mercoledì 26 marzo 2014

LA PAGLIUZZA DI NACCARI E LA TRAVE DI SCOPELLITI

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “...Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. (Dal Vangelo secondo Luca 6,39-42).
Non c'è cosa peggiore di quando metti il Vangelo nelle mani di un ateo comunista, ogni volta che mi capita di sfogliarlo, scatta un riflesso pavloviano che inevitabilmente porta a radicalizzare le mie posizioni. Stamattina, per esempio, leggendo le locandine dell'edizione di Reggio del Quotidiano, la mia mente è andata subito a quella parabola e, di riflesso, a quel "Modello Reggio" di scopellitiana memoria che, dopo aver annientato il tessuto sociale e civile della mia città, ha finito con l'infettare l'intera regione. La vicenda strillata dalla locandina, riguarda la storia della dottoressa Valeria Falcomatà in Naccari, accusata di aver brigato, assieme al marito, per vincere un concorso pubblico di dirigente medico. Partendo dal presupposto che i due coniugi non hanno certo bisogno di un giornalista dilettante quale il sottoscritto che si erga a loro avvocato difensore, quello che mi preme sottolineare è l'evidente disparità di trattamento che viene riservata da alcuni autorevoli organi di informazione, tra cui il Quotidiano, a due politici come Naccari e Scopelliti che, ormai da un decennio, sono i protagonisti indiscussi della politica reggina, per non dire calabrese. Tanta acqua è passata sotto i ponti da quando Naccari, con il valido sostegno dell'attuale segretario provinciale del PD Seby Romeo, ha demolito il "modello Scopelliti" consegnando le inoppugnabili prove dei suoi disastri alla Procura della Repubblica ed al Prefetto. Purtroppo tutto questo tempo non è ancora risultato sufficiente al sistema giudiziario per chiudere conseguentemente la vicenda; è indiscutibile, però, che i fatti succedutisi, dal suicidio della Fallara allo scioglimento del Comune, hanno parlato, per chi ha avuto voglia di ascoltare, più chiaramente di mille sentenze. Attenzione che qui non siamo al cospetto della solita schermaglia tra politici antagonisti, ci troviamo invece davanti ad un caso più unico che raro di un politico di opposizione che, stanti le difficoltà di ottenere le riposte ai suoi dubbi dagli organi politici istituzionali, ha raccolto documenti e prove e li ha consegnati alle autorità giudiziarie. Questa azione ha provocato un vero e proprio terremoto che, nonostante l'incredibile e sospetta prudenza investigativa, ha portato al crollo di un sistema che sembrava inattaccabile. Proviamo ora a mettere sul piatto destro della bilancia, magari quella simbolica della Giustizia, le tonnellate di spazzatura riversate sulle nostre strade, le disastrose condizioni in cui versa il sistema sanitario, il clamoroso dissesto del Comune di Reggio Calabria, il degrado civile e sociale che simboleggia ormai la Calabria in tutto il mondo e sul piatto sinistro la vicenda della moglie di Naccari; ma mi volete dire di cosa stiamo parlando? Pur non essendo avvezzo a ricorrere ai più vieti luoghi comuni, mi lascio andare anch'io al classico: "Ho fiducia nell'operato della Magistratura", aggiungendo, però, che spero si arrivi agli ultimi gradi di giudizio prima che la situazione sociale diventi irreparabile. Vedremo un domani se Scopelliti è una povera vittima delle macchinazioni di quel demonio di Naccari, e se quest'ultimo non ha i titoli per indossare i panni del moralizzatore o, invece, non è rimasto semplicemente bersaglio del "metodo Boffo" di berlusconiana memoria. Nel frattempo suggerirei agli amici del Quotidiano di stampare per le edicole di Reggio Calabria locandine "a due piazze", al fine di allontanare dai lettori reggini alcuni maligni sospetti.
Franco Arcidiaco

lunedì 17 marzo 2014

ROSARIO D'AGATA E L'ARTE DEL ROMANZO INCHIESTA. LA STORIA DI ENRICO MATTEI.

Il romanzo-inchiesta è un genere non troppo praticato in italia, anche se il successo di "Gomorra" di Roberto Saviano ha contribuito in qualche modo a riportarlo in auge. Rosario D'Agata è un grande maestro in questa materia e lo ha dimostrato quando, nel 2009 alla tenera età di 74 anni, ha deciso di dare alle stampe la sua poderosa e ponderosa (ben 474 pagine) ricostruzione della vicenda umana e professionale di Enrico Mattei, del suo "cane a sei zampe" e della "Supercortemaggiore, la potente benzina italiana". "Il prezzo del coraggio", questo è il titolo di quel suo primo romanzo, consegna su un piatto d'argento ai lettori quel periodo della storia d'Italia che va dalle speranze e gli entusiasmi del dopoguerra, all'avvio della tragica fase della "strategia della tensione" e dei cosiddetti "anni di piombo". E' sorprendente, anche per il lettore più avveduto, scoprire come l'attenta ricostruzione (sia pur romanzata) di una vicenda, possa contenere le giuste chiavi di lettura per interpretare le sconcertanti manovre internazionali che hanno segnato in modo indelebile la Storia contemporanea del nostro Paese. Rosario è ben consapevole di questo e l'incipit della sua prefazione parla chiaro: "Sembra impossibile che la vicenda narrata in questo romanzo possa riferirsi a fatti realmente accaduti nel nostro Paese non molti anni or sono e che solo in parte sono stati resi noti al grande pubblico...". La spiegazione ce la fornisce un po' più avanti lui stesso: "Viviamo in un periodo nel quale parlare di impresa pubblica può sembrare una bestemmia e quindi potrebbe apparire anacronistico, oltre che politicamente scorretto, raccontare la storia di un imprenditore di Stato che operò a vantaggio del Paese senza cercare il proprio profitto personale, suscitando sorrisi di compatimento da parte degli ammiratori dei nuovi capitani d'impresa tutti presi dall'obiettivo supremo di far soldi". Rosario D'Agata ha lavorato all'ENI dal 1968 (sei anni dopo la scomparsa di Mattei) al 1995, all'Ufficio studi, alla Direzione relazioni esterne e infine come responsabile dell'immagine dell'Agip; fervente ammiratore di Enrico Mattei, ha curato molte pubblicazioni sulla sua figura e sulla storia del Gruppo. Le sue sono, dunque, fonti di primissima mano che conferiscono un'intaccabile patente di credibilità all'impianto narrativo del suo "romanzo". La Storia della seconda metà del '900 è ancora tutta da scrivere; bisogna essere consapevoli che, fino ad oggi, quelli che sono stati spacciati come fatti storici, altro non sono che gli alibi precostituiti dalle potenze economiche occidentali per giustificare le loro nefande manovre di consolidamento delle posizioni di dominio conquistate dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli accordi internazionali siglati nel febbraio del 1945 durante la Conferenza di Yalta, segnarono sì ufficialmente la fine delle ostilità ma diedero, a tutti gli effetti, l'avvio ad una guerra ancora più spietata, poiché subdola e segreta, che ancora oggi determina i destini del mondo: la Guerra Fredda. Il gioco rimase saldamente nelle mani degli USA e le regole furono determinate dai canoni del più ferreo Capitalismo; d'altra parte gli americani non persero tempo a sfoderare il loro biglietto da visita. Erano passati appena sei mesi dagli accordi di Yalta, quando, il 6 agosto 1945, gli USA inaugurarono la lunga stagione del "Terrorismo di Stato" con il lancio della Bomba Atomica sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Da quel momento non ci fu un angolo del mondo (Italia compresa) che non si trovò costretto a fare i conti con la legge inumana e sanguinaria dettata dal potere economico sovranazionale, guidato con pugno di ferro dagli americani. La vicenda di Enrico Mattei e dell'ENI s'inquadra in questo incredibile e complicato scenario; grande è l'abilità con la quale Rosario D'Agata riesce a renderla fruibile anche a lettori non avvezzi ad argomenti di politica e economia. La narrazione, infatti, procede spigliata e fluente con un ritmo da Spy Story, per non dire da fiction. Mattei, anche se aveva partecipato alla Resistenza, non era un Comunista; il suo intendimento non era, dunque, sconvolgere la politica economica imperante. Alla base del suo operato c'era solo un grande amore per il nostro Paese e la voglia di dimostrare che anche da noi esisteva una sana classe di imprenditori e di manager e tante valide maestranze, in grado di fare dell'Italia una potenza economica indipendente dalle altre nazioni. Mattei era convinto che l'intervento dello Stato nell'economia fosse per l'Italia la sola strada per impedire che la debolezza politica di un Paese uscito sconfitto dalla guerra, praticamente alla mercé dei potenti vincitori, lo facesse diventare una vera e propria colonia da sfruttare. Non negava il valore dell'iniziativa privata ma era altrettanto convinto che taluni comparti essenziali per l'autonomia di un Paese dovessero essere gestiti direttamente o indirettamente dallo Stato. Nel libro l'Autore prefigura l'esistenza di un Direttorio sovranazionale che regge le sorti del Mondo: "Quelle persone, sette uomini e una donna, rappresentavano il Potere, il potere economico e finanziario che da sempre ha governato il mondo.(...) Presidenti, generali, dittatori, politici, statisti, grandi industriali, pensatori e tutti coloro che appaiono in possesso, pur non essendone, del potere di determinare i destini dell'umanità -o di influire su di essi-, sono sempre stati inconsapevolmente pedine di una specie di direttorio invisibile in grado di servirsi di volta in volta di eserciti, di tecnologie, di demagoghi, di movimenti, per finalità legate solo agli immensi interessi di coloro che ne fanno parte". Solo un artificio narrativo quello di D'Agata?, al lettore la risposta; quel che è certo, è che non sembra affatto fantascienza la risposta data da uno dei membri del fantomatico direttorio a chi gli chiedeva come mai non ritenesse semplice sottomettere l'Italia: "Non è così semplice, bisogna tener conto del peso politico dei comunisti italiani, della vicinanza con l'Est, della necessità, quindi, di non sbagliare misura." Sembra proprio l'avvio di quella barbara "strategia della tensione" che non avrebbe esitato a insanguinare le piazze italiane pur di tenere lontano il PCI dal governo del Paese. Il libro è disseminato di frasi, abilmente contrassegnate dai caratteri in corsivo, che riportano espressioni reali di vari funzionari americani reperite da D'Agata grazie ai suoi canali di informazione; fa tremare le vene ai polsi il seguente passaggio (occhio al corsivo): "Mr. Van Haas specificò innanzitutto che quell'ufficio, che si occupava ufficialmente di rapporti commerciali a latere dell'addetto commerciale dell'Ambasciata degli Stati Uniti, non era in realtà una emanazione diretta né del governo americano né di qualsiasi altro governo, ma che faceva capo a istanze decisionali dalle quali dipendeva la sopravvivenza e lo sviluppo del Sistema Occidentale." Scrive D'Agata: "Quello che importava era sempre e in ogni caso, la difesa e l'incremento di quel potere che il controllo dell'economia mondiale poteva dare. Era il loro un cartello assoluto, senza morale, senza sentimenti, ma teso solo a consolidare quel potere con ogni mezzo, al di fuori di qualsiasi remora e di qualsiasi regola." "E ora un piccolo italiano osava seminare in giro idee pericolose che, pur non potendo recare danni di qualche rilievo al meccanismo di potere del Direttorio, avrebbero potuto procurare dei fastidi alimentando qualche esaltato con sogni rivoluzionari e costringendo il Direttorio stesso a perdere tempo e soldi per tamponare qualche iniziativa di disturbo." Per fermare Mattei fu tentato di tutto, dalle pressioni politiche, alle campagne di stampa falsamente ambientaliste, alle lotte sindacali prezzolate, ai sabotaggi degli impianti, fino alla classica arma della diffamazione personale; la sua irriducibilità e la sua fermezza costrinsero il "direttorio" a fare ricorso alla soluzione finale: l'attentato al suo aereo, precipitato il 27 ottobre 1962 sui monti lombardi di Bascapé, di rientro da una missione in Sicilia. Quasi certamente la condanna a morte di Mattei fu decretata dopo la storica conferenza dei petrolieri mondiali, tenutasi al Grand Hotel di Roma, durante la quale fu lanciato un vero e proprio atto d'accusa verso quel petroliere senza petrolio "colpevole" scrive D'Agata "di pretendere di poter far parte di un monolitico e collaudato consorzio di operatori senza avere esperienze e risorse ma al contrario creando confusione e facendo il gioco del Comunismo internazionale con i suoi flirt con i paesi del cosiddetto Terzo Mondo e delle forze sovversive che vi fioriscono." Fu in quell'occasione che Mattei pronunciò quella che passò alla storia come "la parabola del gattino affamato": " C’era una volta un gattino gracile e smunto, che aveva fame. Vide dei cani grossi e ringhiosi che stavano mangiando e, timidamente, si avvicinò alla ciotola. Ma non fece nemmeno in tempo ad accostarsi che quelli, con una ‘zampata’, lo allontanarono. Noi italiani siamo come quel gattino: abbiamo fame e non sopportiamo più i cani grossi e ringhiosi, anche perché, in quella ciotola, c’è petrolio per tutti"; ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare: "Non passerà molto tempo che dovrete accorgervi, a vostre spese, che non potete fermare la storia. I Paesi che detengono le risorse petrolifere, e che oggi sfruttate, diventeranno loro stessi i gestori diretti delle loro risorse e voi dovrete adeguarvi, volenti o nolenti!" Da quel momento Enrico Mattei intensificò una campagna di sensibilizzazione, di sostegno e di affiliazione all'ENI dei Paesi del Terzo Mondo (Iran, Libia e Egitto in testa) che possedevano giacimenti petroliferi; era veramente troppo, la misura per il Direttorio era colma, quell'italiano fastidioso doveva essere fermato. E, con buona pace di chi veramente ha creduto alla favoletta dell'implosione e del fallimento dell'Unione Sovietica, e alla sua caratteristica di Impero del male, sentite come Mattei rispondeva a chi si meravigliava della sua decisione di acquistare petrolio dall'URSS: "Sì acquisteremo dall'Unione Sovietica, la cui realtà non deve essere intesa, come finora è accaduto, soltanto come una minaccia potenziale, ma anche come un fattore di equilibrio... un elemento in grado di bilanciare lo strapotere dell'economia americana. E vi dico di più... se un giorno l'URSS dovesse sfaldarsi, sarebbe l'inizio di una sciagura per il mondo, perché saremmo tutti alla mercé di una sola superpotenza che governerebbe il mondo a suo piacimento, facendone un unico grande mercato." Profetico, come tutti i grandi uomini, Enrico Mattei arrivò a delineare, con decenni di anticipo, la tragica situazione nella quale ci saremmo catastroficamente venuti a trovare dopo il crollo del Muro di Berlino. Oggi non è più tempo di eroi e di sognatori ma, come fa dire D'Agata a uno dei membri del Direttorio, la spietata Inez: "di figure nuove, uguali e contrarie (a gente come Mattei, ndr) persone da aiutare a diventare imprenditori pigliatutto, che sappiano muoversi con vivacità, disinvoltura e simpatia, che diventino un punto di riferimento, persone che possano essere considerate come esempio da emulare, capaci di crearsi un'immagine che sappia fare sognare tutti gli ingenui fino a trasformarsi in un mito intoccabile per le masse. Dobbiamo creare personaggi che siano anche convinti sostenitori e difensori del mercato e delle sue leggi, esempi irresistibili di imprenditori privati che si sono fatti da sé." Vi viene in mente qualcuno?
Franco Arcidiaco
Rosario D'Agata
Il prezzo del coraggio. Enrico Mattei e il cane a sei zampe tra mistero e realtà.
Edizioni Zines Agra, Roma, 2009
Pagine 476, € 18,00

lunedì 24 febbraio 2014

DUE EDITORI CALABRESI E UN TIPOGRAFO PARTNER PER UN EVENTO STORICO

Grazie al prof. Marcello Sestito e alla soprintendente Simonetta Bonomi, Roberto Laruffa ed io abbiamo avuto l'opportunità di unire i nostri marchi per produrre, in coedizione, il prestigioso catalogo che segnerà ufficialmente il rientro dei Bronzi di Riace nel Museo Archeologico di Reggio Calabria. E' importante sottolineare che il catalogo sarà prodotto senza alcun finanziamento pubblico ma esclusivamente con risorse delle nostre due case editrici e della tipografia Creative Artworks di Domenico Surace. Con questa iniziativa abbiamo voluto segnare un'inversione di tendenza nel comparto produttivo della nostra regione, storicamente considerato come incapace di "fare squadra". "Il Quotidiano della Calabria" è stato molto attento nel rilevare il valore dell'iniziativa.
Franco Arcidiaco

GIRASOLE, AMBIZIONI COMMERCIALI E CULTURALI TRADITE DALL'INCURIA di ELEONORA DELFINO

La brava e attenta collega Eleonora Delfino ha ripreso su "La Gazzetta del Sud" l'annosa questione della destinazione dell'immobile denominato "Il Girasole". La sua ricostruzione è attenta e accurata e tiene anche conto della proposta che avevo avanzato a suo tempo al sindaco Demetrio Arena.

"E' LA STAMPA, BELLEZZA! LA STAMPA! E TU NON CI PUOI FAR NIENTE! NIENTE!" (Neanche in Calabria)

"L'ultima minaccia" è un film del 1952 girato da Richard Brooks.
Il titolo originale "Deadline" è, al solito, molto più pertinente. In inglese vuol dire “scadenza” e nel gergo giornalistico indica il termine ultimo di chiusura del giornale che deve andare in stampa. Non è un film famosissimo, ma alzi la mano chi non ha mai sentito la battuta: “E’ la stampa, bellezza!”. A pronunciarla nell’ultima scena del film, mentre alle sue spalle gira trionfante e inarrestabile la rotativa, è un Humphrey Bogart 54enne, all’apice della carriera. Siamo infatti nel 1952 e il regista Richard Brooks, uno degli autori più liberal di Hollywood, affida al grande attore la parte di Ed Hutchinson, direttore del giornale “The day” di New York. La storia è quanto mai attuale: il giornale sta per essere venduto alla concorrenza dagli eredi del fondatore. Bogart si oppone con tutte le forze perché è chiaro che il giornale sarà snaturato. Allo stesso tempo, spinge un suo redattore a indagare su un boss della malavita che una commissione d'inchiesta ha appena assolto. Il gangster prima prova a corrompere Hutchinson e poi lo minaccia. Sempre invano. Bogart/Hutchinson è un uomo deluso dalla vita, perdutamente innamorato della ex moglie e del proprio mestiere, ma la sua vita privata è un disastro. Provvidenziale arriva il colpo di scena: la madre di una ragazza assassinata dal boss, consegna ad Hutchinson il diario contenente le prove che lo incastrano. E’ la scena più bella del film: l’anziana donna consegna il diario al giornale e non alla polizia, perché è leggendo il “Day” che ha imparato a essere una buona cittadina. È l’esaltazione del valore civile del giornalismo indipendente.
È l’ultimo giorno di vita del giornale. Che farà Bogart/Hutchinson? Pubblicherà o no il diario sull’ultimo numero del giornale? Assolverà il dovere di cronista o penserà a salvarsi la vita? Se avete capito lo spirito del film, avete già la risposta. Quella battuta: “E’ la stampa, bellezza. E non puoi farci niente!”, è diventata in tutto il mondo il simbolo del giornalismo inteso come contropotere, come “watchdog”, “cane da guardia”.
Bene, tutto questo in Calabria, tra la totale indifferenza dei media nazionali, ieri è stato completamente ribaltato. La rotativa è stata bloccata, un coraggioso e indipendente direttore, Luciano Regolo, ha avuto la sorpresa di non trovare in edicola il suo giornale "L'Ora della Calabria". Regolo durante la notte aveva sentito il suo editore pronunciare una frase altrettanto fatidica: "Il cinghiale quando viene ferito ammazza tutti". Il giornale bloccato riportava in esclusiva la notizia che il rampollo del senatore Tonino Gentile, uno degli uomini più in vista del centrodestra calabrese, era rimasto invischiato in una brutta storia di corruzione e di malaffare. La FNSI e il Sindacato giornalisti della Calabria hanno giustamente affermato che l'episodio "getta una luce sinistra sui processi dell'informazione nella regione". Con questo gravissimo, enorme episodio, la Calabria, se possibile, ha toccato ieri il punto più basso della sua storia millenaria. Sommersi dalla spazzatura, dal degrado sociale e civile, dalla malasanità, dalla peggiore politica affaristica e cinica e dalla criminalità più efficiente del mondo, assistiamo oggi all’attacco contro quella libertà di stampa che è il termometro del livello di democrazia di una società moderna.
Franco Arcidiaco




lunedì 16 dicembre 2013

E SE ATTORNO AL TAVOLO DELLE FRITTOLE TROVASSI UN LIGRESTI?

Dice bene Aldo Varano su "L'Ora della Calabria" di oggi: la criminalità non è una piaga che riguarda solo il Mezzogiorno. Questa riflessione nasce osservando la distribuzione degli incarichi all'interno della segreteria politica di Matteo Renzi; l'assegnazione all'ottima Pina Picierno della doppia delega denominata "Legalità e Sud" è, infatti, chiaramente rivelatrice di un retropensiero che tende ad assimilare i due aspetti. Il messaggio, e vogliamo sperare che si tratti solo di un infortunio e non di una scelta meditata, è devastante: anche Matteo Renzi, il nuovo che avanza, tende a ridurre la Questione Meridionale a mera questione criminale. Buona parte del Paese e della vera sinistra italiana hanno affidato grandi aspettative e speranze a Renzi, ma la delusione sarebbe proporzionale alle aspettative se il nuovo PD non provvedesse subito a mettere in agenda il problema del Sud per farlo ripartire con, per usare ancora le parole di Varano, "strategie di innovazione e modernità che esaltino potenzialità, culture e vocazioni del suo territorio". Per quanto riguarda l'argomento legalità ci vuol poco, invece, a capire che si tratta di un problema di dimensioni nazionali (per non dire planetarie); il terreno di coltura della 'ndrangheta, e di tutta la criminalità organizzata, è il mondo degli affari, folle sarebbe, quindi, pensare di affrontare il problema rincorrendo i pastori di Platì e San Luca piuttosto che i fighetti di piazza San Babila. La nuova politica non deve fare lo stesso errore della magistratura, la quale in questi anni ha tentato di colmare il vuoto teorico ed operativo dei governi con un iperattivismo viziato da protagonismo narcisista. Non servono magistar, ma magistrati operativi, coraggiosi e liberi da ogni forma di condizionamento; quando Giovanni Falcone decise di affrontare seriamente il problema mafia a Palermo, si isolò dal resto del mondo e si rinchiuse dentro una caserma della guardia di finanza, lavorando instancabilmente giorno e notte rifuggendo telecamere e salotti televisivi. La lotta alla criminalità in Italia è ancora ferma al mito di Osso, Mastrosso e Carcagnosso e in Calabria c'è ancora chi crede seriamente che il capo della 'ndrangheta sia uno sfigato ultraottantenne arrestato mentre trasportava la frutta in motoape. Da Matteo Renzi e la sua squadra ci aspettiamo un intervento a 360 gradi che affronti radicalmente il problema criminalità organizzata sin dagli aspetti etimologici. Rivoluzionario sarebbe mettere al bando i termini mafia, 'ndrangheta e camorra che, anche grazie a certa pubblicistica perversa, rivestono un aspetto di sacralità che attrae morbosamente le fasce più ignoranti della popolazione. Altrettanto rivoluzionario sarebbe mettere al bando le associazioni antimafia e staccare le stellette dal petto dei professionisti del settore. In una società finalmente normale la legalità è una condizione naturale e non deve esistere commistione di ruoli tra carriere e professioni. La stessa abusata teoria dell'Area grigia deve essere riportata su un terreno sociologico e non giudiziario; non è possibile pretendere che un cittadino debba essere costretto a chiedere il certificato antimafia al meccanico a cui intende affidare la riparazione della sua vettura. Sarebbe interessante che qualcuno spiegasse ai cittadini se è più grave mangiare le frittole in un grande tavolo attorno al quale può capitare un pregiudicato, oppure frequentare consapevolmente personaggi come i Ligresti, protagonisti del malaffare che ha messo in ginocchio l'economia italiana. Il processo di rottamazione avviato da Matteo Renzi dunque è da considerarsi appena iniziato e ci auguriamo che proceda anche fuori dalle stanze del PD.
Franco Arcidiaco

GRAMSCI, TOGLIATTI, LONGO, BERLINGUER E… RENZI

Chi pensa che la vittoria di Matteo Renzi rappresenti una sconfitta per gli eredi del PCI, non ha capito nulla non solo di quel partito ma di gran parte della storia italiana degli ultimi 80 anni. Sin dal lontano 21 gennaio del 1921, quando al Teatro San Marco di Livorno fu fondato il partito, il PCI ha costituito quello che il politologo pugliese Salvatore Speranza giustamente definisce “un paese nel Paese”, citando un pensiero di Pier Paolo Pasolini. E quel “paese” esiste ancora oggi ed è incarnato nei gangli più vitali e sani della politica italiana. E’ un “paese” abitato da persone perbene e pacifiche, animate da un fortissimo senso civico, ricche di valori basilari quali la solidarietà e il bene comune. Oggi quel “paese” si è schierato compatto al fianco di Renzi, con buona pace di quelli che pensano che il più grande partito della sinistra italiana abbia svoltato a destra. La parte migliore del PCI ed i suoi eredi oggi sono con Renzi, così come ieri erano con Enrico Berlinguer; la scellerata azione politica sfociata in quella tristemente famosa “svolta della Bolognina” ha avuto quantomeno il merito di fare uscire allo scoperto i sottoprodotti di una fantastica stagione politica (Occhetto, D’Alema, Veltroni e compagnia cantante) che militavano, per mero opportunismo, in un partito di cui non condividevano gli ideali.
I comunisti italiani, considerandosi parte fondante del patto costituzionale, erano caratterizzati da un roccioso senso dello Stato e delle Istituzioni. Sin dalle prime scelte di Togliatti, all’alba della Repubblica, fino alla determinante azione svolta negli anni del terrorismo, i comunisti sono stati in prima linea nella difesa delle istituzioni democratiche. La scuola politica del PCI ha dimostrato il suo grande valore nella gestione delle cosiddette “Regioni Rosse” ed ancora oggi Emilia Romagna, Toscana e Umbria costituiscono dei mirabili esempi di buona amministrazione locale, per non parlare della mitica stagione dei sindaci (Valenzi, Argan, Petroselli, Vetere, Novelli, Zangheri, Bonazzi, Falcomatà e tanti altri) che ha risvegliato nelle popolazioni l’amore per la propria città ed il rispetto per le istituzioni. L’azione di Napolitano in questi anni costituisce la fioritura di un destino politico (intriso di cultura dello Stato e amor di patria), e ridicolizza le tesi di chi aveva archiviato frettolosamente la storia del PCI attribuendogli colpe che non erano certo sue.
Quello che costituisce la migliore eredità del Pci e dei suoi settanta anni di vita e di lotta riguarda senz’altro la Costituzione e la democrazia italiana, i diritti dei lavoratori e lo stato sociale.
Non c'è parola o gesto dei dirigenti comunisti italiani dei primi quarant'anni della Repubblica che non vada in direzione della difesa delle istituzioni democratiche, dell’arginamento dei sussulti populistici e delle tentazioni plebeistiche, pur nel rispetto di un operaismo maturo e consapevole. La scuola dei dirigenti comunisti fu severa nei confronti di alcune lotte operaie degli anni settanta, pose la battaglia contro l'inflazione come obiettivo naturale della sinistra, antepose l'interesse nazionale a quello di partito. Da questa scuola vennero alcuni dirigenti che hanno fatto la storia della sinistra, personaggi diversi per temperamento (basta confrontare Napolitano, Longo, Amendola, Pajetta, Ingrao e Berlinguer), innamorati della politica, con una grande motivazione etica. La loro ferma determinazione a respingere l'attacco e il ricatto terroristico senza uscire dal quadro costituzionale, la loro spinta verso l'intervento netto e combattivo del movimento dei lavoratori e il risultato che così si ottenne, in termini di drastico isolamento dei fautori della violenza sanguinaria e dell'eversione comunque si presentassero, costituirono il capolavoro politico di quegli anni bui. I comunisti italiani e la “via italiana al socialismo” si conquistarono il rispetto e l’attenzione del mondo intero. Nel 1978, al rientro da un viaggio negli USA dopo un ciclo di conferenze nelle principali università, Napolitano dichiarò profeticamente: “Queste questioni investono il rapporto tra le nostre posizioni attuali e le nostre prospettive più lontane; investono il nostro rapporto con l'Europa e l'Occidente, e le nostre posizioni di politica internazionale. Le ingenuità, gli schemi, i pregiudizi, pesano ancora molto. Si fa fatica, da parte di molti, a 'inquadrarci'; e non parlo di avversari dichiarati e irriducibili, ma di persone e forze impegnate a comprendere e a valutare obiettivamente la realtà del Pci. E' comunque un fatto che si è acceso un interesse, che si sono aperti canali di comunicazione e di confronto. Bisogna percorrerli, anche se il cammino non sarà semplice". Oggi Giorgio Napolitano ha riscattato l’intera vicenda politica del Pci e l’ha consegnata alla storia nella sua giusta dimensione, quella, per dirla con Thomas Mann, della politica che «non potrà mai spogliarsi della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare la sua parte etica». Non è affatto un caso che questo comunista rigoroso, questo leader politico di grande caratura intellettuale si sia ritrovato oggi a reggere il timone di una nave in balia dei flutti, nel tentativo di salvare uno dei più importanti Paesi occidentali e dimostrando che la politica, quella seria, quella alla quale il berlusconismo ci aveva disabituato, ha bisogno di qualità che derivano dall’esperienza e da una sana formazione culturale.
Oggi il PD, guidato da Matteo Renzi, ha le carte in regola per raccogliere questa immensa eredità; determinante sarà la capacità di mantenerne il rigore morale e la forza decisionale. Il formidabile strumento che fece grande il PCI fu il “Centralismo Democratico” che, al contrario di quello che si vuol far pensare, non era bieco unanimismo opportunista, ma florido prodotto di articolate elaborazioni dialettiche che, seminate nell’humus delle sezioni, arrivavano al vertice e consentivano ai dirigenti di governare il Partito con fermezza. Questo è lo strumento di cui ha bisogno il PD di oggi e un leader carismatico e diretto come Renzi è la persona giusta per reinterpretarlo.
Franco Arcidiaco