venerdì 9 settembre 2022
ROSATELLUM O CERVELLOTICUM?
Sappiamo bene che nell’italiano medio non c’è una gran voglia di andare a votare, se poi aggiungiamo le difficoltà di capire i meccanismi farraginosi della legge elettorale, le prospettive di una larga astensione si allargano a dismisura.
Come bene illustra il nostro vignettista Domenico Loddo, il famigerato Rosatellum (che prende il nome dal senatore Ettore Rosato, eletto con il Pd e poi approdato a Italia Viva) diventa un’accetta che taglia la mano dell’elettore.
Il 25 settembre andremo a votare con una legge che assegna i seggi in Parlamento secondo un sistema misto: un terzo con meccanismo maggioritario, due terzi con proporzionale. Ma ci sono una serie di anomalie cervellotiche che molti non conoscono e francamente risultano difficili da capire. Ricapitoliamo: un terzo dei seggi viene assegnato col maggioritario: nei collegi uninominali il candidato che prende più voti vince. Nei collegi plurinominali (che riguardano i restanti due terzi dei seggi) invece i candidati sono divisi tra le forze politiche in modo proporzionale, in base ai voti ottenuti. È prevista una soglia di sbarramento al 3% per i singoli partiti e del 10% per le coalizioni.
I seggi assegnati con il sistema maggioritario saranno 147 alla Camera (su un totale di 400) e 74 in Senato (su in totale di 200). Infine, 8 seggi alla Camera e 4 al Senato vengono assegnati secondo il voto degli italiani all’estero. I seggi distribuiti con sistema proporzionale sono la maggior parte, 245 alla Camera e 122 al Senato. Nei collegi plurinominali i parlamentari vengono eletti in base ai voti ottenuti a livello nazionale da ogni lista, proporzionalmente ai consensi ricevuti. Ogni listino può essere composto da almeno due e fino a quattro nomi. È prevista una quota di genere: nessun sesso, infatti, può rappresentare oltre il 60% dei candidati rappresentati. Nei collegi plurinominali i seggi vengono assegnati secondo il cosiddetto top-down, dal nazionale al territorio. A livello nazionale vengono cioè designate le liste e a quelle che superano le soglie di sbarramento vengono poi distribuiti i seggi secondo un particolare calcolo di quozienti e resti.
Un partito potrebbe vedersi assegnare un tot di seggi in una circoscrizione per dei voti ottenuti in un’altra. Gli elettori di Milano, ad esempio, potrebbero con il loro voto procurare un seggio a Napoli al partito che hanno inteso votare. Chiaro?
Per schiarirmi le idee sono andato nel sito dei fidati amici di Kulturiam.it e ho trovato questa sorprendente spiegazione degli esiti pratici del Rosatellum a cura di Jan Datranich:
“Chi pensa di votare Civati nel listino plurinominale, in realtà potendo solo barrare la lista che contiene i nomi senza poter votare per lui pena annullamento del voto, vota anche Casini nell’uninominale connesso e così chi pensa di votare Cucchi vota anche per Lorenzin; chi pensa di votare Soumahoro vota anche Cottarelli; chi pensa di votare Schlein vota anche nell’uninominale Marcucci. E viceversa chi vota solo il candidato dell’uninominale vedrà il suo voto ripartito in proporzione tra tutti i partiti o liste collegate nei listini plurinominali. Per di più se nella parte plurinominale del collegio il partito di Civati o degli altri non supera il quorum, per effetto del riparto nazionale dei resti si vedrebbe in parlamento un soggetto a lui ignoto, candidato in un altro collegio. È solo un esempio delle storture del sistema italiano che ha abiurato la democrazia parlamentare rappresentativa. Chi dopo aver concorso a produrre questo sconcio, da ultimo nel silenzio generale e all’unanimità approvando dopo il referendum del taglio dei parlamentari una normativa che ha ridisegnato i collegi rendendoli compatibili e con il taglio e con il Rosatellum, così dimostrando di volerlo tener ben caro, meriterebbe l’ostracismo se vivessimo nella Grecia periclea”.
Morale della favola, ci troviamo al cospetto di un sistema che non agevola certo gli elettori scettici o svogliati e che favorisce certamente i grossi partiti e/o le grosse coalizioni. Se poi aggiungete che in avanzata era digitale, ancora utilizziamo il sistema obsoleto della scheda e della matita (bloccando l’attività scolastica per 15 giorni) e non consentendo di votare a lavoratori e studenti fuori sede, vi renderete conto che ancora una volta le regioni più penalizzate sono quelle del Sud… a proposito di Questione Meridionale!
giovedì 18 agosto 2022
PALMA DEL TRASH PER GIANNI RIOTTA
Deriva scatologica per il giornalismo italiano. Gianni Riotta conquista la palma del trash con un incredibile articolo dedicato all'intasamento del water della Casa Bianca. Se veramente ambisce al premio Pulitzer, Riotta non si può dire che non le stia provando tutte. Ispiratore delle liste di proscrizione dei "filo-putiniani", guerrafondaio, atlantista schierato con i Dem americani evidentemente ritiene di avere tutte le carte in regola. Trump è sempre stata la sua magnifica ossessione, lungi da me prendere le difese dell'ex-presidente USA, ma onestamente oggi sarebbe forse il caso di accendere meglio i riflettori sulle epiche gesta del suo successore Biden.
Riotta invece non trova di meglio che approfondire le indagini su dei documenti compromettenti che Trump avrebbe strappato e buttato nel water nell'intento di eliminarli. Se Riotta ha pensato di ripercorrere le orme di Bob Woodward e Carl Bernstein, creando questa versione trash del “Watergate”, più che al Pulitzer potrà ambire al Premio Ignobel, ha realizzato infatti la sceneggiatura di un B-movie che nemmeno Lino Banfi e Alvaro Vitali accetterebbero mai di interpetrare.
Della vicenda ne avrete già sentito parlare, il tutto nasce da due foto diffuse da Maggie Haberman giornalista del New York Times e della CNN, verosimilmente per promuovere l’imminente uscita del suo libro “Confidence Man”. La prima mostrerebbe il water di Trump alla Casa Bianca con dentro un fogliettino non risucchiato dallo sciacquone; l’altra è il frammento di uno scritto di Trump che sarebbe finito nella toilette dell’aereo presidenziale.
A qualunque persona di buon senso non può che apparire inverosimile sia la violabilità delle toilette di un presidente USA, che la circostanza di un personaggio come Trump che non abbia sempre a portata di mano un trita-documenti.
Sui social, che naturalmente si sono scatenati visto il tema pecoreccio, molti hanno fatto notare
che la qualità del battiscopa, la sporcizia nel pavimento e la vicinanza del muro al water suggerirebbero una foto scattata in un angusto e povero ambiente mentre la seconda foto contraddirebbe l’iniziale dichiarazione della Haberman secondo la quale le foto le sarebbero state consegnate da “alcuni collaboratori di Trump (costretti a) chiamare gli idraulici per riparare gli igienici intasati”.
Gianni Riotta (già membro italiano del “Gruppo alto livello dell’Unione Europea per la lotta alle fake news”) sulle pagine di Repubblica si lancia in un panegirico della “formidabile Maggie Haberman” con una chiosa surreale: “Le foto del bagno occluso da documenti ufficiali e il tentativo di Trump di cancellare la Storia entrano con prepotenza nella memoria”, rivelando che, secondo lui, la memoria di questa fase storica che stiamo vivendo troverà il massimo della sua rappresentazione in due foto di cessi intasati da minuscoli “pizzini”.
Per carità di patria, e per spirito di corpo della categoria alla quale appartengo, non vado oltre e lascio a voi la riflessione sullo stato del giornalismo globale.
domenica 7 agosto 2022
AI LETTORI DE LA RIVIERA
Rosario Condarcuri mi ha proposto la direzione ir-responsabile de La Riviera un paio di sere fa a Bova Marina, eravamo attorno al tavolo di un bar famoso per le granite ma, soprattutto, ci trovavamo nella piazza della chiesa dell’ultimo saluto a Pasquino Crupi.
A Rosario mi accomunano tante cose, ma penso che il principale punto di congiunzione sia l’ostinazione con la quale continuiamo a credere al ruolo fondamentale dell’editoria e della comunicazione in questa sgangherata società. Facciamo parte della categoria “editore puro” che, beninteso, non si riferisce a una condizione spirituale di innocenza o candore, ma semplicemente alla pervicacia con la quale assolviamo alla nostra missione di produrre una comunicazione scevra da asservimenti di qualsiasi natura. La follia consiste nella caparbietà con la quale da decenni continuiamo a considerare questa attività una possibile fonte di reddito per le nostre famiglie.
Quando, nell’agosto del 1990, ho fondato Laltrareggio mio padre, sul punto di diseredarmi, mi disse: “È arrivato il comandante del vascello pirata!”, miglior complimento non avrebbe potuto farmi, ma probabilmente non era questa la sua intenzione… Per lui, i giornali erano delle istituzioni a sé stanti e non concepiva nemmeno lontanamente l’idea della fanzine libera e fuori dagli schemi.
Sono passati tanti anni, quel vascello, ormai ormeggiato, osserva sornione l’evoluzione networkiana della sua attività, e io, nel frattempo, prendo al volo l’occasione che mi viene offerta di agguantare il timone di un altro vascello pirata o, per usare un’espressione di Pasquino, di una “goletta anarchica”. Rosario mi ha ricordato di quando qualcuno chiese al neo direttore de La Riviera, Pasquino Crupi, quale linea politica intendesse dare al giornale e lui rispose: “La Riviera è un giornale anarchico meridionalista e tale resterà!”.
Prima e dopo Pasquino Crupi tante mani si sono avvicendate al timone de La Riviera, ricordo per esempio Nicola Zitara e Pietro Melia, tutti direttori di straordinario livello compreso l’attuale Ilario Ammendolia che mi ha accettato fraternamente al suo fianco, lo ringrazio con orgoglio. Rosario Condarcuri, sapientemente, ha fatto della sua Riviera un “giornale grandi firme” e a breve sarà capace di stupirci ancora con una straordinaria nuova iniziativa in cantiere. Insomma, mi ritrovo circondato da tanti valorosi amici e colleghi e da un gruppo di giovani seri e volenterosi, meglio di così non potevo aspettarmi.
C’è una bellissima frase dello scrittore Haruki Murakami che mi piace ricordare e che credo racchiuda il senso più profondo dell’ormai lunga storia che lega La Riviera alla provincia reggina: “Ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più”.
Ho sempre creduto nel ruolo importante, imprescindibile dell’informazione locale, come strumento per avere sempre il polso della situazione. Sono tanti quelli che guardano con sufficienza i magazine locali, sappiano che grande non è sinonimo di qualità.
In un Paese come il nostro che ha fatto della piccola impresa artigianale una cifra distintiva universalmente apprezzata, anche un organo di informazione locale può racchiudere un concentrato di qualità e innovazione esemplare.
Essere vicini al proprio territorio, interpretarne e spiegarne il vissuto quotidiano, non è roba da dilettanti o improvvisatori, richiede competenza, sensibilità e abnegazione.
La Riviera continuerà ad essere un giornale meridionalista ma non campanilista, attivo, vivo e curioso ma alieno da derive gossipare e da attacchi proditori; non rinunceremo mai alla nostra identità ma non abbiamo alcuna intenzione di farla prevalere con metodi prevaricatori.
Buon viaggio, dunque, a tutti noi e alla nostra Calabria.
PERCHÈ FU SCELTA HIROSHIMA
Nell’indifferenza generale e nel silenzio ipocrita e imbarazzato degli atlantisti di ogni risma, in questi giorni ricorre il tragico anniversario (77°) del bombardamento atomico, da parte degli americani, delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Nelle anime belle che si stracciano le vesti per le minacce più o meno atomiche di quel cattivone di Putin, in prossimità di questo anniversario scatta regolarmente il processo di rimozione che tanto bene ha descritto Freud: “espellere o tenere lontano qualcosa di insopportabile dalla coscienza, evitando in tale modo il dispiacere”.
Nei giorni scorsi il Corriere della Sera, inopinatamente e forse con un sussulto di dignità, ha pubblicato un bellissimo articolo del fisico saggista Carlo Rovelli (L'occidente e l'ipocrisia, serve un nuovo soggetto politico, l'umanità di Carlo Rovelli, Corriere della Sera, 31 luglio 2022). Rovelli dice: “Mi unirei al coro contro il riconoscimento del Donbass che ha innescato la guerra ucraina, se aggiungessimo che ci siamo sbagliati riconoscendo Slovenia e Croazia, innescando la guerra civile Iugoslava. O per i bombardamenti su Kiev, dove la scusa era che Kiev massacrava il Donbass, se la Nato si impegnasse a non fare più nulla di simile, come ha fatto bombardando Belgrado, dove la scusa era che Belgrado massacrava il Kosovo. Mi unirei al coro contro la Russia che cerca di cambiare il regime di Kiev, se l'Occidente si impegnasse a non fare più la stessa cosa, come ha fatto abbattendo e destabilizzato governi democraticamente eletti dal Medio Oriente al Sud America, dal Cile all'Algeria, dall'Egitto alla Palestina. Mi unirei al coro che si commuove per i profughi ucraini, se si commuovesse anche per yemeniti, siriani, afghani e altri con pelle di tonalità diverse.
Ipocrisia senza limiti. I giornali gridano sulle politiche «imperiali» di Cina e Russia. Il lupo e l'agnello. La Cina non ha quasi soldati fuori dei suoi confini, se non in missioni Onu. La Russia ne ha a pochi chilometri, in Siria e Transnistria. Gli americani hanno centomila soldati in Europa, basi militari in Centro e Sud America, Africa, Asia, Pacifico, Giappone, Corea ovunque, eccetto in Ucraina dove stavano insediandosi. Hanno portaerei nel mare della Cina. Dalle coste cinesi si vedono navi da guerra Usa, non si vedono navi da guerra cinesi da New York. Chi è l'impero? Si paventa, non abbastanza, l'uso dell'atomica. L'Occidente è l'unico ad averla usata. A guerra vinta, per affermare il dominio con la violenza; nessun altro lo ha fatto. Si scrive che la Cina è aggressiva; non ha fatto guerre dopo Corea e Vietnam; l'Occidente ne ha fatte in continuazione ovunque. Chi è l'impero?”.
Questo lucido e coraggioso intervento di Rovelli purtroppo, e direi naturalmente, non ha aperto nessun dibattito e non ha modificato di un millimetro la percezione dell’italiano medio delle dinamiche geopolitiche condizionate dagli interessi degli atlantisti.
Qualche anno fa Ben Rhodes, consigliere di politica estera, speechwriter e confidente di Barack Obama, nel suo memoriale riferì che Obama un giorno gli chiese: “Perché scegliemmo Hiroshima?”, “È venuto fuori nelle mie ricerche per il discorso”, dissi. “Decidemmo piuttosto in anticipo di risparmiare Hiroshima da ogni bombardamento convenzionale, in modo da poter poi dimostrare l’impatto della bomba atomica su una città intatta”. “Volevamo dimostrare ai giapponesi di che cosa eravamo capaci”, aggiunse Caroline (Kennedy, figlia di John, ambasciatrice in Giappone ai tempi di Obama). “I giapponesi erano così abituati alle sirene dei raid che non andarono nei bunker quando le sentirono -dissi- soprattutto perché gli aerei non erano tanti” …
Sono dichiarazioni da brivido che sono passate assolutamente inosservate soprattutto alle nostre latitudini, dove l’asservimento agli USA ha annichilito il libero pensiero; dichiarazioni che dimostrano la protervia e la crudeltà dell’impero dominante a livello globale. Tra l’altro trovo sconvolgente che Obama, la cui elezione aveva suscitato un’ondata di speranza per un auspicabile cambiamento di rotta, si sia rivelato un vero sepolcro imbiancato che ha proseguito, senza soluzione di continuità e con un’ipocrisia senza limiti, la politica imperiale dei suoi predecessori.
domenica 24 luglio 2022
THE FINAL DRAGHI DAL DISCORSO DEL BIVACCO AL PRINCIPIO DI PETER
Nell’ultimo intervento in Senato il “Draghi calato dall’alto” ha dimostrato di non aver alcun senso della dialettica politica: si va avanti, voi parlamentari non siete nulla, dovete solo firmarmi una cambiale in bianco e poi scomparire, faccio tutto io.
Brandiva dei fogli con mani strette e tremolanti, un segno che quel fastidioso orpello del dover andare in Parlamento a chiedere qualcosa lo rendesse furente, come un Ad che ordina ai suoi sottoposti incolpevoli un resoconto dello scarso andamento in borsa dei titoli dell'azienda.
La prima parte del discorso è distopica, rivendica con orgoglio una fallimentare gestione della pandemia, una gestione disastrosa delle finanze, una gestione assurda della vicenda ucraina: fallimenti sbandierati come successi, senza pudore alcuno.
Lungi da me scadere nella demagogia populista, ma basterebbe solo quella proditoria rapina perpetrata sulle spalle di tutte le famiglie e tutte le aziende italiane con il raddoppio delle bollette dell’energia elettrica: “Il caro energia ha reso ricco lo Stato. Nei primi quattro mesi del 2022, tra Iva e accise sui prodotti energetici, l’Erario ha incassato circa 3,7 miliardi di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2021.” (Quifinanza.it).
Se ricordate, super Mario ha reagito come un cittadino qualunque all’arrivo della bolletta, si è dimostrato stupito e si è riservato di intervenire in qualche modo, ha intascato il malloppo e ci ha fatto una carezzina sulle bollette successive, grande economista non c’è che dire!
Monti era stato più elegante quando, era il 2011, ha riscosso il pizzo sui conti corrente (depositi sopra i 5mila però) e poi ha aumentato l’imposta di bollo che ancora oggi grava in modo esagerato.
Sull’Ucraina poi, basta ricordare di quando, appena giunta a Washington l’eco di qualche tentennamento, si è fatto convocare alla Casa Bianca per sentirsi strapazzare come si fa con un maggiordomo neghittoso.
La seconda parte del discorso ha virato sul tono eversivo e ha rievocato a tratti il celeberrimo “Discorso del bivacco” del Duce; ricordate? “Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza…” “…Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costruire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”
Certo Draghi si è limitato a dire: gli italiani sono con me (riferimento a quei quattro gatti che manifestavano a suo favore, devo supporre), se si deve andare avanti con questo governo si deve fare come dico io. Mettiamo che un discorso del genere l’avesse fatto all’epoca Berlusconi, avrebbe provocato manifestazioni di sdegno del PD e indagini della magistratura; lo ha fatto Draghi e il PD in aula ha applaudito e la magistratura si è limitata al battito di sopracciglio della Cartabia. D’altra parte, ormai da decenni il PD (e con lui quel che resta della Sinistra) dimostra di avere superato la fase psichica infantile del “principio di piacere” per avventurarsi in quella adulta del “principio di realtà” e, consapevole che al peggio non c’è mai fine, continua ad optare per il male minore…
A seguito di questa vicenda mi è venuto in mente un prezioso libretto pubblicato nel 1969: “Il principio di Peter” è una tesi solo all’apparenza paradossale, che riguarda le dinamiche di carriera su basi meritocratiche all'interno di organizzazioni gerarchiche. La teoria è nota anche come “Principio di incompetenza” e fu formulata dallo psicologo canadese Laurence J. Peter in collaborazione con l'umorista Raymond Hull. Il saggio ebbe una notevole fortuna letteraria e ha conosciuto numerose edizioni e traduzioni.
Il principio illustrato dal saggio descrive in termini satirici gli effetti dei meccanismi che governano la carriera aziendale dei dipendenti, evidenziandone i risultati paradossali.
«In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza»
Il principio di Peter va inteso nel senso che, in una gerarchia, i membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cui sono collocati vengono promossi ad altre posizioni. Questa dinamica, di volta in volta, li porta a raggiungere nuovi livelli, in un processo che si arresta solo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale non dimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gli autori intendono per «livello d'incompetenza», raggiunto il quale la carriera del soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogni ulteriore spinta per una nuova promozione.
Morale della favola: ognuno di noi ha un livello d’incompetenza e Draghi scalando scalando lo ha inesorabilmente raggiunto. Adieu!
martedì 3 maggio 2022
IL CORAGGIO DI PERTINI E IL PANICO DI BERLINGUER
In questi giorni molti esponenti del PD, per cercare di giustificare l’ingiustificabile, vale a dire l’adesione del più grande partito del Centrosinistra alla chiamata alle armi degli USA, si sono rifugiati nella famosa (quanto scellerata) sortita di Enrico Berlinguer che, in una Tribuna Politica di molti decenni fa, non aveva trovato di meglio che dichiarare di sentirsi più al sicuro “sotto l’ombrello protettivo della Nato”. Quel giorno Berlinguer decretò la condanna a morte del Partito Comunista Italiano ed avviò quella deriva atlantista che avrebbe trovato anni dopo il suo degno coronamento con il vile bombardamento di Belgrado da parte di Massimo D’Alema, presidente del Consiglio per una breve e sciagurata stagione.
Che differenza di stile tra questi due rinnegati demolitori della sinistra italiana e quel gigante di Sandro Pertini, che il 7 marzo del 1949 ebbe il coraggio di votare contro l’adesione dell’Italia alla Nato. Leggere il suo intervento al Senato di quel giorno, oltre a impressionare per i segnali premonitori che emana, aiuta a liberare la memoria (almeno di chi è in buona fede) dalle scorie venefiche seminate in questi decenni dalla Guerra fredda degli americani contro i Paesi comunisti.
Sandro Pertini, Discorso al Senato del 7 marzo 1949 (in cui votò contro l'adesione dell'Italia alla Nato).
"Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra. [...] Ma il nostro voto è ispirato anche ad un'altra ragione. Questo Patto Atlantico in funzione antisovietica varrà a dividere maggiormente l'Europa, scaverà sempre più profondo il solco che già separa questo nostro tormentato continente. [...] Una Santa Alleanza in funzione antisovietica, un'associazione di nazioni, quindi, che porterà in sé le premesse di una nuova guerra e non le premesse di una pace sicura e duratura. Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica.
Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l'Unione Sovietica ha fatto durante l'ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l'Europa dalla dittatura nazifascista. [...]
E noi socialisti sentiamo che se domani per dannata ipotesi dovesse crollare l'Unione Sovietica sotto la prepotenza della nuova Santa Alleanza, con l'Unione Sovietica crollerebbe il movimento operaio e crolleremmo noi socialisti. [...]
Parecchi di voi si rallegrarono quando videro piegata sotto la dittatura fascista la classe operaia italiana e costoro non compresero che, quando in una Nazione crolla la classe operaia, o tosto o tardi con la classe operaia, finisce per crollare la Nazione intera. [...]
Oggi noi abbiamo sentito gridare "Viva l'Italia" quando voi avete posto il problema dell'indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l'indipendenza della Patria! Onorevole Presidente del Consiglio, domenica scorsa a Venezia, in piazza San Marco, sono convenuti migliaia di partigiani da tutta l'Italia ed hanno manifestata precisa la loro volontà contro la guerra, contro il Patto Atlantico e per la pace. Questi partigiani hanno manifestato la loro decisione di mettersi all'avanguardia della lotta per la pace, che è già iniziata in Italia, essi sono decisi a costituire con le donne, con tutti i lavoratori una barriera umana onde la guerra non passi. Questi partigiani anche un'altra volontà hanno manifestato, ed è questa: saranno pronti con la stessa tenacia, con la stessa passione con cui si sono battuti contro i nazisti, a battersi contro le forze imperialistiche straniere qualora domani queste tentassero di trasformare l'Italia in una base per le loro azioni criminali di guerra. Per tutte queste ragioni noi voteremo contro il Patto Atlantico".
Sandro Pertini in Atti parlamentari. I Legislatura, Senato. Vol. V: Discussioni 1948-49,
Seduta CLXXXIII 27 marzo 1949.
domenica 27 marzo 2022
ALEXANDR DUGIN, MASSIMO FILOSOFO RUSSO CONTEMPORANEO, SULLA GUERRA IN UCRAINA
Aleksandr Dugin è un filosofo e politologo russo. La sua dottrina sviluppa il pensiero di Martin Heidegger e lo coniuga con il pensiero della scuola tradizionalista di René Guénon e Julius Evola. Dugin ha svolto un ruolo importante nella filosofia russa dopo il crollo dell’URSS, traducendo e contestualizzando i succitati autori.
Secondo Dugin le forze della civiltà occidentale liberale e capitalista rappresenterebbero quella che gli antichi greci chiamavano hybris, ovvero l'orgogliosa tracotanza che porta l'uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l'ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguita dalla vendetta o punizione divina. Dugin la definisce "la forma essenziale del titanismo", dell'anti-misura emergente dalla Terra, che osteggia il Cielo. In altre parole, l'Occidente sintetizzerebbe "la rivolta della Terra contro il Cielo". Il pensiero dughiniano è caratterizzato da un approccio escatologico per cui, nelle sue parole, "una volta che il Cielo reagisce, gli dèi restaurano la misura". Dugin contrappone all’ “unipolarismo omologante” dell’Occidente, l’“Uno” platonico che egli traduce nell’idea di “Impero”.
Dugin ha stretti legami con il Cremlino e le forze armate russe ed è unanimemente riconosciuto come "il Rasputin del Cremlino" e "l'ideologo di Putin"; in effetti Dugin, pur criticando le passate collaborazioni di Putin con l’Occidente, si può considerare suo consigliere e ispiratore filosofico.
Dugin è inoltre noto per aver teorizzato la creazione di un "impero eurasiatico" fondato su principii di ordine spirituale in grado di combattere l'Occidente guidato dagli Stati Uniti d'America, visti come epicentro delle forze dissolutrici, occulte e antispirituali. Dugin è stato l'organizzatore assieme a Ėduard Limonov (l’agitatore politico reso celebre dalla biografia romanzata scritta da Emmanuel Carrère) del Partito Nazional Bolscevico, e successivamente del Fronte Nazionale Bolscevico e del Partito Eurasia, trasformatosi poi in associazione non governativa. L'ideologia eurasiatista di Dugin mira all'unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico paese attraverso lo smembramento territoriale coatto delle ex–repubbliche sovietiche, concetto questo che sta chiaramente alla base di questa fase della politica putiniana.
Per questa sua caratteristica, Dugin ha seguaci su ogni sponda politica, anche se, a mio avviso pretestuosamente e superficialmente, viene perlopiù etichettato come fascista e reazionario.
In occasione della crisi Ucraina, alta si è levata la sua voce che, però, è stata una delle prime ad essere oscurata dai padroni del pensiero unico occidentale. Vale la pena, pertanto, leggere alcune sue dichiarazioni:
“…Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto del globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi.
Ma quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà” …
E ancora: “Cosa significa per la Russia rompere con l’Occidente? È la salvezza. L’Occidente moderno, dove trionfano i Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione. E quanto prima e più completamente la Russia se ne stacca, tanto prima ritorna alle sue radici. A cosa? Cristiano, greco-romano, mediterraneo-europeo… Cioè, alle radici comuni al vero Occidente. Queste radici – le loro! – l’Occidente moderno le ha tagliate fuori. E sono rimaste in Russia.
Solo ora l’Eurasia sta alzando la testa. Solo ora il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi. La Russia non è l’Europa occidentale. La Russia ha seguito i greci, Bisanzio e il cristianesimo orientale. E sta ancora seguendo questa strada. Sì, con zig-zag e deviazioni. A volte in vicoli ciechi. Ma si sta muovendo.
La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno.
E l’Europa deve rompere con l’Occidente, e anche gli Stati Uniti devono seguire coloro che rifiutano il globalismo. E allora tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina.
Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno.
La rottura con l’Occidente non è una rottura con l’Europa. È una rottura con la morte, la degenerazione e il suicidio. È la chiave del recupero. E l’Europa stessa – i popoli europei – dovrebbero seguire il nostro esempio: rovesciare la giunta globalista antinazionale. E costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea”.
Nella penosa deriva ideologica che stiamo vivendo da oltre un trentennio, il pensiero di Dugin si erge come un faro che apre una relazione con la lontananza, simbolo di conoscenza; come un faro, il pensiero di Dugin illumina le cose e poi le restituisce al buio, una sentinella che si oppone al dilagare del nulla, allo smarrimento del vuoto, al disagio esistenziale, all’indifferenza del cielo.
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