Son giorni in cui è fondamentale che la buona informazione giunga rapidamente e integralmente a lettori di giornali e libri e agli utenti dei mezzi di radio e tele comunicazione. Vediamo come reagisce il settore:
1) APPREZZABILE il DPCM che autorizza le edicole a rimanere aperte.
2) DETESTABILE la decisione di alcuni quotidiani, non tutti per fortuna, di pubblicizzare nei “piedoni” pubblicitari della prima pagina cartacea la versione digitale!
3) APPREZZABILE la decisione di alcuni quotidiani digitali di “liberare” gran parte dei contenuti.
4) DETESTABILE la campagna di riduzione dei prezzi degli abbonamenti digitali approfittando di questa emergenza, è una forma di sciacallaggio ammantata di magnanimità.
5) DETESTABILE l’incredibile comportamento di RAIPLAY che ha inserito nell’APP una miriade di spot pubblicitari che interrompono continuamente addirittura i titoli dei telegiornali di Rainews24.
6) DETESTABILE la campagna di ilmiolibro.it che aggrava le condizioni di un settore in agonia, offrendo agli aspiranti scrittori la possibilità di stamparsi gratis una copia del loro libro.
Per stasera mi fermo qui ma temo che sarò costretto ad aggiornare il report giorno per giorno.
sabato 14 marzo 2020
mercoledì 11 marzo 2020
IL SOLIPSISMO POETICO DI BARTOLO CATTAFI
Quando Schopenhauer parlava del solipsismo come “una piccola fortezza di confine” che mai potrà essere espugnata, ma che paradossalmente imprigiona le sue stesse truppe e quindi non costituisce pericolo per chi le passa vicino, non pensava certo alla poesia di Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, 1922 – Milano 1979).
Oggi che finalmente, grazie all’immane lavoro di Diego Bertelli, giornalista e critico letterario, l’intera produzione poetica del nostro è stata classificata, organizzata e pubblicata in un poderoso volume, si può accostare certamente questa originale voce della poesia italiana al solipsismo che, in aderenza alla sua natura, non ha mai prodotto un vero e proprio movimento culturale.
Questa accurata e completa edizione (ben 964 pagine tra poesie, apparato critico, bibliografia e indici) raccoglie in modo organico i versi di Cattafi finora rimasti dispersi o disponibili solo in forma antologica. Il lettore trova qui raccolta tutta la sua produzione poetica, corredata da una dettagliata cronologia, da un ampio apparato di notizie sui testi e da una poderosa e aggiornata bibliografia. Il volume è arricchito da una serie di appendici in cui sono riunite le poesie disperse e quelle edite in plaquette, libri d’artista e edizioni per bibliofili. L’introduzione di Raoul Bruni, critico letterario e docente universitario, riesamina la collocazione di Cattafi nel quadro della poesia italiana del Novecento, sottolineando come il caso di questo poeta rappresenti “il caso più clamoroso di sottovalutazione critica”, ma precisa che il Novecento italiano è stato anche il secolo degli irregolari, dei marginali e degli eccentrici, “il cui valore intrinseco è stato riconosciuto solo tardivamente, o attende ancora un riconoscimento adeguato, proprio a causa della mancanza di sintonia con lo spirito del tempo”.
Ascoltiamo però lo stesso Cattafi, sentite come parla della sua poesia: “La storia dei miei versi non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi. Non mi riesce di capire il mestiere di poeta, i ferri, il laboratorio di questo mestiere. Quello del poeta è per me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini”.
In Cattafi c’è infatti sempre un’idea cruda, naturale, originalissima della poesia, ma ciò non va a scapito della qualità e della musicalità del verso; il suo lavoro di continua limatura balza agli occhi evidente e produce un effetto repentino, che sorprende per l’inesorabile naturalezza con cui penetra il lettore. Un percorso poetico estremamente personale che rovescia nel verso gli oggetti della vita quotidiana, dal cibo, agli attrezzi di lavoro, alle suppellettili, agli arredi della casa, ai particolari anatomici, alle malattie, alla morte, a un fantastico bestiario che non trascura il mondo degli insetti, a incursioni enigmistiche al limite della sciarada o dell’acrostico. Il disincanto e la fisicità, lasciando intravedere solo sullo sfondo il confine metafisico, sono talmente rimarcati nel suo mondo poetico, dal far risultare straniante il tema pur presente, soprattutto nelle ultime poesie, della fede e della ricerca di Dio.
In realtà Cattafi non è stato propriamente trascurato dal mondo editoriale, Mondadori ha pubblicato ben dieci suoi libri e in collane prestigiose quali Lo Specchio e gli Oscar, quello che almeno fino ad oggi gli è mancato è stato il riconoscimento della critica e del grande pubblico. Un poeta certamente difficile più che criptico (la componente lirica viene sempre meno nel suo lavoro), discontinuo nella produzione (un’attesa di otto anni tra un libro e l’altro è imperdonabile nel mondo dell’editoria italiana). Il Cattafi che personalmente amo di più è quello delle poesie brevi (per carità niente a che fare con i modaioli e inflazionati haiku) fulminanti, delle quali ora vi darò cinque fulgidi esempi, sentiamo però prima il grande critico Giovanni Ramboni: “ Se ci affidiamo all’orecchio, certe poesie di Cattafi ci sembrano veri e propri epigrammi: preparazione cauta ma rapida, poi lo scatto bruciante, il veleno”.
IPOTESI
Avanzammo le ipotesi migliori.
Non ressero,
al lume dei fatti
andarono in frantumi.
Avanzammo le altre, le peggiori.
La mente è un’abile,
astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto.
Ricompose col mastice i frantumi.
COSTRIZIONE
Siamo ora costretti al concreto
a una crosta di terra
a una sosta d’insetto
nel divampante segreto del papavero.
MARZO E LE SUE IDI
Di tutto diffido
del pugnale di bruto
della tenera carne di cesare
dello stesso destino
che passi presto il tempo
vengano alfine marzo e le sue idi.
COLPO A DEDALO
Avremo inferto
un grave colpo a dedalo
se in piena luce
in luogo aperto
studieremo l’inganno della lana
con cui è fatto il filo che conduce
alla tortuosa complessità d’arianna.
BRANDELLO
Ciò che vola che fugge innanzi a te
che dalla mano tesa s’allontana
per sua natura cambia sempre forma
è un tuo brandello lanciato con dolore
su strade impraticabili
e il vento della corsa lo trasforma.
Franco Arcidiaco
Bartolo Cattafi, Tutte le poesie, a cura di Diego Bertelli,
Editoriale Le Lettere, pagg. 964, € 60,00
Oggi che finalmente, grazie all’immane lavoro di Diego Bertelli, giornalista e critico letterario, l’intera produzione poetica del nostro è stata classificata, organizzata e pubblicata in un poderoso volume, si può accostare certamente questa originale voce della poesia italiana al solipsismo che, in aderenza alla sua natura, non ha mai prodotto un vero e proprio movimento culturale.
Questa accurata e completa edizione (ben 964 pagine tra poesie, apparato critico, bibliografia e indici) raccoglie in modo organico i versi di Cattafi finora rimasti dispersi o disponibili solo in forma antologica. Il lettore trova qui raccolta tutta la sua produzione poetica, corredata da una dettagliata cronologia, da un ampio apparato di notizie sui testi e da una poderosa e aggiornata bibliografia. Il volume è arricchito da una serie di appendici in cui sono riunite le poesie disperse e quelle edite in plaquette, libri d’artista e edizioni per bibliofili. L’introduzione di Raoul Bruni, critico letterario e docente universitario, riesamina la collocazione di Cattafi nel quadro della poesia italiana del Novecento, sottolineando come il caso di questo poeta rappresenti “il caso più clamoroso di sottovalutazione critica”, ma precisa che il Novecento italiano è stato anche il secolo degli irregolari, dei marginali e degli eccentrici, “il cui valore intrinseco è stato riconosciuto solo tardivamente, o attende ancora un riconoscimento adeguato, proprio a causa della mancanza di sintonia con lo spirito del tempo”.
Ascoltiamo però lo stesso Cattafi, sentite come parla della sua poesia: “La storia dei miei versi non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi. Non mi riesce di capire il mestiere di poeta, i ferri, il laboratorio di questo mestiere. Quello del poeta è per me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini”.
In Cattafi c’è infatti sempre un’idea cruda, naturale, originalissima della poesia, ma ciò non va a scapito della qualità e della musicalità del verso; il suo lavoro di continua limatura balza agli occhi evidente e produce un effetto repentino, che sorprende per l’inesorabile naturalezza con cui penetra il lettore. Un percorso poetico estremamente personale che rovescia nel verso gli oggetti della vita quotidiana, dal cibo, agli attrezzi di lavoro, alle suppellettili, agli arredi della casa, ai particolari anatomici, alle malattie, alla morte, a un fantastico bestiario che non trascura il mondo degli insetti, a incursioni enigmistiche al limite della sciarada o dell’acrostico. Il disincanto e la fisicità, lasciando intravedere solo sullo sfondo il confine metafisico, sono talmente rimarcati nel suo mondo poetico, dal far risultare straniante il tema pur presente, soprattutto nelle ultime poesie, della fede e della ricerca di Dio.
In realtà Cattafi non è stato propriamente trascurato dal mondo editoriale, Mondadori ha pubblicato ben dieci suoi libri e in collane prestigiose quali Lo Specchio e gli Oscar, quello che almeno fino ad oggi gli è mancato è stato il riconoscimento della critica e del grande pubblico. Un poeta certamente difficile più che criptico (la componente lirica viene sempre meno nel suo lavoro), discontinuo nella produzione (un’attesa di otto anni tra un libro e l’altro è imperdonabile nel mondo dell’editoria italiana). Il Cattafi che personalmente amo di più è quello delle poesie brevi (per carità niente a che fare con i modaioli e inflazionati haiku) fulminanti, delle quali ora vi darò cinque fulgidi esempi, sentiamo però prima il grande critico Giovanni Ramboni: “ Se ci affidiamo all’orecchio, certe poesie di Cattafi ci sembrano veri e propri epigrammi: preparazione cauta ma rapida, poi lo scatto bruciante, il veleno”.
IPOTESI
Avanzammo le ipotesi migliori.
Non ressero,
al lume dei fatti
andarono in frantumi.
Avanzammo le altre, le peggiori.
La mente è un’abile,
astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto.
Ricompose col mastice i frantumi.
COSTRIZIONE
Siamo ora costretti al concreto
a una crosta di terra
a una sosta d’insetto
nel divampante segreto del papavero.
MARZO E LE SUE IDI
Di tutto diffido
del pugnale di bruto
della tenera carne di cesare
dello stesso destino
che passi presto il tempo
vengano alfine marzo e le sue idi.
COLPO A DEDALO
Avremo inferto
un grave colpo a dedalo
se in piena luce
in luogo aperto
studieremo l’inganno della lana
con cui è fatto il filo che conduce
alla tortuosa complessità d’arianna.
BRANDELLO
Ciò che vola che fugge innanzi a te
che dalla mano tesa s’allontana
per sua natura cambia sempre forma
è un tuo brandello lanciato con dolore
su strade impraticabili
e il vento della corsa lo trasforma.
Franco Arcidiaco
Bartolo Cattafi, Tutte le poesie, a cura di Diego Bertelli,
Editoriale Le Lettere, pagg. 964, € 60,00
domenica 8 marzo 2020
LA VITA ASESSUATA DI UNO SCHIAVO D’AMORE
William Somerset Maugham (1874-1965), romanziere e commediografo fra i più popolari del Novecento, è stato un personaggio controverso soprattutto nell’ambiente della critica.
Benché a differenza di molti suoi colleghi non ne abbia mai fatto mistero, pochi sanno che W. S. Maugham è stato a lungo un importante agente segreto al servizio di Sua Maestà Britannica. È evidente pertanto che il giudizio sullo scrittore, non deve essere condizionato dalla sua biografia; in questa trappola sono caduti molti suoi critici, ma non Glenway Wescott, suo estimatore, che ha messo in guardia il lettore dal non cercare tra le pagine di Maugham profondità di pensiero troppo in evidenza; ma di “imparare a riconoscere la sua idea in quell’involucro di realtà -un episodio, un dialogo, una breve sequenza di causa ed effetto- dove hanno origine le idee”. E questo vale anche e soprattutto per il celeberrimo “Schiavo d’amore” uscito nel 1915.
D’altra parte lo stesso Maugham avverte: “… Non mirai più a una prosa ingioiellata, a una ricca tessitura, per il cui dominio avevo in precedenza sprecato molto lavoro in vani tentativi: cercai al contrario chiarezza e semplicità. … Of Human Bondage non è un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico: realtà e finzione sono inestricabilmente frammiste; le emozioni sono mie, ma non tutti i fatti sono riferiti come avvennero, e alcuni di quelli attribuiti al mio eroe non provengono dalla mia vita bensì da quella di persone che conoscevo intimamente”. Maugham è comunque maestro di scrittura descrittiva sia di personaggi, caratteri e stati d’animo, che di luoghi e paesaggi. “L’estate piombò sul paese come una conquistatrice. Ogni giornata era bella. L’azzurro arrogante del cielo eccitava i nervi come uno sprone. Nell’Anlage gli alberi erano di un verde crudo e violento; e le case, quando il sole le avvolgeva, avevano un biancore abbagliante che stimolava fino a far male”.
“Schiavo d’amore” è un titolo fuorviante (anche se una volta tanto rispetta l’originale), il protagonista Philip Carey è sì un uomo ossessionato da una donna (nemmeno tanto fatale nel senso comune del termine) ma non troverete tra le 619 pagine del romanzo una sola scena di erotismo. Siamo al cospetto di un romanzo completamente asessuato, dove l’autore quando descrive i personaggi (donne o uomini che siano) indugia più sui difetti -anche fisici- che sui pregi; soprattutto quando si tratta di donne, sembra godere a descriverne la bruttezza o la malagrazia. Negli atelier dei pittori parigini che frequenta, trova solo modelle di “scarsa venustà”, fatto salvo lo spagnolo Miguel che lo intriga e lo inibisce. Parlando della sua “prima volta” con Miss Wilkinson, Philip non trova di meglio che definire “grottesca” l’immagine dell’amante in sottoveste.
Philip teme le donne ardite, che i suoi amici invece amano frequentare; “aveva sempre nascosto, sotto un altero disdegno, il terrore di cui quelle ragazze lo colmavano. La sua fantasia e i libri che aveva letto gli ispiravano il desiderio di un atteggiamento byroniano, ed egli era lacerato tra una morbosa timidezza e la convinzione di avere verso sé stesso l’obbligo di essere galante”.
Philip è affetto da piede equino e tale handicap ha ossessionato e condizionato la sua adolescenza, per giunta vissuta da orfano adottato da uno zio vicario di provincia. Da questa formazione religiosa forzata, Philip trae per fortuna solo la passione per la lettura grazie alla ricca biblioteca dello zio: “Insensibilmente si formò in lui l’abitudine più deliziosa del mondo, l’abitudine alla lettura. Philip non sapeva di procurarsi così un rifugio da tutte le afflizioni della vita; e nemmeno sapeva di creare per sé un mondo irreale che avrebbe fatto del mondo reale quotidiano una fonte di amare delusioni”.
I problemi con lo zio cominciano quando in Philip inizia a vacillare e poi a crollare definitivamente la fede. “…aveva cominciato a rendersi conto di essere la creatura di un Dio che apprezzava i disagi dei suoi fedeli”. “Ma Philip non poteva vivere a lungo nell’aria rarefatta delle cime. Ciò che gli era accaduto la prima volta che era stato preso dall’emozione religiosa si ripeté adesso… spossato dalla violenza del suo fervore, a un tratto ebbe l’anima invasa da una strana aridità. Cominciò a dimenticare la presenza di Dio, che gli era sembrata così avvolgente...”, “…il fatto era che aveva smesso di credere non per questa o quella ragione, ma perché non aveva il temperamento religioso. La fede gli era stata imposta dall’esterno. Era una questione di ambiente e di esempio. Un nuovo ambiente e un nuovo esempio gli davano l’opportunità di trovare se stesso. Si spogliò della fede della sua fanciullezza molto semplicemente, come di un mantello che non gli occorreva più”; comincia a disprezzare coloro che continuano a credere “perché si accontentavano della vaga emozione che chiamavano Dio, e non facevano il passo ulteriore che a lui sembrava così ovvio”. Inevitabile giunge anche l’odio per le donne religiose che “indossavano la loro religione con arroganza e i loro stretti rapporti con la Chiesa le inducevano ad adottare un atteggiamento leggermente dittatoriale con il resto dell’umanità”.
Dopo un soggiorno a Parigi, non a caso ispirato dalla lettura di Scènes de la vie de bohème di Henri Murger (che, guarda un po’, Maugham definisce: “assurdo, mal scritto, affascinante capolavoro”), Philip ha uno scontro violento con lo zio vicario che definisce i suoi due anni parigini “tanto tempo perso”. Personaggio chiave della sua formazione nel periodo parigino era stato Cronshaw, classico spiantato poeta maledetto, che stazionava permanentemente al caffè Closerie des Lilas dispensando perle di saggezza ad amici e avventori. Cronshaw contribuì a raffreddare l’amore per l’arte di Philip, liquidandola come un “rifugio per sottrarsi al tedio della vita”, di se stesso diceva: “Dovevo vivere nel Settecento, mi manca un mecenate. Avrei pubblicato le mie poesie a sottoscrizione, dedicandole a qualche nobiluomo. Come mi piacerebbe comporre distici rimati sul cagnolino di una contessa. La mia anima anela all’amore delle cameriere e alla conversazione dei vescovi”. Cronshaw rimproverava a Philip di aver gettato via la fede ma di averne conservata l’etica su cui essa si fondava. Convinto com’era che la sobrietà disturbasse la conversazione, enunciava senza indugio il suo motto: “Ciò che sono in grado di fare è l’unico limite di ciò che mi è lecito fare” e, preda di una forma di esoterismo etilico, riteneva di aver scovato il senso della vita nella trama dei tappeti persiani. Philip, grazie anche all’insegnamento scettico di Cronshaw, comincia anche a maturare posizioni nichiliste, arrivando a considerare lo Stato e l’individuo come due entità inconciliabili fino a considerare ogni uomo come “filosofo in proprio”.
Stanco e frastornato dall’humus parigino, messi da parte l’amore per la pittura e lo scrupolo di aver provocato il suicidio di una, solo apparentemente riottosa, aspirante pittrice, la sciatta Fanny Price, nonché reso tranquillo dal pensiero della cospicua rendita che la morte imminente dello zio gli avrebbe garantito, Philip si stabilisce definitivamente a Londra per completare gli studi di medicina. “Voglio andare a Londra, per cominciare davvero a vivere. Voglio avere esperienze. Sono stufo di prepararmi alla vita: adesso voglio viverla”.
A Londra riprende gli studi di Medicina e una sera trascinato da un amico, si reca in un caffè dove incontra la cameriera Mildred Rogers, della quale si innamora irragionevolmente, nonostante la ragazza lo tratti con indifferenza e manifesti disprezzo per la sua menomazione. Malgrado Mildred flirti apertamente con un altro avventore, tale Miller, accetta comunque di uscire con Philip, senza però mostrare alcun interesse per lui. Philip, al contrario, è sempre più ossessionato dalla ragazza, al punto di trascurare gli studi. Deluso per aver fallito un esame, Philip decide di chiedere a Mildred di sposarlo. Compra un anello e invita a cena la ragazza, ma quando le rivolge la sua proposta, Mildred risponde di aver già deciso di sposare Miller. Passa qualche mese e Philip sembra aver dimenticato Mildred. Ha conosciuto Nora, una scrittrice, che si è innamorata di lui e lo circonda di premure. Un giorno, invece, Mildred si presenta a casa di Philip in preda alla disperazione. Aspetta un figlio e Miller l'ha abbandonata. Philip decide di incontrare l'uomo per convincerlo a prendersi le sue responsabilità nei confronti della moglie e del figlio, ma Miller gli rivela di essere già sposato con un'altra donna e di non avere alcun obbligo nei confronti di Mildred. Philip non esita ad abbandonare l’onesta e innamorata Nora (“Ma alla fin fine l’importante era amare, più che essere amato”) e prende in casa Mildred assistendola nel parto, rimanendo deluso quando Mildred decide di affidare la neonata ad una balia. Preoccupato che la ragazza si annoi con lui, invita a cena uno dei suoi compagni di università, Griffiths, e assiste impotente alla corte sfacciata che questi fa a Mildred e alle volgari civetterie di lei. Quando il giorno seguente le rinfaccia il suo comportamento, Mildred gli annuncia che sta per partire con Griffiths per Parigi. Philip riprende i suoi studi e durante il suo tirocinio in ospedale (molto belle le pagine che descrivono la vita in ospedale dove “con l’avanzare del pomeriggio si manifestava un acre sentore di umanità… là non c’era né bene né male. Soltanto fatti. C’era la vita”) fa amicizia con un paziente, il bizzarro giornalista Thorpe Athelny; questi lo invita a casa sua ed incoraggia la simpatia fra sua figlia Sally e Philip.
Una sera, rientrato dall’ospedale Philip viene messo a conoscenza della morte di Cronshaw, la scomparsa del suo vecchio maestro lo porta a domandarsi perché gli uomini agiscano in un modo piuttosto che in un altro. “Agivano secondo le loro emozioni, ma le emozioni potevano essere buone o cattive; che portassero al trionfo o al disastro sembrava casuale. La vita appariva un inestricabile guazzabuglio. Gli uomini correvano di qua e di là, spinti da forze che non conoscevano; e ad essi lo scopo di tutto questo sfuggiva, era come se il loro affrettarsi fosse fine a sé stesso”.
La riflessione di Philip è profetica, ancora una volta, infatti, Mildred abbandonata anche da Griffiths, gli chiede aiuto, e Philip accetta di riprenderla in casa. Non la ama più, ma non riesce a staccarsi da lei. La sua freddezza preoccupa Mildred che teme di perdere il suo sostegno; la ragazza mette allora in atto un grossolano tentativo di seduzione, ma Philip la respinge disgustato. Il suo rifiuto eccita l'odio di Mildred, che lo insulta violentemente. L'indomani, durante l'assenza di Philip, vandalizza il suo appartamento, distrugge i quadri a cui lui teneva molto e tutti i suoi averi.
Ad aggravare la condizione di Philip ci si mette anche la Storia, scoppia in Sud Africa la Seconda guerra Anglo-Boera (molto belle le pagine che ne delineano contesto e svolgimento) che provoca un tracollo finanziario che distrugge anche i residui risparmi investiti da Philip in azioni. “Si faceva la Storia, e sembrava assurdo che un processo di tanta importanza influisse sulla vita di un oscuro studente di medicina”.
Philip, ridotto a uno stato di vagabondaggio, solo grazie all'aiuto di Athelny riesce a trovare un impiego in un negozio di abbigliamento. Lo stato d’indigenza e le difficoltà incontrate nel nuovo ambiente di lavoro, generano in Philip uno stato riflessivo che lo porta alla ricerca del senso della vita. “Si rallegrò di non credere in Dio, perché altrimenti quello stato di cose sarebbe stato intollerabile; ci si poteva conciliare con l’esistenza solo perché essa era priva di senso”. Si convince che l’uomo non è il culmine della creazione ma il frutto di una reazione fisica e che la vita non ha alcun senso. Ricorda una favola orientale che stabiliva che nella vita “…non c’era significato, e l’uomo vivendo non serviva alcun fine. Era irrilevante che nascesse o no, che vivesse o cessasse di vivere. La vita era insignificante, e la morte priva d’importanza. Philip esultò, come aveva esultato nell’adolescenza quando il peso della fede in Dio gli era caduto dalle spalle: gli sembrò di essersi sbarazzato dell’ultimo fardello di responsabilità, e di essere per la prima volta completamente libero. La sua irrilevanza si mutava in forza, ed egli si sentì a un tratto pari al destino crudele che sembrava perseguitarlo; infatti, se la vita era senza significato, il mondo era spogliato della sua crudeltà. Ciò che lui, Philip, facesse o non facesse non importava. Il fallimento era senza peso, e il successo senza valore. Lui era la creatura più trascurabile di quella massa pullulante di umanità che per breve tempo occupava la superficie della terra, ed era al tempo stesso onnipotente perché aveva strappato al caos il segreto della sua nullità… egli trasse lunghi respiri di gioiosa soddisfazione… da mesi non era così felice”. Torna alla metafora di Cronshaw -che ora gli appare meno oscura- e al tappeto persiano che gli aveva regalato: “Come il tessitore realizza un disegno senza altro fine che il piacere del suo senso estetico, così un uomo poteva vivere la propria vita; oppure, se egli era costretto a credere che le sue azioni non erano frutto di una sua scelta, l’uomo poteva pur sempre vedere nella sua vita un disegno; che non era necessario, né aveva utilità, ma era semplicemente una cosa fatta per proprio piacere”. “…Philip pensò che abbandonando il desiderio di felicità egli abbandonava l’ultima delle sue illusioni. La sua vita era orribile se misurata col metro della felicità, ma ora gli sembrava di trarre forza dal rendersi conto che si poteva misurarla con qualcos’altro. La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al di sopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere. Philip era felice”.
Muore lo zio e Philip entra in possesso dell’eredità che gli consentirà di riprendere gli studi e il lavoro in ospedale. Complice un’idilliaca vacanza presso i luppoleti del Kent in compagnia della famiglia Athelny, Philip comincia a guardare la giovane e bella Sally con un certo interesse; ormai Mildred è morta e lui è libero dalla sua ossessione, chiede la mano di Sally che felice accetta di sposarlo.
Di “Schiavo d’Amore” sono state prodotte ben tre versioni cinematografiche: nel 1934 regia di John Cromwell con Leslie Howard e Bette Davis; nel 1946 regia di Eldmund Goulding con Paul Henreid e Eleanor Parker e nel 1964 regia di Bryan Forbes & Ken Hughes con Laurence Harvey e Kim Novak.
Delle tre versioni rimane memorabile solo la prima, che tra l’altro impose Bette Davis come stella di prima grandezza.
Nota: l’edizione tascabile in mio possesso è la ristampa del 2012 nella collana “Gli Adelphi n.416” dell’edizione del 2007 nella “Biblioteca Adelphi”. La traduzione di Franco Salvatorelli è pessima senza alcuna cura dei tempi dei verbi, congiuntivi inesistenti, e con l’utilizzo di vocaboli di chiara matrice dialettale. Altra imperdonabile pecca di questa ristampa è la mancata datazione della prefazione dell’autore.
Suggerisco di ricorrere all’edizione Mondadori (1^ italiana) del 1940 tradotta da Ada Salvatore.
Franco Arcidiaco
William Somerset Maugham, Schiavo d’amore, Adelphi 2012, pagg. 620, € 15,00
Benché a differenza di molti suoi colleghi non ne abbia mai fatto mistero, pochi sanno che W. S. Maugham è stato a lungo un importante agente segreto al servizio di Sua Maestà Britannica. È evidente pertanto che il giudizio sullo scrittore, non deve essere condizionato dalla sua biografia; in questa trappola sono caduti molti suoi critici, ma non Glenway Wescott, suo estimatore, che ha messo in guardia il lettore dal non cercare tra le pagine di Maugham profondità di pensiero troppo in evidenza; ma di “imparare a riconoscere la sua idea in quell’involucro di realtà -un episodio, un dialogo, una breve sequenza di causa ed effetto- dove hanno origine le idee”. E questo vale anche e soprattutto per il celeberrimo “Schiavo d’amore” uscito nel 1915.
D’altra parte lo stesso Maugham avverte: “… Non mirai più a una prosa ingioiellata, a una ricca tessitura, per il cui dominio avevo in precedenza sprecato molto lavoro in vani tentativi: cercai al contrario chiarezza e semplicità. … Of Human Bondage non è un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico: realtà e finzione sono inestricabilmente frammiste; le emozioni sono mie, ma non tutti i fatti sono riferiti come avvennero, e alcuni di quelli attribuiti al mio eroe non provengono dalla mia vita bensì da quella di persone che conoscevo intimamente”. Maugham è comunque maestro di scrittura descrittiva sia di personaggi, caratteri e stati d’animo, che di luoghi e paesaggi. “L’estate piombò sul paese come una conquistatrice. Ogni giornata era bella. L’azzurro arrogante del cielo eccitava i nervi come uno sprone. Nell’Anlage gli alberi erano di un verde crudo e violento; e le case, quando il sole le avvolgeva, avevano un biancore abbagliante che stimolava fino a far male”.
“Schiavo d’amore” è un titolo fuorviante (anche se una volta tanto rispetta l’originale), il protagonista Philip Carey è sì un uomo ossessionato da una donna (nemmeno tanto fatale nel senso comune del termine) ma non troverete tra le 619 pagine del romanzo una sola scena di erotismo. Siamo al cospetto di un romanzo completamente asessuato, dove l’autore quando descrive i personaggi (donne o uomini che siano) indugia più sui difetti -anche fisici- che sui pregi; soprattutto quando si tratta di donne, sembra godere a descriverne la bruttezza o la malagrazia. Negli atelier dei pittori parigini che frequenta, trova solo modelle di “scarsa venustà”, fatto salvo lo spagnolo Miguel che lo intriga e lo inibisce. Parlando della sua “prima volta” con Miss Wilkinson, Philip non trova di meglio che definire “grottesca” l’immagine dell’amante in sottoveste.
Philip teme le donne ardite, che i suoi amici invece amano frequentare; “aveva sempre nascosto, sotto un altero disdegno, il terrore di cui quelle ragazze lo colmavano. La sua fantasia e i libri che aveva letto gli ispiravano il desiderio di un atteggiamento byroniano, ed egli era lacerato tra una morbosa timidezza e la convinzione di avere verso sé stesso l’obbligo di essere galante”.
Philip è affetto da piede equino e tale handicap ha ossessionato e condizionato la sua adolescenza, per giunta vissuta da orfano adottato da uno zio vicario di provincia. Da questa formazione religiosa forzata, Philip trae per fortuna solo la passione per la lettura grazie alla ricca biblioteca dello zio: “Insensibilmente si formò in lui l’abitudine più deliziosa del mondo, l’abitudine alla lettura. Philip non sapeva di procurarsi così un rifugio da tutte le afflizioni della vita; e nemmeno sapeva di creare per sé un mondo irreale che avrebbe fatto del mondo reale quotidiano una fonte di amare delusioni”.
I problemi con lo zio cominciano quando in Philip inizia a vacillare e poi a crollare definitivamente la fede. “…aveva cominciato a rendersi conto di essere la creatura di un Dio che apprezzava i disagi dei suoi fedeli”. “Ma Philip non poteva vivere a lungo nell’aria rarefatta delle cime. Ciò che gli era accaduto la prima volta che era stato preso dall’emozione religiosa si ripeté adesso… spossato dalla violenza del suo fervore, a un tratto ebbe l’anima invasa da una strana aridità. Cominciò a dimenticare la presenza di Dio, che gli era sembrata così avvolgente...”, “…il fatto era che aveva smesso di credere non per questa o quella ragione, ma perché non aveva il temperamento religioso. La fede gli era stata imposta dall’esterno. Era una questione di ambiente e di esempio. Un nuovo ambiente e un nuovo esempio gli davano l’opportunità di trovare se stesso. Si spogliò della fede della sua fanciullezza molto semplicemente, come di un mantello che non gli occorreva più”; comincia a disprezzare coloro che continuano a credere “perché si accontentavano della vaga emozione che chiamavano Dio, e non facevano il passo ulteriore che a lui sembrava così ovvio”. Inevitabile giunge anche l’odio per le donne religiose che “indossavano la loro religione con arroganza e i loro stretti rapporti con la Chiesa le inducevano ad adottare un atteggiamento leggermente dittatoriale con il resto dell’umanità”.
Dopo un soggiorno a Parigi, non a caso ispirato dalla lettura di Scènes de la vie de bohème di Henri Murger (che, guarda un po’, Maugham definisce: “assurdo, mal scritto, affascinante capolavoro”), Philip ha uno scontro violento con lo zio vicario che definisce i suoi due anni parigini “tanto tempo perso”. Personaggio chiave della sua formazione nel periodo parigino era stato Cronshaw, classico spiantato poeta maledetto, che stazionava permanentemente al caffè Closerie des Lilas dispensando perle di saggezza ad amici e avventori. Cronshaw contribuì a raffreddare l’amore per l’arte di Philip, liquidandola come un “rifugio per sottrarsi al tedio della vita”, di se stesso diceva: “Dovevo vivere nel Settecento, mi manca un mecenate. Avrei pubblicato le mie poesie a sottoscrizione, dedicandole a qualche nobiluomo. Come mi piacerebbe comporre distici rimati sul cagnolino di una contessa. La mia anima anela all’amore delle cameriere e alla conversazione dei vescovi”. Cronshaw rimproverava a Philip di aver gettato via la fede ma di averne conservata l’etica su cui essa si fondava. Convinto com’era che la sobrietà disturbasse la conversazione, enunciava senza indugio il suo motto: “Ciò che sono in grado di fare è l’unico limite di ciò che mi è lecito fare” e, preda di una forma di esoterismo etilico, riteneva di aver scovato il senso della vita nella trama dei tappeti persiani. Philip, grazie anche all’insegnamento scettico di Cronshaw, comincia anche a maturare posizioni nichiliste, arrivando a considerare lo Stato e l’individuo come due entità inconciliabili fino a considerare ogni uomo come “filosofo in proprio”.
Stanco e frastornato dall’humus parigino, messi da parte l’amore per la pittura e lo scrupolo di aver provocato il suicidio di una, solo apparentemente riottosa, aspirante pittrice, la sciatta Fanny Price, nonché reso tranquillo dal pensiero della cospicua rendita che la morte imminente dello zio gli avrebbe garantito, Philip si stabilisce definitivamente a Londra per completare gli studi di medicina. “Voglio andare a Londra, per cominciare davvero a vivere. Voglio avere esperienze. Sono stufo di prepararmi alla vita: adesso voglio viverla”.
A Londra riprende gli studi di Medicina e una sera trascinato da un amico, si reca in un caffè dove incontra la cameriera Mildred Rogers, della quale si innamora irragionevolmente, nonostante la ragazza lo tratti con indifferenza e manifesti disprezzo per la sua menomazione. Malgrado Mildred flirti apertamente con un altro avventore, tale Miller, accetta comunque di uscire con Philip, senza però mostrare alcun interesse per lui. Philip, al contrario, è sempre più ossessionato dalla ragazza, al punto di trascurare gli studi. Deluso per aver fallito un esame, Philip decide di chiedere a Mildred di sposarlo. Compra un anello e invita a cena la ragazza, ma quando le rivolge la sua proposta, Mildred risponde di aver già deciso di sposare Miller. Passa qualche mese e Philip sembra aver dimenticato Mildred. Ha conosciuto Nora, una scrittrice, che si è innamorata di lui e lo circonda di premure. Un giorno, invece, Mildred si presenta a casa di Philip in preda alla disperazione. Aspetta un figlio e Miller l'ha abbandonata. Philip decide di incontrare l'uomo per convincerlo a prendersi le sue responsabilità nei confronti della moglie e del figlio, ma Miller gli rivela di essere già sposato con un'altra donna e di non avere alcun obbligo nei confronti di Mildred. Philip non esita ad abbandonare l’onesta e innamorata Nora (“Ma alla fin fine l’importante era amare, più che essere amato”) e prende in casa Mildred assistendola nel parto, rimanendo deluso quando Mildred decide di affidare la neonata ad una balia. Preoccupato che la ragazza si annoi con lui, invita a cena uno dei suoi compagni di università, Griffiths, e assiste impotente alla corte sfacciata che questi fa a Mildred e alle volgari civetterie di lei. Quando il giorno seguente le rinfaccia il suo comportamento, Mildred gli annuncia che sta per partire con Griffiths per Parigi. Philip riprende i suoi studi e durante il suo tirocinio in ospedale (molto belle le pagine che descrivono la vita in ospedale dove “con l’avanzare del pomeriggio si manifestava un acre sentore di umanità… là non c’era né bene né male. Soltanto fatti. C’era la vita”) fa amicizia con un paziente, il bizzarro giornalista Thorpe Athelny; questi lo invita a casa sua ed incoraggia la simpatia fra sua figlia Sally e Philip.
Una sera, rientrato dall’ospedale Philip viene messo a conoscenza della morte di Cronshaw, la scomparsa del suo vecchio maestro lo porta a domandarsi perché gli uomini agiscano in un modo piuttosto che in un altro. “Agivano secondo le loro emozioni, ma le emozioni potevano essere buone o cattive; che portassero al trionfo o al disastro sembrava casuale. La vita appariva un inestricabile guazzabuglio. Gli uomini correvano di qua e di là, spinti da forze che non conoscevano; e ad essi lo scopo di tutto questo sfuggiva, era come se il loro affrettarsi fosse fine a sé stesso”.
La riflessione di Philip è profetica, ancora una volta, infatti, Mildred abbandonata anche da Griffiths, gli chiede aiuto, e Philip accetta di riprenderla in casa. Non la ama più, ma non riesce a staccarsi da lei. La sua freddezza preoccupa Mildred che teme di perdere il suo sostegno; la ragazza mette allora in atto un grossolano tentativo di seduzione, ma Philip la respinge disgustato. Il suo rifiuto eccita l'odio di Mildred, che lo insulta violentemente. L'indomani, durante l'assenza di Philip, vandalizza il suo appartamento, distrugge i quadri a cui lui teneva molto e tutti i suoi averi.
Ad aggravare la condizione di Philip ci si mette anche la Storia, scoppia in Sud Africa la Seconda guerra Anglo-Boera (molto belle le pagine che ne delineano contesto e svolgimento) che provoca un tracollo finanziario che distrugge anche i residui risparmi investiti da Philip in azioni. “Si faceva la Storia, e sembrava assurdo che un processo di tanta importanza influisse sulla vita di un oscuro studente di medicina”.
Philip, ridotto a uno stato di vagabondaggio, solo grazie all'aiuto di Athelny riesce a trovare un impiego in un negozio di abbigliamento. Lo stato d’indigenza e le difficoltà incontrate nel nuovo ambiente di lavoro, generano in Philip uno stato riflessivo che lo porta alla ricerca del senso della vita. “Si rallegrò di non credere in Dio, perché altrimenti quello stato di cose sarebbe stato intollerabile; ci si poteva conciliare con l’esistenza solo perché essa era priva di senso”. Si convince che l’uomo non è il culmine della creazione ma il frutto di una reazione fisica e che la vita non ha alcun senso. Ricorda una favola orientale che stabiliva che nella vita “…non c’era significato, e l’uomo vivendo non serviva alcun fine. Era irrilevante che nascesse o no, che vivesse o cessasse di vivere. La vita era insignificante, e la morte priva d’importanza. Philip esultò, come aveva esultato nell’adolescenza quando il peso della fede in Dio gli era caduto dalle spalle: gli sembrò di essersi sbarazzato dell’ultimo fardello di responsabilità, e di essere per la prima volta completamente libero. La sua irrilevanza si mutava in forza, ed egli si sentì a un tratto pari al destino crudele che sembrava perseguitarlo; infatti, se la vita era senza significato, il mondo era spogliato della sua crudeltà. Ciò che lui, Philip, facesse o non facesse non importava. Il fallimento era senza peso, e il successo senza valore. Lui era la creatura più trascurabile di quella massa pullulante di umanità che per breve tempo occupava la superficie della terra, ed era al tempo stesso onnipotente perché aveva strappato al caos il segreto della sua nullità… egli trasse lunghi respiri di gioiosa soddisfazione… da mesi non era così felice”. Torna alla metafora di Cronshaw -che ora gli appare meno oscura- e al tappeto persiano che gli aveva regalato: “Come il tessitore realizza un disegno senza altro fine che il piacere del suo senso estetico, così un uomo poteva vivere la propria vita; oppure, se egli era costretto a credere che le sue azioni non erano frutto di una sua scelta, l’uomo poteva pur sempre vedere nella sua vita un disegno; che non era necessario, né aveva utilità, ma era semplicemente una cosa fatta per proprio piacere”. “…Philip pensò che abbandonando il desiderio di felicità egli abbandonava l’ultima delle sue illusioni. La sua vita era orribile se misurata col metro della felicità, ma ora gli sembrava di trarre forza dal rendersi conto che si poteva misurarla con qualcos’altro. La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al di sopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere. Philip era felice”.
Muore lo zio e Philip entra in possesso dell’eredità che gli consentirà di riprendere gli studi e il lavoro in ospedale. Complice un’idilliaca vacanza presso i luppoleti del Kent in compagnia della famiglia Athelny, Philip comincia a guardare la giovane e bella Sally con un certo interesse; ormai Mildred è morta e lui è libero dalla sua ossessione, chiede la mano di Sally che felice accetta di sposarlo.
Di “Schiavo d’Amore” sono state prodotte ben tre versioni cinematografiche: nel 1934 regia di John Cromwell con Leslie Howard e Bette Davis; nel 1946 regia di Eldmund Goulding con Paul Henreid e Eleanor Parker e nel 1964 regia di Bryan Forbes & Ken Hughes con Laurence Harvey e Kim Novak.
Delle tre versioni rimane memorabile solo la prima, che tra l’altro impose Bette Davis come stella di prima grandezza.
Nota: l’edizione tascabile in mio possesso è la ristampa del 2012 nella collana “Gli Adelphi n.416” dell’edizione del 2007 nella “Biblioteca Adelphi”. La traduzione di Franco Salvatorelli è pessima senza alcuna cura dei tempi dei verbi, congiuntivi inesistenti, e con l’utilizzo di vocaboli di chiara matrice dialettale. Altra imperdonabile pecca di questa ristampa è la mancata datazione della prefazione dell’autore.
Suggerisco di ricorrere all’edizione Mondadori (1^ italiana) del 1940 tradotta da Ada Salvatore.
Franco Arcidiaco
William Somerset Maugham, Schiavo d’amore, Adelphi 2012, pagg. 620, € 15,00
venerdì 19 luglio 2019
QUELLA LETTERATURA UNIVERSALE CHE SI NUTRE DI PROVINCIA...
Se Macondo sta a García Márquez come Girifalco sta a Domenico Dara, vien da pensare che Dara abbia avuto gioco facile a delineare magistralmente i personaggi e le vicende di questo suo magnifico “Breve trattato sulle coincidenze”; lo rivela a un certo punto del libro un pensiero dello stesso protagonista (il postino Ulisse Stranieri, il cui nome sintomatico scopriremo solo nell’ultima riga del libro): “Il postino pensò che il morbo della paccìa che dal manicomio si propagava nel resto del paese avesse mietuto una nuova vittima”.
La vicenda si svolge alla fine degli anni ’60, quando le brame dei movimenti antimanicomiali faticano a giungere dalle parti di Girifalco, il cui sviluppo socio antropologico ha tratto invece enormi benefici dalla presenza del più importante manicomio calabrese. L’espediente narrativo di Dara è geniale e certamente originale e costituisce un brillante esempio di quel nuovo corso della letteratura calabrese che riesce finalmente a scrollarsi di dosso il marchio della calabresità e si sprovincializza, pur attingendo a mani basse a quell’inesauribile scrigno letterario custodito dal “piccolo mondo” (Fogazzaro docet) della provincia italiana. Pasquino Crupi diceva che non è necessario vivere in provincia per essere provinciali, Domenico Dara dimostra che non è indispensabile essere provinciali per narrare di provincia.
Il postino è un uomo solo al mondo, la madre è morta e il padre non l’ha mai conosciuto: “Suo padre era un’immensa lavagna nera di fronte alla quale se ne stava col gesso in mano, aspettando che qualcuno gli suggerisse cosa scrivere”. Il borsone del postino è l’equivalente della lampada di Aladino, aprendo le lettere di tutti i paesani scopre “un mondo straordinario in cui tutti sembravano avere una vita parallela fatta di confessioni, segreti, amori, dolori clandestini”. Questa attività, inoltre, gli consente di riempire la sua vita con quelle degli altri e di dare un senso alla propria esistenza; la natura, infatti, “lo aveva fornito della dote unica e straordinaria di imitare le scritture degli uomini” “il postino trovò lo sbocco pratico e utilitario della propria arte, perché avere una dote e non poterla usare è come non averla”; con questa attività non solo scopre “le vite degli altri” ma ne determina il corso dell’esistenza, recapitando lettere scritte ad arte per intrecciare relazioni sentimentali, consolare genitori disperati per il silenzio dei figli lontani, arrivando addirittura in un caso a nasconderne la morte, far dialogare un militante comunista con Berlinguer in persona o intralciare i loschi traffici di un sindaco corrotto e senza scrupoli. “La certezza di aver trovato il bandolo della matassa d’una vita fino ad allora ingarbugliata lo aiutò a interpretare e disciplinare le ferite del passato, rendendolo meglio disposto verso gli uomini e il mondo”. Ma il bandolo della matassa, secondo il postino, risiede anche e soprattutto nella dinamica delle coincidenze e nella funzione dei sogni. L’abitudine di annotare scrupolosamente tutte le coincidenze alle quali assisteva lo aveva portato a elaborare una specifica teoria: “La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere… La coincidenza è come una piccola lente d’ingrandimento che chiarisce il groviglio e riporta ordine e significato là dove sembra non ci sia altro che confusione e accidentalità. È come una finestra che si apre all’improvviso e ci fa vedere un paesaggio del quale non ci eravamo mai accorti, ci mostra una vita parallela che scorre intorno a noi e della quale non ci accorgiamo ma che attraverso le coincidenze ci manda i segnali della sua esistenza”. Per quanto riguarda i sogni, poi, la sua certezza è granitica: “i sogni condizionano e indirizzano le giornate dell’òmini, e noi viviamo in base a ciò che sognàmu”. Questo romanzo d’esordio rivela uno scrittore di straordinario livello che ha tutti i numeri per affiancare i grandi autori internazionali, la sua scrittura è così ricca di colori e sfumature dal rischiare la ridondanza; la sua vis narrativa è a volte talmente debordante dal condurlo alla ripetizione di concetti e suggestioni (vedi la metafora del cesellatore, quella del prof. Viapiana e della natura che tende sempre a livellare le misure o quella del marinaio che rifugge la tempesta). Parlavo prima di Marquez, ma i richiami conducono anche alla narrativa di casa nostra con personaggi e situazioni che sembrano usciti dalla penna di un Ercole Patti, di un Vitaliano Brancati o di un Corrado Alvaro. Altra straordinaria peculiarità di Dara è costituita dall’intrigante miscela di italiano e dialetto che produce una lingua neologica comprensibile a ogni latitudine, pensate quanta assonanza c’è tra le “comari che chiatàvanu da una parte all’altra della strada” e le comari di oggi che “chattano” davanti a una tastiera. Per finire voglio sottolineare lo scoppiettante e immaginifico carosello di nomi e cognomi degli innumerevoli personaggi che popolano il romanzo, una per tutte la marqueziana “Carmela Buonodorosa” che “stendeva i panni sul balcone senza mutande e nel protendersi verso le corde le pieghe della gonna si infilavano tra le ferriate del balcone e là rimanevano, svelando visioni che facevano mancare il respiro. Quand’era ragazzo Carmela abitava di fronte a casa sua, e fu allora che s’innamorò delle sue carni abbronzate, degli scamiciati trasparenti, delle mutande di pizzo stese ad asciugare, il suo segreto oggetto del desiderio, che quando ancora sgocciolavano passava sotto in modo che l’acqua gli cadesse sulla bocca, gustandola e fantasticando sulla natura del rivolo”.
Emozionante, infine, l’omaggio al nostro grande poeta Lorenzo Calogero, anch’egli appassionato scrittore di lettere d’amore (Mandai lettere d’amore/ai cieli, ai venti, ai mari/a tutte le dilagate/forme dell’universo); Dara fa incontrare il postino con il poeta che si trova rifugiato, a seguito di una delle frequenti sortite da Villa Nuccia, nel vicino paese di San Floro e lo inserisce nella narrazione con una delle sue trovate funamboliche, bevono un caffè assieme “Calogero cuoremigrante versò il caffè nelle tazzine…” e il postino ne scopre la vera identità quando gli chiede il documento per recapitargli una lettera. Un universo fantastico ma tremendamente reale; un mix geniale di fantasia, sogno e vita vissuta che coinvolge e strania il lettore ad ogni capoverso.
L’altro grande merito della narrativa di Dara è di essere “’ndrangheta free”, non vi aspettate pertanto lodi sperticate da parte della corrente mainstream di critici, giornalisti e politici pronti e proni nei confronti dei frequenti parti letterari di magistar e professori-cultori-della-materia di ogni ordine e grado.
Franco Arcidiaco
Domenico Dara, Breve trattato sulle coincidenze, Nutrimenti. Roma, 2014, pagg. 368 € 19,00
La vicenda si svolge alla fine degli anni ’60, quando le brame dei movimenti antimanicomiali faticano a giungere dalle parti di Girifalco, il cui sviluppo socio antropologico ha tratto invece enormi benefici dalla presenza del più importante manicomio calabrese. L’espediente narrativo di Dara è geniale e certamente originale e costituisce un brillante esempio di quel nuovo corso della letteratura calabrese che riesce finalmente a scrollarsi di dosso il marchio della calabresità e si sprovincializza, pur attingendo a mani basse a quell’inesauribile scrigno letterario custodito dal “piccolo mondo” (Fogazzaro docet) della provincia italiana. Pasquino Crupi diceva che non è necessario vivere in provincia per essere provinciali, Domenico Dara dimostra che non è indispensabile essere provinciali per narrare di provincia.
Il postino è un uomo solo al mondo, la madre è morta e il padre non l’ha mai conosciuto: “Suo padre era un’immensa lavagna nera di fronte alla quale se ne stava col gesso in mano, aspettando che qualcuno gli suggerisse cosa scrivere”. Il borsone del postino è l’equivalente della lampada di Aladino, aprendo le lettere di tutti i paesani scopre “un mondo straordinario in cui tutti sembravano avere una vita parallela fatta di confessioni, segreti, amori, dolori clandestini”. Questa attività, inoltre, gli consente di riempire la sua vita con quelle degli altri e di dare un senso alla propria esistenza; la natura, infatti, “lo aveva fornito della dote unica e straordinaria di imitare le scritture degli uomini” “il postino trovò lo sbocco pratico e utilitario della propria arte, perché avere una dote e non poterla usare è come non averla”; con questa attività non solo scopre “le vite degli altri” ma ne determina il corso dell’esistenza, recapitando lettere scritte ad arte per intrecciare relazioni sentimentali, consolare genitori disperati per il silenzio dei figli lontani, arrivando addirittura in un caso a nasconderne la morte, far dialogare un militante comunista con Berlinguer in persona o intralciare i loschi traffici di un sindaco corrotto e senza scrupoli. “La certezza di aver trovato il bandolo della matassa d’una vita fino ad allora ingarbugliata lo aiutò a interpretare e disciplinare le ferite del passato, rendendolo meglio disposto verso gli uomini e il mondo”. Ma il bandolo della matassa, secondo il postino, risiede anche e soprattutto nella dinamica delle coincidenze e nella funzione dei sogni. L’abitudine di annotare scrupolosamente tutte le coincidenze alle quali assisteva lo aveva portato a elaborare una specifica teoria: “La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere… La coincidenza è come una piccola lente d’ingrandimento che chiarisce il groviglio e riporta ordine e significato là dove sembra non ci sia altro che confusione e accidentalità. È come una finestra che si apre all’improvviso e ci fa vedere un paesaggio del quale non ci eravamo mai accorti, ci mostra una vita parallela che scorre intorno a noi e della quale non ci accorgiamo ma che attraverso le coincidenze ci manda i segnali della sua esistenza”. Per quanto riguarda i sogni, poi, la sua certezza è granitica: “i sogni condizionano e indirizzano le giornate dell’òmini, e noi viviamo in base a ciò che sognàmu”. Questo romanzo d’esordio rivela uno scrittore di straordinario livello che ha tutti i numeri per affiancare i grandi autori internazionali, la sua scrittura è così ricca di colori e sfumature dal rischiare la ridondanza; la sua vis narrativa è a volte talmente debordante dal condurlo alla ripetizione di concetti e suggestioni (vedi la metafora del cesellatore, quella del prof. Viapiana e della natura che tende sempre a livellare le misure o quella del marinaio che rifugge la tempesta). Parlavo prima di Marquez, ma i richiami conducono anche alla narrativa di casa nostra con personaggi e situazioni che sembrano usciti dalla penna di un Ercole Patti, di un Vitaliano Brancati o di un Corrado Alvaro. Altra straordinaria peculiarità di Dara è costituita dall’intrigante miscela di italiano e dialetto che produce una lingua neologica comprensibile a ogni latitudine, pensate quanta assonanza c’è tra le “comari che chiatàvanu da una parte all’altra della strada” e le comari di oggi che “chattano” davanti a una tastiera. Per finire voglio sottolineare lo scoppiettante e immaginifico carosello di nomi e cognomi degli innumerevoli personaggi che popolano il romanzo, una per tutte la marqueziana “Carmela Buonodorosa” che “stendeva i panni sul balcone senza mutande e nel protendersi verso le corde le pieghe della gonna si infilavano tra le ferriate del balcone e là rimanevano, svelando visioni che facevano mancare il respiro. Quand’era ragazzo Carmela abitava di fronte a casa sua, e fu allora che s’innamorò delle sue carni abbronzate, degli scamiciati trasparenti, delle mutande di pizzo stese ad asciugare, il suo segreto oggetto del desiderio, che quando ancora sgocciolavano passava sotto in modo che l’acqua gli cadesse sulla bocca, gustandola e fantasticando sulla natura del rivolo”.
Emozionante, infine, l’omaggio al nostro grande poeta Lorenzo Calogero, anch’egli appassionato scrittore di lettere d’amore (Mandai lettere d’amore/ai cieli, ai venti, ai mari/a tutte le dilagate/forme dell’universo); Dara fa incontrare il postino con il poeta che si trova rifugiato, a seguito di una delle frequenti sortite da Villa Nuccia, nel vicino paese di San Floro e lo inserisce nella narrazione con una delle sue trovate funamboliche, bevono un caffè assieme “Calogero cuoremigrante versò il caffè nelle tazzine…” e il postino ne scopre la vera identità quando gli chiede il documento per recapitargli una lettera. Un universo fantastico ma tremendamente reale; un mix geniale di fantasia, sogno e vita vissuta che coinvolge e strania il lettore ad ogni capoverso.
L’altro grande merito della narrativa di Dara è di essere “’ndrangheta free”, non vi aspettate pertanto lodi sperticate da parte della corrente mainstream di critici, giornalisti e politici pronti e proni nei confronti dei frequenti parti letterari di magistar e professori-cultori-della-materia di ogni ordine e grado.
Franco Arcidiaco
Domenico Dara, Breve trattato sulle coincidenze, Nutrimenti. Roma, 2014, pagg. 368 € 19,00
In morte di Paolo Pollichieni 7 maggio 2019 - In morte di Enrico Costa 29 giugno 2019 - In morte di Nicola Petrolino 25.11.19
IN MORTE DI PAOLO POLLICHIENI 7 maggio 2019
IN MORTE DI ENRICO COSTA 29 giugno 2019
Ciao Enrico, sei voluto partire alla ricerca di Selim e Isabella e nulla poteva più trattenerti; le tue particelle saranno già lì, miscelate in quelle acque mitiche del “mare tuum”. Il Mediterraneo, per te modo di essere, contenitore e cornice barocca di una civiltà unica e straordinaria, magica culla di estro e fantasia, stupore e invenzione, incanto stravagante e bizzarro, irregolare e accogliente. Da oggi le onde del Mediterraneo avranno una musica in più da suonare.
Franco Arcidiaco
IN MORTE DI NICOLA PETROLINO 25 novembre 2019
Ciao Nicola sei stato accontentato; coerente e risoluto come sei sempre stato, non ti andava proprio di affidare le tue spoglie a una folla di dolenti, pendente dalle labbra di un volenteroso e professionale ministro di culto, disposto a spiegare l’inspiegabile. D’altra parte il nostro Fernando Pessoa, ci aveva chiaramente spiegato che la vita terrena non è che un misero segmento del percorso che lo spirito dell’uomo svolge nell’eterno viaggio verso l’infinito. Da qui all’eternità innumerevoli altri approdi si apriranno ad accoglierci, noi viandanti delle stelle.
“La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto. Se ascolto, sento i tuoi passi esistere come io esisto. La terra è fatta di cielo. Non ha nido la menzogna. Mai nessuno s’è smarrito. Tutto è verità e passaggio.”
Oggi, nel foyer del Teatro Cilea, tempio di quella Cultura che tu hai incarnato nel senso più ampio del termine, grazie alla sensibilità del sindaco Giuseppe Falcomatà, abbiamo tenuto una cerimonia di commiato laica, priva di pomposa e rituale solennità, ma intensa, partecipata, consapevole e carica di pathos.
Eravamo lì, commossi e trepidanti, tutti i tuoi amici più cari, semplicemente per ringraziarti di tutto quello che ci hai regalato e per augurarti buon viaggio verso l’infinito.
Franco Arcidiaco
IN MORTE DI ENRICO COSTA 29 giugno 2019
Ciao Enrico, sei voluto partire alla ricerca di Selim e Isabella e nulla poteva più trattenerti; le tue particelle saranno già lì, miscelate in quelle acque mitiche del “mare tuum”. Il Mediterraneo, per te modo di essere, contenitore e cornice barocca di una civiltà unica e straordinaria, magica culla di estro e fantasia, stupore e invenzione, incanto stravagante e bizzarro, irregolare e accogliente. Da oggi le onde del Mediterraneo avranno una musica in più da suonare.
Franco Arcidiaco
IN MORTE DI NICOLA PETROLINO 25 novembre 2019
Ciao Nicola sei stato accontentato; coerente e risoluto come sei sempre stato, non ti andava proprio di affidare le tue spoglie a una folla di dolenti, pendente dalle labbra di un volenteroso e professionale ministro di culto, disposto a spiegare l’inspiegabile. D’altra parte il nostro Fernando Pessoa, ci aveva chiaramente spiegato che la vita terrena non è che un misero segmento del percorso che lo spirito dell’uomo svolge nell’eterno viaggio verso l’infinito. Da qui all’eternità innumerevoli altri approdi si apriranno ad accoglierci, noi viandanti delle stelle.
“La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto. Se ascolto, sento i tuoi passi esistere come io esisto. La terra è fatta di cielo. Non ha nido la menzogna. Mai nessuno s’è smarrito. Tutto è verità e passaggio.”
Oggi, nel foyer del Teatro Cilea, tempio di quella Cultura che tu hai incarnato nel senso più ampio del termine, grazie alla sensibilità del sindaco Giuseppe Falcomatà, abbiamo tenuto una cerimonia di commiato laica, priva di pomposa e rituale solennità, ma intensa, partecipata, consapevole e carica di pathos.
Eravamo lì, commossi e trepidanti, tutti i tuoi amici più cari, semplicemente per ringraziarti di tutto quello che ci hai regalato e per augurarti buon viaggio verso l’infinito.
Franco Arcidiaco
lunedì 22 aprile 2019
LA SCOPA DI DON ABBONDIO di LUCIANO CANFORA
Questo agile libello è un compendio straordinariamente utile a decodificare gli, altrimenti incomprensibili, meccanismi che hanno condotto l’umanità alla situazione attuale. Uno stadio generalizzato di caos politico, governato strumentalmente dal potere finanziario utilizzando le suggestioni populiste di governanti improvvisati. Un potere incurante delle sorti delle future generazioni, che pensa solo ad accumulare il massimo della ricchezza accompagnandoci presso il baratro. Ma per Luciano Canfora la lezione che ci viene dalla Storia è che, dopo l’esaurirsi di una fase storica (in questo caso la “rivoluzione” della democrazia), “maturano immancabilmente le condizioni per una nuova scossa: di quelle che a don Abbondio apparivano salutari colpi di scopa”. Il titolo del libro deriva infatti da un passo de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, capitolo XXXVIII: “È stata un gran flagello questa peste, ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti che, figlioli miei, non ce ne liberavamo più”.
Canfora, tra l'altro, opera nel testo una interessante rilettura di "Guerra e Pace" definendolo una sorta di strumento creativo lanciato come sfida di Tolstoj agli storici; è un approccio ai classici che trovo molto stimolante poiché conferma la mia convinzione che un ritorno alla lettura dei grandi capolavori della letteratura universale, che probabilmente non prendiamo in mano da decenni, è senz'altro utile poiché tra quelle pagine sono custodite delle rivelazioni che colpevolmente abbiamo dimenticato o, all'epoca della prima lettura, non avevamo colto. Ma Canfora si rivela comunque impietoso nei confronti di Tolstoj che alla fine "perde la sfida con se stesso e si concentra sui destini e le volontà dei singoli"; come impietoso è con i giornalisti nostrani che dovrebbero aiutarci a decodificare la realtà e ne sono incapaci, poichè si ritrovano sempre in balia del "celebre, diuturno, eroico conflitto tra spina dorsale e pagnotta". Canfora analizza il trionfo del populismo sovranista che è "agevolato dal baratro che si è venuto aprendo tra 'sinistra e popolo'". La sua convinzione è che le cause di questo trionfo risiedano nella abdicazione della sinistra ai compiti e ai fini per cui sorse, processo questo che consente ai nuovi "movimenti fascistici"di lucrare su un disagio vero; l'istanza di maggiore giustizia sociale è stata regalata alla destra: "il parafascismo leghista e lepenista si propone come paladino del popolo, mescolando torti e ragioni". E chissà comunque che, per quanto riguarda il nostro Paese, i mali non risalgano addirittura al Principe di Machiavelli e a quel terribile capitolo 18, per dirla con Norberto Bobbio, che invoca la separazione tra etica e politica. Per quanto riguarda poi il problema delle migrazioni, Canfora non esita a farne risalire le cause al colonialismo, controbattendo alla teoria di Goffredo Buccini che dalle pagine del Corriere della Sera aveva auspicato l'avvento di una fase di colonialismo solidale: "Per secoli l'Europa ha messo alla croce il resto del mondo, ora però è diventata buona, dunque è matura per un nuovo esperimento di colonialismo, questa volta buono. Immemore, forse, l'autore di tale pensiero, che la teoria del colonialismo civilizzatore fu già del fascismo e della Chiesa, in opposizione (strumentale) al colonialismo sfruttatore di stampo anglo-ispano-francese. È sappiamo come è andata a finire". Il vero padrone delle esistenze individuali oggi è l'onnipotente macchina del credito e nessun potere politico appare in grado di arginare o spezzare questa nuova catena. Ma dove veramente Canfora risulta impietoso è nell'analisi dei sessantottini: "Pensavano di reagire a un declino, e di 'fare la rivoluzione', ma erano in sostanza dei liberali effervescenti, che rinnovarono il costume, non la politica: spesso fervidi amministratori, una volta raggiunta l'età adulta, delle proprie fortune". L'analisi conclusiva a questo punto scaturisce quasi naturale: "Ad una sinistra sempre più 'civile', 'elegante', 'innocua', si è posta di fronte la faccia più dura, criminale e vincente, del capitale: quello parassitario-grandecriminale-finanziario, fuori controllo rispetto ad ogni entità o autorità (statale o sovranazionale) e capace di comprare tutto. Non ha patria, ha solo tentacoli". A suffragare le sue tesi, Luciano Canfora chiama all'appello nientedimeno che Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Thomas Mann, ponendo in appendice dei brevi testi tratti dalle loro principali opere, le cui argomentazioni si rivelano straordinariamente attuali ed efficaci.
Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio,
Editori Laterza, pagg. 98, € 12,00
Franco Arcidiaco
Canfora, tra l'altro, opera nel testo una interessante rilettura di "Guerra e Pace" definendolo una sorta di strumento creativo lanciato come sfida di Tolstoj agli storici; è un approccio ai classici che trovo molto stimolante poiché conferma la mia convinzione che un ritorno alla lettura dei grandi capolavori della letteratura universale, che probabilmente non prendiamo in mano da decenni, è senz'altro utile poiché tra quelle pagine sono custodite delle rivelazioni che colpevolmente abbiamo dimenticato o, all'epoca della prima lettura, non avevamo colto. Ma Canfora si rivela comunque impietoso nei confronti di Tolstoj che alla fine "perde la sfida con se stesso e si concentra sui destini e le volontà dei singoli"; come impietoso è con i giornalisti nostrani che dovrebbero aiutarci a decodificare la realtà e ne sono incapaci, poichè si ritrovano sempre in balia del "celebre, diuturno, eroico conflitto tra spina dorsale e pagnotta". Canfora analizza il trionfo del populismo sovranista che è "agevolato dal baratro che si è venuto aprendo tra 'sinistra e popolo'". La sua convinzione è che le cause di questo trionfo risiedano nella abdicazione della sinistra ai compiti e ai fini per cui sorse, processo questo che consente ai nuovi "movimenti fascistici"di lucrare su un disagio vero; l'istanza di maggiore giustizia sociale è stata regalata alla destra: "il parafascismo leghista e lepenista si propone come paladino del popolo, mescolando torti e ragioni". E chissà comunque che, per quanto riguarda il nostro Paese, i mali non risalgano addirittura al Principe di Machiavelli e a quel terribile capitolo 18, per dirla con Norberto Bobbio, che invoca la separazione tra etica e politica. Per quanto riguarda poi il problema delle migrazioni, Canfora non esita a farne risalire le cause al colonialismo, controbattendo alla teoria di Goffredo Buccini che dalle pagine del Corriere della Sera aveva auspicato l'avvento di una fase di colonialismo solidale: "Per secoli l'Europa ha messo alla croce il resto del mondo, ora però è diventata buona, dunque è matura per un nuovo esperimento di colonialismo, questa volta buono. Immemore, forse, l'autore di tale pensiero, che la teoria del colonialismo civilizzatore fu già del fascismo e della Chiesa, in opposizione (strumentale) al colonialismo sfruttatore di stampo anglo-ispano-francese. È sappiamo come è andata a finire". Il vero padrone delle esistenze individuali oggi è l'onnipotente macchina del credito e nessun potere politico appare in grado di arginare o spezzare questa nuova catena. Ma dove veramente Canfora risulta impietoso è nell'analisi dei sessantottini: "Pensavano di reagire a un declino, e di 'fare la rivoluzione', ma erano in sostanza dei liberali effervescenti, che rinnovarono il costume, non la politica: spesso fervidi amministratori, una volta raggiunta l'età adulta, delle proprie fortune". L'analisi conclusiva a questo punto scaturisce quasi naturale: "Ad una sinistra sempre più 'civile', 'elegante', 'innocua', si è posta di fronte la faccia più dura, criminale e vincente, del capitale: quello parassitario-grandecriminale-finanziario, fuori controllo rispetto ad ogni entità o autorità (statale o sovranazionale) e capace di comprare tutto. Non ha patria, ha solo tentacoli". A suffragare le sue tesi, Luciano Canfora chiama all'appello nientedimeno che Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Thomas Mann, ponendo in appendice dei brevi testi tratti dalle loro principali opere, le cui argomentazioni si rivelano straordinariamente attuali ed efficaci.
Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio,
Editori Laterza, pagg. 98, € 12,00
Franco Arcidiaco
mercoledì 13 marzo 2019
STOP AL “FISCHIETTO DEI CANI”
È innegabile che ancora oggi esistano sacche di mentalità etnocentrica e limitata che si ostinano a ignorare la presenza di realtà culturali “diverse”; immaginare che gli attuali livelli di progresso nel campo della tecnica, dei costumi e delle istituzioni, si sarebbero potuti raggiungere senza la messa in campo di una rete di relazioni e di scambi interculturali è una vera follia. Ignorare la presenza di altre culture equivale a precludere la possibilità che preziosi patrimoni di saggezza e conoscenza, si mettano a confronto generando un reciproco arricchimento del rispettivo bagaglio culturale; il tutto indipendentemente dal tipo o livello di progresso singolarmente raggiunto. Le parole chiave del processo interculturale sono: contatto, conoscenza e scambio; è evidente che la fase più delicata è proprio quella del contatto poiché produce fenomeni di reciprocità, di compromesso, di trasformazione, di recepimento dei modelli altrui che conducono a forme di revisione sincretica del proprio apparato ideologico. È necessario pertanto un alto livello di maturità, innescato in un modello culturale consolidato sia dal punto di vista storico che istituzionale.
L’antichità fornisce innumerevoli esempi di virtuosi scambi interculturali, fin dai tempi dell’impero romano e dei viaggi esplorativi di Marco Polo, dalle aperture della dinastia Ming in Cina e dell’epoca d’oro dell’Islam in Spagna e in Sicilia, per arrivare ai grandi flussi migratori, uno per tutti quello verso l’America, che hanno fatto degli Stati Uniti d’America la prima potenza mondiale. Purtroppo il terreno sul quale si registrano i più grossi ostacoli nel processo di amalgamazione culturale è quello religioso e le cause, secondo me, risalgono alla frattura antropologica determinata nei paesi del terzo mondo dai processi di evangelizzazione operati dai missionari cristiani. Il colonialismo cristiano ha travolto usi, costumi e tradizioni di intere nazioni e continenti, provocando un collasso identitario che è alla base dei gravi problemi di sottosviluppo che affliggono soprattutto i paesi africani. Le religioni dovrebbero una volta per tutte liberarsi dalle varie forme di spocchioso dogmatismo che le connota, abbandonare ogni tentazione di intrusione nel potere temporale e dedicarsi solo ed esclusivamente alla sfera etica e spirituale. Oggi a farne le spese, per una sorta di bizzarra legge del contrappasso, sono soprattutto i fedeli come dimostrano i recenti episodi che hanno portato alle stragi di ebrei a Pittsburgh e di cristiani copti in Egitto. I politici dal canto loro devono sfuggire alla tentazione di utilizzare il “fischietto dei cani” (“the dog whistle”); se ne parla molto in questi giorni dopo la strage degli ebrei in America per indicare la cattiva abitudine di alcuni politici di camuffare messaggi che istigano all’odio razziale o religioso all’interno di un discorso apparentemente normale. Per esempio quando un politico, prendiamone uno a caso…, dice che i globalisti vogliono aprire le frontiere consentendo ai migranti di invadere il paese e minacciare lo stile di vita dei cittadini, è facile che succeda che in una nazione armata come l’America o in una che tende ad armarsi come l’Italia sognata dall’attuale governo, un fanatico prenda il fucile e vada in sinagoga a sparare. Rispetto degli altri, tolleranza e amore per il prossimo, regole semplici che non fanno più parte del dizionario del vivere quotidiano.
N.B. Articolo rifiutato da “L’Avvenire di Calabria”
Franco Arcidiaco
L’antichità fornisce innumerevoli esempi di virtuosi scambi interculturali, fin dai tempi dell’impero romano e dei viaggi esplorativi di Marco Polo, dalle aperture della dinastia Ming in Cina e dell’epoca d’oro dell’Islam in Spagna e in Sicilia, per arrivare ai grandi flussi migratori, uno per tutti quello verso l’America, che hanno fatto degli Stati Uniti d’America la prima potenza mondiale. Purtroppo il terreno sul quale si registrano i più grossi ostacoli nel processo di amalgamazione culturale è quello religioso e le cause, secondo me, risalgono alla frattura antropologica determinata nei paesi del terzo mondo dai processi di evangelizzazione operati dai missionari cristiani. Il colonialismo cristiano ha travolto usi, costumi e tradizioni di intere nazioni e continenti, provocando un collasso identitario che è alla base dei gravi problemi di sottosviluppo che affliggono soprattutto i paesi africani. Le religioni dovrebbero una volta per tutte liberarsi dalle varie forme di spocchioso dogmatismo che le connota, abbandonare ogni tentazione di intrusione nel potere temporale e dedicarsi solo ed esclusivamente alla sfera etica e spirituale. Oggi a farne le spese, per una sorta di bizzarra legge del contrappasso, sono soprattutto i fedeli come dimostrano i recenti episodi che hanno portato alle stragi di ebrei a Pittsburgh e di cristiani copti in Egitto. I politici dal canto loro devono sfuggire alla tentazione di utilizzare il “fischietto dei cani” (“the dog whistle”); se ne parla molto in questi giorni dopo la strage degli ebrei in America per indicare la cattiva abitudine di alcuni politici di camuffare messaggi che istigano all’odio razziale o religioso all’interno di un discorso apparentemente normale. Per esempio quando un politico, prendiamone uno a caso…, dice che i globalisti vogliono aprire le frontiere consentendo ai migranti di invadere il paese e minacciare lo stile di vita dei cittadini, è facile che succeda che in una nazione armata come l’America o in una che tende ad armarsi come l’Italia sognata dall’attuale governo, un fanatico prenda il fucile e vada in sinagoga a sparare. Rispetto degli altri, tolleranza e amore per il prossimo, regole semplici che non fanno più parte del dizionario del vivere quotidiano.
N.B. Articolo rifiutato da “L’Avvenire di Calabria”
Franco Arcidiaco
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