venerdì 13 maggio 2016

È ANTONIO CALABRÒ L'EREDE DI MARIO LA CAVA

Stimo tanto Antonio da perdonargli i Ray-Ban a specchio che sfoggia nella foto del libro e soprattutto la sua condizione di astemio, che rimarca più volte nelle pagine di questo suo bellissimo romanzo. Lo conosco da un paio di decenni, abbiamo in comune Marina di San Lorenzo come buen retiro, e apprezzo la sua scrittura da quando si cimentava sui vari giornali nelle colonne delle “Lettere al direttore” e collaborava al mio “Laltrareggio”. I suoi editoriali su ZoomSud, al netto di qualche rigurgito incontrollato di antipolitica, sono quanto di più serio, illuminante e appassionato si possa leggere oggi tra le colonne di un giornale, online o cartaceo, locale o nazionale che sia. La sua attività culturale, con la rassegna “Calabria d’autore”, ha portato una ventata di freschezza nello stagnante e polveroso mondo dei salotti culturali cittadini.
Questi “Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale”, come recita il sottotitolo del volume edito dalla Disoblio di Salvatore Bellantone, sono una vera chicca e meriterebbero di trovare spazio nelle case di riggitani e reggini di ogni età e ceto e, soprattutto, tra i banchi di scuola.
Lo dovrebbero leggere principalmente i giovani, quei giovani tanto apprezzati dall’autore al punto da considerarli (anche quando svolge la sua professione di capotreno) una specie protetta. “Si dovrebbero proteggere questi giovani degli anni duemila. Proteggere dai loro desideri indotti, quegli schifosissimi desideri frutto del bombardamento culturale che ormai da decenni infuria sulle nostre teste”. Anche se, con amarezza, Antonio (“Un passato da bastaso da difendere”) è costretto a sottolineare “la nuova mutazione del ragazzo calabrese, che aggiunge all’arroganza di una volontà di potenza plastificata anche il suo retaggio di violenza e di falso onore”; la chiosa che ne consegue è drammatica: “Il ragno invisibile che non è la ‘ndrangheta badate bene. Semmai è la necessità della ‘ndrangheta. Quello fa paura”, per chiudere: “Siamo spacciati, mi verrebbe da dire”.
Ma Antonio ha le idee chiare sulle cause di tutto ciò, emarginazione e sottosviluppo sopra tutte: “L’ingiustizia è così palese che non c’è neanche bisogno di spiegarla, ci vorrebbe una svolta autentica, ci vorrebbero ricette anche drammaticamente di rottura, restando così il futuro è un pozzo nero, un incubo di ibridazioni tra il peggio della modernità e il peggio della tradizione”.
L’espediente narrativo utilizzato dall’autore, oltre ad essere spontaneo e naturale, considerata appunto la sua professione, racchiude la quintessenza della più classica delle metafore: il viaggio in treno, che è appunto il simbolo per eccellenza della metafora della vita.
Cesare Pavese nel suo diario “Il Mestiere di vivere”, il 2 giugno 1946 annotò questo pensiero: “Il fascino del viaggiare è lo sfiorare innumerevoli scene ricche e sapere che ognuna potrebbe essere nostra e passar oltre, da gran signore”.
E sentite Marino Moretti, il poeta crepuscolare per eccellenza, come si cimenta sulla metafora del treno in arrivo come fine corsa della nostra vita: “E ora che avevo cominciato a capire il paesaggio: si scende, dice il capotreno, è finito il viaggio”. Nessun altro meglio di lui, ritengo, ha saputo descrivere lo stupore, la delusione, il dolore della morte.
Il capotreno Antonio Calabrò nel suo “trolley salvifico” porta sempre qualche libro ma, evidentemente, non ha mai mancato di portare con sé il suo diario nel quale ha annotato le suggestioni che ci regala in questo delizioso volume. Gli suggerisco, da oggi in poi di mettere nella borsa una copia di “Chiudi e vai”, emulando così il mitico Oscar Wilde che, nel suo romanzo “L'importanza di chiamarsi Ernesto", scrisse: “Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno”.
Chiudo questa lunga parentesi sul treno e le stazioni come metafora, dedicando ad Antonio e a tutti i suoi colleghi ferrovieri la mirabolante e immaginifica ode al treno di Filippo Tommaso Marinetti, tratta dal Manifesto del Futurismo del 1909: “ .... canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi ....”.
Antonio costella il suo racconto, oltre che di gustosi aneddoti tratti di peso dalle scene di vita quotidiana che ogni giorno si riversa sui treni dei pendolari, di sapienti e sagaci riflessioni filosofico-esistenziali. Una per tutte: “L’uomo può aggrapparsi a qualsiasi cosa, quando avverte il rintocco della morte. Per sé o per i suoi cari. La disperazione ha una chiave che si chiama fede. Forse un inghippo, forse no. Sono solo un capotreno, non ho mezzi sufficienti per stabilirlo. Ho una chiave quadra, una lanterna rossa o verde, un bel cappello blu e un fischietto. Troppo poco per decidere se Dio esista o no”.
È naturale che le lunghe ore di viaggio di un capotreno comportino una commistione tra pubblico e privato, e così nel bel mezzo di una sosta a Paola, nel piccolo bosco di San Francesco, laicamente ritrova l’amore per il padre. Ne consegue una lapidaria considerazione: “Cazzo, se non aveva ragione!”.
La grande letteratura è fatta anche di definizioni azzeccate e di descrizioni struggenti e questo libro ne abbonda: “Triste come la buccia di un’anguria”, “L’odore della strada bagnata è una malinconia invisibile”, “Ubriaconi abituali dispersi nel loro dolore e adagiati come salme su panchine dure come la loro esistenza”, “A Capo Spartivento il mare è un blocco di blu immobile e funge da specchio alla tavolozza impazzita… (il sole) è una bolla di sapone piena di lava, una biglia arroventata che custodisce la potenza di tutti gli dei mai pregati sinora”, “Questa Calabria, benedetta nella sua bellezza e maledetta nel suo abbandono”, “Uno dei momenti più emozionanti del mio lavoro, l’alba sullo Jonio. Mi spiace cari italiani, ma l’Aurora come questa ve la sognate”. Come ben dice Antonio: “La potenza della letteratura non smetterà mai di sorprenderci” ed infatti il libro sciorina sorprese e meraviglie a profusione.
Il cruccio principale del nostro autore, che è poi l’essenza del triste destino che lo accomuna agli altri intellettuali calabresi, è la consapevolezza della discrasia tra la bellezza della nostra terra e la condizione di degrado ambientale e sociale in cui versa; cruccio che diventa ancora più insopportabile nel momento in cui siamo costretti a riconoscerne la causa endogena.
Questa estate tornerò a pendolare per un paio di mesi sul treno della Jonica dalla Stazione di Condofuri a Reggio; non sarà come gli anni scorsi, ci sono le nuove carrozze, viaggerò certamente con meno disagio. Le suggestioni evocatemi da Antonio Calabrò costituiranno la colonna sonora di ogni viaggio e m’immergerò voluttuosamente nelle “albe strappate direttamente dalla fantasia degli dèi antichi, che ancora regnano sovrani in questi luoghi”, mentre dal finestrino, in perenne contrasto, scorreranno le immagini della mia “povera Calabria, ridotta come un circo di periferia tra saltimbanchi ingessati e domatori graffiati, il telone rappezzato e le gabbie arrugginite, squattrinata e luccicante di orpelli casalinghi cuciti da sartine dei bassifondi. Povera la mia Calabria così grandiosamente bella nella sua solitudine selvaggia, nella sua natura contaminata da grezzi gesti di noncuranza”.
Grande Antonio, scrittore dalla straordinaria umanità e dalla formidabile penna, degno erede di quel grande cantore jonico dei nostri “Caratteri” e del nostro destino che fu Mario La Cava.
Antonio Calabrò, Chiudi e vai! Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale, Disoblio edizioni, 2015

domenica 1 maggio 2016

UN BLUFF DI NOME LORIANO MACCHIAVELLI

È raro che io interrompa la lettura di un libro; l'avevo comprato d'impulso, tradito dalla bellissima copertina e dall’attrazione che esercita su di me la collana di Einaudi "Stile libero". Ma mi sa che all'Einaudi hanno preso un po' troppo alla lettera questo concetto dello “Stile libero” che rischia di diventare un calderone nel quale farci entrare di tutto un po’…
Dicevo che è raro che io interrompa una lettura, convinto come sono che anche un pessimo libro possa nascondere un tesoro o rivelarti una verità, ma questo “Noi che gridammo al vento” mi ha fatto proprio innervosire, perché si tratta di una vera e propria occasione mancata. La strage di Portella della Ginestra è uno dei (purtroppo tanti) misteri d’Italia; la prima di quella che poi sarebbe diventata una lunga serie di “Stragi di Stato”, e non mi sembrava vero che qualcuno ci avesse messo finalmente mano, per tentare di squarciare un velo che ci impedisce di scorgere la verità. Ma quello che è successo in Italia dal dopoguerra alla fine degli anni ’80, ha una dimensione sovranazionale ed è parte integrante di quella Guerra Fredda che aveva come unico obiettivo la destabilizzazione dell’Unione Sovietica e il blocco della diffusione delle idee comuniste nel mondo. L’obiettivo è stato raggiunto ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questo inutile e patetico lavoro di Macchiavelli mi ricorda quell’altrettanto deludente (ma in quel caso c’erano in più ipocrisia e malafede) promessa di Massimo D’Alema di “aprire gli armadi del Viminale” per rivelare i segreti delle Stragi di Stato. I faldoni custoditi negli armadi si rivelarono tragicamente vuoti e l’illusione della verità si volatilizzò di colpo; D’Alema pagò cara quell’incauta mossa, gli americani gli imposero una prova di fedeltà e lui andò allegramente a bombardare Belgrado, distruggendo definitivamente quello che restava della Sinistra italiana.
Ma questo libro di Macchiavelli non è solo un’occasione mancata, è anche e soprattutto la dimostrazione di cosa non dovrebbe essere un libro che, per giunta, ha anche la pretesa di lavorare sul terreno della ricostruzione storica; siamo al cospetto di un lavoro pretenzioso, confusionario e inconsistente. Un pasticcio di generi senza costrutto, intriso di banalità e frasi fatte a profusione. Sullo stile e la scrittura stendo un altro velo pietoso, basti dire che non c’è un solo tempo di verbo azzeccato. Povera Einaudi!

1946: DUE SIGNORINE QUINDICENNI SUL CORSO GARIBALDI

È il 12 dicembre del 1946, la guerra è finita da più di un anno; c'è in giro tanta voglia di vivere, la ripresa si respira nell'aria. Sul Corso Garibaldi due signorine (allora si chiamavano così) quindicenni, passeggiano allegre e spensierate, libri sottobraccio, e si offrono disinvolte all'obiettivo del fotografo. Sono evidentemente due giovani donne moderne e disinibite; l'una è Eleonora (alias Elia) Volpe l'altra è Lucia Franco. Lucia Franco è mia madre, è morta ieri; ha realizzato i suoi sogni, ha vissuto una vita lunga e ricca di gratificazioni, poco o niente scalfita da qualche tormento di troppo. Amavo tantissimo di mia madre l'umorismo e quel modo tutto suo di essere dissacrante e anticonformista.

MUMBLE, MUMBLE...

Faccio parte di una generazione che riteneva la scoperta di un giacimento di petrolio un colpo di fortuna, oggi dovrei convincermi che si tratti invece di un colpo di sfiga...

giovedì 31 marzo 2016

DIAMO A TONINO QUEL CHE E' DI TONINO

Scusate non so se l'ha fatto già qualche altro, ma, senza nulla togliere all'opera meritoria e appassionata di Domenico Lucano, vorrei ricordare sommessamente che l'idea originaria del Sistema-Badolato, poi diventato Sistema-Riace, va attribuita a Tonino Perna; ai tempi del mitico Cric, l'idea di fare dei borghi abbandonati luoghi di accoglienza per i migranti, fu suggerita proprio da Tonino al sindaco di Badolato e da lì si generò tutto. Ecco come lo stesso Tonino Perna ha raccontato, qualche tempo addietro, la storia dalle colonne del Manifesto:
"Il 26 dicembre del 1997 arrivava sulla spiaggia di Badolato marina un barcone con più di 800 curdi. La popolazione li accolse e li portò nel vecchio paese, a cinque chilometri di distanza, in alto su una collina dove il vecchio paese era stato in gran parte abbandonato. Li ospitarono nelle loro case, gli portarono stufe e coperte, e fecero a gara nell' offrirgli da mangiare.
Il sindaco di Badolato mi chiamò, in qualità di responsabile del Cric, una Ong molto attiva in quegli anni, per avere un aiuto nella gestione di questa insolita situazione per un piccolo paese meridionale. Nacque così l’idea che gli immigrati potessero far rinascere i paesi abbandonati della Calabria, e non solo. Con i curdi che decisero di restare a Badolato vennero aperte botteghe artigianali, un grande ristorante curdo, e soprattutto vennero ristrutturate una trentina di casette che dovevano servire per una forma ancora sperimentale di 'turismo solidale'.
Grazie all’appoggio delle reti di economia solidale, di tante associazioni, e di Longo Mai, una comunità anarchica della Provenza, arrivarono migliaia di turisti solidali che fecero rivivere il paese per qualche tempo. Fu durante quella bella esperienza che incontrai un giovane, Domenico Lucano, che venne a Badolato con i membri della sua associazione proponendoci di dare una mano per fare anche di Riace un centro per accogliere gli immigrati.
Cinque anni dopo Domenico Lucano divenne sindaco di Riace e dopo qualche anno di straordinaria attività di accoglienza, arrivò anche il famoso Wim Wenders che si innamorò di questa esperienza e girò “Il volo”. Lo stesso Wenders nel 2009, di fronte alla presenza di dieci Nobel per la pace, disse che la vera civiltà era quella che lui aveva trovato in un paesino della Calabria, Riace."

domenica 27 marzo 2016

FINAL CUT

"La gente è disposta a pagare per l'assenza di coraggio, è disposta a pagare se può evitare il dolore, è disposta a pagare pur di non guardare in faccia il fallimento".
Vins Gallico, reggino di nascita, tedesco e romano di formazione, ha molte buone letture alle spalle; libraio professionista, ama i libri e la lettura in modo viscerale. Questo suo romanzo non mi è piaciuto, forse perché l'ho trovato molto drammaticamente aderente a questo nostro tempo dentro il quale navigo come un pesce fuor d'acqua. L'idea di delegare, per giunta a pagamento, la gestione di uno dei momenti più drammatici e coinvolgenti della nostra vita, quale la conclusione di una relazione amorosa, l'ho trovata di un cinismo post moderno lontano anni luce dalla mia cultura romantico-ottocentesca. Senza per questo voler offendere la capacità narrativa dell'amico Vins, direi che ci troviamo al cospetto della convincente relazione descrittiva di una startup innovativa, più che di un buon romanzo.
La colonna sonora dell'ultimo omonimo album dei Pink Floyd è assolutamente calzante e ringrazio Vins di avermelo fatto (ri)scoprire. Lo ringrazio inoltre per avermi ricordato la tragico-grottesca intervista in cui Salvador Allende indica il generale Augusto Pinochet come persona affidabilissima.
Citazione memorabile: "Riconosco la descrizione della burrasca ormonale, che innesca mille promesse al momento del decollo ed è causa di mille delusioni poco prima dello schianto: una sindrome largamente diffusa presso i miei clienti...".
Vins Gallico, Final Cut, Fandango Libri, 2015.

lunedì 7 marzo 2016

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI CULTURA

L’anima di Raymond Carver e il suo neo-editore italiano Einaudi, non me ne vorranno se mi sono lasciato ispirare, per il titolo di questo editoriale, dalla celeberrima raccolta di racconti del grande scrittore statunitense. D’altra parte è appena arrivato in libreria, per i tipi di Rubbettino, il volume di Francesco Bevilacqua sulla letteratura calabrese intitolato, guarda un po’, “Lettere Meridiane”. Corsi e ricorsi letterari che sono il pane quotidiano per chi, come noi, pone la lettura al centro della propria vita.
Chi avrà la pazienza di leggermi rintraccerà tra queste righe le note evidenti di un disturbo bipolare: è il minimo che possa accadere a chi tocca intonare il de produndis a una propria creatura editoriale e, contemporaneamente, inneggiare all’uscita di un numero celebrativo monografico che è questo che vi ritrovate tra le mani.
Il nostro “Lettere Meridiane”, portato avanti faticosamente per vent’anni grazie all’impegno di tre bravissime creature femminili, le giornaliste Oriana Schembari e Federica Legato e la grafica Piera Ruggeri, cessa infatti l’uscita nella forma di giornale cartaceo per proseguire l’avventura tra le fredde colonne di giornale digitale.
Non sarà la stessa cosa, ne son certo, il lutto per la perdita della carta non troverà mai piena elaborazione nel cuore di un intellettuale degno di questo nome.
Penso che sia meglio, allora, parlare delle sorti della Cultura alle nostre latitudini e per farlo attingerò a piene mani all’interessante e documentato articolo di Filippo Veltri su “Il Quotidiano del Sud”, intitolato “Cultura, quel che si dovrebbe davvero fare” che riporta i risultati di un rapporto sulla cultura e sull’industria culturale promosso da alcune Regioni italiane e sostenuto da enti pubblici e privati; il rapporto si chiama Symbola ed è giunto alla sesta edizione. Veltri giustamente sostiene: “Sarebbe il caso che nella nostra Regione qualcuno se lo faccia mandare, gli dia un’occhiata, giusto per capire come organizzare davvero, in maniera seria e sistematica, questo comparto. Mettendo da parte visioni sporadiche, velleitarie, provincialistiche e prive di costrutto”.
Il rapporto mette in luce aspetti quali il crescente successo del “Made in Italy”; il record di turisti extraeuropei che visitano il nostro Paese; l’attenzione verso la sostenibilità ambientale, che cresce a livello globale e sta permeando il nostro sistema industriale; la voglia del cibo italiano, della creatività dei nostri produttori, della bellezza dei nostri prodotti, del potere attrattivo dei nostri beni culturali.
Emerge con evidenza che il futuro dell’Italia è strettamente connesso alla capacità di puntare sui talenti che il mondo ci riconosce, di rinnovare le nostre tradizioni col linguaggio dell’innovazione; di guardare all’estero tenendo ben saldi i piedi nei territori, nelle comunità e nei distretti. “Solo cioè scegliendo la bellezza e la cultura, l’Italia avrà un futuro alla sua altezza. E la Calabria non ha altra strada”.
"Io sono cultura", arrivato alla quinta edizione e realizzato da Fondazione Symbola e da Unioncamere racconta un pezzo di questa Italia. “Un’Italia che punta sulla cultura e la creatività per rafforzare le manifatture, come già fanno altri Paesi e che dimostra, bilanci alla mano, che con la cultura si mangia, eccome”. E si costruisce il futuro. Alle imprese del sistema produttivo culturale italiano si devono, infatti, oggi 78,6 miliardi di euro (5,4% della ricchezza prodotta in Italia). Che arrivano a 84 circa (il 5,8% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit.
Ma il valore trainante della cultura non si limita a questo. Contamina, invece, il resto dell’economia, con un effetto moltiplicatore pari a 1,7: per ogni euro prodotto dalla cultura, cioè, se ne attivano 1,7 in altri settori. Gli 84 miliardi, quindi, ne ‘stimolano’ altri 143, per arrivare a 226,9 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.
Le sole imprese del sistema produttivo culturale (443.208, il 7,3% del totale delle imprese italiane) danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,9% del totale degli occupati in Italia (1,5 milioni, il 6,3%, se includiamo pubblico e non profit).
Per non parlare delle ricadute occupazionali - difficilmente misurabili ma indiscutibili - su altri settori, come il turismo.
La cultura e la creatività, inoltre, mettono il turbo alle nostre imprese: infatti chi ha investito in creatività (impiegando professionalità creative o stimolando la creatività del personale aziendale) ha visto il proprio fatturato salire del 3,2% tra il 2013 e il 2014; mentre tra chi non lo ha fatto il fatturato è sceso dello 0,9%.
“Io sono cultura” è una sorta di annuario, per numeri e storie, realizzato anche grazie al contributo di circa 40 personalità di punta nei diversi settori analizzati e le tendenze mostrano una filiera che resiste ai morsi della crisi.
Esemplare in questo caso è risultata la sfida lanciata dal percorso di candidatura che ha portato Matera ad essere nominata Capitale Europea della Cultura per il 2019.
In Calabria su questo si deve lavorare, mettendo al bando le azioni dispersive, i mille rivoli, i provincialismi, le gelosie e le invidie, le clientele, le cialtronate che portano solo all’assenza di una visione e di un’azione di sistema, per traghettare tutto il nostro territorio su un’azione che trasversalmente tenga insieme i vari luoghi, le comunità, le imprese, il non profit, le istituzioni locali. Cioè: passare da iniziative a macchia di leopardo - a volte lodevoli, ma perlopiù individuali - a una vera e propria missione di tutta la politica regionale. Questo significa fare cultura e certo non conforta la decisione del presidente Mario Oliverio di non nominare un assessore al ramo evitando di tracciare, a quindici mesi dall’insediamento, le linee guida della sua politica culturale.
Franco Arcidiaco