Conosco personalmente, anzi di molti sono amico fraterno, gran parte dei firmatari del manifesto "Reggio rivendica il suo ruolo". Mi sono pure chiesto come mai non mi abbiano chiesto di sottoscrivere il loro, invero tardivo, grido di dolore. Non sono un delinquente, non sono un incivile, non sono uno sfruttatore, non sono un nemico di Reggio, non sono un buffone, non sono un evasore fiscale, non sono un perdigiorno, quindi perché non dovrei avere il diritto di firmare quel manifesto? Ho riflettuto un po' e alla fine sono arrivato a una conclusione: vuoi vedere che non mi hanno interpellato perché mi considerano un pericoloso estremista di sinistra e quindi, automaticamente, mi annoverano tra i nemici della città? So che qualcuno di loro ha anche votato, probabilmente a sua insaputa, per il centrosinistra, ma agli altri suggerirei di chiedere agli amati politici di centrodestra di smetterla di inserire nelle liste (e quindi nelle Istituzioni) delinquenti di ogni risma. Perché qui si sta deliberatamente confondendo la causa con l'effetto e i carnefici con le vittime. Secondo questi quattrocento gloriosi paladini della riggitanità, la città non l'ha infangata chi ha dilapidato ingenti risorse gettando nel lastrico centinaia di famiglie, né chi ha consentito (per incapacità o connivenza) di deturparla orrendamente, né chi ha eletto o fatto eleggere professionisti del malaffare, ma chi ha alzato la testa per indicare i colpevoli e per denunziare le loro malefatte. Cosa avrebbero dovuto fare, per lorsignori, i giornalisti? Fingere di non vedere, negare l'evidenza, inneggiare alle grandi capacità di politici e burocrati buoni solo a riempire le tasche proprie e dei comparelli di turno? Cosa avrebbero dovuto fare i politici dell'opposizione, sedersi al tavolo a dividere la torta o andare, come hanno giustamente fatto, alla Procura della Repubblica a depositare le prove del disastro del cosiddetto "Modello Reggio"? Suvvia amici non scherziamo, molti di voi, usi ad adagiare le terga su comodi divani di accoglienti salotti, fingete di non vedere lo sfacelo che vi circonda, forse per quieto vivere; altri, chiusi da mane a sera nei vostri studi professionali, pensate solo a prestare la vostra valorosa opera (magari ogni tanto dimenticando di emettere qualche ricevuta fiscale); altri (pochi) siete dei veri e propri compagni di merenda di quelli che hanno affossato la città; alcuni siete invece i classici professionisti dell'antimafia di sciasciana memoria e la vostra unica preoccupazione è quella di non urtare la suscettibilità del potere dominante che vi foraggia strumentalmente. Non metto in dubbio la genuinità della vostra sofferenza, ma vi suggerisco di trovare conforto ricorrendo a una lapalissiana considerazione: se si dovesse giungere allo scioglimento del nostro Comune per mafia, l'onta non ricadrebbe certamente su di voi e sulle altre svariate migliaia di cittadini onesti, ma sui politici corrotti e incapaci (che però, non dimenticate, molti di voi hanno votato) che hanno consentito questo stato di cose. Vivete l'eventuale scioglimento come una catarsi e andate, appena la legge lo consentirà, alle urne a testa alta e questa volta, però, cercate di non votare di nuovo i candidati sbagliati!
Franco Arcidiaco
venerdì 21 settembre 2012
lunedì 3 settembre 2012
MINCHIA NON SI IAPRI STRILL...
Minchia non si iapri Strill, cu sapi chi succiriu a Rriggiu! Martedì mi trovavo in una splendida azienda agri-vinicola di Milo alle pendici dell'Etna (a proposito da quelle parti sono cent'anni avanti rispetto a noi, ma questa è un'altra storia...); tra un bicchiere e l'altro mi sono appartato con il mio Ipad e ho aperto Strill pi viriri chi ssi rici a Rriggiu e quella maledetta trottolina continuava a girare a vuoto. Minchia cu sapi a 'ccu 'ttaccaru... Il mio vecchio cuore giustizialista (ormai direi forcaiolo) ha cominciato a battere all'impazzata, ho continuato a fare il tip tap sullo schermo e poi mi sono rassegnato a telefonare a mio fratello a Reggio. Ho saputo così dell'arresto dell'ennesimo consigliere regionale. A parte la facile battuta che a questo punto sarebbe conveniente trasformare direttamente Palazzo Campanella in un supercarcere, risolvendo così anche l'annoso problema dell'edilizia carceraria, ho riflettuto sulla triste condizione della nostra città. Come al solito mi ha aiutato l'arguta analisi di Giusva Branca e la sua considerazione sull'incapacità di percezione del problema da parte della società cosiddetta civile e sull'abbassamento delle difese immunitarie di onestà di ciascuno. A riprova però della peculiarità della situazione reggina, vorrei sottolineare anche l'irrompere sulla scena dell'inedita figura del "politico giustiziere". Con buona pace, infatti, dei teorici dell'antipolitica e dei sostenitori dei savonarola mediatici, la politica ha dimostrato di possedere gli anticorpi che mancano alla società civile. Non mi sembra azzardato dichiarare che senza l'iniziativa di politici di lungo corso quali Demetrio Naccari, Seby Romeo e Aurelio Chizzoniti, oggi saremmo ancora qui a trastullarci con le magnifiche sorti e progressive del Modello Reggio imbevendoci del verbo del nostro amato Governatore. Certo qualcuno potrà pur sostenere che sono stati mossi da poco nobili interessi personali ma, a parte il fatto che tale discorso può valere solo per Chizzoniti che ha un interesse diretto verso le disgrazie di Rappoccio, i poveri Naccari e Romeo non mi pare che siano diventati i paladini del popolo reggino. Naccari anzi è finito sotto il fuoco incrociato di dossier e ricostruzioni giornalistiche prêt-à-porter.
La cosiddetta società civile e le sue folcloristiche propaggini salottiere buone solo ad accendere qualche fiaccola, non hanno saputo far altro che pendere dalle labbra della magistratura inquirente e dell'ex inquilino dei piani alti del Cedir della cui roboante attività ha coraggiosamente parlato l'avv. Chizzoniti dalle stesse pagine di Strill. Evito di produrmi in divagazioni su argomenti di cui non ho conoscenza diretta, ma mi hanno fatto riflettere le parole di Giovanni Falcone a proposito di Giuseppe Pignatone, riportate in più occasioni da un giornalista attento e credibile quale Paride Leporace (vedi il sito "www.cadoinpiedi.it" e il suo libro "Toghe rosso sangue"). Sulla vicenda di Rappoccio, invece, mi fa sorridere il suo ineffabile atteggiamento che lo ha portato a querelarmi assieme al collega Giuseppe Baldessaro; dalle pagine del Quotidiano avevamo ironizzato sulla sua presenza all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario e lui, poverino, si era sentito offeso, che sensibilità! Come si dice in questi caso? Aspettiamo sereni che la Magistratura svolga il suo lavoro. Ma io aggiungo di aspettare (non molto sereno) che i reggini imparino a scegliere i propri candidati e a smetterla di ritenere la politica come il cassetto dei propri bisogni personali.
Franco Arcidiaco
La cosiddetta società civile e le sue folcloristiche propaggini salottiere buone solo ad accendere qualche fiaccola, non hanno saputo far altro che pendere dalle labbra della magistratura inquirente e dell'ex inquilino dei piani alti del Cedir della cui roboante attività ha coraggiosamente parlato l'avv. Chizzoniti dalle stesse pagine di Strill. Evito di produrmi in divagazioni su argomenti di cui non ho conoscenza diretta, ma mi hanno fatto riflettere le parole di Giovanni Falcone a proposito di Giuseppe Pignatone, riportate in più occasioni da un giornalista attento e credibile quale Paride Leporace (vedi il sito "www.cadoinpiedi.it" e il suo libro "Toghe rosso sangue"). Sulla vicenda di Rappoccio, invece, mi fa sorridere il suo ineffabile atteggiamento che lo ha portato a querelarmi assieme al collega Giuseppe Baldessaro; dalle pagine del Quotidiano avevamo ironizzato sulla sua presenza all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario e lui, poverino, si era sentito offeso, che sensibilità! Come si dice in questi caso? Aspettiamo sereni che la Magistratura svolga il suo lavoro. Ma io aggiungo di aspettare (non molto sereno) che i reggini imparino a scegliere i propri candidati e a smetterla di ritenere la politica come il cassetto dei propri bisogni personali.
Franco Arcidiaco
CARONTI STATTI AZZITTU E NON GRIRARI...
Sono certo che, una volta completata la lettura di questo libretto, il lettore non potrà far altro che manifestare un grande rammarico per l'incompiutezza dell'opera. Carmelo Lanucara, infatti, non è riuscito ad andare oltre la traduzione del terzo canto dell'Inferno, la malattia, provocata dagli stenti della detenzione nel carcere fascista, lo ha portato a morte prematura a soli quarant'anni. Con molta umiltà, nella sua breve prefazione, nega al suo lavoro alcuna qualità letteraria, salvo poi assumersi, con la sua proverbiale fierezza, ogni responsabilità filologica. La lettura di questi primi tre canti dell'Inferno dantesco è una vera goduria per i cultori del vernacolo, tanto più perché non ci troviamo al cospetto di una fredda traduzione letterale; Lanucara, infatti, procede ad una vera e propria nobilitazione del nostro dialetto adattandolo alla poetica musicalità del più grande poema di tutti i tempi. Suggerisco al lettore di procedere alla lettura dei tre Canti in dialetto affiancandola a quella degli originali. Si potrà così valutare l'estro fantastico con cui il nostro autore ha adattato i versi di Dante al dialetto reggino. Un esempio per tutti è costituito dalla lettura delle strofe del terzo canto che trattano di Caronte.
E il Duca a lui: Caron non ti crucciare, vuolsi così colá dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare diventa Mancu aviva finutu di parrari chi lu maestru meu ci' rispundiu: Caronti statti azzittu e non grirari pirchì cussì è la vuluntà di Diu.
Come vedete non si tratta di un semplice adattamento, Lanucara ha operato un vero intervento poetico con un risultato notevole sia dal punto di vista filologico che letterario; la sua ricerca della musicalità, però, non va a scapito del significato, notevole è infatti lo sforzo che egli produce per rendere comprensibile (e quindi popolare) il testo. In ciò Lanucara è memore della lezione di T. S. Eliot che nel 1942 (non dimentichiamo che il Novecento è il secolo dell'enfatizzazione della musicalità in poesia) scriveva: "La musica della poesia non esiste indipendentemente dal significato; altrimenti potrebbe esservi una poesia di grande bellezza musicale ma priva di senso (…). Una poesia è ‘musicale’ quando ha una duplice struttura, l’una di suono, l’altra di significati secondari nelle parole che la compongono; queste due strutture musicali sono indissolubili e fanno tutt’uno”.
Ma è evidente che dove il lavoro di Lanucara si rivela prezioso, è nella valorizzazione del dialetto, a cui operazioni come questa conferiscono indiscutibilmente lo status di lingua. E, parlando di dialetto, non si può non ricordare la lezione del grande Pier Paolo Pasolini il quale nel 1945 nell'atto costitutivo dell'Academiuta di lengua furlana così scriveva:
"Il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi. È solo parlato, a nessuno viene mai in mente di scriverlo. Ma se a qualcuno venisse quell'idea? Voglio dire l'idea di adoperare il dialetto per esprimere i propri sentimenti, le proprie passioni? […] con l'ambizione di dire cose elevate, difficili, magari; se qualcuno, insomma, pensasse di esprimersi meglio con il dialetto della sua terra, più nuovo, più fresco, più forte della lingua nazionale imparata nei libri? Se a qualcuno viene quella idea, ed è buono a realizzarla, e altri che parlano quello stesso dialetto lo seguono e lo imitano, e così, un po' alla volta, si ammucchia una buona quantità di materiale scritto, allora quel dialetto diventa lingua. La lingua sarebbe così un dialetto scritto e adoperato per esprimere i sentimenti più alti e segreti del cuore. […] L'Italiano una volta, tanti secoli fa, era anche lui solo un dialetto, parlato dalla povera gente, dai contadini, dai servitori, dai braccianti mentre i ricchi e quelli che avevano studiato parlavano e scrivevano in Latino. Il Latino era insomma come adesso è per noi l'Italiano, e l'Italiano (con il Francese, lo Spagnolo, il Portoghese), era un dialetto del Latino, come adesso, per noi, l'Emiliano, il Siciliano, il Lombardo… sono dialetti dell'Italiano. Ma ecco che saltano fuori, in Toscana, scrittori e poeti che vogliono sfogare con più sincerità e vivacità i loro affetti, e in modo che tutti li capiscano; e così si mettono a scrivere nel loro dialetto toscano. In dialetto toscano Dante scrive la sua Divina Commedia, in dialetto toscano Petrarca scrive le sue poesie, e così quel dialetto un poco per volta diventa lingua e sostituisce il Latino. E siccome tutti gli altri dialetti italiani non danno né documenti scritti né poeti, la lingua toscana si impone su tutti e diventa lingua italiana. Per venire a parlare del nostro dialetto, fra i dialetti d'Italia, il Friulano ha una fisionomia sua e ben distinta, per certi caratteri e certe forme antiche che conserva e che non lo fanno confondere con nessun altro. […] Purtroppo però il Friuli, per tante ragioni, non ha avuto in nessun tempo un gran poeta che cantasse nella sua lingua e che gli desse splendore e rinomanza; il Friuli ha sempre dovuto adoperare quella parlata per i poveri lavori dei contadini, dei montanari, dei mercanti per ordinare o chiedere di mangiare, di bere, di fare l'amore, di cantare, di lavorare. […] Quando un dialetto diventa lingua, ogni scrittore adopera quella lingua conforme le sue idee, il suo carattere, i suoi desideri. Insomma ogni scrittore scrive e compone in maniera diversa e ognuno ha il suo 'stile'. Quello stile è qualcosa di interiore, nascosto, privato e, soprattutto, individuale. Uno stile non è né italiano né tedesco né friulano, e di quel poeta e basta".
Se negli ultimi capoversi sostituiamo al termine "friulano" il termine "calabrese", oltre a renderci conto dell'immensità del pensiero pasoliniano, avremo una netta percezione dell'importanza del lavoro di Carmelo Lanucara. Alla sua memoria voglio dedicare questa splendida poesia del sommo poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta:
Un populu mentitilu a la catina,
spugghiatilu, attuppatici a vucca:
è ancora liberu.
Levatici u travagghiu, u passaportu,
a tavola undi mangia, u lettu undi dormi:
è ancora riccu.
Un populu diventa poveru e servu
quando 'nci arrobbanu a lingua addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poveru e servu
quandu i paroli non figghianu paroli
e si mangianu 'ntra iddi.
Mi 'nnaddugnu ora
mentri accordu a chitarra du dialettu
chi perdi na corda a lu jornu.
Ignazio Buttitta.
Franco Arcidiaco
E il Duca a lui: Caron non ti crucciare, vuolsi così colá dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare diventa Mancu aviva finutu di parrari chi lu maestru meu ci' rispundiu: Caronti statti azzittu e non grirari pirchì cussì è la vuluntà di Diu.
Come vedete non si tratta di un semplice adattamento, Lanucara ha operato un vero intervento poetico con un risultato notevole sia dal punto di vista filologico che letterario; la sua ricerca della musicalità, però, non va a scapito del significato, notevole è infatti lo sforzo che egli produce per rendere comprensibile (e quindi popolare) il testo. In ciò Lanucara è memore della lezione di T. S. Eliot che nel 1942 (non dimentichiamo che il Novecento è il secolo dell'enfatizzazione della musicalità in poesia) scriveva: "La musica della poesia non esiste indipendentemente dal significato; altrimenti potrebbe esservi una poesia di grande bellezza musicale ma priva di senso (…). Una poesia è ‘musicale’ quando ha una duplice struttura, l’una di suono, l’altra di significati secondari nelle parole che la compongono; queste due strutture musicali sono indissolubili e fanno tutt’uno”.
Ma è evidente che dove il lavoro di Lanucara si rivela prezioso, è nella valorizzazione del dialetto, a cui operazioni come questa conferiscono indiscutibilmente lo status di lingua. E, parlando di dialetto, non si può non ricordare la lezione del grande Pier Paolo Pasolini il quale nel 1945 nell'atto costitutivo dell'Academiuta di lengua furlana così scriveva:
"Il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi. È solo parlato, a nessuno viene mai in mente di scriverlo. Ma se a qualcuno venisse quell'idea? Voglio dire l'idea di adoperare il dialetto per esprimere i propri sentimenti, le proprie passioni? […] con l'ambizione di dire cose elevate, difficili, magari; se qualcuno, insomma, pensasse di esprimersi meglio con il dialetto della sua terra, più nuovo, più fresco, più forte della lingua nazionale imparata nei libri? Se a qualcuno viene quella idea, ed è buono a realizzarla, e altri che parlano quello stesso dialetto lo seguono e lo imitano, e così, un po' alla volta, si ammucchia una buona quantità di materiale scritto, allora quel dialetto diventa lingua. La lingua sarebbe così un dialetto scritto e adoperato per esprimere i sentimenti più alti e segreti del cuore. […] L'Italiano una volta, tanti secoli fa, era anche lui solo un dialetto, parlato dalla povera gente, dai contadini, dai servitori, dai braccianti mentre i ricchi e quelli che avevano studiato parlavano e scrivevano in Latino. Il Latino era insomma come adesso è per noi l'Italiano, e l'Italiano (con il Francese, lo Spagnolo, il Portoghese), era un dialetto del Latino, come adesso, per noi, l'Emiliano, il Siciliano, il Lombardo… sono dialetti dell'Italiano. Ma ecco che saltano fuori, in Toscana, scrittori e poeti che vogliono sfogare con più sincerità e vivacità i loro affetti, e in modo che tutti li capiscano; e così si mettono a scrivere nel loro dialetto toscano. In dialetto toscano Dante scrive la sua Divina Commedia, in dialetto toscano Petrarca scrive le sue poesie, e così quel dialetto un poco per volta diventa lingua e sostituisce il Latino. E siccome tutti gli altri dialetti italiani non danno né documenti scritti né poeti, la lingua toscana si impone su tutti e diventa lingua italiana. Per venire a parlare del nostro dialetto, fra i dialetti d'Italia, il Friulano ha una fisionomia sua e ben distinta, per certi caratteri e certe forme antiche che conserva e che non lo fanno confondere con nessun altro. […] Purtroppo però il Friuli, per tante ragioni, non ha avuto in nessun tempo un gran poeta che cantasse nella sua lingua e che gli desse splendore e rinomanza; il Friuli ha sempre dovuto adoperare quella parlata per i poveri lavori dei contadini, dei montanari, dei mercanti per ordinare o chiedere di mangiare, di bere, di fare l'amore, di cantare, di lavorare. […] Quando un dialetto diventa lingua, ogni scrittore adopera quella lingua conforme le sue idee, il suo carattere, i suoi desideri. Insomma ogni scrittore scrive e compone in maniera diversa e ognuno ha il suo 'stile'. Quello stile è qualcosa di interiore, nascosto, privato e, soprattutto, individuale. Uno stile non è né italiano né tedesco né friulano, e di quel poeta e basta".
Se negli ultimi capoversi sostituiamo al termine "friulano" il termine "calabrese", oltre a renderci conto dell'immensità del pensiero pasoliniano, avremo una netta percezione dell'importanza del lavoro di Carmelo Lanucara. Alla sua memoria voglio dedicare questa splendida poesia del sommo poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta:
Un populu mentitilu a la catina,
spugghiatilu, attuppatici a vucca:
è ancora liberu.
Levatici u travagghiu, u passaportu,
a tavola undi mangia, u lettu undi dormi:
è ancora riccu.
Un populu diventa poveru e servu
quando 'nci arrobbanu a lingua addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poveru e servu
quandu i paroli non figghianu paroli
e si mangianu 'ntra iddi.
Mi 'nnaddugnu ora
mentri accordu a chitarra du dialettu
chi perdi na corda a lu jornu.
Ignazio Buttitta.
Franco Arcidiaco
martedì 7 agosto 2012
RENATO NICOLINI E QUELLA CAPACITA' ERETICA DI TROVARSI SEMPRE A SINISTRA
È come se fosse crollato il Colosseo. Per Roma e per la cultura italiana la scomparsa di Renato Nicolini è una perdita irreparabile. E purtroppo non riesco a stabilire quanto la sinistra italiana sia consapevole di questo. Che la notizia della sua morte sia stata data in anteprima, su Twitter, da Stefano Di Traglia, portavoce del segretario del PD Bersani, lo trovo decisamente beffardo. Ho frequentato intensamente Renato negli ultimi tre anni, tra di noi si era creato un rapporto che ci aveva messo poco a superare la dimensione autore-editore e si era esteso alle nostre famiglie. Era diventata una piacevole consuetudine ritrovarci a cena tutti i martedì sera, quando Renato e Marilù si trovavano a Reggio per impegni universitari o teatrali. Renato aveva idee molto chiare sulla situazione italiana, le soluzioni che lui proponeva passavano tutte invariabilmente dal ruolo della cultura e dal suo riscatto dai lacciuoli della politica; per lui la cultura era un elemento fondamentale dell’identità del nostro Paese. Per tutta risposta il mondo della politica, sinistra in testa, gli riservava un’indifferenza che lo faceva soffrire moltissimo. Quando lo scorso 8 dicembre abbiamo presentato a Roma, al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, la nuova edizione del suo libro Estate Romana, la sala era gremita di protagonisti della cultura di quegli anni (molti) e di oggi (pochi) ma non c’era l’ombra di un politico. In compenso era diventato popolarissimo su Facebook con il gruppo “Rivogliamo Nicolini assessore alla cultura” che ad oggi registra 4.150 membri. La sua ironia, la sua intelligenza, il suo sterminato bagaglio culturale, uniti ad una capacità, direi eretica, di ritrovarsi sempre e comunque “a sinistra”, avevano trovato una nuova attenzione nel mondo giovanile. La malattia lo aveva sfiancato fisicamente ma non aveva per nulla intaccato queste sue capacità. Nel nostro recente ultimo incontro si lamentava del fatto che la rievocazione degli anni dell’Estate Romana riportasse automaticamente sulla scena gli Anni di piombo, ma sapeva bene che questa associazione, per quelli della nostra generazione, equivale ad un riflesso condizionato.
I libri di storia non lo scriveranno mai, ma quella parte di popolazione italiana nata negli anni ’50 è stata letteralmente derubata della fase della spensieratezza e della serenità che normalmente contraddistingue l’età della giovinezza. La tragica fine di Unidad Popular di Salvador Allende in Cile, il golpe dei colonnelli in Grecia, le minacce di colpo di stato in Italia, le piazze insanguinate dalle bombe della Cia, le menzogne di stato sull’attivismo dei cosiddetti opposti estremismi (in realtà si trattava di fascisti manovrati dai servizi segreti occidentali) e per finire le maledette Brigate Rosse, che di rosso avevano solo il colore del sangue innocente che versavano, ma la cui unica funzione era quella di tenere fuori il PCI dalle stanze del potere. Era questo il tragico scenario di quegli anni tremendi e bui, le relazioni sociali e la vita culturale inevitabilmente risentirono di quel clima e, dopo i fasti del ’68, si registrò un ripiegamento nel privato, ben descritto dai versi di Lucio Dalla nella splendida L’anno che verrà.
La nomina di Renato Nicolini ad assessore alla cultura di Roma, nel 1976, ed il conseguente avvio della macchina dell’ Estate Romana l’anno dopo, svolsero la funzione essenziale di rimuovere i “sacchi di sabbia vicino alla finestra” e stanare la gente dalle “case rifugio” in cui pensavano di aver trovato riparo. L’Effimero lungo nove anni rivoluzionò la vita culturale dell’intera nazione, l’essenza stessa dell’arte effimera si fece sistema, sostituendo gli stabili canoni convenzionali con l’instabilità di atti, gesti e situazioni che non avevano pretese di durata e di consistenza materiale. Fu il trionfo della libertà di espressione che emanava da azioni affrancate dal giogo scolastico di metodi e contenuti ormai stantii, si affermò un modello culturale dalla netta impronta esistenziale destinato (paradossalmente, vista la sua genesi) a durare nel tempo. L’Effimero dell’Estate Romana allargò a dismisura il campo delle esperienze creative e comunicative, nessuna forma di espressione fu preclusa grazie all’utilizzo dei più eterogenei materiali e strumenti, nonché le più diverse forme di linguaggio. La fotografia, la musica, la rappresentazione scenica e la poesia recitata (si inaugurò allora la fortunata esperienza dei reading), funsero da fattore contaminante delle arti convenzionali e non avrebbero mai più abdicato a questa funzione.
Cos’è rimasto oggi di quella esperienza? La nemesi storica ha voluto che quella contaminazione positiva subisse a sua volta una contaminazione, questa volta fatale. Ed oggi c’è addirittura qualcuno che pensa che le notti bianche, le sagre e le kermesse commerciali siamo figlie di quella memorabile stagione; il berlusconismo ha purtroppo inciso pure su questo e, minando fatalmente le basi etiche del Paese, ne ha conseguentemente inquinato il tessuto culturale. La trasfigurazione de l’Estate Romana nell’orgia commerciale delle Notti Bianche ne è la tragica dimostrazione. Renato Nicolini ha vissuto la seconda parte della sua vita nella nostra città, è stato infatti professore ordinario di Composizione Architettonica presso la Facoltà di Architettura e direttore artistico del laboratorio teatrale Le Nozze. Reggio Calabria, nella sua perenne, apatica, indifferenza decadente, non si è lasciata coinvolgere più di tanto dal suo entusiasmo, ingrata dell’enorme impegno profuso nella formazione di tanti giovani studenti e nel tangibile risultato ottenuto dalla battaglia avviata da lui e dalla sua cara Marilù Prati, per la riapertura del Teatro Siracusa.
Franco Arcidiaco
domenica 29 luglio 2012
EMAIL A UN POETA CHE CREDE DI AVER PUBBLICATO CON FELTRINELLI
Caro sig. Z. ho ritardato un po' di tempo a risponderle poichè, facendolo d'impulso, avrei rischiato di risultare scortese. Veda, io opero nel mondo editoriale da 40 anni e, almeno in questo campo, non sopporto di ascoltare bugie e mistificazioni. Quando lei mi viene a dire che ha pubblicato (per giunta gratuitamente) con la Feltrinelli fa un'offesa alla mia intelligenza e alla mia professionalità. Lei ha pubblicato (a pagamento) con quella squallidissima e vergognosa operazione che si chiama "Il mio libro.it", messa in piedi da uno dei più grandi (e voraci) gruppi editoriali italiani (Repubblica-L'Espresso) per turlupinare gli autori e per mettere in difficoltà gli editori liberi e indipendenti come il sottoscritto. Le hanno pubblicato (ripeto: a pagamento) le sue poesie senza che nessuno di loro le abbia mai lette, lei avrebbe potuto fornire anche pagine bianche e loro gliele avrebbero pubblicate lo stesso, si rende conto? E questa me la chiama editoria? Le hanno fatto pure credere che il suo libro è stato pubblicato dalla Feltrinelli ed è in vendita nelle librerie Feltrinelli! E' una balla colossale! Come fa a non rendersene conto? Lei è sicuramente un poeta bravo e sensibile, ma questo non l'autorizza ad estraniarsi dalla realtà, diventando preda di mistificazioni e raggiri. La nostra proposta è onesta ed estremamente corretta. Noi le avremmo pubblicato il libro veramente e, soprattutto, l'avremmo fatto solo dopo averlo giudicato, letto, corretto e commentato; inoltre le avremmo fornito (realmente) 100 copie (pagate ad un prezzo irrisorio) ed avremmo messo in vendita il suo libro nelle librerie tramite un distributore nazionale e su tutte le librerie on-line. Le sembra la stessa cosa? Mi perdoni lo sfogo ma mi sembrava giusto che lei prendesse atto della realtà.
Un cordiale saluto, Franco Arcidiaco, Città del sole edizioni.
Il 20/07/12 17.50, XXXXXXX@virgilio.it ha scritto:
Preg.mo Direttore, La ringrazio per la sua proposta, ma ho già pubblicato con un altra casa editrice. L'obbligatorietà delle 100 copie costituisce un vincolo poco adatto alle mie esigenze. Ho già pubblicato è inutile nasconderlo con la Feltrinelli che non mi ha recato tali vincoli. Avrei voluto far conoscere la mia penna con voi e nella regione (cosa tra l'altro già fatta con il concorso Nosside a cui sto ultimamente partecipando). Per soddisfare la Sua curiosità, le invio in allegato una poesia già pubblicata basata su un tema estremamente e tristemente conosciuto. Se vuole, e mi farà immenso piacere, mi dia pure un parere, e se ha qualche idea per manifestare altri miei scritti inediti, anche con altra soluzione, sono a disposizione. Onorato di averla visionata.
Distinti Saluti B.Z.
Un cordiale saluto, Franco Arcidiaco, Città del sole edizioni.
Il 20/07/12 17.50, XXXXXXX@virgilio.it ha scritto:
Preg.mo Direttore, La ringrazio per la sua proposta, ma ho già pubblicato con un altra casa editrice. L'obbligatorietà delle 100 copie costituisce un vincolo poco adatto alle mie esigenze. Ho già pubblicato è inutile nasconderlo con la Feltrinelli che non mi ha recato tali vincoli. Avrei voluto far conoscere la mia penna con voi e nella regione (cosa tra l'altro già fatta con il concorso Nosside a cui sto ultimamente partecipando). Per soddisfare la Sua curiosità, le invio in allegato una poesia già pubblicata basata su un tema estremamente e tristemente conosciuto. Se vuole, e mi farà immenso piacere, mi dia pure un parere, e se ha qualche idea per manifestare altri miei scritti inediti, anche con altra soluzione, sono a disposizione. Onorato di averla visionata.
Distinti Saluti B.Z.
sabato 30 giugno 2012
TOMMASO ROSSI E L’IMPEGNO TOTALIZZANTE DELLA POLITICA
“Se c’è una cosa che oggi, dopo una milizia così lunga ed un impegno così forte ed appassionato, rimetterei in discussione in modo problematico è se sia stato giusto vivere la politica in maniera così totalizzante. E’ un punto di fondo per chi ha fatto le scelte che ho fatto io… A tutti i momenti della mia quotidianità si è sempre sovrapposto il Partito, questa volta con la P maiuscola. Al partito era naturale sacrificare esigenze familiari e rapporti sociali.” Con questa riflessione, Tommaso Rossi, storico leader del PCI calabrese scomparso ieri a Reggio all’età di 85 anni, chiudeva la sua biografia Il lungo cammino. È una riflessione comune a molti esponenti politici della sua generazione ed a pochissimi di quelle successive e si riferisce al modo in cui quei militanti affrontavano il proprio presente storico. Paradossalmente negli ultimi anni il dibattito pubblico-privato è tornato in auge ma, molto più miseramente, in riferimento alle mirabolanti imprese sessuali dell’ex presidente del consiglio. Lo slogan “il privato è politico” era uno dei dogmi del ’68, un monito per i militanti che, anche nella vita privata, dovevano tener conto degli obblighi derivanti dalla delicatezza della missione che era stata loro assegnata. Tommaso Rossi era nato a Cardeto nel 1927 e aveva partecipato alla Resistenza come volontario nel Corpo Italiano di Liberazione quando ancora non aveva 17 anni. Iscritto al PCI dal 1944, è stato segretario della Federazione reggina e catanzarese e del Comitato regionale. Ha fatto parte del Comitato Centrale del PCI dal 1968 al 1984. Durante le occupazioni delle terre del 1950 è stato arrestato a Taurianova; stessa disavventura l’anno dopo in occasione di uno sciopero studentesco anti-Usa. È stato consigliere comunale a Reggio, Consigliere Regionale per quindici anni e, dal 1985 al 1989, parlamentare europeo. Anche da “pensionato” della politica non ha mancato di far sentire la sua voce, anche attraverso gli schermi di RTV, e con la partecipazione attiva a dibattiti e iniziative politiche e culturali. La vita di Tommaso Rossi non è stata una tranquilla passeggiata e, purtroppo, alle difficoltà e ai contrasti del lavoro politico ha dovuto sommare le vicissitudini della vita privata; dalla morte del giovanissimo fratello Ninetto (di tre anni più grande di lui), a quella, dolorosissima, della sua amata secondogenita Lidia. In questi ultimi anni, poi, ha vissuto il dramma della lunga malattia della moglie Anita e della cognata Silvana Croce, entrambe storiche militanti femministe del Pci, che ha assistito con amorevole dedizione. Il “privato” quindi ha presentato il suo conto al “politico” ed è stato un conto pesante che però non ha scalfito minimamente la rocciosa volontà di Tommaso e la passione francescana con la quale ha svolto il suo ruolo. Anche nei periodi in cui non esercitava alcuna funzione ufficiale, Rossi era percepito come “l’eminenza grigia” del PCI calabrese. Ho militato nella sua stessa sezione, la mitica “Nino Battaglia” di Tremulini, che era considerata il laboratorio della politica reggina; quando noi giovani militanti eravamo invitati a partecipare agli “attivi” con i dirigenti, passavamo notti insonni a preparare gli interventi, altro che esami universitari… Una dimensione della politica che ha forgiato una classe dirigente che ha saputo mantenere la barra dritta nei duri anni della strategia della tensione e delle piazze italiane insanguinate dai servizi segreti occidentali. Un patrimonio che è stato spazzato via dalla scellerata svolta della Bolognina, che ha cancellato con un colpo di spugna l’unico partito politico del quale la democrazia italiana non aveva alcun motivo di vergognarsi. Negli ultimi anni ho frequentato assiduamente Tommaso in occasione della pubblicazione della sua autobiografia presso la mia casa editrice. Mi ha consegnato il primo manoscritto con grande umiltà, dichiarandosi disponibile ad accettare le mie eventuali osservazioni; mi sono subito reso conto che il lavoro era scisso nettamente in due parti, la prima nella quale, dimostrando anche una grande vena letteraria, descriveva, con forza suggestiva, le condizioni delle popolazioni contadine aspromontane riassumendo i temi del pensiero meridionalista; la seconda nella quale ricostruiva la storia del PCI calabrese inquadrandola contestualmente agli eventi nazionali ed internazionali. Dopo un primo esame del testo gli ho detto che la parte politica mi sembrava condotta con un tono un po’ ecumenico, non mi sembrava infatti di ravvedere traccia delle tensioni e delle lotte, anche aspre, che avevano contrassegnato il partito soprattutto negli anni ’70. Non avevo fatto i conti con la quintessenza del Pci. Tommaso Rossi che incarnava, anche fisionomicamente, la figura del dirigente comunista integerrimo, aveva trascritto la storia alla luce del “centralismo democratico”, quella sana dottrina che consentiva al partito di far trapelare dalle stanze delle federazioni una politica unitaria, che era però figlia di un dibattito acceso e veemente del quale nulla doveva trapelare all’esterno. Emblematiche sono le pagine in cui Rossi parla della rivolta di Reggio; senza esitazione spazza via ogni tentativo di sdoganamento della rivolta da parte della Sinistra, la bolla come operazione eversiva e ne giustifica la dura depressione da parte dello stato. Una volta uscito il libro, Tommaso si è impegnato, in un gravoso tour di presentazioni per tutta la Calabria raccogliendo consensi unanimi ed entusiastici. Figure come quella di Tommaso Rossi sono l’emblema della buona politica, della quale purtroppo oggi non si intravede traccia. Con la scomparsa di personaggi come lui, la Sinistra non perde solo dei grandi dirigenti ma anche le proprie radici; quelle radici che gli attuali leader, che si definiscono di sinistra solo per distinguersi dall’altra parte politica, tendono ad ignorare fino a rinnegare il valore delle basi teoriche ed etiche dell’ideologia comunista. Voglio sperare che ai funerali di Tommaso, vecchi e giovani militanti, in uno scatto di dignità, non abbiano remore a sventolare le bandiere rosse ed intonare L’Internazionale e Bandiera Rossa.
domenica 10 giugno 2012
NON C'ERA BISOGNO DI SCOMODARE GUCCINI...
Se c'è ancora qualcuno che non crede al valore degli ebook, questo libro è fatto apposta per fargli cambiare idea. Parlo del "Dizionario delle cose perdute" di Francesco Guccini edito da Mondadori nella paracula collana denominata "libellule". Il libro ha una veste grafica eccezionalmente intrigante, riprende il logo di un pacchetto di sigarette in voga negli anni '60 (le "Nazionali Esportazioni") e sprigiona un fascino vintage irresistibile per quelli come me, che Camilleri definirebbe "sessantini". L'ho individuato subito in libreria e l'ho portato alla cassa come un automa, senza nemmeno sfogliarlo e/o annusarlo. Centoquaranta pagine di ricordi scritti con uno stile da "blogghista" di provincia, dove solo raramente s'intravede il magnifico estro gucciniano. Probabilmente il maestro ha tenuto troppo a lungo nel cassetto l'ideona e poi l'ha fatta pubblicare in fretta e furia quando si ė reso conto che, come minimo, gliela avevano già rubata un paio di migliaia di persone. A fine lettura ti ritrovi in mano un bell'oggetto che ti è costato dieci euro ma che fatichi a ritener degno di essere ospitato tra gli scaffali della tua biblioteca, avresti fatto meglio ad acquistarlo in formato ebook, spendendo la metà della cifra, te lo ritroveresti sempre sottomano pronto da spiluccare in caso di attacco di irrefrenabile nostalgia senile. Il libro, come dice lo stesso autore è fatto per quelli che "...oggi, non tanto più sereni ma, diciamo, distaccati, vogliamo voltarci indietro e riguardare con affettuosa rimembranza a tante piccole cose che abbiamo incontrato e che, come tante altre cose andate, più che andarsene ci sono volate via." Nei vari capitoli, Guccini sciorina tutta una serie di episodi di vita vissuta, contrassegnati dalla presenza di oggetti ormai scomparsi e di modi di fare conseguenti al loro utilizzo che, inevitabilmente, finiscono per scatenare in chi legge (oltre a prevedibili tempeste emotive) cascate di frammenti mnemonici col rischio della deriva patetica sempre in agguato. Qual è il senso di un'operazione editoriale del genere? Diciamo subito che, fatta dal principale editore italiano, è paradigmatica dello stato in cui versa l'editoria nazionale. I bestseller di oggi sono confezionati in laboratorio dagli Editor delle principali case editrici. Fino a qualche anno addietro in Italia il grande bestseller appariva imprevedibile, contrariamente a quanto succedeva nel mondo anglosassone dove gli "ingegneri di storie" costruivano con grande abilità successi un po´ tutti uguali. Si pensi ai bestselleristi "seriali", come Wilbur Smith, Tom Clancy, Stephen King o, addirittura, a quelli "postumi", come Robert Ludlum, che, anche da morto, ogni anno piombava in classifica con un nuovo libro. In Italia, diciamo da Camilleri in poi, si è scoperto l'arcano e le squadre di ghostwriter italiane si sono via via sempre più infoltite e specializzate. Camilleri prima, Faletti poi e quindi, ciliegina sulla torta, Gomorra, hanno segnato il nuovo corso dell'editoria commerciale italiana. Oggi il prodotto-libro è un oggettino perfetto fatto apposta per non sfigurare negli scaffali di quei caotici bazar che sono diventate le grandi librerie italiane. Provate a entrare in una delle nuove Feltrinelli delle grandi stazioni e vi troverete nel punto di arrivo della parabola culturale della sinistra italiana: dal traliccio di Segrate, dove trovò la morte il rivoluzionario-romantico-sognatore Giangiacomo, il capostipite, al vortice consumistico in cui è precipitata la sua creatura per mano dei suoi avidi eredi. Oggi le Feltrinelli rifiutano i libri degli editori indipendenti italiani e non accettano più le riviste alternative, alle quali un tempo dedicavano un'intera sezione delle librerie; in compenso ospitano in prima fila, oltre a tutta la paccottiglia di cui sopra e a gadget di ogni tipo, i frutti di quella squallida operazione di onanismo editoriale inventata dal gruppo "Repubblica-L'Espresso" (a proposito di degenerazione della Sinistra...) che risponde al nome de "Il mio libro.it". Schiere di improbabili scrittori-poeti-saggisti si ritrovano tra gli scaffali delle Feltrinelli con libri auto pubblicati (e auto pagati) in un delirio narcisistico e non si rendono conto di essere vittime di una delle più squallide operazioni commerciali partorite da questo agonizzante scorcio di post capitalismo. Nel frattempo i piccoli e medi editori, che ancora si ostinano a pubblicare libri di qualità e a coltivare un rapporto corretto e paritario con gli autori, annaspano tra le maglie di una distribuzione soffocante e monopolista. Dispiace che in questo meccanismo sia rimasto incastrato anche un guru come Francesco Guccini. Il suo "Dizionario" è stato preceduto, qualche anno addietro, dal "Mi ricordo" di Matteo B. Bianchi (2004) che a sua volta aveva mutuato le idee dell'americano Joe Brainard ("I remember", 1970) e del francese Georges Perec ("Je me souvien",1978), libri che altro non sono che un elenco di ricordi, senza un ordine preciso, né logica. Tuffi nella memoria individuale di chi scrive, che offre al lettore uno specchio nel quale ritrovare abitudini, oggetti, personaggi e luoghi sepolti nel tempo. Io stesso ho nel cassetto, da oltre dieci anni, un lavoro del genere ma, non essendo Guccini, dubito di aver mai l'occasione di pubblicarlo, a meno che non decida di ricorrere prima o poi alla pratica onanistica suggerita dai compagni di "Repubblica" e alla quale ha ceduto di recente anche il vecchio amico Nando Minnella.
Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute
Mondadori 2012, Pagg. 144, euro 10,00
Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute
Mondadori 2012, Pagg. 144, euro 10,00
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