mercoledì 7 agosto 2013

LA STELE DIVELTA

Incuria, degrado e indifferenza continuano a contraddistinguere la sciagurata stagione che sta attraversando la nostra città. A farne le spese sono anche i monumenti e lo testimonia la foto che ritrae una Stele, in pregiata pietra di Lazzaro, divelta e abbandonata presso un deposito all’aperto della Multiservizi. La Stele era stata collocata dalla Fondazione “Italo Falcomatà”, il 19 marzo del 2009, presso il giardino della sezione staccata dell’Eremo della Scuola Elementare intestata allo scomparso Sindaco della Primavera Reggina. La posa delle Stele era stata voluta dalla presidente della Fondazione Falcomatà, Rosa Neto, per commemorare il terremoto del 1908 a perenne ricordo dei morti e dei giusti che, accorrendo da ogni parte del mondo, avevano soccorso i nostri padri. Era stato scelto il periodo primaverile perché proprio nella primavera del 1909, pochi mesi dopo il tremendo sisma, la vita aveva cominciato a registrare segnali di ripresa sullo Stretto; si celebrava così la stagione della vita che rinasce, assieme alla speranza, nel cuore degli uomini, individuando nella primavera di cento anni dopo il periodo migliore. Accanto alla Stele, la Fondazione aveva messo a dimora un carrubbo per simboleggiare la vita che, radicata nella terra, trae forza e vigore, cresce e dà frutti. Il carrubbo è un albero semplice ma forte, maestoso ma non altisonante, chiede poco ma dà tanto e resiste alla siccità e all’inquinamento, ma purtroppo nulla può fare contro la stagione dei barbari. Alla cerimonia, svoltasi davanti a una sala stracolma, erano intervenuti tutti i rappresentanti delle autorità civili, militari e religiose ed era stata molto apprezzata la scelta della scuola che, come sottolineato nel discorso di Rosa Neto, “è il luogo dove i bimbi crescono e si preparano alla vita. Un posto che dovrebbe essere custodito come un santuario e protetto come un gioiello della corona, aiutato con tutto l’affetto e l’amore che ciascuno di noi riserva ai propri figli”. Oggi la sede staccata di quella scuola non c’è più e con essa è sparita la stele, senza che nessuno si sia degnato di avvisare la Fondazione e le autorità che tanto amore e interesse avevano manifestato il giorno della sua posa. La Fondazione “Italo Falcomatà”, in tutte le sue componenti, chiede alla Commissione straordinaria che regge il Comune, di porre riparo a questa grave ingiuria alla sensibilità di quella parte sana della città che ancora crede nel valore del ricordo e della memoria. Giungano a monito le parole del grande filosofo Blaise Pascal: “La memoria è necessaria per tutte le operazioni della ragione”.
Franco Arcidiaco, membro del Cda della Fondazione.

venerdì 12 luglio 2013

LA CGIL E LA CAMPAGNA D'ASPROMONTE

L'economista Piero Ichino, già nel 2005, si domandava in suo famoso libro: "A che cosa serve il Sindacato?". I dirigenti della CGIL calabrese hanno dato finalmente una risposta convincente: serve a contestare duramente la nomina di un titolato e pacifico professore a presidente del Parco d'Aspromonte per sostenere, in alternativa, il rampollo di una blasonata famiglia democristiana, che ancora imperversa nella Locride tra i cascami della prima repubblica. In una regione in cui le emergenze sociali non si contano più, sono andato a vedere quante volte i dirigenti regionali della CGIL abbiano fatto sentire la loro voce, se non c'è un problema nei motori di ricerca pare che solo la nomina del prof. Bombino li abbia risvegliati da un incredibile torpore. È chiaro che, non essendo nato ieri, non penso affatto che la scelta (che tra l'altro giunge con un anno di ritardo) del neoministro dell'ambiente Andrea Orlando, sia stata dettata da una serena, obiettiva e imparziale valutazione dei curricula presentati dagli aspiranti al trono. Certamente la segnalazione al ministro sarà giunta direttamente dal governatore Scopelliti e, altrettanto certamente, avrà trovato il suo motore propulsivo nella veemente passione con la quale il prof. Giuseppe Bombino si è opposto al commissariamento del comune di Reggio Calabria. Quando, nel settembre del 2012, il prof. Bombino firmò il famoso Manifesto dei 500 contro lo scioglimento del Comune, fui tra i primi a replicare firmando il contromanifesto e motivando le mie ragioni con un articolo su strill.it.
Bombino rispose con un'intervista a Peppe Caridi su strettoweb.com nella quale spiegò pacatamente le sue ragioni: "Avvertivo un clima strano in città. Tutti si schieravano sul problema dello scioglimento del Comune in base a posizioni politiche, senza un vero dibattito cittadino. Da parte dei reggini vedevo un’attesa passiva, incompatibile con una città che è sempre stata protagonista attiva della sua storia, ha sempre sfornato grandi pensatori, idealisti, artisti, poeti, scrittori. Una città così importante come Reggio non può stare in silenzio ad aspettare in modo passivo una scelta così importante, con ansia inerme ma senza esprimersi". Bombino sosteneva che la sua iniziativa non era tesa a influenzare la decisione imminente ma serviva a creare "un'infrastruttura culturale per non subire passivamente decisioni calate dall'alto", e a "scardinare l'atteggiamento di ansia inerme" che attanaglia la nostra comunità. In sostanza Bombino aveva espresso un'istanza genuina, ma soprattutto aveva segnato un'inversione di tendenza nel rompere il disarmante silenzio degli intellettuali della nostra città. La città purtroppo, dopo quelle fiammate, sarebbe ripiombata nella sua solita abulia ma Bombino quantomeno ci aveva provato, stimolando un dibattito che mancava da decenni. Aveva ragione, tant'è vero che il manifesto fu firmato da molta gente di sinistra, a riprova che non era portatore di istanze politiche ben definite. Il centrodestra, naturalmente, non comprese la nobiltà dell'azione e strumentalizzò l'iniziativa di Bombino, il quale però ritornò imperturbabile ai suoi studi e alla sua cattedra forte del motto paolino: "Omnia munda mundis" ovvero "tutte le cose sono pure per i puri". Oggi è arrivata questa nomina prestigiosa e il prof. Giuseppe Bombino ha tutti i numeri per essere considerato l'uomo giusto al posto giusto. Un docente universitario serio e preparato, dalla condotta irreprensibile e, in più, fornito di una grande dose di umiltà. La sua predisposizione al dialogo gli consentirà di svolgere il difficile ruolo nel migliore dei modi, riportando il Parco ai fasti della gestione di un altro grande docente suo predecessore, il prof. Tonino Perna, il quale svolse un ruolo fondamentale per il riscatto di un territorio la cui fama, fino ad allora, era tristemente legata solo a episodi di cronaca nera; il tutto a riprova del fatto che la gestione di un Ente pubblico non è materia esclusiva dei professionisti della politica. In un recente colloquio il prof. Bombino mi ha manifestato, coerentemente con la sua vocazione umanistica, l'intenzione di rivitalizzare il Parco Letterario dell'Aspromonte. Tutti gli intellettuali calabresi hanno il dovere di sostenere questa iniziativa, per dare il giusto riconoscimento a un'area geografica che ha dato i natali a scrittori e intellettuali di enorme valore. Sarebbe bello se il presidente Bombino pianificasse la sua prima uscita ufficiale a San Luca, paese di Corrado Alvaro, tale visita rivestirebbe certamente un forte valore simbolico sul piano culturale. Altrettanto determinato il prof. Bombino è nei riguardi della promozione della mitica “Chanson d’Apremont”, una chanson de geste del XII secolo, portata alla luce dalla studiosa Carmelina Sicari oltre trent’anni fa, e mai valorizzata dalle istituzioni locali.
Franco Arcidiaco

martedì 18 giugno 2013

LA GRANDE BELLEZZA (DI UN TRAILER LUNGO DUE ORE E MEZZA)

Alla fine ce la potremmo cavare con una proporzione multipla: "La grande bellezza" sta a "La dolce vita" come Paolo Sorrentino sta a Federico Fellini, come Toni Servillo sta a Marcello Mastroianni, come Anita Ekberg sta a Sabrina Ferilli. Ma sarebbe riduttivo e, soprattutto, non renderebbe onore ai tanti autorevoli critici, tra i quali il mio amico Paride Leporace, che hanno tessuto lodi sperticate verso l'ultimo film del nuovo regista di riferimento dell'intellighenzia italiana. Ma purtroppo anche il bravo Paolo Sorrentino è caduto nella tentazione fatale di superare "l'esame Fellini", a nulla gli è valso sapere che prima di lui ci avessero lasciato le penne, nello stesso vano tentativo, nomi del calibro di Nanni Moretti, Roberto Benigni e di un certo Woody Allen. Quando, nel 1981, uscì "Sogni d'oro" fu chiaro a tutti che Moretti aveva voluto, dall'alto della sua presuntuosa autoreferenzialità, tentare un iperbolico accostamento all' "Otto e mezzo" felliniano. Ci pensò Sergio Leone a metterlo a posto con la tagliente risposta alla domanda di un giornalista: "Fellini Otto e mezzo mi interessa, Moretti Uno e un quarto no!". Stessa sorte capitò al grande Roberto Benigni. È risaputo che tra i grandi progetti irrealizzati di Federico Fellini c'era il "Pinocchio"; finita la lavorazione de "La voce della luna" il Maestro si rivolse a Benigni e a Paolo Villaggio dicendo: "Siete due personaggi collodiani!". Incautamente Benigni la prese come un'investitura e, scomparso Fellini, si produsse, nel 2002, in quell'imbarazzante "Pinocchio" che gli è valso ben 5 nomination ai "Razzie Awards", che sarebbero gli Oscar dei peggiori film. Buon ultimo arriva, nel 2012, il mitico Woody Allen il quale, con la mente obnubilata dalla visione de "Lo sceicco bianco" e dalle scene immaginifiche, oniriche e provocatoriamente eterodosse di "Roma", realizza "To Rome with love" il suo film più sciatto e abbozzato, che costituisce una macchia indelebile nella sua peraltro splendida filmografia. E proprio a quest'ultimo film mi andava la mente, man mano che nello schermo scorrevano le immagini de "La grande bellezza". Eppure ero stato ben predisposto dall'iniziale citazione di Celine e del suo "Viaggio al termine della notte", salvo poi rendermi conto che Sorrentino aveva voluto, così, mettere in essere un'abile manovra autoassolutoria. I primi dieci minuti di un film sono come l'incipit di un romanzo, se non riesci a superarli molla tutto e passa ad altro! Con un libro è più facile, non devi dar conto a nessuno, lo metti da parte e ne prendi un altro; al cinema è più complicato, non sono mai riuscito a farlo, non me la sono mai sentita di infliggere quest'umiliazione pubblica alla "settima arte", anche se questa volta, confesso, la tentazione è stata forte. Per me il solo sfiorare Fellini è un delitto di lesa maestà, non ho mai perdonato a Goffredo Fofi la stroncatura di "Amarcord" (Quaderni Piacentini n. 55 del 1975) fu un vero e proprio pugno nello stomaco per uno come me che considerava le recensioni piacentiniane una bibbia; ci avrebbe messo quasi vent'anni a ricredersi Fofi, con un'incredibile giravolta, infatti, nella nuova edizione del suo libro "Strana gente" (Donzelli, 1992) arrivò a definire "Amarcord" e "Roma" "capisaldi di una lettura antropologica dell'Italia di cui l'Italia aveva assoluto bisogno". Paolo Sorrentino ha un bel dire che non pensava a Fellini, "non esiste alcuna relazione tra il mio film e La dolce vita", ha dichiarato a Cannes. Il suo film è impregnato dei tòpoi felliniani più scontati: nani, ballerine, cardinali mondani, suore improbabili, fatalone decadenti, dandy decaduti, luoghi urbani stranianti e animali esotici "fuori luogo". A proposito di questi ultimi, inutile dire che la sua giraffa risulta più fuori posto di quanto non risultasse il rinoceronte nella scialuppa di salvataggio de "La nave va" e i suoi orrendi fenicotteri digitali non evocano nemmeno lontanamente la magia, per esempio, delle cicogne di Marco Ferreri nella scena finale de "La carne". Lì era tutto surreale, qui al massimo è grottesco. Sorrentino sciorina un ributtante campionario freaks e lo inserisce in una soffocante atmosfera da girone dantesco a cinque stelle, creando un indigeribile pastone che trasmette una sgradevole sensazione di compilativo e raccogliticcio. Materiali di seconda mano assemblati da un collante narrativo che non riesce né ad emozionare né a far riflettere. L'immagine di Roma che ne deriva è assieme barocca e cafona, che sarà magari aderente alla realtà di oggi ma non merita certo di essere raccontata con uno spot autocompiaciuto lungo due ore e mezza! A proposito di spot, stendiamo un velo pietoso sulle innumerevoli marchette pubblicitarie di cui è infarcito il film, roba da cinepanettone! Per non parlare poi della recitazione, Toni Servillo farebbe bene a prendersi una pausa di riflessione, non è gigioneggiando che si corona una mirabile carriera, un velo pietoso su Carlo Verdone che quando non fa ridere risulta patetico, manieristico Roberto Herlitzka, penosa (a livello di caso umano) Serena Grandi. Giganteggia, il che è quanto dire, la sola Sabrina Ferilli. Paolo Sorrentino non subirà l'onta che toccò a Bernardo Bertolucci che si dovette sorbire "Ultimo tango a Zagarol", lui la parodia se l'è fatta da solo.
Franco Arcidiaco



domenica 26 maggio 2013

TENTATIVO DI BILANCIO POSITIVO DELLA PARTECIPAZIONE DELLA REGIONE CALABRIA AL SALONE DEL LIBRO

Tempo di bilanci al Salone del Libro, si chiude dopo cinque giorni intensi e fortemente partecipati. La cultura calabrese si è imposta alla grande, superando gli scetticismi anche di chi, come il sottoscritto, aveva sottolineato il ruolo marginale assegnato agli editori dagli organizzatori dello stand. Ma scetticismo non vuol dire disfattismo e penso di averlo dimostrato con la mia frenetica attività a sostegno delle varie iniziative che si sono svolte. Quello che non mi sta bene è lo squallido giochetto che è stato messo in piedi per tentare di farmi passare per un guastatore invidioso e opportunista. Sulle note de "L'Avvelenata" di Guccini, invito tutti i miei colleghi editori che, pur condividendo il mio pensiero, hanno taciuto e magari mi hanno pure parlato alle spalle, a cambiare mestiere; “l’amico”che è andato in giro a riferire che io sarei stato beneficiato dalle passate giunte regionali e provinciali di centrosinistra è invitato, invece, ad andare a leggere negli archivi dei giornali il trattamento che ho riservato ai vari Tripodi, Cersosimo, Principe e Gioffrè. Io non ho mai considerato la politica come il cassetto dei miei bisogni, ho chiesto e chiedo servizi e opportunità, così come pretendo che eventuali risorse economiche vengano elargite con criterio ed equità. Brecht stava dalla parte del torto, io sto sempre dalla parte dell'opposizione, chiunque si trovi al governo. Detto questo, confermo con soddisfazione che il livello culturale espresso da noi calabresi in questo Salone è stato elevatissimo, tra gli eventi più significativi mi piace segnalare l'interessantissima conferenza su un fondamentale incunabolo – ovvero un hand printed book di fine ’400 – oggi conservato nella Biblioteca Palatina di Parma ed esposto nello stand regionale per questa occasione. Si tratta dell’unico esemplare, pressoché integro, che si conservi al mondo del primo libro stampato in ebraico con data certa: il Commento al Pentateuco del noto erudito e talmudista Šelomoh ben Yiṣḥaq, stampato a Reggio Calabria il 18 febbraio 1475 dai torchi dell’israelita Avraham ben Garṭon. L’operazione fu patrocinata – 0 tempora, o mores! – dai ricchi mercanti di seta reggini. Eravamo davvero agli albori dell'epopea tipografica. Bene hanno fatto l'instancabile e appassionato Gilberto Floriani e l'assessore Mario Caligiuri, che ha partecipato a tutte le fasi salienti del Salone, a sottolineare il valore inestimabile di questo reperto, a dimostrazione del ruolo di primo piano svolto nei secoli dalla Calabria sul piano culturale. Non mi soffermerò sugli altri innumerevoli e interessanti eventi, poiché lo hanno già fatto i giovani colleghi che mi hanno affiancato, non posso però far passare inosservato un aspetto che covava sotto la cenere ma è cresciuto a tal punto da rivelarsi un evento: i reading estemporanei, che hanno occupato gli spazi vuoti che si creavano nel normale svolgimento del programma. Cose mai viste fino a oggi allo Stand della Regione Calabria, ma inusuali anche per il Salone nel suo complesso! Con la complicità di quattro autrici giovani e spregiudicate, abbiamo organizzato un FLASHMOB addirittura in due riprese! Lo avevamo annunciato e lo abbiamo fatto; gli spazi istituzionali sono un bene comune e nessuno può impedire che vengano utilizzati nel rispetto, naturalmente, delle stesse prerogative per tutti. Alle 12 e alle 14 di sabato una pattuglia "rosa", scortata dal sottoscritto, nella parte di editore senza cappa e senza spada, ha occupato per due frazioni da 20' ciascuna, lo spazio meeting della Regione. Martina Bertola, Ilaria Fusè e Mariacarla Marini Misterioso, autrici de "L'elenco, morire in diretta", con Margherita Catanzariti, autrice di "Segui sempre il gatto bianco" , hanno dato vita a una performance che ha coinvolto un vastissimo pubblico. Si è creata una situazione surreale nella quale quattro autrici esordienti e incredule sono state travolte da applausi scroscianti degni delle più celebrate star della letteratura. Altro evento estemporaneo e coinvolgente si è svolto ieri, quando ho avuto la possibilità, grazie alla disponibilità di Gliberto Floriani, di concedere lo spazio incontro a una giovane di Bovalino studentessa a Torino, Chiara Nirta, che mi era venuta a proporre un reading improvviso. Il candore veemente che ha messo in campo ha raccolto un foltissimo pubblico, al punto da richiamare l'attenzione dell'assessore Caligiuri che ha dialogato a lungo con i numerosi giovani presenti, riuscendo finanche a sostenere, con notevole aplomb, l'intemerata di un NOTAV fuori controllo. Un grande momento di partecipazione popolare nato da una felice congiunzione di apertura mentale e spirito democratico. A un altr'anno dunque con entusiasmo, nella speranza che si sappia far tesoro di quanto di positivo, nonostante tutto, si è riusciti a produrre.
Franco Arcidiaco


EDITORIA RESISTENTE AL SALONE DI TORINO

"Quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola". Il celebre motto del politico nazista Baldur von Schirach, che erroneamente è sempre stato attribuito a Goebbels, non si addice certo a politici e burocrati della Regione Calabria. Loro piuttosto sfoderano proprio la cultura, salvo poi a utilizzarla per motivi bassamente clientelari. È normale, quindi, che in questo variopinto guazzabuglio di eventi messo in piedi per sostenere il progetto "Calabria Regione Ospite", si verifichino degli incontri di assoluto pregio e grande levatura culturale. D'altra parte quando scendono in campo personaggi del calibro di Vito Teti, Mimmo Gangemi, Carmine Abbate, Armando Vitale, Paola Bottero, Gianfranco Manfredi, Pino Rotta (per parlare solo di quelli incontrati nell'ultima mezz'ora) la partita la giochi sul velluto. Ma oggi ho preferito tenermi alla larga dallo stand della Regione, molti non hanno digerito la mia sortita sulla "deriva gastronomica" e non ho voluto creare ulteriori imbarazzi a quanti mi avevano dato ragione privatamente e non avevano alcuna voglia di farlo in pubblico. Sono andato allora alla ricerca di un editore "puro", per respirare una boccata di aria buona - tengo subito a precisare che la purezza in campo editoriale non attiene la sfera dei comportamenti etici personali -. Editore puro è il termine convenzionale con cui si designa l'editore di quotidiani, riviste, televisione e media in genere, quando tale attività sia esclusiva e non legata a gruppi finanziari che hanno interessi prevalenti in altri settori. Ma, secondo me, è anche "puro" l'editore di libri di medie e piccole dimensioni che ama il suo lavoro in modo viscerale e dalle istituzioni non pretende altro che servizi. Gli editori puri calabresi presenti con proprio stand al Salone sono meno delle dita di una mano, ci ho messo poco, quindi, a rintracciarne un esemplare. Michele Falco, figlio d'arte, "ma non figlio di papà" come tiene subito a precisare; titolare della Falco editore, ha un proprio stand, arioso e coloratissimo in posizione centrale. Sgombrando il campo da ogni equivoco, mi dice subito che ha speso una fortuna e nessuno gli rimborserà mai nulla; circostanza questa che ci porta entrambi a sottolineare, invece, come la Regione Piemonte sostenga economicamente gli editori che partecipano al Salone. "I soldi della Regione Calabria vanno a finire sempre nelle tasche dei soliti noti" dice Michele "mentre io ritengo che andrebbero sostenuti gli imprenditori che danno lustro alla Calabria". Entrambi rivolgiamo uno sguardo invidioso al vicino stand della Regione Puglia, enorme, ordinatissimo e soprattutto strapieno solo di libri. Michele, affiancato dalla sua attenta redattrice Erminia Madeo, mi parla con passione delle sue ultime creature. "Il coraggio di dire no" è la tragica storia di Lea Garofalo, che ha riempito le pagine di cronaca degli ultimi anni, scritta da un giornalista di Isernia, Paolo De Chiara. Michele, da editore di razza, ha commissionato il libro a questo bravo giornalista che gli era stato segnalato da Enrico Fierro (un nome una garanzia...). Tra la vasta e curatissima, anche dal punto di vista grafico, produzione di Falco mi intrigano altri due titoli; il primo si chiama "Morbi et Orbi", sottotitolo: Pedofilia, omosessualità e fede nella Chiesa di oggi. L'autore è il catanzarese Marco Angiletti, e la sua uscita fa iscrivere di diritto Michele nell'albo degli "editori coraggiosi". Caro Michele in quest'albo sono iscritto da un pezzo, ma solo per motivi anagrafici, anch'io. Ti debbo dire che mi sta sorgendo il dubbio che "coraggioso" per alcuni è inteso come sinonimo di "stupido"... Altro titolo intrigante è "Dieci misteri certosini", scritto dal giornalista Mirko Tassone; si tratta di un'antologia di tutte le storie, in gran parte bufale, che girano attorno alla Certosa di Serra San Bruno. Vere e proprie leggende metropolitane, tra le quali spicca quella riportata anche dal grande serrese Sharo Gambino che vorrebbe ospite della Certosa il pilota del bombardiere B29, il tristemente celebre Enola Gay, che avrebbe sganciato la bomba atomica su Hiroshima. Ieri mi domandavo di cosa parliamo quando parliamo di cultura, presso lo stand di Falco editore abbiamo trovato una prima risposta.
Franco Arcidiaco