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sabato 16 aprile 2011

NON C'E' PIU' TEMPO di ALBERTO ASOR ROSA

Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?
Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene.
Alberto Asor Rosa Il Manifesto 12.04.2011

lunedì 2 marzo 2009

IL GRANDE BLUFF POLITICA, CREDITO E FINANZA

Nello scorso mese di ottobre ho pubblicato alcuni articoli (su "il Manifesto" e "Carta") in cui denunciavo l'anomalia del caso italiano in merito al default del sistema bancario. Infatti, mentre tutti gli altri paesi europei scoprivano le carte e annunciavano le misure governative necessarie per impedire il crollo del sistema creditizio, il governo Berlusconi, coadiuvato dal silenzio del governatore Draghi, rassicurava gli italiani con messaggi del tipo: le nostre banche sono state più prudenti, il nostro sistema è il più solido di tutti, ecc. E così gli italiani non si sono fatti prendere dal panico, non hanno ritirato i propri risparmi dalle grandi banche, non si sono messi in fila, com’è accaduto in Inghilterra con il fallimento della Northen Rock ( poi nazionalizzata). Insomma, nell'immagine che abbiamo di noi stessi, nello specchio su cui ci fanno riflettere i mass media, ci siamo sentiti gratificati dal fatto di vivere nell'unico paese al mondo dove i grandi istituti bancari (Intesa S. Paolo, Unicredit, MpS, ecc.) sono governati da saggi manager che non hanno inseguito gli extraprofitti generati per anni dai famigerati hedge fund, ma si sono accontentati dello spread che si realizza tra acquisto -dalla BCE- e vendita al pubblico del denaro.
Niente di più falso, ma il bluff fino ad oggi ha funzionato. Grazie ad un'altra, decisiva, anomalia italiana: la privatizzazione della Banca d'Italia. Questo fatto, conosciuto solo dagli addetti ai lavori, è di una gravità inaudita. Come volete che operi il Governatore Draghi che, a parte il nome che incute timore, deve dare conto ad un consiglio di amministrazione in cui le quote di maggioranza sono in mano alle tre più importanti banche italiane? Controllori e controllati si scambiano le parti, un vizio non solo italico, ma a cui questo paese è molto affezionato.
Ma adesso che usciranno allo scoperto i bilanci del 2008, che qualcuno farà notare che negli attivi ci sono ancora montagne di crediti inesigibili e titoli spazzatura, allora che cosa succederà? Sicuramente il nostro governo non dispone dei 500 miliardi messi sul tavolo dalla Merkel per sostenere il sistema creditizio teutonico, o dei 320 miliardi che ha tirato fuori il governo Sarkozy, e neanche dei 150 miliardi di euro che Zapatero ha dovuto mettere a disposizione del sistema creditizio spagnolo.
Con il rapporto Debito/Pil più alto della UE, con un rapporto Deficit/Pil che ha già sfondato abbondantemente la soglia del 3%, l’unica cosa che può fare il governo è quella di fare l’assuntore del fallimento delle banche che falliranno. In questo modo potrà pagare i crediti con tagli del 60-70%, ridurre drasticamente il personale, senza naturalmente parlare di nazionalizzazione delle banche, fenomeno che sta investendo tutti i paesi occidentali. No, ha ragione il governo Berlusconi, in Italia nessuna nazionalizzazione di banche, solo sciacallaggio e distribuzione delle spoglie ai soliti amici del presidente “asso pigliatutto”. Di fronte a questo scenario inquietante è mancata totalmente una voce dell’opposizione, un pensiero di Sinistra, chiaro e lucido, che spiegasse ai lavoratori, ai piccoli imprenditori che ormai faticano a trovare due spiccioli di credito, quale fosse la realtà e quale fosse l’inganno. La questione del credito e della finanza è diventata una questione di primaria importanza sul piano politico. La SE dovrebbe presentare una sua posizione unitaria sul sistema del credito e della finanza, affinché si eviti di rattoppare il sistema, di drenare ricchezza monetaria ai lavoratori ed alle piccole e medie imprese, e si ripensi su altre basi la gestione sociale e politica del denaro. In Italia, poi, la questione politica più urgente, l’emergenza negata è lo scandalo della privatizzazione della Banca d’Italia. Un disastro per la gestione del risparmio di milioni di persone. Stiamo cominciando a capire che da questa Crisi Globale non si esce con la politica dei piccoli passi, con un po’ più di interventi pubblici, con qualche nazionalizzazione di banche o grandi imprese. E non basta nemmeno la sacrosanta redistribuzione del reddito nazionale, né dare un po’ più di soldi ai lavoratori ed ai pensionati, come propone Die Linke. Pur essendo necessario è insufficiente. Ci vuole un cambiamento nel modo con cui usiamo il denaro, e quindi il credito, nella gestione sociale e politica di questo strumento che da mezzo, utile all’umanità, è diventato un fine che distrugge la società.
Tonino Perna, Liberazione 25 febbraio 2009