stalin; tutti gli eroici combattenti della Guerra patriottica avrebbero dovuto seguire il suo esempio: lasciarsi sconfiggere, consegnare la patria ai nazisti per liberare la Madre Russia dal comunismo! Com’è noto, il calunniatore ha una propria logica: non si tormenta sul problema della verità, ma bada soprattutto a riuscire gradito a chi l’ha preso al proprio servizio. Esaltando Vlasov, i suoi accoliti e gli altri traditori della Patria sovietica, Solzhenitsyn parte dal principio per cui nella lotta contro il potere sovietico e il socialismo tutto è giustificato. Perciò egli glorifica i traditori che combatterono armi in pugno contro il loro popolo e non si preoccupa del fatto notorio che nel momento del pericolo mortale della Patria tutto il paese si levò alla guerra contro l’invasione nazista, che milioni di sovietici si batterono senza risparmio contro gli invasori al fronte e nelle retrovie, nei reparti e nelle formazioni partigiane, nel movimento clandestino nelle terre occupate dal nemico. Non gli interessano minimamente gli altri generali sovietici periti nei campi di concentramento nazisti senza calcare la via del tradimento; i suoi “eroi” e il suo “ideale” sono il traditore Vlasov e i vlasoviani, che egli esalta per avere odiato l’ordinamento sovietico al punto di combattere la Patria, e secondo quanto dice testualmente “avrebbero potuto riuscire se i nazisti li avessero organizzati meglio ed avessero accordato loro maggiore fiducia”. E chiaro che Solzhenitsyn affermando che qualsiasi tradimento è giustificato, chiunque lo compia e quale che ne sia la portata, tenta di giustificare anche il proprio. E le anime belle del comitato del Premio Nobel, che ne pensano di questa visione della storia che riabilita un personaggio come Vlasov che, al pari del capo dei fascisti norvegesi Quisling, è sinonimo universale di vile tradimento? Nella sua rabbia contro tutto ciò che è sovietico, ricorre ad ogni mezzo: all’inganno, alla calunnia, alle false manovre; si schiera apertamente finanche con la Gestapo che secondo lui “mirava soprattutto alla verità e rimetteva in libertà gli innocenti”! Il suo grande senso umanitario e libertario lo porta a glorificare un sabotatore nazista, che aveva danneggiato duemila paracadute in un magazzino sovietico, con queste parole: ” In tutta questa lunga cronaca carceraria non s’incontrerà più un eroe del genere”, un cinismo da malfattore capace di esaltarsi davanti alla morte di duemila compatrioti! E pensare che Solzhenitsyn riusciva ad accreditarsi come uno scrittore religioso ma, a rimettere le cose a posto ci pensò il Metropolita Serafim che, nel 1974, lo bollò con queste parole: “…Solzhenitsyn si è dimostrato nelle sue azioni un uomo moralmente degradato, che con odio sfrenato tenta di diffamare e calunniare la terra natale…solo un uomo come lui, per il quale non c’è nulla di sacro, può attribuire ai nazisti ‘uno spirito umanitario’…Sotto il cielo pacifico della nostra Patria lavorano oggi con abnegazione credenti e non credenti, accrescendo la fama e la potenza del nostro paese. Soltanto Solzhenitsyn non ha partecipato a questo lavoro. Egli, come il figliol prodigo, dopo aver ricevuto dalla Patria tutto quanto è utile e necessario per la vita, se n’è andato schierandosi coi nemici dell’ Unione Sovietica. Così doveva essere, poiché questa è la meta cui ha mirato per tutta la vita. Le sue azioni non erano soltanto un insulto al popolo ed alla Patria, ma erano dirette anche contro la distensione.”
Franco Arcidiaco
Fonti bibliografiche:
- Aleksandr Solzhenitsyn, Agosto 1914, Arnoldo Mondadori Editore 1971
- Aleksandr Solzhenitsyn, Arcipelago Gulag, Arnoldo Mondadori Editore 1974
- Pravda, 14 gennaio 1974, 14 febbraio 1974
- Agenzia Novosti aprile 1974
- Literaturnaja gazeta, 12 novembre 1969, 26 novembre 1969, 3 dicembre 1969, 14 ottobre 1970, 12 gennaio 1972, 23 gennaio 1974, 20 febbraio 1974
- Ciasovoj, ottobre 1970
- Stern, dicembre 1971
- New York Times, 14 dicembre 1972, 28 gennaio 1973, 9 marzo 1973, 27 gennaio 1974
- Agenzia United Press, 18 dicembre 1972
- Aa.Vv., Bitva za Leningrad, Ed. Voenizdat, 1964
- K. A. Meretskov, Nasluzhbe narodu, Ed. Politizdat, 1968
- Izvestia, 28 gennaio 1974
- Winston Churchill, Storia della seconda guerra mondiale, Arnoldo Mondadori Editore, 1960
- New York Herald Tribune, 15 ottobre 1942
- L’Espresso, 3 marzo 1974
- Le Monde, 6 febbraio 1974
- Paese Sera, 28 febbraio 1974
- Settegiorni, 24 febbraio 1974
- The Times, 29 ottobre 1969.