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domenica 25 gennaio 2009

TANTU SCRUSCIU PI NENTI

Grazie ad una recensione radiofonica e al periodo feriale, ho avuto la possibilità di leggere un delizioso libretto edito da Sellerio: Il manoscritto di Shakespeare, ultimo romanzo di Domenico Seminerio. La lettura è stata godibilissima, il libro (340 pagine) si legge d’un fiato, la storia è molto intrigante e plausibile. Lo stile è originale con narrazione in prima persona e tantissimi dialoghi resi in costruzione indiretta, arricchiti da un sapiente e non ossessivo (alla Camilleri, per intenderci) utilizzo di neologismi a matrice dialettale e dall’utilizzo di nomi di fantasia o espedienti bizzarri (la nuova compagna del narratore viene sempre e solo indicata come Lei e la moglie come la Prima); i nomi dei personaggi e dei luoghi sono fantasiosi e ricordano un po’ l’atmosfera di Macondo: Borgodico, Grandocchio, Guardabella, Castelgrotta sono i luoghi immaginari, dove si muovono personaggi come lo scrittore protagonista e voce narrante Agostino Elleffe (che un curioso refuso trasforma a pagina 226 in Efferre) e gli altri che rispondono ai nomi di Gregorio Perdepane, Rodrigo Pappina, Avvocato Dentifricio, don Giovannino, Angelo Pappalisca, Maresciallo Franco Sbirrone, Marialaura Pelorosso, Preside Scacciapulci; altri personaggi, non meno comprimari, vengono indicati solo con il nome di battesimo Concettina, Lina, Enzo, il tutto con una freschezza ed una scioltezza veramente mirabili. Sappiate che Seminerio, come peraltro Bufalino e Camilleri, é arrivato al successo oltrepassati i 60 anni; mi viene da pensare a quanti tesori nascondano ancora le scrivanie siciliane ed invidio gli editori che avranno la fortuna di intercettarli! Anni addietro ho partecipato a un dibattito tra editori a Roma, nell’ambito della Fiera Più libri più liberi; tra gli altri colleghi c’era un rampollo di casa Sellerio che andava sostenendo che l’enorme mole di manoscritti in arrivo presso la sua casa editrice costituiva un grosso problema, dopo aver così sapientemente pontificato andò via senza aspettare gli altri interventi; si perse la mia risposta, con l’invito a girare i manoscritti presso la sede della mia casa editrice che, contrariamente alla sua, considera gli stessi un patrimonio. Ma evidentemente si trattava di un pensiero in libertà, se ancora oggi la sua casa editrice sforna gioiellini come il libro in oggetto.
Prima di entrare nel merito della storia narrata, voglio segnalare all’autore una piccola incongruenza temporale: nelle ultime pagine del romanzo fa arrivare il Capodanno dopo l’Epifania descrivendo due incontri chiave del protagonista (vedi pagg. 309 e 318); al collega editore invece segnalo un editing non molto accurato, si sarebbe potuta evitare infatti qualche inutile ripetizione sulle rivelazioni di Perdipane (vedi pagg. 149 e 215), e la scarsa accuratezza della stampa, almeno per quanto riguarda la copia in mio possesso: alcuni trentaduesimi sono sottoesposti al limite della leggibilità, altri sono sovraesposti modello nerofumo, per non parlare delle odiose pieghe alla carta causate dal taglio a trentadue…
Veniamo ora alla storia, Domenico Seminerio, riprende e rielabora (con il grande merito quindi di divulgarla al di fuori dagli ambienti accademici) una vecchia querelle che vuole il grande William Shakespeare di origini siciliane. E’ risaputo che la biografia del Bardo è piuttosto scarna, si sa solo che era di umili origini, figlio di un macellaio elevatosi successivamente a guantaio, con una carriera studentesca che non spiega la grande cultura in materia classica, geografica e storica, che manifestano le sue opere. Il mistero permane fino a quando il prestigioso quotidiano londinese The Times in data 8 Aprile 2000 non riporta, riprendendo lo studio di alcuni coraggiosi ricercatori inglesi e del Prof. Martino Iuvara di Ispica (docente della cattedra di Letteratura Italiana a Palermo), un articolo secondo il quale William Shakespeare sarebbe nato a Messina. Secondo questa ricerca egli, infatti, sarebbe dovuto scappare dalla sua Messina alla volta di Londra a causa della Santa Inquisizione (in quel periodo Messina era sotto il giogo della dominazione spagnola) essendo i genitori di lui fervidi sostenitori e assertori del calvinismo. Arrivato in Inghilterra, nella cittadina di Stratford-Upon-Avon, avrebbe trasformato quindi il suo nome da Michelangelo Florio Crollalanza, nel suo equivalente (tradotto letteralmente Shake= Scrollare e Speare= Lancia) Shakespeare, mentre il nome William lo avrebbe derivato da un suo cugino da parte di madre, morto prematuramente a Stratford-Upon-Avon, cittadina dove già da tempo vivevano alcuni suoi parenti. Un'altra ipotesi è invece quella secondo cui il Bardo non fece altro, una volta giunto in terra britannica, che trasformare al maschile il nome e cognome della madre Guglielma Crollalanza nell'esatta traduzione inglese, ovvero: William Shakespeare. Inoltre il prof. Iuvara sostiene che i primi dubbi vennero colti proprio in Italia, nei primi anni '20, quando venne ritrovato un volume di proverbi, "I secondi frutti", scritto nel XVI secolo da uno scrittore calvinista, tale Michelangelo Crollalanza. Molti di questi detti erano gli stessi che William Shakespeare avrebbe utilizzato successivamente ne L'Amleto.
The Times scriveva testualmente: “Il mistero di come e perché William Shakespeare sapeva così tanto dell'Italia ed ha messo tanto dell'Italia nelle sue opere è stato risolto da un accademico siciliano pensionato, la questione risiede nel fatto che non era affatto inglese, ma italiano. Le biografie del Bardo ammettono che ci sono moltissime lacune nella sua vita, ma attestano che Shakespeare era figlio di John Shakespeare e Mary Arden, che era nato a Stratford-Avon nel mese di aprile 1564, e che sia stato sepolto là nel mese di aprile del 1616. Il professor Martino Iuvara, 71 anni, un insegnante pensionato di letteratura, sostiene che Shakespeare era siciliano, nato a Messina come Michelangelo Florio Crollalanza e che fuggito a Londra a causa della Santa Inquisizione, perché appartenente al rito Calvinista, cambiò il suo nome nell'equivalente inglese. Crollalanza o Crollalancia si traduce letteralmente Shakespeare. In un'intervista al magazine Oggi , il professor Iuvara ha detto che la chiave del mistero era il 1564, l'anno in cui John Calvin è morto a Ginevra. Era l'anno in cui Michelangelo nacque a Messina da un medico, Giovanni Florio e una nobildonna chiamata Guglielma Crollalanza, entrambi seguaci di Calvino. L'inquisizione era sulle tracce del Dott. Florio a causa delle sue idee eretiche calviniste, allora la famiglia fuggì a Tresivio in Valtellina e comprò una casa denominata Cà d’Otello costruita da un mercenario veneziano chiamato Otello che, la leggenda locale diceva, anni prima, avere ucciso, per la sua mal risposta gelosia, la moglie. Michelangelo studiò a Venezia, Padova e Mantova ed viaggiò in Danimarca, Grecia, Spagna ed Austria. Diventò amico del filosofo Giordano Bruno, che sarebbe stato bruciato sul rogo per eresia nel 1600. Bruno, dice lo Iuvara, aveva forti collegamenti con William Herbert, Conte di Pembroke e con il Conte di Southampton. Nel 1588, a 24 anni, Michelangelo si recò in Inghilterra sotto il loro patronato. Sua madre, la Signora Crollalanza, aveva un cugino inglese a Stratford, che prese il ragazzo in casa. Il ramo di Stratford aveva già tradotto il loro cognome come Shakespeare ed aveva avuto un figlio chiamato William, che era morto prematuramente. Michelangelo, dice il professore, ha semplicemente preso questo nome per se stesso, diventando William Shakespeare.” Qui accanto troverete altri approfondimenti sulla questione, tratti dai copiosi materiali forniti da Google alla voce: “Shakespeare era siciliano.”
Nel romanzo di Seminerio questa storia viene proposta al protagonista Agostino Elleffe, affermato scrittore di provincia, da un anziano insegnante, Gregorio Perdipane, il quale un bel giorno lo va a trovare a casa con fare circospetto dando il via ad una avvincente sarabanda di situazioni e ad un groviglio di storie che si dipanano tra quadretti coloriti di vita paesana, improbabili agenti segreti inglesi piuttosto sprovveduti, capi-bastone famelici ed all’occorrenza assassini, un azzeccagarbugli dal sorriso smagliante (Avvocato Dentifricio, appunto) e dal fare melenso ed avvolgente; il tutto condito da gustosi aforismi, irresistibili duetti dal tono macchiettistico tra i personaggi, sapienti divagazioni socio-antropologiche sulla insularità e sulla sicilitudine. Quando, per esempio, descrive un’ordinaria situazione di degrado, chiosa: “E sullo sfondo quello che sembra essere una sorta di nichilismo morale in molti campi della vita sociale, che porta ad assumere atteggiamenti quotidiani mutuati dagli atteggiamenti malavitosi e una concezione del bene e del male più vicina all’utile che non all’onesto.” Ed ancora: “Mi è anche venuto il sospetto che a forza di parlare di sicilitudine, di sviscerare abitudini e comportamenti propri di noi isolani, si finirà col suggerire questi comportamenti, ottenendo l’effetto che molti smetteranno di essere siciliani e si accontenteranno di fare i siciliani, per rispondere meglio ai prototipi delineati dalla letteratura e soprattutto da cinema e televisione.” Non mancano mirabili descrizioni paesaggistiche; chiunque abbia mai avuto il piacere di percorrere la meravigliosa autostrada Catania-Palermo non potrà non emozionarsi nel leggere queste mirabili righe: “Ho attraversato tutta la Sicilia interna per giungere a Palermo. Quella Sicilia misteriosa e antica come il cielo e il mare, fatta di enormi distese di ristoppie e di calcari fratturati, di paesi che s’intravedono appena sulla cima di qualche collina, di pecore al pascolo tra ulivi stentati e agavi in bilico su costoni franosi. E poi i corvi, appollaiati in fila sulle spallette dei ponti, come note musicali su un aereo pentagramma, indifferenti al rombo dei motori e ai bolidi colorati che sfrecciano loro accanto.” Mozzafiato! E sentite ancora quando arriva a Palermo, a Monte Pellegrino: “E’ il regno della bellezza assoluta, lo strappo attraverso il quale ti sembra possibile andare al di là delle apparenze, del mondo stesso, e penetrare in una dimensione sconosciuta che ha la parvenza dell’eternità.” Il romanzo finisce in modo amaro, fra tentativi di redenzione ed ammissioni sconsolate: “Forse, come tanti, sono onesto per mancanza di occasioni e incapacità più che per precisa volontà.”
Domenico Seminerio è un maestro di artifici letterari, un funambolo del linguaggio capace di acrobatiche divagazioni al limite dell’inverosimile e creatore di pregnanti figure dal tono solo apparentemente macchiettistico che trascinano il lettore in un vortice di situazioni colorate ed intriganti.
Franco Arcidiaco

QUANDO GLI EDITORI ERANO “PURI”

E’ in libreria, edita da Avagliano, la biografia di Erich Linder, Il dio di carta, realizzata dal giornalista culturale della Rai di Milano Dario Biagi. Linder, scomparso nel 1983 all’età di 59 anni, è stato per oltre un trentennio il deus ex machina dell’editoria italiana, svolgendo il ruolo di agente letterario per conto della quasi totalità degli scrittori italiani e stranieri del secondo novecento. Un personaggio straordinario, dalla vita incredibile, che ha dominato la scena dell’editoria italiana ed anche internazionale. Con passione e competenza, Dario Biagi ha messo a disposizione di tutti gli appassionati di editoria e quindi dei bibliofili, degli intellettuali e degli operatori del settore, un libro destinato a diventare un oggetto di culto. Si tratta di una fantastica galoppata nell’affascinante mondo dell’editoria italiana del secondo dopoguerra, quando operavano in prima persona personaggi del calibro di Giulio Einaudi, Valentino Bompiani, Arnoldo Mondadori, Angelo Rizzoli (senior, per carità…), Giangiacomo Feltrinelli, Livio Garzanti; scrive Biagi:” Gli anni Cinquanta sono ancora una fase artigianale per l’editoria italiana. Pochi grandi editori dalla straripante personalità dominano la scena e i rapporti sono ancora personali: tra agente e editore e tra editore e autore. A volte fin troppo personalizzati, Linder sintetizza efficacemente le attitudini tra il mecenatesco e il dispotico nella categoria dell’editore-Don Giovanni: ’Vuole sedurre l’autore. E quanto più quello gli resiste, tanto più si sente attratto, invogliato. Non gli importa nulla d’averlo. L’importante è sedurlo; dopo, non gliene importa più’.” Ma Linder amava gli autori più d’ogni altra cosa, al punto di arrivare anche a sostenerli economicamente quando si trovavano in difficoltà, avvenne tra gli altri con Bacchelli e con Soldati; certo, sapeva bene che uno scrittore non si può fabbricare ma teorizzava: “Quello che si può fare (lo può fare un editore, in certi casi lo posso fare anch’io) è di tirar fuori da una persona un libro che la persona ha dentro di sé e di cui non si è resa conto…”. Al sorgere degli anni ’70 Linder si rende conto che i tempi stanno cambiando, le grandi famiglie editoriali saranno destinate a una fine miserevole, fagocitate da gruppi di industriali e mercanti senza scrupoli e senza passione culturale. Lancia un monito contro la tendenza a far scomparire i libri dalle librerie in breve tempo per sostituirli con titoli nuovi, scrive acutamente Biagi: “Qui la posizione del rappresentante degli autori coincide totalmente con quella dell’uomo di cultura…La salvaguardia dell’autore non passa solo per la riscossione della giusta mercede, ma per una vita meno breve in libreria. La battaglia per i cosiddetti libri di catalogo, cioè i titoli che si continuano a vendere anche un bel po’ dopo che sono usciti, diverrà nel tempo uno dei suoi principali argomenti polemici nei confronti dell’industria culturale. Un vero grido di dolore al principio degli anni Ottanta, quando il settantacinque per cento delle vendite dei due maggiori editori italiani, Mondadori e Rizzoli, arriverà a essere costituito da novità e la permanenza dei titoli sugli scaffali si ridurrà a un mese o due in un turnover sempre più frenetico.” Linder vive con gran rammarico la tragedia che travolge la Rizzoli a metà degli anni ’70, quando gli imbelli eredi di Angelo Rizzoli sr raggirati dal direttore finanziario Bruno Tassan Din, faranno risucchiare la gloriosa azienda dal vortice criminale della vicenda P2, Ior e Banco Ambrosiano. E si capisce che altrettanto critico è nei confronti dell’operazione Mondadori-Berlusconi, tant’è vero che quando il cavaliere lo convoca ad Arcore per affidargli in Fininvest il ruolo che sarà poi di Fedele Confalonieri, Linder rifiuterà sdegnato; scrive Biagi: “Dal colloquio Linder uscirà orripilato, schifato dalla pacchiana ostentazione di lusso…”. Il suo declino fisico andrà di pari passo con il declino professionale, qualche anno prima della morte …“…guai economici, bilanci in rosso zavorrano il suo passo. Ma incide anche il disgusto crescente per il contesto, per quel marketing sempre più pervasivo, per la dimensione sempre meno umanistica del gioco, per il degrado del sistema Paese”. Il “Dio di carta” scompare e con lui scompare la figura dell’agente letterario che dirige il sistema editoriale con lo stesso piglio del direttore d’orchestra, con lui scompare, in verità era scomparso oltre un decennio prima di lui, l’editore “puro” cioè quella figura d’imprenditore che traeva i suoi proventi direttamente ed esclusivamente dall’attività editoriale (di cui vari esemplari sopravvivono solo nella fascia della piccola e media editoria), oggi le aziende editoriali sono branche di attività di grandi imprese industriali che operano in tutt’altri settori e paradigmatica è la vicenda della Mondadori che, a causa di intrecci finanziari di dubbia natura, è finita nelle mani di un personaggio come Silvio Berlusconi. Per non parlare della situazione in cui versa il fronte delle librerie, le città sono ormai infestate dai punti di vendita delle grandi catene (Mondadori, Feltrinelli, Messaggerie etc.), che trattano il libro come una scatoletta di tonno, hanno fatto scomparire dagli scaffali i libri di qualità (piccola e media editoria in primis) e sono gestite da personale la cui professionalità è lontana anni luce da quella del libraio-intellettuale che ha fatto la storia e la fortuna dell’editoria italiana; si sta inoltre diffondendo il vezzo di creare, da parte delle grandi aziende, marchi civetta che costituiscono delle vere e proprie foglie di fico per occultare la vergogna dell’allontanamento dei piccoli editori da questi supermercati del libro, sono nate tante nuove sigle che di tanto in tanto sfornano best seller preconfezionati, che sono linee minori delle major che dominano il mercato. A questo stato di cose si oppongono ancora eroicamente le centinaia di piccoli editori che, mutuando lo spirito dei grandi padri, ancora oggi producono editoria di qualità, intercettando autori di valore che, senza il loro aiuto, mai avrebbero la possibilità di veder pubblicate le loro opere; nuovi sistemi di vendita (internet sopra tutti, ma anche la vendita diretta durante le presentazioni o il “porta a porta” degli autori stessi), consentono a questa “editoria pura” di sopravvivere e proliferare mantenendo acceso il lumicino della speranza per una società che di speranze ne lascia intravedere ben poche. Se proprio vogliamo trovare un limite al bellissimo lavoro di Dario Biagi è proprio quello di dare l’impressione al lettore che con Erich Linder sia scomparsa tutta l’editoria di qualità, disconoscendo la raccolta del testimone avvenuta da parte dell’editoria cosiddetta minore.
Franco Arcidiaco
Dario Biagi, Il dio di carta vita di Erich Linder, Avagliano editore
Pagg. 204 Euro 14,50 isbn 978 88 8309 243 5

IL MESSAGGIO E’: ALLARGATE L’AREA DELLA COSCIENZA!

Quando, nel gennaio 1969 apparve, per la prima volta in edizione economica negli Oscar Mondadori, la raccolta di poesie di Allen Ginsberg, Jukebox all’idrogeno, era accompagnata da una splendida introduzione di Fernanda Pivano, intitolata: “Un poeta, non soltanto un minestrone beat”, l’incipit era il seguente: “Nel giugno 1957 Lawrence Ferlinghetti, poeta e editore, fu condotto nella prigione di San Francisco. Il reato da lui commesso era quello di aver pubblicato nelle edizioni City Lights Books la raccolta di versi Howl (Urlo) di Allen Ginsberg(…)”.
“Il messaggio è: allargate l’area della coscienza”, era il sottotitolo della raccolta e per coscienza non s’intendeva certo la sede dei doveri morali, ma la sede della consapevolezza, il campo dell’attività mentale consapevole. Era la quintessenza del pensiero di quel movimento che sarebbe passato alla storia come Beat generation. Non avevo ancora compiuto sedici anni, quella lettura costituì l’equivalente di un viaggio lisergico che mi spalancò le porte dell’anticonformismo, della controcultura, del libero pensiero e, per naturale estensione, della grande ideologia comunista che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Fantasticavo sulla figura di questo indomito poeta-editore disposto ad affrontare il carcere per pubblicare il libro proibito di un amico poeta; San Francisco era lontana mille miglia dalla mia Reggio Calabria, sud del sud, frontiera del nulla, culla del più retrivo conformismo piccolo borghese, i libri e i dischi bisognava ordinarli, sfidando lo sguardo severo di disapprovazione dei negozianti, e aspettare settimane per vederli arrivare; il massimo della trasgressione era andare in giro con i capelli più lunghi (fino a quando mio padre non mi trascinava di peso dal barbiere), con un paio di jeans e, d’inverno, con l’immancabile eskimo.
Eravamo quattro gatti e per giunta divisi, in quegli anni bastava poco per creare un gruppuscolo o un movimento antagonista, bastava un’antipatia personale, una ragazza contesa e la geografia politica delle città si arricchiva della presenza di una nuova aggregazione che si poneva subito all’avanguardia nella lotta alla borghesia. La rivolta per il capoluogo consegnò poi la città nelle mani della destra, molti andarono a studiare fuori, tanti restammo a sognare sui dischi, sulle riviste (Ciao Amici e Big su tutti), su qualche trasmissione radiofonica fuori dal coro (Alto Gradimento, Supersonic, Per voi giovani), sui libri. Ed ancora oggi ci domandiamo se ci voleva più coraggio ad andar via o a rimanere…
Trentasette anni dopo, una vita intera, quando la Beat generation non mi sembra altro che un pirotecnico tassello del mosaico della mia vita, apro il giornale e leggo di una ragazza, poco più che ventenne, di Lazzàro, provincia di Reggio Calabria, (Parallelo 38 come San Francisco, vorrà dire qualcosa?) che collabora con la City Lights di San Francisco, è amica personale di Lawrence Ferlinghetti, il quale è stato tra l’altro ospite in incognito della sua casa a Lazzàro, ed è in procinto di pubblicare, per Feltrinelli, la sua unica biografia autorizzata. La ragazza si chiama Giada Diano, il libro è uscito a giugno di quest’anno, s’intitola “Io sono come Omero. Vita di Lawrence Ferlinghetti”, ed io l’ho divorato in due giorni!
“Io sono come Omero, intendo come Omero il mio cane, sempre alla ricerca delle sue radici”. Lawrence Ferlinghetti, 89 anni, è l’ultimo testimone vivente della Beat generation, ed è certamente uno dei più significativi esponenti di una generazione che ha cambiato il mondo; Giada Diano, in realtà, attraverso la biografia di Ferlinghetti tesse le fila di tutto il movimento di cui egli è stato un indiscusso protagonista, ne viene fuori un coloratissimo arazzo, nel quale con estrema disinvoltura, incastona le figure di personaggi mitici quali Allen Ginsberg, Gregory Corso, Samuel Beckett, George Whitman, Dylan Thomas, William Carlos Williams, Jacques Prévert, Jean-Jacques Lebel, Harold Norse, William Burroughs, Alejandro Jodorowsky, Fernando Arrabal, Roland Topor, Salvatore Quasimodo, Pablo Neruda, Giancarlo Menotti, Evgenij Evtusenko, Pier Paolo Pasolini, Ezra Pound, Zoya Voznesenskij, Gary Snyder, Dario Bellezza, Dacia Maraini, Osvaldo Soriano, Ignazio Buttitta, Ken Kesey, Erich Fried, Ted Joans, Jack Kerouac, Josif Brodskij, Bohumil Hrabal, Amelia Rosselli, Ed Sanders, John Giorno, Jack Hirschman, Agneta Falk, Marty Matz e, last but not least, Fernanda Pivano, la madrina italiana della Beat generation. Non vi sembri azzardato l’accostamento, ma il lavoro svolto da Giada Diano è senza dubbio assimilabile a quello svolto dalla grande Fernanda; se quest’ultima, infatti, ha avuto il gran merito di aprire alla sonnacchiosa cultura italiana, appena uscita dal buio del ventennio, lo spettacolare proscenio della letteratura americana, Giada ha avuto il coraggio di tirar fuori dall’oblio, al quale sembrava irrimediabilmente condannato, il movimento della Beat generation (non dimentichiamo che ai suoi coetanei il massimo del brivido lo procurano i libri di Moccia); non solo, dopo aver studiato con passione l’argomento, è andata più volte a San Francisco a conoscerne di persona i superstiti e gli eredi, ed è riuscita ad organizzare, sponsor la giunta comunale di centrodestra, un reading di poesia di Jack Hirschman che, probabilmente, è l’unico essere vivente che si può considerare più a sinistra del sottoscritto. Non dimenticherò mai, e di questo sarò sempre grato a Giada, l’espressione imbarazzata e il dileguarsi furtivo dell’assessore Raffa, quando Jack ha cominciato ad inveire dal palco contro Bush! Per non parlare, poi, delle emozioni di cui ha inondato Piazza Castello, la scorsa estate, con i tre giorni di reading di poesia internazionale “militante”.
Il libro è anche, naturalmente, una puntuale ricostruzione della vita di Lawrence e dei suoi punti cardine: il servizio in Marina (sbarco in Normandia compreso), gli anni parigini, i lunghi vagabondaggi per il globo e la ricerca, spasmodica, estenuante e commovente, delle radici italiane.
La scrittura di Giada è limpida e discorsiva, la singolare amicizia sorta con il vecchio poeta beat, ha consentito alla giovanissima studentessa italiana di avere accesso a tantissimi materiali inediti e soprattutto di consultarne e tradurne i diari privati. Il libro è inoltre inframmezzato da abbondanti citazioni di scritti e versi di Ferlinghetti, e Giada è bravissima nell’utilizzarli per aprire “finestre” sulla vita del poeta, intercettando nella narrazione del vissuto le scintille dalle quali sono scaturiti i versi. Dal libro, ed era inevitabile che accadesse visto il suo rigore scientifico, si evince impietosamente la debolezza teorico-politica che caratterizzò il movimento della Beat generation; come lucidamente scrisse Fernanda Pivano, alla base di tutto c’era l’anarchismo, ma: “L’anarchismo dei beat era di tipo attivo: mirava alla vita, alla felicità, e il suo rifiuto delle strutture sociali o economiche precostituite aveva un fondamento pragmatistico e individualistico tipicamente americano”. (L’Europa letteraria, maggio 1960)
E proprio questo pragmatismo individualista (ma questo aspetto l’ho colto solo oggi, leggendo il libro), impediva a Ferlinghetti & C. di essere indulgenti nei confronti dei Paesi del cosiddetto “Socialismo reale”. Ogni qualvolta i Beat si trovano a contatto di queste esperienze le critiche intolleranti si levano impietose, arrivando addirittura a negare il ruolo positivo dei comunisti nella Guerra Civile spagnola e nella Rivoluzione cubana! Ferlinghetti cade addirittura nel ridicolo quando decide di affrontare un lunghissimo viaggio invernale in treno lungo la Siberia e si abbandona a questa considerazione: “Non c’è proprio da meravigliarsi se il comunismo ha avuto successo da queste parti, la gente deve desiderare in maniera matta e disperata che accada qualcosa; qualunque cosa in qualunque posto”; oppure quando parla dell’“enorme vacuità che fissa gli uomini sovietici dritto negli occhi!”. Questo cieco livore anticomunista lo porta addirittura a subire passivamente (nella Praga post-comunista) l’umiliazione, di “un paio di tassisti che si rifiutano di prenderlo a bordo perché non sembra abbastanza ricco”! Basterebbe solo un episodio come questo per dare il via alla scrittura di interi trattati su quello che veramente è stata l’esperienza dei Paesi comunisti, dalla Guerra fredda allo sciagurato trionfo del Consumismo sul Comunismo, seguito all’altrettanto sciagurato crollo del Muro di Berlino. Ma questa è (ma solo apparentemente) un’altra storia, e spero vivamente che prima o poi arrivi un’altra (o un altro) giovane altrettanto bravo come Giada Diano a scriverla.
Franco Arcidiaco

GIADA DIANO
IO SONO COME OMERO – Vita di Lawrence Ferlinghetti
Feltrinelli – Pagg. 220
Euro 15,00 - ISBN 978-88-07-49066-8