lunedì 16 dicembre 2013

E SE ATTORNO AL TAVOLO DELLE FRITTOLE TROVASSI UN LIGRESTI?

Dice bene Aldo Varano su "L'Ora della Calabria" di oggi: la criminalità non è una piaga che riguarda solo il Mezzogiorno. Questa riflessione nasce osservando la distribuzione degli incarichi all'interno della segreteria politica di Matteo Renzi; l'assegnazione all'ottima Pina Picierno della doppia delega denominata "Legalità e Sud" è, infatti, chiaramente rivelatrice di un retropensiero che tende ad assimilare i due aspetti. Il messaggio, e vogliamo sperare che si tratti solo di un infortunio e non di una scelta meditata, è devastante: anche Matteo Renzi, il nuovo che avanza, tende a ridurre la Questione Meridionale a mera questione criminale. Buona parte del Paese e della vera sinistra italiana hanno affidato grandi aspettative e speranze a Renzi, ma la delusione sarebbe proporzionale alle aspettative se il nuovo PD non provvedesse subito a mettere in agenda il problema del Sud per farlo ripartire con, per usare ancora le parole di Varano, "strategie di innovazione e modernità che esaltino potenzialità, culture e vocazioni del suo territorio". Per quanto riguarda l'argomento legalità ci vuol poco, invece, a capire che si tratta di un problema di dimensioni nazionali (per non dire planetarie); il terreno di coltura della 'ndrangheta, e di tutta la criminalità organizzata, è il mondo degli affari, folle sarebbe, quindi, pensare di affrontare il problema rincorrendo i pastori di Platì e San Luca piuttosto che i fighetti di piazza San Babila. La nuova politica non deve fare lo stesso errore della magistratura, la quale in questi anni ha tentato di colmare il vuoto teorico ed operativo dei governi con un iperattivismo viziato da protagonismo narcisista. Non servono magistar, ma magistrati operativi, coraggiosi e liberi da ogni forma di condizionamento; quando Giovanni Falcone decise di affrontare seriamente il problema mafia a Palermo, si isolò dal resto del mondo e si rinchiuse dentro una caserma della guardia di finanza, lavorando instancabilmente giorno e notte rifuggendo telecamere e salotti televisivi. La lotta alla criminalità in Italia è ancora ferma al mito di Osso, Mastrosso e Carcagnosso e in Calabria c'è ancora chi crede seriamente che il capo della 'ndrangheta sia uno sfigato ultraottantenne arrestato mentre trasportava la frutta in motoape. Da Matteo Renzi e la sua squadra ci aspettiamo un intervento a 360 gradi che affronti radicalmente il problema criminalità organizzata sin dagli aspetti etimologici. Rivoluzionario sarebbe mettere al bando i termini mafia, 'ndrangheta e camorra che, anche grazie a certa pubblicistica perversa, rivestono un aspetto di sacralità che attrae morbosamente le fasce più ignoranti della popolazione. Altrettanto rivoluzionario sarebbe mettere al bando le associazioni antimafia e staccare le stellette dal petto dei professionisti del settore. In una società finalmente normale la legalità è una condizione naturale e non deve esistere commistione di ruoli tra carriere e professioni. La stessa abusata teoria dell'Area grigia deve essere riportata su un terreno sociologico e non giudiziario; non è possibile pretendere che un cittadino debba essere costretto a chiedere il certificato antimafia al meccanico a cui intende affidare la riparazione della sua vettura. Sarebbe interessante che qualcuno spiegasse ai cittadini se è più grave mangiare le frittole in un grande tavolo attorno al quale può capitare un pregiudicato, oppure frequentare consapevolmente personaggi come i Ligresti, protagonisti del malaffare che ha messo in ginocchio l'economia italiana. Il processo di rottamazione avviato da Matteo Renzi dunque è da considerarsi appena iniziato e ci auguriamo che proceda anche fuori dalle stanze del PD.
Franco Arcidiaco

GRAMSCI, TOGLIATTI, LONGO, BERLINGUER E… RENZI

Chi pensa che la vittoria di Matteo Renzi rappresenti una sconfitta per gli eredi del PCI, non ha capito nulla non solo di quel partito ma di gran parte della storia italiana degli ultimi 80 anni. Sin dal lontano 21 gennaio del 1921, quando al Teatro San Marco di Livorno fu fondato il partito, il PCI ha costituito quello che il politologo pugliese Salvatore Speranza giustamente definisce “un paese nel Paese”, citando un pensiero di Pier Paolo Pasolini. E quel “paese” esiste ancora oggi ed è incarnato nei gangli più vitali e sani della politica italiana. E’ un “paese” abitato da persone perbene e pacifiche, animate da un fortissimo senso civico, ricche di valori basilari quali la solidarietà e il bene comune. Oggi quel “paese” si è schierato compatto al fianco di Renzi, con buona pace di quelli che pensano che il più grande partito della sinistra italiana abbia svoltato a destra. La parte migliore del PCI ed i suoi eredi oggi sono con Renzi, così come ieri erano con Enrico Berlinguer; la scellerata azione politica sfociata in quella tristemente famosa “svolta della Bolognina” ha avuto quantomeno il merito di fare uscire allo scoperto i sottoprodotti di una fantastica stagione politica (Occhetto, D’Alema, Veltroni e compagnia cantante) che militavano, per mero opportunismo, in un partito di cui non condividevano gli ideali.
I comunisti italiani, considerandosi parte fondante del patto costituzionale, erano caratterizzati da un roccioso senso dello Stato e delle Istituzioni. Sin dalle prime scelte di Togliatti, all’alba della Repubblica, fino alla determinante azione svolta negli anni del terrorismo, i comunisti sono stati in prima linea nella difesa delle istituzioni democratiche. La scuola politica del PCI ha dimostrato il suo grande valore nella gestione delle cosiddette “Regioni Rosse” ed ancora oggi Emilia Romagna, Toscana e Umbria costituiscono dei mirabili esempi di buona amministrazione locale, per non parlare della mitica stagione dei sindaci (Valenzi, Argan, Petroselli, Vetere, Novelli, Zangheri, Bonazzi, Falcomatà e tanti altri) che ha risvegliato nelle popolazioni l’amore per la propria città ed il rispetto per le istituzioni. L’azione di Napolitano in questi anni costituisce la fioritura di un destino politico (intriso di cultura dello Stato e amor di patria), e ridicolizza le tesi di chi aveva archiviato frettolosamente la storia del PCI attribuendogli colpe che non erano certo sue.
Quello che costituisce la migliore eredità del Pci e dei suoi settanta anni di vita e di lotta riguarda senz’altro la Costituzione e la democrazia italiana, i diritti dei lavoratori e lo stato sociale.
Non c'è parola o gesto dei dirigenti comunisti italiani dei primi quarant'anni della Repubblica che non vada in direzione della difesa delle istituzioni democratiche, dell’arginamento dei sussulti populistici e delle tentazioni plebeistiche, pur nel rispetto di un operaismo maturo e consapevole. La scuola dei dirigenti comunisti fu severa nei confronti di alcune lotte operaie degli anni settanta, pose la battaglia contro l'inflazione come obiettivo naturale della sinistra, antepose l'interesse nazionale a quello di partito. Da questa scuola vennero alcuni dirigenti che hanno fatto la storia della sinistra, personaggi diversi per temperamento (basta confrontare Napolitano, Longo, Amendola, Pajetta, Ingrao e Berlinguer), innamorati della politica, con una grande motivazione etica. La loro ferma determinazione a respingere l'attacco e il ricatto terroristico senza uscire dal quadro costituzionale, la loro spinta verso l'intervento netto e combattivo del movimento dei lavoratori e il risultato che così si ottenne, in termini di drastico isolamento dei fautori della violenza sanguinaria e dell'eversione comunque si presentassero, costituirono il capolavoro politico di quegli anni bui. I comunisti italiani e la “via italiana al socialismo” si conquistarono il rispetto e l’attenzione del mondo intero. Nel 1978, al rientro da un viaggio negli USA dopo un ciclo di conferenze nelle principali università, Napolitano dichiarò profeticamente: “Queste questioni investono il rapporto tra le nostre posizioni attuali e le nostre prospettive più lontane; investono il nostro rapporto con l'Europa e l'Occidente, e le nostre posizioni di politica internazionale. Le ingenuità, gli schemi, i pregiudizi, pesano ancora molto. Si fa fatica, da parte di molti, a 'inquadrarci'; e non parlo di avversari dichiarati e irriducibili, ma di persone e forze impegnate a comprendere e a valutare obiettivamente la realtà del Pci. E' comunque un fatto che si è acceso un interesse, che si sono aperti canali di comunicazione e di confronto. Bisogna percorrerli, anche se il cammino non sarà semplice". Oggi Giorgio Napolitano ha riscattato l’intera vicenda politica del Pci e l’ha consegnata alla storia nella sua giusta dimensione, quella, per dirla con Thomas Mann, della politica che «non potrà mai spogliarsi della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare la sua parte etica». Non è affatto un caso che questo comunista rigoroso, questo leader politico di grande caratura intellettuale si sia ritrovato oggi a reggere il timone di una nave in balia dei flutti, nel tentativo di salvare uno dei più importanti Paesi occidentali e dimostrando che la politica, quella seria, quella alla quale il berlusconismo ci aveva disabituato, ha bisogno di qualità che derivano dall’esperienza e da una sana formazione culturale.
Oggi il PD, guidato da Matteo Renzi, ha le carte in regola per raccogliere questa immensa eredità; determinante sarà la capacità di mantenerne il rigore morale e la forza decisionale. Il formidabile strumento che fece grande il PCI fu il “Centralismo Democratico” che, al contrario di quello che si vuol far pensare, non era bieco unanimismo opportunista, ma florido prodotto di articolate elaborazioni dialettiche che, seminate nell’humus delle sezioni, arrivavano al vertice e consentivano ai dirigenti di governare il Partito con fermezza. Questo è lo strumento di cui ha bisogno il PD di oggi e un leader carismatico e diretto come Renzi è la persona giusta per reinterpretarlo.
Franco Arcidiaco





giovedì 28 novembre 2013

ROCCO SCIARRONE E LA DEMOCRAZIA DELLA PATATA

Il consigliere provinciale Rocco Sciarrone, a riprova della sua grande sensibilità verso i gravi problemi sociali che affliggono il nostro territorio, ha pensato bene di gratificare un gruppo di giovani volenterosi, pescando of course dal suo bacino elettorale, spedendoli a Roma ad assistere Berlusconi nella sua agonia. Lo rivela il collega Nello Trocchia in un gustoso articolo su "Il Fatto Quotidiano" di oggi; "Non siamo iscritti, ma è tutto pagato pure l'albergo, tutto a gratis (sic)", hanno dichiarato allo stupefatto (ma non tanto) cronista, mentre intonavano l'inno coniato per l'occasione: "Viva la patata, viva la patata!". Gli stremati protagonisti di questo spontaneo "Tour per la Democrazia" hanno poi goduto il meritato riposo presso un mega albergo della capitale, nientemeno che lo "Sheraton golf club", un 4 stelle lusso. Un video sul "FattoquotidianoTV" documenta la loro magnifica avventura; quello che non è documentata è la delusione che hanno provato rientrando la sera nel grande albergo; memori delle mitiche "cene eleganti" di Arcore avevano cominciato a fantasticare sugli extra che certamente avrebbero trovato nelle loro camere, grande è stato il disappunto nel verificare che il pacchetto non prevedeva la "coperta" e finanche la paytv non era prevista tra i rimborsi. Munifico ma incauto il consigliere Sciarrone! E poi ci domandiamo perché i giovani si allontanano dalla politica…
Franco Arcidiaco

martedì 26 novembre 2013

E' IL ROSSO MAGGIO IL MESE DI PASQUINO CRUPI!

Il mese di Maggio per Pasquino Crupi era un mese speciale: il corteo della Festa del Lavoro e, quattro giorni dopo, la processione di San Leo. Due eventi, di natura solo apparentemente opposta, che lo coinvolgevano da protagonista assoluto nella sua Bova. I primi giorni dello scorso mese di Aprile, il Professore mi convocò nel suo studio presso l' Università "Dante Alighieri", la malattia gli aveva risparmiato solo lo sguardo fiammeggiante e la verve umoristica, ma la sua voce era debole e lo stesso immancabile sigaro non aveva il profumo di sempre. Lo guardai bene dietro la coltre di fumo, mi ricambiò lo sguardo e mi gelò: "Direttore, si avvicina il tempo del mio ultimo Primo Maggio e della mia ultima processione di San Leo". Non trovai nemmeno la forza di schernirlo, i nostri occhi si inumidirono all'unisono e mi precipitai ad abbracciarlo senza fiatare. Ci conoscevamo da troppi anni e mai avevamo barato tra di noi, nemmeno in occasione delle innumerevoli dispute conseguenti alle sue imprevedibili e repentine scelte politiche che mi spiazzavano. Ci davamo rigorosamente il "Voi", lui, un gigante al mio cospetto, mi riservava un rispetto che mi metteva in imbarazzo. "Mi dovete pubblicare al più presto un librettino su San Leo", mi disse perentorio; trovai la forza di scherzare: "Professore, che fate vi buttate sotto le bandiere?", "Direttore, lo sapete, non potrei mai credere in un Dio onnipotente e, nel contempo, incapace di domare la scelleratezza dell'uomo e l'imperfezione della Natura. L'invenzione del libero arbitrio è la dimostrazione dell'incapacità della chiesa di dimostrare l'esistenza di Dio; ma c'è un angolo importante della mia anima che riservo alla Madonna di Polsi, a cui era devotissima mia madre, e al culto di San Leo, il Santo Operaio". Mettemmo subito in cantiere il "San Leo", che uscì qualche giorno prima della festa, ma poi le forze e gli ultimi sfibranti impegni non gli consentirono di riguardare il testo su Polsi. Nel rispetto della sua volontà, e con il consenso del figlio Vincenzo, ho chiesto a don Pino Strangio, rettore del Santuario di Polsi, di preparare una prefazione al volume che uscirà nei primi mesi del prossimo anno. Il 21 agosto era un giorno caldo con il cielo coperto, davanti al portone della chiesa, circondato da centinaia di persone, mi guardavo smarrito e cercavo di dare un senso a quella decisione dei suoi cari di far svolgere il funerale in chiesa; ci misi poco a rendermi conto che i presenti lo trovavano del tutto naturale. Pur nel massimo rispetto della decisione della moglie e dei figli, mi rimbombavano nella testa le chiare parole che, pochi mesi prima, il prof. mi aveva pronunciato e che io custodirò sempre come suo testamento spirituale. Nei giorni successivi alla sua morte, i media sono stati assaltati da "coccodrilli" di ogni specie. Tanti ricordi erano sinceri e pertinenti, altri artefatti e opportunisti. Ma quello che veramente è risultato offensivo, fatto salvo, onore al merito, il sincero omaggio tributato da dirigenti e militanti del PDCI, è stato il silenzio della Sinistra ufficiale, quel mondo, che Pasquino aveva incarnato e interpretato da protagonista, che non lo aveva mai amato veramente, spaventato probabilmente dal suo spirito eretico. E così il più grande interprete della cultura meridionalista, il più fervente cantore delle lotte del mondo operaio e contadino, brillante e corretto alfiere dell'edonismo laico, si è ritrovato ad essere celebrato prima tra le navate di una chiesa e subito dopo tra gli emicicli presidiati da una destra lontana mille miglia dalla sua storia e dalla sua cultura più profonda. Ironia della sorte e summa iniuria generata da questi tempi selvaggi.
Franco Arcidiaco

giovedì 21 novembre 2013

CHIESA, 'NDRANGHETA E MAGISTAR

Se Nicola Gratteri non fosse il più importante Procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, ma fosse un semplice scrittore-saggista, nessuno, a parte i più pignoli amanti del buon gusto, troverebbe niente da ridire sulle sue comparsate televisive e sulle interviste a effetto rilasciate a giornalisti compiacenti. Ci si potrebbe limitare a classificarle tra le normali attività di marketing che le grandi case editrici (e in questo la Mondadori di Marina Berlusconi è maestra) sviluppano all'uscita di un best seller. D'altra parte, nei giorni precedenti, abbiamo visto come i media, con in testa i soliti noti del Fatto Quotidiano, non si siano fatti scrupolo di rilanciare i deliri berlusconiani per promuovere l'ennesimo libro-panettone di Bruno Vespa. Ma proprio questo è il punto, Nicola Gratteri non è Bruno Vespa e i suoi libri fino ad oggi sono stati considerati delle pietre miliari per lo studio e l'interpretazione del fenomeno 'ndrangheta. Pertanto se un magistrato di quel livello scrive sulle pagine di un libro, destinato a vendere centinaia di migliaia di copie, che in Calabria la Chiesa è connivente con la mafia, arrivando a gettare ombre addirittura sulle figure di GianCarlo Bregantini e Giuseppe Morosini, è legittimo domandarsi per quale motivo abbia deciso di bruciare questo prezioso materiale di indagine gettandolo ai quattro venti e mettendo sull'avviso i principali sospettati. Non risulta, infatti, che in tanti anni di lotte alla 'ndrangheta sia mai emersa alcuna pista concreta che abbia portato gli investigatori non dico fino all'altare, ma nemmeno dentro la penombra della sagrestia. La stessa inchiesta sulle Cooperative della Valle del Buonamico fallì miseramente ed ebbe come unico effetto, guarda un po', il trasferimento del Vescovo Bregantini da Locri a Campobasso. L'8 ottobre del 2007, esattamente un mese prima di essere trasferito, padre Giancarlo "profeticamente" così scriveva dalle colonne de "Il Quotidiano": "Solo chi vince il male nella sua umanità può frenare la negatività attorno a sé. Di freni ha tanto bisogno, oggi, la nostra Calabria. Freni alle chiacchiere inutili. Freni alle invidie e alle gelosie. Freni ai sentimenti coltivati nel rancore che meditano vendette. Freni a trasmissioni televisive pensate non per informare ma per infangare. Freni alla vanità della mente e alla durezza del cuore! Questo perché mai dalla bassezza può nascere il futuro! ... è nel silenzio, nell'umiltà, nel perdono, nella bonitas che nasce l'uomo nuovo!". Aveva le idee chiare padre GianCarlo sulla Calabria e sui calabresi che lui, da trentino, aveva capito molto meglio di tanti di noi che qui siamo nati, viviamo e operiamo; e aveva le idee chiare anche sul ruolo dei preti. In uno dei tanti indimenticabili colloqui, in occasione della preparazione dei suoi tre libri pubblicati dalla mia casa editrice con la collaborazione di Ida Nucera, amava tratteggiare metaforicamente le figure dei Promessi Sposi, e sottolineava come Lucia, icona di luce ma attorniata dalle tenebre e assediata da Don Rodrigo, "esempio tragico di tutti i nostri mafiosi", fosse ben difesa da Fra Cristoforo e non da don Abbondio che lui definiva "prete ineccepibile sul piano formale, ma privo di luce profetica, perché chiuso nel buio delle sue paure". Quanti don Abbondio e quanti Fra Cristoforo ci sono in Calabria, dottor Gratteri? E anche ammesso che i primi fossero in soprannumero, se la sentirebbe di iscriverli tutti nella colonna dei cattivi? Non tutti i preti possono essere don Pino Puglisi o don Peppino Diana così come non tutti i magistrati possono essere Giovanni Falcone o Paolo Borsellino. Io che non sono nè cattolico nè credente sono in grado di stilare un lunghissimo elenco di preti di ogni ordine e grado che ogni giorno, con impegno ed abnegazione, assolvono alla loro funzione di stare al fianco degli ultimi; chè questo dev'essere il loro ruolo e non certo quello di fare il cane da guardia delle istituzioni. In una società civile e organizzata non ci deve essere frammistione di ruoli, esemplari in questo senso furono le parole che Italo Falcomatà rivolse serenamente, com'era suo costume, ad un altro magistrato di prima linea, quel dottor Salvatore Boemi che gli destinava decine di avvisi di garanzia : "Un sindaco non è un mafiologo nè un mafiografo... Il dottor Boemi, invece è d'altra pasta, ha il senso della prima linea, dove si sente il tuono del cannone, che il resto del paese, cui la guerra viene raccontata, non può avere. Io onoro questo combattente, non battendo lo stesso chiodo, ma indebolendo la durezza del legno". Dovremmo fare tutti tesoro dell'insegnamento di questo grande politico calabrese e rientrare tutti nei ranghi: i giornalisti a fare i giornalisti (e non la cassa di risonanza di chicchessia), i preti a curare le anime (e tralasciare i corpi), i politici a governare nell'interesse generale (e qui la vedo nera...), gli intellettuali a studiare e non tacere ed infine i magistrati e le forze dell'ordine a combattere il male e a... scrivere libri, ma solo dopo il pensionamento. Ritengo, infatti, che l'azione dei Magistar sia vissuta con gran disagio dal corpo della Magistratura, poichè rischia di produrre gli stessi effetti destabilizzanti che l'azione degli Archistar ha provocato nel campo dell'Architettura.
Franco Arcidiaco

IL COMUNISTA DEGLI ANNI DEL "SOLE NON QUIETO"

Nino Stillittano, scomparso lo scorso 30 luglio all’età di 94 anni, era l’archetipo del militante del PCI. Rigoroso, intransigente, preparato, instancabile e coraggioso ha segnato con la sua presenza la vita politica della provincia reggina. Il manifesto funebre lo ha indicato semplicemente come "insegnante elementare in pensione". Il figlio Elio, apprezzato primario di medicina interna all'ospedale di Melito Porto Salvo, ha voluto così rispettare la volontà del padre, la cui vita è sempre stata improntata dall'umiltà e dalla passione politica, e nel contempo fornire la mirabile sintesi della vita di un militante comunista che aveva la vocazione alla lotta e non alla carriera. Eppure il necrologio di Nino avrebbe potuto riempire parecchie pagine, tanti infatti erano stati i ruoli di primo piano che aveva rivestito e gli incarichi che aveva svolto nel corso della sua lunga vita, sempre in prima linea e con grande senso di responsabilità. Sul finire degli anni '90 aveva dato alle stampe con la mia casa editrice un volume che aveva un titolo dal sapore epico: "Era l'anno del sole non quieto"; si trattava di un libro di 500 pagine (e francamente stento a immaginare un altro politico in grado di produrre un resoconto della sua attività di questa portata) nel quale aveva inteso raccogliere una sterminata mole di documenti che testimoniavano la sua attività politica nel solo territorio della provincia di Reggio Calabria. Cinque anni dopo, di comune accordo, abbiamo estrapolato da quel lavoro la sezione che riguardava la rivolta del '70 e ne è scaturito un più agile volume dal titolo: "Reggio capoluogo, fu vero scippo?", arricchito da una vasta appendice di documenti. La tesi che ne scaturiva dimostrava inequivocabilmente che la città di Reggio non si poteva ritenere vittima dello scippo del titolo di capoluogo, per il semplice motivo che non lo aveva mai posseduto. Una tesi netta, derivante da una serena analisi dei documenti, coerente alla dottrina epistemologica di impronta marxista che orientava Nino Stillittano nei suoi studi di storia contemporanea. Sono stati cinque anni nei quali ho avuto modo di frequentare Nino abbastanza assiduamente, mi ha sempre manifestato una simpatia e una stima che affievolivano quel senso di soggezione che inevitabilmente la sua figura mi trasmetteva. Mi tornavano in mente i primi anni di militanza nel PCI, sul finire degli anni '70, nella storica sezione "Nino Battaglia" del quartiere Tremulini. Le interminabili e fumose riunioni che si svolgevano erano delle vere e proprie palestre di dialettica e di politica e, quando era prevista la presenza di un "compagno della Federazione", noi giovani passavamo la notte precedente a studiare e ripetere l'intervento che avevamo preparato. Chi come me ha avuto la fortuna di frequentare la scuola del Comunismo italiano, ha acquisito un bagaglio etico e culturale di valore inestimabile che ci ha permesso di mantenere la barra dritta nel corso di quella "tempesta perfetta" che è stato il ventennio berlusconiano, figlio della sciagurata stagione del tramonto delle ideologie. Qualcuno prima o poi dovrà trovare il coraggio e la serenità di scrivere la storia di quell'assurdo percorso, segnato da una forma di follia collettiva, che ha portato alla cosiddetta "svolta della Bolognina". Quando, il 12 novembre 1989, Achille Occhetto, improbabile successore di Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer, avviò il percorso che avrebbe portato allo scioglimento del PCI, non tenne affatto in conto l'elemento cardine che fungeva da collante etico nel partito e che era costituito dal rispetto fideistico dei militanti (quel famoso "zoccolo duro") verso la linea politica ufficiale determinata dalla pratica del mai troppo rimpianto "Centralismo Democratico" (quanto ce ne sarebbe bisogno nel PD oggi...); il quale non era solo un geniale ossimoro, ma costituitiva l'espressione della parte più alta e nobile della politica, quella derivante dal più serrato confronto dialettico incuneato saldamente tra i binari dell'ideologia. Scrive, a questo proposito, il grande Pasquino Crupi nella sua prefazione a "Era l'anno del sole non quieto": "Nino Stillittano non era ortodosso per vocazione e conformismo, ma, poiché faceva parte del gruppo dirigente, l'etica del centralismo democratico voleva che egli celasse il suo punto di vista nel punto di vista della Segreteria", e ancora: "La discussione era quasi sempre aspra, ma il costume voleva: al di sopra di tutto l'unità del Partito e il documento unitario finale concludeva ogni volta il dibattito". Sono tanti gli episodi della vita di Nino che si potrebbero citare a riprova della sua tempra morale e politica, ma preferisco lasciare la parola ancora a Pasquino Crupi, per raccontare un episodio che descrive in modo folgorante l'uomo e il suo tempo: "Siamo a Piazza Duomo, a qualche mese di distanza dal luglio incendiato e incendiario. 10 luglio 1970 la sfida è lanciata. Parlano in piazza i socialisti e i comunisti. I fascisti erano orgogliosi di dirsi fascisti e mostravano che in effetti lo erano, tentando di impedire il comizio. Da Roma è venuto il vicesegretario del PSI Giovanni Mosca. È sul palco. Per i comunisti parla Nino Stillittano. Parla. I fascisti urlano. Urla di più Nino Stillittano, rivolto ai fascisti: <>. La strada a Giovanni Mosca è spianata. Il mito che a Reggio comunisti e socialisti non parleranno più è sfatato. Nino Stillittano, un comunista fatto di pasta speciale, è stato il protagonista della svolta, che lentamente porterà alla ripresa della vita democratica Reggio".
In realtà la ripresa della vita democratica a Reggio avrebbe tardato ancora a venire, sarebbe arrivata solo sul finire del '93 con l'avvento di Italo Falcomatà. Un sogno durato appena otto anni, troppo breve per una città complessa e problematica che deve il suo tragico destino proprio alla carenza di uomini di quel carisma.
Franco Arcidiaco

giovedì 19 settembre 2013

L’INFORMAZIONE NON E’ MAI TROPPA

Vittorio Sabadin nel saggio L'ultima copia del “New York Times”: il futuro dei giornali di carta, pubblicato da Donzelli nel 2007, ha fissato nel 2043 il momento nel quale l’ultimo vecchio e stanco lettore si recherà in edicola ad acquistare l’ultima copia di un giornale quotidiano. Non è certo questa drastica previsione che ha spinto me, e gli amici che mi affiancano in questa nuova avventura, a varare un nuovo giornale online nella nostra regione. I motivi della generale disaffezione che si è creata attorno al mondo della carta stampata e dell’informazione in generale sono molteplici e sicuramente non mancheremo di approfondirli in seguito, ma noi siamo certi che una voce in più, intanto, non potrà che aiutare a dissipare malumori e scetticismi. Certo, risuonano ancora nelle orecchie le parole pronunciate dal Procuratore Cafiero de Raho, il 2 luglio scorso all’apertura di Tabularasa, quando ha dichiarato testualmente che i giornali in genere “sono uno dei problemi di Reggio Calabria”; ha poi spiegato che si riferiva alla circostanza che nessuna “testata di carta stampata” ha sede a Reggio, “né locale né nazionale”. Francamente mi sento di tranquillizzare il Procuratore, la mia discreta esperienza (quarantennale), maturata nel mondo dell’informazione del centro sud, mi porta ad affermare che la qualità della stampa calabrese non è certamente seconda a quella delle altre regioni e lo dimostra il fatto che sono moltissimi i giornalisti calabresi e reggini ad avere un ruolo di primissimo piano nelle grandi testate nazionali.
CalabriaPost cercherà di ritagliarsi uno spazio originale, aprendo le sue colonne all’approfondimento e alla discussione aperta e leale. Politici, intellettuali, colleghi giornalisti, blogger e semplici cittadini troveranno qui una sorta di Hyde Park che consentirà loro di svolgere la funzione di homo civicus, dando sfogo a quella “ragionevole follia dei beni comuni” di cui parla Franco Cassano.
Nessuno si aspetti che CalabriaPost diventi un ulteriore ricettacolo di carte e dossier distribuiti a piene mani da avvocati e magistrati; oggi queste due categorie esercitano una pressione ad apparire sui giornali cui è difficile resistere, ma così si finisce per ridurre gli organi di stampa alla stregua di imbuti dai quali passa solo un certo tipo di informazione strumentale a certi interessi. Gli interventi sul nostro giornale saranno diretti e ognuno si dovrà assumere la responsabilità di ciò che scrive.
Oggi, l’uso che si tenta di fare dell’informazione nella Rete porta ad alimentare il qualunquismo e la disaffezione verso la politica; competenza, incompetenza e improvvisazione vanno a braccetto, a scapito della capacità di giudizio individuale e del senso di responsabilità. Paghiamo lo scotto di una comunicazione maturata nell’ultimo ventennio in modo strumentale al disegno di Berlusconi, teso ad abbassare il livello etico e culturale della nazione per renderla schiava degli interessi suoi e della sua casta.
E’ evidente che il nostro occhio sarà vigile e attento principalmente riguardo i problemi del nostro territorio, che noi riteniamo causati, in egual misura, dalla malapolitica e da una certa carenza di senso civico piuttosto diffusa tra alcuni strati della popolazione. E qui entra in gioco il ruolo delle cause e degli effetti, perché sin quando il potere risulterà espressione di quella parte di elettorato che intende la politica come il cassetto dei propri desideri, saremo condannati al degrado e al fallimento.
L’estate appena trascorsa va registrata nella categoria: “Un’altra estate da dimenticare”, violenza, degrado e disservizi sono stati ancora una volta la cifra dominante della vita sociale della nostra regione. La violenza e i disservizi gravano sulle spalle di imprenditori e cittadini, il degrado è sotto gli occhi di tutti; provate a mettervi su un treno in direzione Roma - Reggio Calabria e guardate dal finestrino, una volta entrati in Calabria noterete un brusco cambiamento del paesaggio: cemento, sporcizia, disordine, incuria e abbandono vi accompagneranno in un doloroso crescendo fino a Reggio. Paradossalmente i nostri amministratori, Governatore in testa, continuano a parlare di turismo come salvifica prospettiva di sviluppo, ma non riusciamo proprio a immaginare tour operator ed imprenditori alberghieri di un certo livello, alle prese con un contesto ambientale che è lontano anni luce da quello delle vere capitali del turismo. Il futuro della Calabria deve passare preliminarmente da una bonifica del territorio e, conseguentemente, del paesaggio; per raggiungere questo risultato nel breve periodo, sono necessarie precise volontà politiche che inevitabilmente debbono essere sostenute da un apparato legislativo che rivesta i caratteri dell’eccezionalità. La stessa eccezionalità riservata al giudizio dell’operato dei pubblici consessi, non si capisce perché non debba essere rivolta, per esempio, al recupero del paesaggio devastato e alla “riconquista della bellezza” del nostro territorio.
Il tema che riguarda le condizioni in cui versa la nostra città è ben trattato, in altra parte del giornale, da Peppe Basile; avremo modo di ritornarci in seguito, siamo, infatti, certi che il futuro di Reggio Calabria dipende strettamente dalla capacità dei cittadini di capire cosa effettivamente è accaduto negli anni sciagurati del cosiddetto “Modello Reggio”. Nostro compito sarà fugare il nemmeno tanto sottile tentativo, messo in atto dalla classe politica che ha causato questo disastro, di invertire i ruoli di vittima e carnefice.
Diciamo sin d’ora che non ci stiamo a essere classificati “nemici di Reggio” da chi ha messo la città a ferro e fuoco e oggi tenta, tanto disperatamente quanto maldestramente, di sfuggire dalle proprie responsabilità
Franco Arcidiaco